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Finta Fidanzata che Brucia al Party Natalizio

Bianca, 28 anni, si fa scopare con passione dal grosso cazzo nero di Julius al party natalizio mentre finge di essere la fidanzata di Marco.

12 min read September 26, 2026New

Marco entrò nella sala addobbata di luci dorate e ghirlande con Bianca agganciata al braccio. Aveva trentadue anni, spalle larghe da operaio, mani callose e un sorriso un po’ nervoso: quella sera la sua collega ventottenne aveva accettato di fingersi la sua fidanzata, solo per chiudere la bocca ai pettegolezzi dell’ufficio e al capo che gli ripeteva di «portare finalmente qualcuno». Bianca indossava un abito rosso corto che le stringeva il seno e le lasciava scoperte le cosce; i capelli castani le cadevano sciolti sulle spalle e, quando girò lo sguardo sulla folla, sentì già gli occhi addosso.

Julius stava vicino al bancone dei drink. Alto, trentacinque anni, nuovo responsabile afroamericano, spalle larghe sotto la camicia nera, collo grosso, braccia muscolose che premevano contro la stoffa. Non appena vide Bianca il suo sguardo si fermò, lento e diretto, scese sul decolleté e risalì alle labbra. Si avvicinò senza fretta, con quel sorriso sicuro che faceva voltare le teste.

«Marco, finalmente ti presenti con compagnia degna», disse Julius, stringendo la mano all’operaio. Poi si rivolse a lei, voce calda e bassa. «Bianca, giusto? Sei la cosa più bella di questa sala. Quel vestito ti sta addosso come se ti stesse pregando di toglierlo.»

Bianca arrossì ma non distolse lo sguardo. Sentì il calore salirle tra le gambe. Marco rise goffo, monotomando qualcosa sul lavoro e sul capo che lo aspettava per i brindisi. Julius non lo ascoltava davvero: i suoi occhi neri restavano conficcati in quelli di lei, e quando le porse un calice di spumante le dita gli sfiorarono le sue, deliberate.

«Complimenti davvero espliciti per una prima volta», mormorò Bianca, la voce un filo più roca.

«Preferisco non perdere tempo», rispose Julius. «Quando vedo qualcosa che voglio, lo dico.»

La tensione crebbe come corrente sotto la pelle. Marco venne richiamato dal direttore; si scusò, promise di tornare presto e sparì tra i colleghi ubriachi di panettone e chiacchiere. Julius non perse un secondo. Con un cenno del mento invitò Bianca verso il caminetto acceso all’angolo della sala, lontano dal vocio principale. Le fiamme le illuminavano le guance e il seno che saliva e scendeva più in fretta.

«Marco è un bravo ragazzo», disse Julius, appoggiandosi al mantello di pietra. «Ma non ti guarda come dovresti essere guardata. Io invece… cazzo, da quando sei entrata ho il cazzo duro.»

Bianca rise, un suono corto e nervoso, poi abbassò la voce. «Sei spudorato.»

«E tu ti ecciti», ribatté lui, avvicinandosi. L’odore del suo aftershave mischiato al calore del corpo le salì alle narici. «Ammettilo. Ti piace il mio corpo. Ti piace l’idea di un nero grosso e dominante che ti spezza a metà.»

Lei lo guardò dritto, le labbra socchiuse. Il cuore le batteva in gola. «Sì», sussurrò. «Mi attrai. Il tuo fisico… la tua sicurezza. Mi fa venire voglia di fare cose che con Marco non farei mai. E non siamo nemmeno veri fidanzati, lo sai? È una finta per stasera.»

Julius sorrise più largo, gli occhi lucidi di desiderio. Si chinò all’orecchio di lei, le labbra quasi contro la pelle calda. «Vorrei farti sentire il mio grosso cazzo nero. Spingertelo in gola finché ti lacrimano gli occhi, poi aprirti le cosce e scoparti finché urli. Lo vuoi davvero, Bianca?»

Lei deglutì, sentì la mutandina già umida. «Lo voglio. Adesso. Portami via da qui.»

Julius le prese il polso con delicatezza ferma e la guidò attraverso un corridoio laterale, lontano dalla festa. Il magazzino degli allestimenti era semi-buio, pieno di scatole di decorazioni, un tavolo di legno massiccio al centro e l’odore di cartone e resina. Chiuse la porta a chiave. Appena si voltarono l’uno verso l’altra, Bianca gli afferrò la camicia e lo baciò con fame, lingua contro lingua, denti che graffiavano.

Julius le abbassò le spalline dell’abito; i seni pieni le saltarono fuori, capezzoli già duri. Li prese in mano, li strinse, li succhiò con forza mentre lei gemette. Poi le spinse le spalle in basso. Bianca si inginocchiò sul pavimento freddo senza esitazione. Gli aprì la cintura, gli calò i pantaloni e gli slip. Il cazzo di Julius uscì pesante, scuro, venato, già gonfio e lucido sulla punta: grosso, più grosso di quanto lei avesse immaginato, e lungo abbastanza da farle venire l’acqua in bocca solo a guardarlo.

«Cazzo…», soffiò lei, avvolgendolo con una mano e poi con le labbra. Lo prese in bocca con avidità, la saliva che scorreva giù per l’asta mentre spingeva la testa in avanti, cercando di ingoiarlo fino in gola. Julius le afferrò i capelli con entrambe le mani, tenendola ferma mentre lei succhiava a fondo, la gola che si apriva e si contraeva intorno al glande grosso.

«Ecco così, troia», borbottò lui, la voce roca. «Che bella troia sei per un cazzo nero. Guardati: in ginocchio al party aziendale a succhiarmi le palle. Più a fondo. Sì… ingoialo tutto.»

Bianca gemette intorno al cazzo, le lacrime le pungevano gli angoli degli occhi per lo sforzo, ma non si tirò indietro. Lo pompò con la bocca, la lingua che girava sotto il frenulo, una mano a massaggiargli le palle pesanti. Il sapore salato e caldo le riempiva la bocca; sentiva il proprio sesso pulsare, bagnato, le cosce che si strofinavano da sole.

Julius la tirò su di scatto, le girò le spalle e la piegò sul tavolo. Le alzò l’abito sulle anche, le strappò via le mutandine bagnate e le spalmò le natiche con le mani grandi. «Apri le gambe. Adesso ti scopo come meriti.»

Entrò in un colpo solo, il cazzo nero che le spaccava la figa stretta e scivolosa. Bianca urlò di piacere, le unghie conficcate nel legno. Julius le tenne i fianchi e iniziò a scoparla forte in doggy, le palle che sbattevano contro il clitoride a ogni spinta, il suono umido e osceno che riempiva il magazzino. «Più forte… cazzo, Julius, spaccami», gemette lei, spingendo indietro il culo per prenderlo ancora più in profondità.

Lui le diede schiaffi leggeri sulle natiche, la riempì di spinte lunghe e profonde finché lei venne la prima volta, le pareti vaginali che gli si stringevano intorno in spasmi incontrollabili. Non si fermò. La girò a faccia in su, le sollevò le gambe sulle spalle e la rifilò in missionary, piegandola quasi a metà. Il cazzo le sfregava il punto più sensibile a ogni affondo; Bianca gettava la testa all’indietro, bocca aperta, un orgasmo dietro l’altro che le faceva tremare le cosce e gocciolare sul tavolo.

«Sei una zoccola meravigliosa», le soffiò Julius contro la bocca, baciandola mentre la scopava. «La figa bianca che stringe il mio cazzo nero come se non volesse più lasciarlo andare.»

La sollevò di peso, la spinse contro il muro di cemento. Bianca gli avvolse le gambe intorno alla vita; Julius la tenne sotto le cosce e la pompò in piedi, profondamente, il bacino che schioccava contro il suo, il cazzo che la riempiva fino in fondo a ogni spinta. Lei veniva di continuo, urla soffocate contro la sua spalla, unghie sulla schiena scura, il corpo scosso da ondate che non riusciva più a controllare.

«Dentro… vienimi dentro», ansimò. «Riempimi.»

Julius ruggì basso, le affondò il cazzo fino alle palle e esplose. Gli schizzi caldi e spessi le invasero la figa a ondate potenti, uno dopo l’altro, mentre lui continuava a spingere lentamente, spremendosi fino all’ultima goccia. Bianca venne ancora, contrazioni violente che lo mungevano, il seme che le colava già lungo le cosce quando lui la adagiò di nuovo sui piedi.

Rimasero appoggiati l’uno all’altro, sudati, respiri corti e irregolari. Julius le asciugò una ciocca di capelli dalla fronte e la baciò, un bacio lungo, salato, complice. Lei gli accarezzò il petto ancora coperto di sudore.

«Il mio numero vero», mormorò Bianca, prendendogli il telefono dalla tasca della camicia e digitando. «Niente più finzioni. Voglio rivederti presto. Voglio questo cazzo di nuovo, e non solo per una scopata di fretta in magazzino.»

Julius salvò il contatto, le strinse il culo ancora nudo sotto l’abito rimesso alla meglio. «Ci rivediamo. E la prossima volta ti tengo per ore.»

Si sistemarono in silenzio, il cuore ancora accelerato. Bianca sentiva il suo seme caldo tra le cosce mentre camminavano di nuovo verso il corridoio illuminato. La festa rumoreggiava lontana; Marco probabilmente li cercava già. Julius le sfiorò la mano un’ultima volta prima di separarsi all’ingresso della sala, lo sguardo carico di una promessa che non si sarebbe spenta con la notte.

Bianca e Julius si separarono all’ingresso della sala come se niente fosse successo. Lei sistemò di scatto l’abito rosso, sentendo ancora il seme caldo e denso di lui scivolare lento tra le cosce, impregnarle, scendere fin quasi al ginocchio. Il cuore le batteva forte, non solo per l’orgasmo appena vissuto ma per l’eccitazione sporca di sapersi piena di un cazzo nero mentre tornava tra i colleghi. Marco la scorse subito tra la folla e le andò incontro con un sorriso di sollievo misto a tensione.

«Dove cazzo eri finita? Ti cercavo da un quarto d’ora.»

Bianca gli sorrise, le guance ancora arrossate, le labbra un po’ gonfie. «Avevo caldo. Sono uscita un attimo a prendere aria.» Mentì senza esitazione, e l’eccitazione le salì di nuovo tra le gambe proprio mentre gli parlava. Marco le passò un braccio intorno alla vita, protettivo, proprietario. Lei sentì il contrasto: le sue mani callose erano piccole rispetto a quelle di Julius, e il suo corpo sotto l’abito non le faceva venire voglia di niente.

Julius li osservava da lontano, vicino al bancone, un bicchiere di whisky in mano. I suoi occhi neri non lasciavano la sagoma di Bianca. Quando Marco venne di nuovo richiamato dal direttore per un brindisi di fine anno, Julius si mosse. Bianca lo vide arrivare e il suo sesso si contrasse, ancora gonfio e sensibile.

«Non hai abbastanza avuto, vero?» mormorò lui avvicinandosi, la voce bassa che le vibrava contro l’orecchio. «Il mio sborro ti cola ancora sulle cosce e già ti bagni di nuovo.»

Bianca deglutì. «Marco potrebbe tornare da un momento all’altro.»

«Allora facciamo in fretta. O vuoi che ti porti fuori di nuovo e ti riempia un’altra volta mentre lui brinda?»

Lei non rispose a parole. Lo guardò solo, le pupille dilatate, e annuì con un movimento minimo del mento. Julius le prese di nuovo il polso e la trascinò via, questa volta verso i bagni del piano superiore, un corridoio meno frequentato, luci soffuse, porta del bagno disabili che si chiudeva a chiave. Dentro l’aria era più fresca, piastrelle fredde, specchio ampio. Appena la porta scattò, Julius la spinse contro il lavabo.

Le alzò l’abito fino alla vita senza preamboli. Bianca non aveva più le mutandine: gliele aveva strappate nel magazzino. Il seme di prima le luccicava ancora sulle labbra della figa, misto ai suoi succhi. Julius emise un suono gutturalo di pure fame, le fece allargare le cosce e le passò due dita grosse dentro, raccogliendo il liquido denso e poi portandoselo alla bocca.

«Sapore di noi due. Ora te lo rimetto fresco.»

Si sbottonò i pantaloni. Il cazzo nero uscì già duro, lucido di residui della prima scopata, le vene gonfie che pulsavano. Bianca lo afferrò con entrambe le mani, lo strofinò contro la propria figa aperta, lo fece scivolare su e giù tra le labbra bagnate finché non fu tutto scivoloso di lei e di lui. Poi si voltò, si piegò sul lavabo, guardandosi allo specchio mentre Julius le afferrava i fianchi.

Entrò di nuovo in un colpo solo, più facile questa volta perché lei era ancora aperta e piena. Bianca gemette forte, la fronte contro lo specchio freddo. Julius cominciò a scoparla con spinte lunghe e pesanti, il bacino che schioccava contro il suo culo bianco, le palle che sbattevano. Ogni affondo le faceva vedere il riflesso: seni che dondolavano fuori dall’abito, bocca aperta, occhi lucidi.

«Guarda come ti prendi il mio cazzo», le disse lui, una mano che le afferrava i capelli e le sollevava la testa per costringerla a guardarsi. «Figa bianca che si allarga intorno a questo pezzo di carne nera. Ti piace, eh? Ti piace essere la troia segreta del party mentre il tuo finto fidanzato alza i calici.»

«Sì… cazzo sì… spaccami di nuovo», ansimò Bianca, spingendo indietro il culo. «Più forte. Voglio sentirlo fino in fondo.»

Julius aumentò il ritmo. Le diede schiaffi più decisi sulle natiche, lasciando segni rosati, poi le infilò un pollice nell’ano mentre la scopava. Bianca urlò, un suono strozzato di piacere puro. L’ano le bruciò un attimo, poi si aprì intorno al dito grosso e scuro. Lui lo mosse dentro e fuori a tempo con il cazzo, riempiendola da entrambi i buchi.

«Ti piace anche il culo, vero? La prossima volta te lo metto tutto qui. Ti apro e ti sborro anche là.»

Bianca venne di scatto, le gambe che tremavano, le pareti della figa che si contraevano a spasmi intorno all’asta spessa. Julius non rallentò. La tirò su, la fece girare, la sollevò e la sedette sul bordo del lavabo. Le aprì le cosce al massimo, le mise i talloni sulle spalle e la riprese in quella posizione, il cazzo che scompariva intero dentro di lei a ogni spinta. Lo specchio li rifletteva da dietro: la schiena scura e muscolosa di Julius che si muoveva, il culo di Bianca che si apriva e si chiudeva.

Lei lo guardava negli occhi mentre veniva di nuovo, un orgasmo lungo che le faceva gocciolare addosso, bagnare il bordo del lavabo, scendere a filo. «Dentro… un’altra volta… riempimi di nuovo…»

Julius ruggì, le affondò fino alle palle e esplose. Il secondo carico era ancora più abbondante, caldo, a getti spessi che le riempirono l’utero e le traboccarono subito fuori intorno all’asta. Continuò a spingere piano, spremendosi, finché non fu vuoto. Bianca venne ancora una volta solo a sentire il calore che la inondava, le unghie conficcate nelle spalle di lui, la bocca aperta contro il suo collo.

Rimasero così un lungo momento, uniti, sudati, il cazzo che pulsava ancora dentro di lei mentre si sgonfiava lentamente. Julius le baciò la bocca, la lingua lenta, poi uscì con un suono umido. Il seme le colò abbondante, bianco e denso sul bordo del lavabo e sulle piastrelle.

Si sistemarono in fretta. Bianca si pulì alla meglio con della carta, ma sentiva ancora tutto dentro, caldo e scivoloso. L’odore di sesso era forte nel bagno chiuso. Julius le sistemò l’abito, le accarezzò un seno ancora nudo prima di coprirlo.

«Il tuo numero ce l’ho. Ti chiamo domani. Voglio vederti nuda nel mio letto, non su un tavolo o un lavabo.»

Lei annuì, ancora tremante. Usci rono separati a distanza di un minuto. Bianca scese le scale con le gambe molli, il seme che le scendeva di nuovo lungo l’interno coscia a ogni passo. Tornò nella sala. Marco la trovò quasi subito, le offrì un bicchiere, le mise un braccio sulle spalle.

«Tutto bene? Sei pallida.»

«Sì… solo un po’ stanca. Troppo spumante.»

Ballarono un lento goffo sotto le luci natalizie. Bianca sentiva il corpo di Marco contro il suo e non riusciva a non paragonarlo: le spalle meno larghe, l’odore diverso, nessun fuoco. Julius era dall’altra parte della sala, parlava con altri manager, ma ogni tanto i loro sguardi si incontravano e lei sentiva di nuovo la figa contrarsi, piena e usata.

La festa tirò fino a tardi. Quando finalmente uscirono, Marco la accompagnò alla macchina. La baciò sulla guancia, ringraziandola per la finzione, dicendo che il capo aveva smesso di rompergli le palle. Bianca sorrise, salì in auto, chiuse la portiera. Partì.

Solo quando fu sola, sulla strada buia, il calore scese. Il seme di Julius le si raffreddava tra le cosce, appiccicoso, e l’odore le riempiva l’abitacolo. L’eccitazione se n’era andata tutta d’un colpo, lasciando un vuoto acido nello stomaco. Aveva mentito a Marco, si era fatta scopare come una qualsiasi al party aziendale, due volte, da un uomo che appena conosciuto. E aveva amato ogni secondo. Aveva gemuto, aveva chiesto di essere riempita, aveva dato il numero.

Ora, però, qualcosa non tornava. Guardò il telefono sul sedile: il contatto nuovo di Julius salvato. La mano le tremò un attimo. E se Marco lo scoprisse? E se in ufficio qualcuno li avesse visti sparire? E se Julius la trattasse solo come la troia bianca disponibile della serata e poi sparisse? O peggio: e se la chiamasse davvero e lei ci andasse di nuovo, e di nuovo, finché non restasse più niente di lei oltre al bisogno di quel cazzo?

Il dubbio le si conficcò sotto la pelle più del piacere di prima. Fermò l’auto a un semaforo rosso, guardò il riflesso nel vetro laterale: trucco sbavato, capelli spettinati, labbra ancora gonfie. Sembrava soddisfatta. Si sentiva vuota. Accarezzò il telefono, poi lo ribaltò a faccia in giù. Il seme le colava ancora, silenzioso, e per la prima volta quella notte Bianca non sapeva se volesse davvero rivedere Julius o se avesse appena firmato qualcosa che non poteva cancellare.

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