Assaggio proibito tra le botti

In cantina, il 32enne enologo Simone confessa a Yvonne, 38enne trans, il suo desiderio di sissy e si fa scopare tra le botti.

13 min read September 20, 2026New

Da mesi lavoravo nella cantina di Yvonne, tra le colline toscane dove l’aria sapeva di quercia e di mosto fermentato. Avevo trentadue anni e lei trentotto; lei gestiva l’azienda di famiglia con una precisione che mi faceva quasi paura, e io ero l’enologo che controllava le botti di invecchiamento, i livelli, le temperature. Non le avevo mai detto quanto la guardassi. Yvonne era alta, spalle larghe sotto le camicie di lino, seni pieni che il tessuto non nascondeva del tutto, e una voce calda che mi faceva venire i brividi quando parlava di tannini e di annate. Sapevo che era una donna trans. Lo sapevano tutti. E a me non importava altro se non il modo in cui mi sorrideva quando le dicevo che il Sangiovese stava rispondendo bene.

Quella sera eravamo soli. Il personale era andato via da ore. Le luci basse della cantina disegnavano ombre lunghe sulle botti di rovere, e l’odore dolce del legno bagnato mi riempiva i polmoni. Controllavamo i tappi, una a una. Io indossavo i pantaloni da lavoro larghi, la camicia aperta sul petto sudato. Sotto, però, c’erano le sue calze di seta. Le avevo prese dal cassetto del suo ufficio due giorni prima, quando lei era uscita a parlare con un fornitore. Nere, lucide, con la riga dietro. Me le ero arrotolate fino a metà coscia, nascoste sotto i pantaloni, e ogni passo me le faceva sentire contro la pelle. Il cuore mi batteva come un matto. Non sapevo perché lo facevo. O forse lo sapevo fin troppo bene.

Stavo chinato su una botte quando la sentii alle mie spalle.

«Simone.»

La voce di Yvonne era bassa, quasi un sussurro. Mi voltai di scatto. Lei mi guardava. Gli occhi scuri fissi sul punto dove il pantalone si era alzato un poco, rivelando un lembo di seta nera sopra lo stivale da lavoro. Il sangue mi salì alla testa. Volli dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma la gola era secca.

Yvonne non si mosse subito. Fece un passo avanti, poi un altro. La sua mano scese piano, toccò il bordo del pantalone e lo sollevò di un centimetro. Le dita le sfiorarono la calza. Sorrise. Non era un sorriso crudele. Era qualcosa di più caldo, più affamato.

«Le mie», disse soltanto. «Le stai indossando.»

Io annuii. Non potevo mentire. Le parole mi uscirono a pezzi, confessionali come se fossi in un confessionale di legno invece che tra botti di vino.

«Le ho prese… ieri. No, l’altro ieri. Le tenevo in tasca tutto il giorno e stasera non ce l’ho fatta. Dovevo… sentirle addosso. Mentre lavoravo accanto a te.»

Yvonne restò immobile un secondo. Poi la sua mano salì lungo il mio polpaccio, sotto il pantalone, palmandomi la coscia coperta di seta. Il mio cazzo si indurì subito, premuto contro il tessuto ruvido dei pantaloni. Lei lo notò. Il sorriso si fece più ampio.

«Da quanto tempo, Simone?»

«Settimane», ammettei. La voce mi tremava. «Da quando ti ho vista cambiare la camicia in ufficio e ho scorto il reggiseno di pizzo. Da allora… ho fantasticato. Di te che mi vesti. Di te che mi guardi e mi vuoi così. Come una sissy. Soft, aperta, tua da vestire e da toccare. Mi sto toccando ogni notte pensando a questo. A te che mi chiami con un nome da ragazza mentre mi metti le calze e mi fai inginocchiare tra queste botti.»

Il silenzio che seguì fu denso. Yvonne respirava più forte. Vidi il contorno dei suoi capezzoli sotto la camicia chiara. La sua mano non si era tolta dalla mia coscia; ora stringeva, sentendo la seta scivolare sulla pelle.

«Vieni», disse. Mi prese per il polso e mi trascinò verso il fondo della cantina, dove le botti più vecchie formavano una specie di nicchia buia, protetta dalle correnti d’aria. Lì l’odore era più intenso, di vaniglia e di cuoio. Mi spinse dolcemente contro una botte grande. Poi si slacciò la camicia con due bottoni e la aperse. Sotto aveva un reggiseno di pizzo nero che reggeva seni pieni, tondi, e lo slip abbinato. Si sfilò anche quello. Lo tenne in una mano. Dall’altra parte del suo piccolo tavolo da assaggio prese un’altra mutandina: slip di seta color champagne, lisci, quasi trasparenti.

Me li tese entrambi.

«Scegli», mormorò. «Il pizzo o la seta. Digli pure cosa vuoi che ti metta addosso, Simone. Voglio sentirtelo dire.»

Le mani mi tremavano. Presi lo slip di seta. Era fresco, leggero. Poi, dopo un secondo di esitazione, presi anche il reggiseno di pizzo.

«Entrambi», sussurrai. «Voglio… voglio che tu mi vesta. Come hai fatto tu stasera, ma al contrario. Voglio che le tue dita mi tolgano questi pantaloni e mi mettano le tue cose. Voglio che mi guardi e mi dica che ti piaccio così.»

Yvonne emise un suono basso, quasi un gemito. Si chinò e mi sbottonò i pantaloni. Li fece scivolare giù insieme alla boxer. Il mio cazzo saltò fuori, duro, rosso in punta, già lucido di liquido. Lei non lo toccò subito. Invece si mise in ginocchio — una donna di trentotto anni, proprietaria di quella cantina, inginocchiata sulla pietra fredda — e mi srotolò lentamente le calze di seta fino alle caviglie, poi le rimise su con cura, tirandole bene, lisciandole con i palmi. Ogni tocco mi faceva fremere. Mi fece alzare un piede, poi l’altro, e mi infilò lo slip di seta. Il tessuto freddo avvolse le palle e il cazzo, troppo stretto, lasciando la testa spuntare sopra l’elastico. Poi il reggiseno. Me lo sistemò sul petto piatto, allacciandolo dietro con dita esperte. Le coppe restavano un po’ vuote, ma il pizzo mi graffiava i capezzoli e mi faceva quasi venire.

Mentre mi vestiva, parlava. La sua voce era un filo caldo contro il mio orecchio quando si rialzò.

«Anch’io ti guardo da mesi», confessò. «Quando ti pieghi sulle botti, quando assaggi e chiudi gli occhi. Ho pensato a come sarebbe averti così. Non un uomo che finge. Una sissy che lo vuole davvero. Che si fa mettere i miei slip e mi chiede di essere desiderata. Mi ecciti da morire, Simone. Mi fai venire bagnata solo a vederti con le mie calze.»

Le presi il viso tra le mani. I suoi occhi erano lucidi. Il mio cazzo pulsava contro lo slip di seta, lasciando una macchia umida. Il suo cazzo — duro, spesso, che spingeva contro i suoi pantaloni aperti — sfiorò il mio ventre. Non lo avevo ancora toccato, ma lo sentivo. Caldo. Presente.

«Yvonne…», cominciai.

Non finii la frase. Lei mi baciò.

Fu un bacio affamato, labbra spalancate, lingua che entrava subito. Sapeva di vino rosso e di desiderio tenuto a bada troppo a lungo. La spinsi contro la botte accanto, il pizzo del reggiseno che mi stringeva il petto, lo slip di seta che mi sfregava il cazzo a ogni movimento. Le sue mani scesero sul mio culo, lo strinsero forte, le dita che cercavano già di allargarmi le natiche sopra la seta. Io gemetti nella sua bocca. Lei rispose con un suono gutturale e mi morsicò il labbro inferiore.

Il bacio non si spezzò. Divenne più profondo, più sporco. Lei muoveva i fianchi contro i miei, il suo cazzo duro che strofinava il mio attraverso i pochi strati di stoffa. Io affondai le dita nei suoi capelli, tirandola ancora più vicino. Tra le botti l’aria era diventata densa, calda dei nostri respiri. Sentivo il legno contro la schiena di lei, sentivo le calze di seta tirarmi le cosce ogni volta che aprivo le gambe per farla stare meglio contro di me.

Quando finalmente staccò le labbra, solo per un secondo, la voce le uscì roca.

«Non basta», disse. «Questo bacio non basta più. Voglio di più. Voglio vederti in ginocchio con i miei slip tirati da parte. Voglio sentirti dire ancora quanto vuoi essere la mia sissy qui, tra le botti, mentre ti apro.»

Io annuii, ansimando. Il cuore mi batteva così forte che temevo lo sentisse attraverso il pizzo. Il cazzo mi doleva, stretto nella seta bagnata. La guardai negli occhi e vidi lo stesso fuoco.

«Allora prendimi», sussurrai. «Vestimi come vuoi. Usami come vuoi. Sono qui. L’ho voluto per settimane e ora non riesco più a fingere.»

Yvonne sorrise di nuovo, quella volta con i denti, e la sua mano scese a stringermi il cazzo sopra lo slip. Una sola stretta lenta, dal basso verso l’alto, che mi fece piegare le ginocchia. Poi mi baciò ancora, più duro, mentre l’altra mano mi afferrava il culo e un dito premeva già, sopra la seta, contro il buco che pulsava di voglia.

Il limite era stato superato. Il bacio ci aveva spinto oltre. Tra le botti di invecchiamento, con le sue calze alle cosce e i suoi slip addosso, io non ero più solo l’enologo. E lei non era più solo la padrona della cantina. Restava soltanto il respiro caldo, il legno che scricchiolava, e la certezza che quella sera non saremmo tornati indietro.

Yvonne non tolse il dito. Lo premette ancora, più fermo, e lo slip di seta si affossò tra le mie natiche come una seconda pelle. Io ansimavo contro la sua bocca, il cazzo che pulsava nella stretta della sua mano. Lei mi guardò negli occhi, quella luce calda e decisa che conoscevo soltanto quando assaggiava un vino e sapeva già che era buono.

«In ginocchio», mormorò. Non era un ordine tagliente. Era una richiesta densa di voglia, e io ci caddi dentro come in un mosto dolce. Mi piegai. La pietra fredda della cantina mi morse le ginocchia attraverso le calze di seta; il reggiseno di pizzo mi stringeva il petto e le coppe vuote mi graffiavano i capezzoli a ogni respiro. Tra le botti l’aria sapeva di vaniglia e di legno bagnato. Yvonne si slacciò del tutto i pantaloni e li spinse giù. Il suo cazzo saltò fuori, spesso, venato, già lucido in punta. Avevo trentadue anni e non avevo mai avuto qualcosa di così desiderato a pochi centimetri dalla bocca.

«Apri», disse piano. «La mia brava ragazza. Mostrami quanto lo vuoi.»

Le parole mi attraversarono come un sorso di rosso caldo. Aprii le labbra. Lei mi prese per i capelli — non forte, solo per guidarmi — e spinse la testa del suo cazzo contro la mia lingua. Il sapore era salato, pulito, e io lo accolsi con un gemito che le fece stringere i fianchi. La succhiai. Lenta all’inizio, poi più avida, lasciando che mi riempisse la bocca fin quasi in gola. Le calze mi tiravano le cosce; lo slip di seta mi stringeva le palle e il cazzo, lasciando la testa sporgere, bagnata, a sfiorare l’aria fredda ogni volta che mi muovevo. Yvonne gemette sopra di me.

«Così… brava ragazza. Guarda come ti sta bene, Simone. I miei slip, le mie calze, il mio cazzo in bocca. Sei esattamente come ti volevo.»

Io alzai gli occhi. Lei mi sorrideva, tenera e affamata insieme, e quella tenerezza mi fece spingere più a fondo, le labbra che scivolavano lungo l’asta fino a sentire i suoi peli contro il naso. Le mani le salirono ai seni, palpai il pizzo del reggiseno che ancora indossava mezzo aperto, i capezzoli duri sotto le dita. Lei ondeggiava i fianchi, spingendosi piano nella mia gola, e io ricevevo tutto, saliva che scorreva sul mento, il cuore che batteva contro il pizzo stretto al petto. Da mesi fantasticavo di questo. Da mesi mi toccavo pensando a lei che mi chiamava così. Ora era reale: il legno delle botti alle mie spalle, l’odore del vino, la sua voce che mi diceva brava ragazza mentre io le succhiavo il cazzo come se fosse l’unica cosa che contasse al mondo.

Quando mi staccò, un filo di saliva ci univa ancora. Respiravo a pezzi. Yvonne si chinò, mi baciò la fronte, poi le labbra umide.

«Alzati. Piega sulle botti. Voglio vederti da dietro, tutta seta e voglia.»

Mi alzai. Le gambe mi tremavano. Lei mi spinse dolcemente contro la botte più grande, quella dal legno scuro e caldo. Mi feci piegare in avanti, il petto che premeva sul rovere liscio, il culo offerto. Yvonne mi accarezzò le natiche sopra lo slip, poi lo tirò da una parte. L’elastico mi tagliò un poco la carne; sentii l’aria fredda sul buco che già pulsava. Dal tavolino da assaggio prese un piccolo flacone — olio d’oliva leggero che usavamo a volte per le degustazioni di crostini — e se ne versò un filo sulle dita.

«Piano», sussurrò contro la mia schiena. «Ti apro con cura. Voglio che lo senta tutto, ma voglio anche che ti piaccia.»

Un dito scivolò dentro. Caldo, lubrificato, paziente. Io gemetti contro il legno, le unghie che cercavano presa sulla botte. Lei mi aprì piano, un secondo dito, poi un terzo, allargandomi mentre l’altra mano mi raggiungeva davanti e accarezzava il mio cazzo ancora inguainato di seta. La seta era già scura di liquido preorgasmico; le sue dita scivolavano su e giù, lente, mentre i suoi polpastrelli mi massaggiavano dentro. Il contrasto mi faceva impazzire: la penetrazione decisa e la carezza morbida sul membro stretto nel tessuto.

«Yvonne…», ansimai. «Per favore. Prendimi. Voglio sentirti.»

Lei ritirò le dita. Sentii la testa calda del suo cazzo premere contro di me. Si spinse avanti. Entrò. Un centimetro, poi un altro, lento e inesorabile, finché non fui pieno di lei. Il dolore si sciolse subito in un piacere grosso, denso, che mi salì lungo la schiena. Yvonne si fermò un attimo, completamente dentro, e mi baciò tra le scapole.

«La mia brava ragazza», mormorò. «Guardati. Vestita di me. Piena di me. Sei bellissima così.»

Poi iniziò a muoversi. Spinte decise, profonde, il suono umido della carne che incontrava la carne tra le botti. Ogni affondo mi faceva avanzare un poco sul legno; ogni ritirata mi lasciava vuoto e affamato. Lei non dimenticava la mia sete: la mano davanti continuava a accarezzarmi sopra la seta, stringendo, strofinando la testa bagnata, a volte scivolando sotto l’elastico per toccarmi pelle contro pelle prima di tornare a coprirmi di seta. Io spingevo indietro incontro a lei, le calze che luccicavano sotto la luce bassa, il reggiseno di pizzo che mi graffiava i capezzoli a ogni scossa.

«Più forte», chiesi. La voce mi uscì rotta. «Usami. Sono tua.»

Yvonne accelerò. Le spinte divennero più lunghe, più dure, il suo bacino che sbatteva contro il mio culo con un ritmo che faceva scricchiolare leggermente la botte. Il suo cazzo mi sfregava proprio lì dentro, quel punto che mi faceva vedere stelle, e la mano sul mio membro non si fermava. Sentivo l’orgasmo salire da lontano, grosso come un’annata perfetta. Lei gemette il mio nome — e poi «brava ragazza», di nuovo, come una preghiera sporca — e io crollai.

Venni dentro lo slip di seta, a scosse lunghe, il seme che inzuppava il tessuto champagne mentre lei continuava a pomparmi il cazzo con la mano. Il mio buco si strinse attorno a lei; Yvonne emise un suono gutturale e si riversò dentro di me, calda, a getti, i fianchi che battevano ancora un paio di volte prima di piantarsi a fondo. Restammo così, ansimanti, uniti, il sudore che ci colava sulle pelli e l’odore del sesso che si mescolava a quello del legno e del vino.

Pian piano lei uscì. Mi sentii vuoto e pieno allo stesso tempo. Yvonne mi aiutò a raddrizzarmi, mi girò e mi strinse tra le braccia. Il suo petto caldo contro il mio pizzo, le sue labbra nei miei capelli.

«Sei bella», sussurrò. «Desiderata. Esattamente così com’è. Non un uomo che finge. Una sissy che lo vuole, e che io voglio. Non cambiare niente di questo, Simone. Mi fai venire solo a guardarti.»

Io affondai il viso nel suo collo. Le braccia le cingevo la vita. Il cazzo mi pulsava ancora, spento e felice dentro lo slip bagnato; le calze mi stavano ancora su, un po’ storte. Lei mi accarezzava la schiena a cerchi lenti.

«Ogni volta che la cantina sarà vuota», dissi contro la sua pelle. La voce mi tremava di qualcosa di più grande del sesso. «Ogni volta. Voglio questo di nuovo. Voglio che tu mi vesta e mi chiami così e mi prenda tra queste botti.»

Yvonne annuì. Mi sollevò il mento e mi baciò. Dolce, questa volta. Labbra chiuse, poi appena aperte, un sorso di tenerezza dopo la tempesta. Il bacio suggellò tutto: l’intesa, il segreto, il consenso che ci eravamo dati senza bisogno di contratti.

«Allora è deciso», mormorò contro la mia bocca. «Quando chiudono le porte e restiamo solo noi e le botti, torni a vestirti per me. E io ti prendo. Di nuovo. E ancora.»

Restammo abbracciati ancora un poco, il respiro che si calmava. Poi lei mi aiutò a sistemarmi lo slip, a tirare su le calze, a riallaciarmi il reggiseno sotto la camicia di lavoro. Io già pensavo al prossimo turno di controllo serale, a quale slip avrei potuto rubarle dal cassetto, a come sarei arrivato con le calze già messe sotto i pantaloni. La prossima volta avrei portato anche le reggicalze. Avrei voluto che me le allacciasse lei, piano, prima di farmi di nuovo inginocchiare. Yvonne mi lesse negli occhi e sorrise, complice.

«Stai già progettando», disse. Non era una domanda.

Io annuii, il cuore che ripartiva più forte. Tra le botti di invecchiamento, con il sapore di lei ancora in bocca e il suo seme che mi scaldava ancora dentro, sapevo esattamente cosa avrei fatto la sera dopo. E quella dopo ancora.

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