Sussurri Proibiti nel Buio Rosso
Valeria, 32 anni, si fa inculare con passione dal suo amico Marco, 35 anni, in un attico illuminato di rosso.
Il salotto dell’attico di Valeria galleggiava in un bagno di rosso soffuso. Le lampade a stelo filtravano la luce attraverso paralumi di seta cremisi, e le finestre a tutta altezza riflettevano i bagliori notturni della città come una seconda pelle di neon lontani. Valeria, trentadue anni, interior designer dal portfolio di ville e loft che facevano invidia alle riviste, si era tolta i tacchi dopo la cena e camminava scalza sul parquet caldo, l’abito di seta nera ancora aderente ai fianchi. Marco, trentacinque, fotografo affermato che aveva scattato le sue ultime campagne per boutique di lusso, stava al bancone dell’isola con un bicchiere di rosso in mano, gli occhi scuri che non le lasciavano un centimetro di corpo.
Si conoscevano da mesi. Flirt, messaggi a tarda notte, sussurri proibiti mandati mentre lei era in cantiere e lui in studio. «Voglio che mi apri il culo e me lo riempi», aveva scritto lei una settimana prima. Lui aveva risposto con una foto del suo cazzo semi-duro e la frase: «Te lo allargo piano, poi te lo sbatto come una puttana». Ora erano soli, la cena di pasta al tartufo e ostriche già digerita nel calore dell’alcol moderato, e l’aria tra di loro era densa come olio.
Valeria si avvicinò, il bicchiere tra le dita. «Quei messaggi… non li hai cancellati, vero?»
Marco sorrise, la voce bassa. «Li rileggo ogni cazzo di sera. Mi fai venire solo a pensare a come mi hai detto che ti piace sentire il freddo del lubrificante sul buco mentre ti dico di spalancarlo.»
Lei rise, un suono rauco, e gli prese il bicchiere dalle mani per posarlo. I loro sguardi si incollarono. Il desiderio era reciproco, grezzo, senza maschere. Si sentiva già bagnata, le mutandine di pizzo strette contro la figa gonfia, e sapeva che lui era duro dal modo in cui teneva una mano nella tasca dei jeans scuri.
«Ho passato tutto il giorno a immaginarmi le tue dita nel culo», mormorò lei, accostandosi di più. L’odore del suo aftershave e del vino le salì alle narici. «Voglio essere presa nel modo più sporco possibile, Marco. Niente romanticismo da copertina. Voglio che mi usi il buco stretto finché non piango di piacere.»
Lui non rispose a parole. La afferrò per la nuca e la baciò con una fame che le fece gemere contro la bocca. Lingue, denti, il sapore del merlot mescolato al suo. Le mani di Marco scesero, le strinsero le chiappe sode attraverso la seta, le dita che premevano il solco, spingendo il tessuto dentro la fessura. Valeria si inarcò, le cosce che si strofinavano.
«Sì… stringimi il culo», sussurrò contro le sue labbra. «Voglio sentirlo dentro di me. Tutto. Voglio che mi fotti il culo finché non cammino storto.»
I baci divennero famelici. Lei gli slacciò la cintura con mani esperte, abbassò la cerniera, cacciò fuori il cazzo già gonfio, venato, la testa lucida di precome. Si accovacciò senza esitazione sul tappeto di lana, le ginocchia aperte, e lo prese in bocca con avidità. La lingua girò intorno al glande, poi scese lungo la lunghezza mentre una mano gli massaggiava le palle pesanti. Succhiava forte, la gola che si apriva, bava che le colava sul mento e sull’abito. Marco le tenne i capelli raccolti, ansimando.
«Cazzo, Valeria… così… più a fondo.»
Lei lo inghiottì fino in fondo, il naso premuto contro il pube, e tirò indietro solo per leccare il frenulo con lenti, osceni colpi di lingua. Lo pompava con la mano e la bocca insieme, accelerando, sentendolo pulsare. Voleva portarlo al limite. Voleva che la implorasse.
«Basta… cazzo, basta o ti sparo in gola», gemette lui, la voce rotta. «Dammi il tuo culo stretto. Adesso. Aprilo per me, troia bella. Voglio ficcartelo dentro e sentirlo stringere.»
Valeria si alzò, le labbra lucide, gli occhi lucidi di lussuria. Si voltò verso il divano di velluto rosso, il pezzo forte del salotto che aveva scelto lei stessa mesi prima. Si chinò, i gomiti sul cuscino, l’abito alzato fino alla vita. Si sfilò le mutandine e le lanciò a terra, poi allargò le gambe, il culo alto, le chiappe divaricate a mostrare la figa grondante e il buchetto rosa, contratto, inviolato da cazzi da troppo tempo.
Marco prese il flacone di lubrificante che lei aveva lasciato in bella vista sul tavolino — un messaggio silenzioso preparato prima della cena. Ne spalmò un’abbondante quantità sul suo anello anale, le dita che massaggiavano, spremevano, facevano scivolare il gel freddo dentro. Valeria gemette come una troia vogliosa quando le infilò prima un dito, poi due, aprendola con movimenti circolari.
«Più… cazzo, mettimene tre», ansimò lei, spingendo indietro. «Allargami. Voglio sentirmi aperta.»
Lui obbedì. Tre dita spesse entrarono, la stirarono, le sfregarono le pareti interne mentre il pollice le sfiorava la figa. Valeria digrignava i denti, il piacere che bruciava, le ginocchia che tremavano. Quando le dita uscirono, lasciando il buco che pulsava vuoto, Marco la fece girare. La stese sulla schiena sul velluto, le sollevò le gambe sulle spalle, le caviglie accanto alle orecchie. Il cazzo unto di lubrificante premette contro l’apertura.
«Guardami mentre te lo metto», ordinò.
Entrò lentamente. Il glande forzò l’anello, poi scivolò centimetro dopo centimetro nel calore stretto. Valeria urlò un gemito lungo, le unghie che si conficcavano nei suoi avambracci. Il pieno, la pressione, il bruciore delizioso che diventava piacere puro. Lui iniziò a spingere con calma, in missionario anale, le cosce di lei piegate, il culo che lo inghiottiva intero a ogni affondo.
«È così stretto… mi strozza il cazzo», borbottò Marco, sudore sulla fronte. «Il tuo buco da puttana mi succhia tutto.»
Poi la ribaltò. Doggy style violento. Le mani le afferrarono i fianchi, e iniziò a battere con forza, il bacino che schiaffeggiava le natiche. Ogni spinta mandava il cazzo fino in fondo, le palle che sbattevano contro la figa. Le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, poi sull’altra, lasciando segni rossi.
«Prendi tutto, troia. Apri il culo e fatti fottere come meriti.»
«Sì! Fottemi più forte, cazzo! Spaccami il buco! Usami!» urlava Valeria, la faccia premuta contro il velluto, saliva che le colava. «Più a fondo… così… sono la tua puttana del culo!»
Lui accelerò, le dita che le affondavano nella carne delle natiche, tenendole divaricate per vedere il cazzo sparire e riemergere lucido di lubrificante e di lei. Le parolacce uscivano sporche, continue: quanto era stretta, quanto gli piaceva riempirla, come l’avrebbe lasciata col buco aperto e gocciolante. Valeria sentiva l’orgasmo salire dal basso ventre, dal punto interno stimolato da ogni affondo profondo. La figa contraeva a vuoto, il clitoride strofinato contro l’aria e il movimento. Venne con un urlo rauco, il corpo che si scuoteva, l’ano che pulsava e stringeva il cazzo di Marco in spasmi rabbiosi, il piacere anale che le esplodeva dietro gli occhi come lampi rossi.
Marco non si fermò. Continuò a sbatterla attraverso le scosse, poi con un gemito gutturale affondò fino alle palle e scoppiò. Getti caldi di sperma le riempirono il retto, pulsazione dopo pulsazione, mentre lui restava conficcato, svuotandosi dentro di lei.
Esausti, sudati, scivolarono sul divano. Lui si ritirò lentamente; il seme bianco cominciò a colare dal culo aperto di Valeria, scendendo lungo la figa e la coscia interna, una scia calda e densa sul velluto rosso. Lei gli sorrise, gli occhi ancora annebbiati, una mano che gli accarezzava il petto nudo mentre lui le cingiava la vita.
Il respiro di entrambi era ancora pesante. Fuori, la città pulsava. Valeria tracciò una linea con il dito sul suo sterno, la voce rauca di chi non ha ancora finito di volere.
«Quelli non erano tutti i sussurri che ci siamo mandati», mormorò, le labbra contro la sua spalla. «Ce n’è uno che non ti ho ancora fatto vedere. E stasera… questo attico ha altre stanze.»
Il respiro di Valeria era ancora spezzato quando si alzò dal divano, lo sperma di Marco che le scivolava lento lungo la coscia, caldo e denso, lasciando una scia lucida sul velluto rosso. Non si pulì. Lasciò che colasse. «Vieni», mormorò, la voce roca di chi ha già preso un cazzo nel culo e ne vuole un altro. «Ti ho detto che questo attico ha altre stanze.»
Lo trascinò per il corridoio illuminato di rosso, i suoi piedi nudi che lasciavano impronte umide sul parquet. La camera da letto principale era un pozzo di ombre cremisi: lenzuola di seta nera, specchi a tutta parete, una lampada a sospensione che gettava bagliori come sangue diluito. Valeria si fermò davanti allo specchio, si voltò di schiena e si chinò in avanti, le mani sul bordo del mobile basso. L’abito di seta ancora arrotolato sopra i fianchi le lasciava il culo nudo, il buco anale ancora aperto, roseo, lucido di lubrificante e di sborra. «Guardalo», disse, allargandosi le chiappe con le dita. «È ancora largo. Ancora pieno di te. Riempimelo di nuovo prima che si chiuda.»
Marco era già duro di nuovo, il cazzo che pulsava contro la pancia, venato e lucido. Afferrò il flacone di lubrificante dal comodino — lei l’aveva messo lì apposta, insieme a un plug di vetro nero e a un collare di cuoio che non aveva ancora usato. Ne spremette un filo grosso direttamente sul suo anello anale, il gel freddo che le fece contrarre il buco. «Troia», borbottò lui, spingendo due dita dentro di colpo. «Ti piace sentirlo freddo mentre ti allargo, eh? Come nei messaggi. Mi hai scritto che volevi il cazzo e le dita insieme, che volevi piangere di piacere.»
«Sì… cazzo sì», gemette Valeria, spingendo indietro contro le sue dita. «Mettimele tre. Allargami di più. Voglio sentirmi sfondata.» Lui obbedì, tre dita spesse che entravano e uscivano, aprendo le pareti interne, il pollice che le sfregava la figa grondante. Il suono era obsceno, umido, schioccante. Valeria guardava tutto nello specchio: il suo culo che si apriva, le dita di lui che sparivano, il suo volto contorto di lussuria. «Adesso il cazzo. Mettilo. Spaccami.»
Marco le afferrò i fianchi e spinse. Il glande forzò l’ingresso ancora tenero, scivolò dentro centimetro dopo centimetro finché le palle non le battevano contro la figa. Valeria urlò, un suono gutturalo e rauco. «Cazzo che stretto… mi strozza ancora», ansimò lui, iniziando a fotterla con spinte lunghe e profonde. Ogni affondo faceva uscire un filo di sborra vecchia mista a lubrificante, che le colava sulle labbra della figa. «Guarda come ti mangia il culo. Sei una puttana del buco. Lo vuoi tutto.»
«Lo voglio tutto! Sbattemi più forte!» Lei si spinse indietro a ogni colpo, le tette che dondolavano sotto l’abito. Marco le diede uno schiaffo sonoro su una natica, poi sull’altra, lasciando impronte rosse. Poi le afferrò i capelli, le tirò la testa indietro finché i loro sguardi non si incontrarono nello specchio. «Dillo. Dillo mentre ti sfondo.»
«Sono la tua puttana del culo», ansimò lei, saliva che le colava dal labbro. «Usami. Riempimi. Spaccami il buco finché non cammino storto domani.» Lui accelerò, il bacino che schiaffeggiava le chiappe con un ritmo violento, il cazzo che spariva intero e riemergeva lucido. Le dita le affondavano nella carne dei fianchi, tenendola ferma mentre la martellava. Valeria sentiva l’orgasmo salire di nuovo, dal retto, dal punto profondo che lui colpiva a ogni spinta. La figa contraeva a vuoto, il clitoride pulsava. «Sto venendo… cazzo sto venendo col culo!» Urlò, il corpo che si scuoteva, l’ano che stringeva il cazzo di Marco in spasmi rabbiosi, succhiandolo, mungendolo.
Lui non si fermò. Continuò a sbatterla attraverso le scosse, poi la tirò indietro, la fece scendere in ginocchio sullo specchio. «Leccalo. Pulisci il tuo buco dal mio cazzo.» Valeria obbedì avidamente, la lingua che girava intorno al glande unto di lubrificante e di lei, che scendeva lungo la lunghezza, che succhiava forte finché non gli colava bava sul mento. «Brava troia», gemette Marco, tenendole i capelli. «Adesso alzati. Ti prendo in bagno.»
Il bagno era illuminato di rosso più intenso, le piastrelle scure che riflettevano tutto. Valeria si piegò sul lavabo di marmo, le gambe divaricate, il culo alto. Marco le infilò di nuovo il cazzo senza preamboli, un colpo solo fino in fondo. Lei gemette contro lo specchio, il fiato che appannava il vetro. Lui le prese il collare di cuoio dal mobiletto, glielo allacciò al collo e tirò la cinghia mentre la fotteva. «Tira», ansimò lei. «Strofocami un po’ mentre mi usi il culo.» Lui tirò, non troppo, giusto quanto bastava a farle sentire la pressione, e accelerò le spinte. Il suono delle palle che sbattevano contro la figa riempiva la stanza, misto ai gemiti di lei e ai suoi borbottii sporchi.
«Il tuo buco mi succhia come una bocca affamata», borbottò Marco. «Lo riempio di nuovo. Lo riempio finché non gocciola sul pavimento.» Affondò tre dita nella sua figa mentre la inculava, pompando entrambi i buchi. Valeria impazzì. «Sì! Fingermi! Usami i buchi! Sono la tua puttana!» Venne di nuovo, più forte, le ginocchia che tremavano, un getto di liquido che le schizzò dalla figa sul marmo. Marco tirò fuori il cazzo, le spinse il plug di vetro nero dentro l’ano ancora pulsante, lo avvitò finché non fu a filo. «Tienilo. Cammina.»
La fece camminare di nuovo in salotto, il plug che le premeva dentro a ogni passo, lo sperma vecchio che le colava intorno. Sul divano la stese a pancia in su, le sollevò le gambe sulle spalle, le tolse il plug con un plop umido e la reinculò di colpo. «Guardami», ordinò. «Guardami mentre ti riempio il culo di sborra.» Spinse forte, veloce, selvaggio. Valeria digrignava i denti, le unghie che gli graffiavano la schiena. «Sborrami dentro… cazzo sborrami il buco… voglio sentirlo caldo…»
Marco affondò fino alle palle e esplose con un ruggito. Getti spessi di sperma le riempirono il retto, pulsazione dopo pulsazione, mentre lui restava conficcato, svuotandosi. Quando si ritirò, il buco di Valeria restò aperto, un anello rosa dilatato da cui colava sborra bianca e densa, che le scendeva sulla figa, sul culo, sul velluto rosso. Lei si allargò le chiappe con le mani, lo guardò dritto negli occhi, la voce rauca e sporca.
«Guarda come mi cola la sborra dal culo sfondato, Marco. Riempimelo ancora stasera finché non riesco più a tenerla dentro.»
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