Bloccati dalla Neve con l’Amico di Mio Marito

Una moglie hotwife di 32 anni si fa scopare con gusto dall’amico del marito mentre sono bloccati dalla neve in un rifugio.

12 min read September 12, 2026New

Il vento urlava contro i muri di legno del rifugio come una bestia affamata, mentre la neve si accumulava già a metà delle finestre. Miriam, trentadue anni compiuti da poco, moglie e donna che sapeva esattamente cosa voleva dal proprio corpo, stava inginocchiata davanti al camino a soffiare sulla legna che stentava ad accendersi. Le guance le bruciavano dal freddo e dallo sforzo; i capelli castani le cadevano sugli occhi e la maglia di lana le si era alzata sulla schiena scoprendo un pezzo di pelle calda.

Dietro di lei, Emmett, trentotto anni, migliore amico di suo marito da più di quindici anni, sistemava le coperte sul divano troppo stretto per due adulti. Era alto, spalle larghe da chi aveva lavorato tutta la vita all’aperto, barba scura e mani grandi che sapevano di legna e freddo. Hassan, il marito di Miriam, era rimasto bloccato in città per una riunione che non poteva saltare; li aveva accompagnati fin lì il giorno prima, li aveva lasciati con un sorriso complice e poi la tormenta li aveva isolati sul serio.

Il telefono di Miriam vibrò proprio mentre la fiamma prendeva finalmente vigore. Tirò fuori lo schermo e lesse il messaggio di Hassan a voce alta, senza girarsi:

«Ragazzi, da qui non si muove un cazzo per almeno due giorni. Emmett, trattala bene. Miriam… se la situazione lo permette, divertiti. Sai che mi eccita saperti bagnata per lui. Mandami pure i dettagli dopo, se ti va. Ti amo.»

Il silenzio che seguì fu denso come la neve fuori. Emmett smise di sistemare le coperte. Miriam sentì il sangue salirle al collo e scenderle dritto tra le cosce. Si alzò lentamente, si voltò, e lo trovò che la guardava già con quegli occhi scuri, la mascella tesa.

«L’ha scritto nero su bianco», mormorò lei, la voce un filo più roca del solito. «Il mio marito ti ha appena dato il permesso di scoparmi.»

Emmett traccheggiò un passo. «Miriam…»

«Non fare il santo adesso.» Lei si avvicinò al camino, si sedette sul tappeto di pelle di pecora, le gambe raccolte di lato, la gonna di lana che le saliva sulle cosce morbide. «Vieni qui. Fa un freddo cane e tu stai lì impalato come se non avessi appena letto quella cosa.»

Lui si avvicinò, si accucciò di fronte a lei. Il calore del fuoco gli faceva luccicare la fronte. Miriam gli porse la bottiglia di grappa che avevano trovato nella credenza; le loro dita si sfiorarono e restarono un secondo di troppo.

«Mi hai sempre guardata», disse lei senza giri di parole. «Alle cene, alle gite, quando Hassan usciva a prendere il vino. Ti ho beccato a fissarmi il culo almeno venti volte.»

Emmett bevve un sorso lungo, poi la fissò dritto. «Non ti ho solo guardata. Ti ho desiderata. Da anni. Quel corpo… cazzo, Miriam, hai le tette che sembrano fatte apposta per essere prese a morsi e un culo che mi fa venire il cazzo duro solo a pensare di spingerlo dentro mentre mi guardi. Hassan lo sapeva. Una sera mi ha detto che se mai l’occasione si fosse presentata, e se tu avessi voluto, non avrebbe detto di no. Anzi. Gli piace l’idea.»

Miriam sentì la figa contrarsi. La mutandina era già umida; lo sapeva perché ogni volta che muoveva le cosce la sentiva attaccata alla carne. «E io», ammise, sporgendosi un poco, «mi bagno ogni volta che ci penso. Mi tocco nel letto mentre Hassan dorme e mi immagino te che mi tieni ferma e mi usi. L’amico di mio marito che mi scopa come una troia di lusso con il suo permesso. Mi viene solo a dirtelo.»

Emmett posò la bottiglia. La sua mano grande andò a posarsi sul ginocchio di lei, sopra la lana, e salì lentamente lungo la coscia. Miriam non lo fermò. Anzi, divaricò appena le gambe, abbastanza da fargli capire che poteva continuare.

«Sei già bagnata adesso?», chiese lui, la voce bassa, rauca.

«Infilaci le dita e controlla.»

Lui non se lo fece ripetere. Le dita scivolarono sotto la gonna, trovarono il bordo della mutandina di cotone già scura di umidità, e la spostarono di lato. Due dita spesse sfiorarono le labbra gonfie, poi si spinsero tra di esse. Miriam emise un suono grosso, gutturale, e si afferrò al polso di lui.

«Gesù Cristo… sei un fiume», borbottò Emmett. Le dita entrarono fino alla nocca, si piegarono, uscirono lucide. Se le portò alla bocca e le leccò guardandola negli occhi. «Sapore di moglie che vuole farsi fottere.»

Miriam si alzò sulle ginocchia, gli prese la faccia tra le mani e lo baciò. Non fu un bacio dolce. Fu lingua, denti, respiro caldo di grappa e fame. Emmett la tirò contro di sé; lei sentì il cazzo duro premere contro la pancia attraverso i pantaloni. Era grosso, lo sentiva già dalla forma. Le mani di lui scesero sul culo, lo strettero forte, le dita conficcate nella carne morbida.

«Togliti la maglia», ordinò lei contro la sua bocca. «Voglio vederti.»

Emmett si sfilò la maglia di lana in un gesto solo. Il torace era peloso, muscoloso, cicatrice sottile sul fianco. Miriam gli passò le unghie sul petto, gli pizzicò un capezzolo, poi abbassò lo sguardo al cinturone. Gli sganciò la fibbia, aprì i bottoni, calò la cerniera. Il cazzo le saltò fuori pesante, venato, già lucido in punta. Miriam lo avvolse con la mano destra e lo strinse, tirando la pelle all’indietro.

«Cazzo…», soffiò. «Hassan mi aveva detto che eri dotato, ma così…» Lo pompò piano, sentendo le vene sotto le dita. «Voglio questo dentro. Voglio che mi usi.»

Emmett le afferrò i capelli sulla nuca e la costrinse a guardarlo. «Dillo per bene. Come lo vuoi.»

Miriam gli soffiò contro le labbra, la mano che non smetteva di lavorare il cazzo duro: «Voglio essere la troia del migliore amico di mio marito. Voglio che mi scopi sul tappeto, contro il muro, sul tavolo se ti va. Voglio che mi chiami puttana mentre mi riempi. Hassan lo sa. Hassan lo vuole. E io sono già gocciolante solo a dirlo.»

Lui la baciò di nuovo, più duro, e la stese sul tappeto. Le alzò la gonna fino alla vita, le strappò quasi le mutandine scendendole lungo le cosce. Miriam aprì le gambe senza pudore, le ginocchia piegate, la figa rosata e lucida esposta al calore del fuoco e allo sguardo di Emmett. Lui si chinò, le leccò tutta la fessura con un colpo di lingua largo, poi le succhiò il clitoride fino a farla inarcare la schiena e gemere forte.

«Emmett… cazzo, così…»

Lui alzò la testa, la bocca lucida. «Ancora non ti scopro. Prima voglio sentirti mendicare.» Le dita tornarono dentro, tre stavolta, e la scoparono piano mentre il pollice le stropicciava il clit. Miriam si mosse contro la sua mano, i seni che ballavano ancora imprigionati nella maglia. Se la sfilò da sola, poi si sganciò il reggiseno. Le tette pesanti, i capezzoli scuri già duri, caddero libere. Emmett ci si buttò sopra con la bocca, ne prese uno tra i denti e lo tirò mentre le dita continuavano a farla squelchare.

«Dirai tutto a Hassan?», chiese lui tra un morso e l’altro. «Gli racconterai come ti ho allargata con le dita prima di metterti il cazzo?»

«Sì… gli manderò anche le foto se vuoi… ah, merda, più a fondo…»

Emmett le uscì dalle dita, si alzò sulle ginocchia tra le sue gambe e si fregò il glande sulle labbra bagnate, su e giù, senza entrare. Miriam si contorse, cercò di spingersi verso di lui, ma lui le tenne i fianchi fermi.

«Chiedilo», disse. «Chiedimi di usarti.»

Miriam lo guardò con gli occhi lucidi di lussuria, le labbra gonfie dal bacio. La voce le uscì roca, quasi un ringhio:

«Usami. Usami come la troia del mio marito. Infilami quel cazzo e scopami finché non respiro più. Sono tua stasera. Fatta apposta per farti venire con il permesso di Hassan. Dai, Emmett… fottemi.»

Lui sorrise, lento, predatore, e spinse solo la testa dentro. Miriam gridò un «ah!» acuto; era larga ma lui era spesso e sentiva ogni centimetro che la apriva. Emmett entrò ancora un pezzo, si ritirò, risospinse più a fondo. Le mani di Miriam gli si piantarono nei glutei, cercando di tirarlo tutto dentro.

Fuori la tormenta batteva più forte. Dentro, il camino scoppiettava e l’aria odorava di sesso e legna bruciata. Emmett era a metà, duro come pietra, e Miriam già lo sentiva pulsare contro le sue pareti. Lui si chinò sul suo corpo, le prese un seno in mano e le parlò all’orecchio mentre le dava un’altra spinta lunga e lenta:

«Questa è solo l’inizio. Stanotte ti faccio venire sulla mia faccia, sul mio cazzo, e poi ti metto a pecora e ti riempio finché non cola. E tu dirai grazie all’amico di tuo marito. Capito, troia?»

Miriam annuì fremente, le unghie nella sua schiena, il bacino che si muoveva già incontro a lui cercando di ingoiarlo tutto. Il cazzo di Emmett era quasi tutto dentro, caldo, che le sfiorava il punto giusto a ogni millimetro. Hassan l’aveva autorizzata. Lei l’aveva chiesto. E adesso, bloccata dalla neve in quel rifugio, stava per farsi scopare sul serio dall’uomo che aveva desiderato per anni.

Emmett si ritirò quasi del tutto, lasciando solo il glande a stirarle l’ingresso, e la guardò negli occhi aspettando la prossima parola sporca che le sarebbe uscita di bocca.

Emmett restava fermo, solo il glande a tenerla aperta, lo sguardo fisso nel suo. Miriam ansimava, le cosce che le tremavano, la figa che si contraeva a vuoto cercando di risucchiarselo dentro.

«Fottimi fino in fondo», ringhiò lei, la voce spezzata. «Riempimi come la puttana che sono. Fallo adesso.»

Lui spinse con un colpo secco e lungo. Il cazzo spesso le aprì le pareti fino in fondo, le palle le sbatterono contro il culo. Miriam gridò, un suono grosso che le uscì dalla gola mentre la schiena si inarcava sul tappeto di pelle. Emmett restò conficcato un secondo, pulsando, poi cominciò a scoparla sul serio: spinte profonde, ritmiche, che facevano oscillare le sue tette e le facevano battere i denti.

«Così… cazzo, così…», gemette lei, le unghie conficcate nei suoi glutei. «Sento tutto. Sei enorme. Hassan… cazzo, se sapesse quanto mi stai allargando…»

Emmett le afferrò i fianchi e accelerò. Il suono bagnato della figa che lo ingoiava riempiva il rifugio insieme allo scoppiettio del fuoco. Fuori il vento urlava ancora, ma dentro c’era solo il caldo dei loro corpi e l’odore di sesso. Lui si ritrasse quasi del tutto, poi la voltò di scatto.

«In ginocchio», ordinò, la voce rauca. «Adesso mi succhi.»

Miriam non esitò. Si mise a quattro zampe, poi si sedette sui talloni, il viso all’altezza del suo cazzo lucido dei suoi stessi succhi. Lo prese in mano, lo sentì pulsare, e lo portò alla bocca. Le labbra si chiusero sul glande, la lingua gli girò intorno leccando il sapore di figa e pre-sborra. Poi lo ingoiò con avidità, scendendo fin dove poteva, le guance scavate, la saliva che le cola giù dal mento.

Emmett le afferrò i capelli castani e le tenne la testa mentre lei succhiava con fame, bava e suoni schiocchianti. «Brava troia… succhia forte. Guarda come ti bagni le labbra col cazzo dell’amico di tuo marito.»

Miriam gemette intorno al membro, le vibrazioni gli fecero contrarre le cosce. Si sporse di più, lo prese in gola fin quasi a soffocare, poi risalì leccando le vene, la mano a pompare la base. Gli occhi alzati lo guardavano, lucidi, da moglie che stava godendo di ogni secondo di quella trasgressione autorizzata.

Lui la tirò su per i capelli. «Basta. Voglio farti venire sul tappeto.»

La fece girare di nuovo, a pecora, le spalle basse, il culo alto. Le mani grandi le afferrarono i fianchi e il cazzo le sprofondò dentro con un colpo solo. Miriam urlò di piacere, la faccia schiacciata contro la pelle di pecora. Emmett cominciò a scoparla da dietro con forza, le palle che le sbattevano contro la figa gonfia, le spinte così profonde da farle muovere tutto il corpo avanti e indietro.

Le strinse i capelli in un pugno e tirò la testa all’indietro. «Dillo. Chi sei?»

«La moglie puttana…», ansimò lei, la voce strozzata. «La moglie puttana di Hassan che si fa fottere dall’amico… ah, cazzo, più forte…»

Lui accelerò, i fianchi che battevano contro il suo culo morbido con schiaffi carnali. «Moglie puttana. È questo che sei. Una figa da usare mentre tuo marito sa tutto e si sega al pensiero.» Le diede uno schiaffo sulla natica che lasciò il segno rosso. Miriam gemette più forte, spingendo il bacino indietro per incontrarlo.

Emmett le lasciò i capelli, le mani scesero a stringerle le tette penzoloni, pizzicando i capezzoli duri mentre la cavalcava senza pietà. Il tappeto bruciava sotto le ginocchia di lei, il fuoco le scaldava un fianco, il cazzo le riempiva ogni millimetro. Sentiva il punto g battere a ogni spinta, il clitoride gonfio sfregare contro l’aria.

«Voglio vederti in faccia mentre ti vengo dentro», borbottò lui. La fece girare di nuovo, la stese sulla schiena, le afferrò le caviglie e le portò le gambe sulle spalle. La figa aperta, lucida, già arrossata dalle penetrazioni precedenti. Emmett si posò sopra, il cazzo che le rientrò fino in fondo con un gemito di entrambi.

La posizione la apriva completamente. Lui la fotteva profondo, le cosce di lei piegate contro il torace, il bacino che martellava. Le mani libere le schiaffeggiarono le tette, colpi secchi che facevano ballare la carne e le tiravano i capezzoli. Miriam gridava a ogni botta, a ogni schiaffo, le unghie sulla sua schiena.

«Sì… picchiale… sono tue… cazzo Emmett, mi fai venire… mi fai venire da puttana…»

Lui le diede un altro schiaffo sul seno destro, poi sul sinistro, e accelerò le spinte. «Vieni. Vieni sul cazzo dell’amico di tuo marito. Strizzami tutto.»

Miriam si ruppe. L’orgasmo le esplose dal basso ventre come una scarica, la figa che si contrasse a ondate violente intorno al membro grosso, i fluidi che schizzavano a ogni spinta. Urlò il suo nome, il nome di Hassan, parole rotte di piacere mentre le gambe le tremavano sulle spalle di lui. Emmett non si fermò: la scopò attraverso l’orgasmo, allungandolo, facendola venire di nuovo a ondate finché anche lui perse il controllo.

Con un ruggito basso le piantò il cazzo fino in fondo e venne. Getti caldi e spessi le riempirono la figa, pulsando a lungo, mentre lui le schiaffeggiava ancora le tette e le teneva le gambe aperte. Miriam sentì ogni scarica, calda, abbondante, che le colava già lungo le natiche mentre lui continuava a spingere piano per svuotarsi del tutto.

Restarono così, ansimanti, sudati, il cazzo ancora dentro che pulsava gli ultimi residui. Emmett le abbassò lentamente le gambe, si chinò e la baciò. Non fu più fame. Fu tenerezza complice, labbra morbide, lingue che si sfioravano, il sapore di grappa e sesso mescolato al respiro corto. Miriam gli accarezzò la barba, gli occhi chiusi, il corpo ancora scosso da scosse residue.

Si staccarono. Emmett si ritirò piano; la sborra gli uscì dalla figa aperta in un filo denso che le scese sulla coscia. Miriam restò distesa un momento, le gambe divaricate, il sorriso sazio, i segni rossi già visibili sul collo dove lui l’aveva morsa e sulla pelle delle tette dove l’aveva schiaffeggiata.

Prese il telefono con mano tremante. Inquadrò il collo segnato, il sorriso soddisfatta, un pezzo di seno ancora rosso. Scattò la foto e la mandò a Hassan con il messaggio: «Grazie per avermi lasciato giocare, amore.»

Emmett la guardò, si stese accanto a lei sul tappeto e la tirò contro il petto peloso. Le braccia la circondarono, il calore del suo corpo più forte di quello del camino. Le baciò la tempia.

«La tormenta non è ancora finita», mormorò contro i suoi capelli. «Prima dell’alba ti riempio di nuovo. Ti metto a cavalcarmi e ti faccio venire finché non riesci più a camminare. E poi gli mandiamo pure il video, se vuoi.»

Miriam sorrise contro il suo torace, le dita che gli accarezzavano i peli. «Va bene. Sono tua fino a quando la neve non scioglie. Tutta tua.»

Il fuoco scoppiettò piano. Il vento fuori si era un poco calmato, ma la neve continuava a cadere fitta contro i vetri. Loro restarono abbracciati sul tappeto, nudi, sudati, la sborra di lui che le colava ancora tra le cosce, i respiri che si allineavano lenti.

Nessuno parlò più.

Il silenzio riempì il rifugio.

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