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Il Silenzio del Timido Amico nel Locker del Golf

Marco, 42 anni, guarda in silenzio dal locker mentre la moglie Giulia, 38 anni, si fa scopare duro dal suo amico Luca, 45 anni, nel country club.

12 min read October 02, 2026New

Il country club di golf affacciato sulle colline stava già scivolando nel torpore del tardo pomeriggio quando Marco, commercialista di quarantadue anni, timido fino al midollo e abituato a parlare più con i bilanci che con le persone, si chiuse nell’armadietto degli spogliatoi maschili. Aveva giocato male, come sempre. Luca, l’istruttore di golf di quarantacinque anni, amico da anni e corpo scolpito da ore sul driving range, gli aveva rifilato una lezione senza pietà: spalle larghe, avambracci cordati, la camicia polo tesa sul petto. Giulia, la moglie di Marco, agente immobiliare di trentotto anni con le gambe lunghe e il seno ancora sodo sotto l’abito estivo leggero, aveva riso troppo forte a ogni battuta di Luca. Quel riso restava conficcato nelle orecchie di Marco mentre si asciugava di fretta, lasciando lo sportello dell’armadietto socchiuso quanto bastava per vedere senza essere visto.

Dall’altra parte, oltre la porta a battente che separava le zone, sentì le voci. Giulia non era andata negli spogliatoi femminili. Era entrata di proposito nel lato maschile, come se il divieto non esistesse per lei. Luca rideva basso, quella risata da maschio sicuro. Marco si bloccò, asciugamano ancora in mano, e guardò attraverso la fessura.

Giulia si era appoggiata al muro di piastrelle, i capelli scuri ancora umidi di sudore leggero, la maglietta polo sbottonata di un bottone di troppo. Luca stava di fronte a lei, torace nudo lucido, i pantaloni della tuta da golf allacciati appena sopra l’inguine. Lei gli passò un dito sul petto.

«Hai un odore di uomo vero», mormorò Giulia, voce rauca. «Non come certe persone che conosco.»

Marco sentì lo stomaco chiudersi. Gelosia e qualcosa di più umiliante, più caldo, gli scesero dritti tra le gambe. Non riuscì a muoversi. Rimase lì, dietro lo sportello socchiuso, il cuore che martellava contro le costole.

Luca non rispose subito. Prese il mento di lei tra due dita e la costrinse a sollevare lo sguardo.

«Di’ pure, Giulia. Di’ quello che pensi davvero.»

Lei si strinse contro di lui, le tette premute sul petto largo dell’istruttore. «Sono stanca, Luca. Stanca di scopate tenere, di scuse, di cinque minuti e poi buonanotte. Voglio un cazzo che mi riempia. Voglio un uomo che mi prenda senza chiedere permesso.»

Marco trattenne il respiro. Il suo uccello, traditore, cominciò a indurirsi contro l’asciugamano. Guardava le labbra di Giulia muoversi, quelle stesse labbra che a casa lo baciavano con dolcezza, e ora sussurravano cose che lo facevano bruciare di vergogna.

Luca la baciò. Non un bacio leggero: la schiacciò contro gli armadietti metallici con un tonfo sordo, la lingua dentro la bocca di lei, una mano che le stringeva un fianco e l’altra che le scendeva sul culo. Giulia gemette nel bacio, le dita che scivolavano già sotto la fascia dei pantaloni di Luca, cercando. Trovarono. Marco vide il movimento del polso di lei, lento e deciso, mentre accarezzava il cazzo che si induriva sotto la stoffa.

«Cazzo, sei già duro», mormorò Giulia, staccandosi appena dalle labbra di Luca. «Così grosso… Marco non è mai così.»

Dal suo nascondiglio Marco sentì le parole come una frustata. Eppure il suo pene pulsava, dritto, umiliato e eccitato nello stesso istante. Non interveniva. Non poteva. Il corpo gli diceva di restare fermo e di guardare.

Luca le abbassò la cerniera dei pantaloni da golf di lei, le fece scivolare giù le mutandine sportive bagnate già all’inguine. Le dita di lui sparirono tra le cosce di Giulia; il suono umido e schiocante riempì lo spogliatoio vuoto. Lei aprì le gambe, appoggiò una spalla agli armadietti e si lasciò toccare.

«Qui. Voglio che mi scopi qui», disse Giulia a voce alta, abbastanza alta perché Marco la sentisse chiara. Poi girò la testa e lo fissò dritto negli occhi attraverso la fessura dello sportello. Sapeva che lui c’era. Lo aveva saputo da quando era entrata. «Marco. Voglio che Luca mi fotte proprio qui, adesso. Davanti a te.»

Marco uscì di un passo, tremante, l’asciugamano ancora stretto in mano e l’erezione evidente. La faccia bruciava. Annuì. Un cenno piccolo, disperato, pieno di voglia e di sconfitta.

«Sì», riuscì a dire, voce spezzata. «Fallo. Scopala.»

Luca sorrise di lato, lo sguardo di chi ha già vinto. «Bravo cuckold. Resta lì e impara.»

Piegarò Giulia in avanti contro il banco degli armadietti. Le alzò il culo, le aperse le cosce con un ginocchio. Il cazzo di Luca, grosso, venato, già lucido di precome, premette contro la figa gonfia e bagnata di lei. Spinse. Entrò tutto d’un colpo, un colpo secco e profondo che fece gemere Giulia a bocca aperta.

«Ahh— cazzo, sì… vero maschio… così…»

Luca la scopò da dietro in piedi, mani che le stringevano i fianchi, bacino che batteva contro il culo di lei con schiaffi umidi e rumorosi. Ogni spinta faceva tintinnare leggermente le porte metalliche degli armadietti. Giulia teneva la fronte piegata sul banco, i seni che dondolavano fuori dalla maglietta alzata, e ogni tanto alzava gli occhi verso Marco per fargli vedere la bocca aperta, le guance rosse, il piacere scritto in faccia.

«Più forte», ansimò. «Riempimi come lui non sa fare.»

Luca accelerò. Poi la girò di scatto, la sollevò con un solo braccio sotto il culo come se non pesasse nulla, e la spinsse con la schiena al muro. La fotteva in sospensione, le gambe di Giulia avvolte ai fianchi di lui, il cazzo che spariva e riemergeva lucido dai suoi succhi. Lei urlò, un urlo di piacere crudo che rimbalzò sulle piastrelle.

«Marco», ordinò Luca senza nemmeno guardarlo, voce bassa e dominante. «Avvicinati. Guardami il cazzo che entra e esce dalla figa di tua moglie. Guarda come la riempio come tu non sai fare, cuckold. Vedi com’è stretta quando è un vero uomo a aprirla?»

Marco obbedì. Si avvicinò di due passi, l’erezione dolorosa contro l’asciugamano, le ginocchia molli. Vide tutto: il glande di Luca che usciva lucido, le labbra gonfie della figa di Giulia che si aggrappavano al fusto, il filo di liquido che gocciolava lungo le cosce di lei. L’odore di sesso era denso, animale. Giulia lo guardò mentre veniva scopata in aria, e sorrise, crudele e felice.

«Guardalo, amore», gemette lei. «Guarda che cazzo mi sta spaccando. Tu non arrivi neanche a toccarmi così in fondo.»

Luca la tenne sospesa ancora qualche spinta, poi la posò giù e le spinse le spalle verso il basso. «In ginocchio. Apri la bocca.»

Giulia obbedì subito, si inginocchiò sul pavimento freddo dello spogliatoio, le labbra già aperte, la lingua fuori. Luca se la prese per i capelli e le cacciò il cazzo in gola fino in fondo, due, tre spinte profonde, poi si ritrasse e le sparò addosso un carico spesso e abbondante. Sborra bianca le colpì la lingua, le labbra, il mento; lei la raccolse con la lingua e la tenne in mostra, occhi alzati verso Marco mentre deglutiva a fatica, un filo bianco che le scendeva ancora dall’angolo della bocca.

Luca non si allontanò. Tenendo ancora i capelli di Giulia in pugno, si chinò un poco verso Marco, il cazzo ancora semi-duro e lucido davanti alla faccia della moglie di lui.

«Non abbiamo finito, commercialista», disse con un sorriso basso. «Tua moglie ha ancora fame. E tu stai per capire esattamente che posto ti spetta mentre lei la prende di nuovo. Resta dove sei. Guarda. E non osare toccarti finché non te lo dico io.»

Giulia, ancora in ginocchio, le ginocchia aperte, la figa che gocciolava sul pavimento, alzò lo sguardo su Marco e passò la lingua sulle labbra sporche. Il silenzio dello spogliatoio era rotto solo dal respiro pesante di tutti e tre, e dal tintinnio lontano di qualcuno che chiudeva un armadietto lontano nel corridoio. La porta a battente restava socchiusa. Nessuno di loro si muoveva per andarsene.

Luca non gli diede tempo di riprendersi. Con la mano ancora avvolta nei capelli di Giulia lo costrinse a restare in ginocchio mentre si girava di tre quarti verso Marco, il cazzo ancora lucido di sborra e saliva che dondolava a pochi centimetri dal viso della moglie.

«Togliti l’asciugamano», ordinò. «Voglio vedere quanto sei piccolo mentre la tua donna mi lecca i coglioni.»

Marco obbedì con dita tremanti. L’asciugamano cadde sul pavimento freddo. Il suo uccello era rosso, duro, curve strette, già umido in punta, e sembrava ancora più insignificante accanto al membro di Luca che riprendeva a gonfiarsi sotto la lingua di Giulia. Lei lo prese in bocca senza esitare, succhiando forte, guance cave, facendo rumore umido e osceno apposta. Ogni tanto staccava le labbra, spitava un filo di saliva sul glande e alzava gli occhi verso il marito.

«Guarda, amore. Guarda come lo pulisco. Guarda quanto è grosso quando torna duro per me.»

Marco sentiva le ginocchia cedere. Il sangue gli pulsava nelle tempie e nel cazzo contemporaneamente. Non toccarsi era una tortura; le dita gli prudivano, ma l’ordine di Luca pesava più della voglia. Restò fermo, nudo, le mani lungo i fianchi, mentre Giulia ingoiava di nuovo fino alla radice e gorgogliava.

Luca tirò fuori il cazzo dalla bocca di lei con uno schiocco. «Alzati. Sul banco. A quattro zampe.»

Giulia si alzò in un movimento fluido, le cosce lucide di umidità e di residui di sborra. Si arrampicò sul lungo banco di legno davanti agli armadietti, ginocchia aperte, schiena inarcata, culo alto e presentato. Guardò indietro proprio mentre Luca le allargava le natiche con le due mani e le sputava in mezzo alla figa già gonfia.

«Marco, vicino. Davanti al suo viso. Voglio che lei ti guardi negli occhi mentre la apro.»

Marco si avvicinò finché il suo cazzo non fu a un palmo dalla bocca di Giulia. Lei non lo prese. Gli soffiò soltanto sopra, caldo, crudele, e sorrise.

«Non ti meriti la bocca adesso», mormorò. «Prima prenditi tutto questo.»

Luca entrò di nuovo con una spinta secca che fece rimbalzare le tette di Giulia sul legno. Il suono fu diverso da prima: più bagnato, più profondo, un tonfo carnale che riempiva lo spogliatoio a ogni colpo. Le palle di Luca sbattevano contro il clitoride di lei; le dita di lui lasciavano segni rossi sui fianchi. Giulia ansimava a bocca aperta contro l’aria calda davanti al cazzo del marito, senza toccarlo.

«Più forte— cazzo, sì, spaccami… Marco non arriva qui… non mi ha mai aperta così…»

Luca accelerò, il bacino che martellava senza pietà. «Diglielo meglio. Digli che sei una puttana solo per cazzi veri.»

«Sono una puttana», gemette Giulia, gli occhi fissi in quelli di Marco. «La tua puttana. Ma il cazzo che mi riempie è il suo. Senti com’è bagnata? Senti gli schiaffi? Ogni botta è un regalo che tu non sai darmi.»

Marco chiuse gli occhi un istante, poi li riaprì perché non poteva permettersi di perdere neanche un secondo. Vide il fusto grosso sparire intero, uscire lucido di bianco e di succhi, rientrare. Vide il buco di Giulia allargarsi e contrarsi intorno a quella carne. Vide una goccia di liquido spinto fuori cadere sul legno e scivolare verso il bordo.

Luca le afferrò i capelli e le sollevò il busto, obbligandola a restare inarcata mentre la scopava in piedi quasi dritta, una mano che le stringeva la gola con pressione leggera e sicura. L’altra mano scese e le sfregò il clitoride a cerchi rapidi.

«Vieni sulla mia mano», le ordinò. «Vieni forte. E guarda tuo marito mentre lo fai.»

Giulia scoppiò. Le cosce le tremarono, un grido acuto le uscì dalla gola stretta dalle dita di Luca, e un getto caldo le scese lungo le cosce, schizzando fino al polso dell’istruttore. Continuò a venire a ondate, il corpo scosso, la figa che succhiava il cazzo dentro di lei con spasmi visibili. Marco sentì il proprio precome filare giù lungo il fusto; non aveva il permesso di toccarsi e il dolore dolce dell’erezione negata gli annebbiava la vista.

Luca la tenne ferma finché gli spasmi non calarono, poi la spinse di nuovo in avanti e riprese a fotterla con colpi lunghi e pesanti, cacciando fuori l’aria dai polmoni di lei a ogni affondo.

«Adesso ti riempio», annunciò. «Ti riempio come un vero maschio e tuo marito resta a guardare il mio carico che cola.»

Giulia ansimò un sì rotto. Luca ruggì basso, si conficcò fino in fondo e sparò. Si vedeva dal modo in cui il bacino gli sobbalzò, dalle vene del collo, dal gemito gutturale. Sborra calda e densa riempì Giulia; quando lui si ritrasse piano, un filo spesso e bianco cominciò a uscire immediatamente, scendendo lungo le labbra gonfie, sul perineo, verso le cosce.

«In ginocchio di nuovo», disse Luca a Giulia. Poi a Marco, senza alzare la voce: «Tu. Lecca. Pulisci la figa di tua moglie. Ogni goccia. E non ti azzardare a venire mentre lo fai.»

Marco cadde in ginocchio come se le gambe non gli appartenessero più. L’odore lo colpì per primo: sesso, sborra maschile, il profumo di Giulia mescolato a quello di un altro uomo. Spinse la faccia tra le natiche aperte di lei e leccò. Il sapore era amaro e salato e familiare e estraneo insieme. La lingua gli entrò dentro la figa calda, ancora pulsante, e raccolse la sborra di Luca che continuava a colare. Giulia gemette e spinse indietro il culo contro la bocca del marito.

«Così… bravo cornuto… puliscimi… senti come mi ha riempito…»

Marco leccò più a fondo, succhiò, inghiottì. Il suo cazzo pulsava abbandonato tra le gambe, trascurato, umiliato. Luca stava in piedi accanto a loro, una mano che gli accarezzava i capelli di Giulia con possesso pigro, l’altra che gli stringeva la propria ancora semi-dura, facendola scorrere piano sotto gli occhi di Marco.

«Guarda che lavoro fai», disse Luca. «Sei bravo a pulire. Forse è l’unica cosa in cui sei bravo.»

Quando la figa di Giulia fu solo umida e arrossata, senza più fili bianchi evidenti, Luca la fece girare e la baciò in bocca, assaggiando se stesso e il marito insieme sulle labbra di lei. Poi distolse lo sguardo da Marco.

«Vestiti. Entrambi. Usciamo separati. Nessuno deve sapere niente… tranne noi tre.»

Giulia raccolse i pantaloni e le mutandine, se le tirò su senza lavarsi del tutto, lasciando che l’umidità le restasse addosso come un segreto. Si aggiustò la maglietta, si passò una mano sui capelli e si avvicinò a Marco, che si era rialzato con le ginocchia che gli dolevano e il cazzo ancora duro e ignorato.

Gli prese il viso tra le mani. Lo baciò. Un bacio lungo, lento, pieno del sapore di quello che aveva appena succhiato e leccato. Quando si staccò, gli sussurrò contro la bocca, abbastanza basso perché solo lui sentisse:

«Grazie.»

Luca era già quasi vestito, la polo tesa di nuovo sul petto, lo sguardo di chi ha finito un lavoro e si prepara ad andarsene. Aprì la porta a battente, controllò il corridoio, poi si voltò un’ultima volta.

«Stessa ora la prossima settimana, commercialista. Porta di nuovo la moglie. E stavolta forse ti lascio venire.»

Uscì. Il battente oscillò e si richiuso piano.

Marco e Giulia rimasero soli nello spogliatoio maschile, l’odore di sesso ancora denso, i battiti ancora alti. Lei gli sistemò la camicia con gesti da moglie affettuosa, gli allacciò i pantaloni sopra l’erezione che non aveva trovato sfogo, gli sorrise con tenerezza vera mescolata a qualcosa di più oscuro e satollo.

Camminarono fuori insieme, distanti un metro, volti composti da coppia qualunque che ha finito una partita di golf. Nessuno li fermò. Nessuno sapeva.

Solo quando furono in macchina, cinture allacciate, motore ancora spento, Giulia posò una mano sul ginocchio di Marco e parlò con voce normale, quasi leggera.

«Hai fatto tutto perfetto, amore. Esattamente come avevamo deciso ieri sera quando ti ho fatto firmare il messaggio per Luca.»

Marco restò in silenzio un secondo in più. Poi, per la prima volta da quando aveva aperto lo sportello dell’armadietto, sorrise davvero — piccolo, privato, completamente diverso dal volto del cornuto umiliato.

«Lo so», rispose. «Ed è per questo che la prossima volta gli dirò io quanto deve durare.»

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