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L'Ultima Volta tra i Geli del Fiore

L'Ultima Volta tra i Geli del Fiore Sergio, 42 anni, guarda la moglie Yara, 38 anni, farsi scopare selvaggiamente dal dominatore Callum

11 min read October 02, 2026New

Mi chiamo Sergio, ho quarantadue anni e sono sposato con Yara da quindici anni. Vi confesso, con la voce ancora tremante mentre scrivo queste righe, che tutto è cominciato come un gioco innocente tra noi due. Da anni, nelle notti fredde del nostro letto, io e lei sussurravamo fantasie sempre più spinte: lei mi raccontava di uomini più decisi, più dominanti, capaci di prenderla come io non ero mai riuscito a fare del tutto. Quelle parole mi umiliavano e mi eccitavano allo stesso tempo, fino a quando, una sera di sei mesi fa, Yara mi guardò negli occhi e disse: «Voglio provarlo davvero, almeno una volta. Ma solo se anche tu lo vuoi». Io, con il cuore che batteva fortissimo, acconsentii. Decidemmo che sarebbe stato con uno sconosciuto, in un luogo lontano, senza legami. E quel luogo fu il rifugio tra i geli del Fiore, un vecchio chalet di legno immerso nella neve alta delle Alpi, dove il vento ulula tutta la notte e il camino è l’unica fonte di calore.

Arrivammo tre giorni fa. Yara indossava un maglione di lana pesante che però non nascondeva le sue forme mature, i seni pieni da trentottenne che hanno allattato due figli e che ora sembravano ancora più invitanti sotto la luce calda della sala comune. Callum, la guida alpina di quarantacinque anni che gestiva le escursioni dal rifugio, ci accolse con quel suo sorriso sicuro, il corpo scolpito da anni passati a scalare pareti di ghiaccio, le spalle larghe e le mani grandi e callose. Lo notai subito: Yara lo guardò un secondo di troppo. Quella sera, mentre bevevamo vino caldo davanti al fuoco, lei cominciò a flirtare apertamente. Rideva alle sue storie di valanghe evitate per miracolo, gli sfiorava il ginocchio con le dita quando lui si chinava per attizzare il fuoco. Io sedevo in silenzio, il bicchiere stretto tra le mani, sentendo il cazzo che mi diventava duro dentro i pantaloni da sci. Confesso che in quel momento capii che non era più fantasia. Entrambi volevamo spingersi fino in fondo.

La tensione crebbe la sera successiva, dopo una giornata di neve fresca. Eravamo soli nel grande salone del rifugio, il vento che fischiava fuori dalle finestre ghiacciate. Callum si era seduto accanto a Yara sul divano di pelle, il suo braccio muscoloso appoggiato sullo schienale dietro di lei. Io ero di fronte, su una poltrona, fingendo di leggere un libro che non riuscivo a seguire. Lei indossava una gonna di lana pesante ma sotto, lo sapevo, aveva scelto delle mutandine di pizzo nere. Lo vidi quando si chinò in avanti: Callum le posò una mano sulla coscia, apertamente, e lei non la spostò. Anzi, aprì leggermente le gambe. I loro sguardi si incrociarono, carichi di una fame che non cercavano più di nascondere.

Yara si voltò verso di me, gli occhi lucidi di eccitazione. Si alzò, venne da me e si sedette sul bracciolo della mia poltrona. Mi sussurrò all’orecchio, il fiato caldo: «Sergio… sono così bagnata. Sento la figa che pulsa solo a guardarlo. Lui è così dominante, così maschio. Tu non sei mai riuscito a farmi sentire così posseduta». Le sue parole mi trafissero. Confesso che il mio cazzo diede un guizzo violento. Invece di arrabbiarmi, mi sentii umiliato in un modo bellissimo e perverso. «Hai ragione, amore», mormorai con voce roca. «Io non sono abbastanza per soddisfarti. Il mio cazzo è troppo piccolo, troppo debole. Lui ti merita. Lui ti può scopare come meriti». Lei sorrise, mi baciò leggermente sulle labbra e tornò da Callum, stavolta sedendosi direttamente sulle sue gambe. Lo baciò sul collo, mentre lui le stringeva il culo con quelle mani grandi. Poi lei si girò di nuovo verso di me, la voce bassa ma chiara: «Sergio… voglio che stanotte mi prenda. Voglio che mi scopi selvaggiamente davanti a te. Mi dai il permesso?».

Il mio cuore sembrava esplodere. Tremavo. «Sì», risposi con voce spezzata dal desiderio. «Prenditelo. Fatti scopare da lui».

Callum non perse tempo. Ci spostammo nella nostra stanza, quella con il grande letto di legno davanti al camino. La luce era calda, arancione, danzava sui loro corpi mentre si spogliavano. Yara si mise in ginocchio davanti a lui, nuda, i seni che ondeggiavano pesanti. Il cazzo di Callum era enorme, spesso, venoso, molto più grosso del mio. Lei lo guardò con vera adorazione, poi aprì la bocca e lo prese fino in gola in un colpo solo, succhiando con passione profonda, facendo rumori bagnati e osceni. Io sedevo su una sedia a un metro da loro, i pantaloni abbassati, il mio cazzo piccolo e duro in mano, ma senza toccarmi troppo. Confesso che vederla così, con le labbra tese intorno a quel grosso cazzo, la saliva che le colava sul mento, mi faceva impazzire di umiliazione e piacere.

Callum la sollevò, la buttò sul letto e le aprì le gambe in missionario. La penetrò con un colpo solo, profondo. Yara gridò, inarcando la schiena. «Guarda, Sergio», ansimò mentre lui cominciava a spingere forte. «Guarda quanto è più grosso. È così duro, mi riempie tutta… il tuo non arriva nemmeno a metà». Ogni spinta faceva tremare i suoi seni, il suono bagnato della sua figa che veniva martellata riempiva la stanza. Io guardavo, ipnotizzato, il suo viso distorto dal piacere che io non le avevo mai dato.

Poi Callum la girò. La mise a quattro zampe, proprio di fronte a me, e la prese in doggy style con forza brutale. Le tirò i capelli lunghi, facendole inarcare la schiena, e cominciò a fotterla come un animale. «Guarda il tuo cornuto inutile», ringhiò Callum, guardandomi negli occhi mentre la sbatteva. «Sta lì a guardare come un fallito mentre io ti possiedo. Cornuto inutile, non meriti questa figa». Yara venne per la prima volta urlando, il corpo scosso da spasmi violenti. «Sì! Scopami! Sono tua! Mi possiedi come meritavo!» gridò. Venne una seconda volta, poi una terza, le gambe che tremavano, la figa che schizzava umori sulle lenzuola. Io ero paralizzato, il cazzo che pulsava dolorosamente senza che lo toccassi.

Callum accelerò, grugnendo. Con un’ultima spinta profonda la riempì di una creampie abbondante, gemendo mentre scaricava getti caldi e densi dentro di lei. Io fui costretto ad avvicinarmi, inginocchiarmi accanto al letto, a guardare da pochi centimetri come il suo cazzo spesso pulsava, pompando l’ultima sborra nella figa aperta e rossa di mia moglie.

Callum si sfilò lentamente, il cazzo ancora mezzo duro e lucido. Si rivestì con calma, soddisfatto, guardandomi con un sorriso di superiorità. Yara, ancora ansimante, si girò verso di me. Mi baciò profondamente, la lingua che sapeva di lui, e poi mi spinse giù con dolcezza. «Leccami, amore. Leccami delicatamente mentre sono ancora piena del suo seme». Aprii la bocca e posai la lingua sulla sua figa gonfia, calda, stillante. Il sapore forte, salato, cremoso di Callum mi invase. Mentre succhiavo piano, sentendo la sua sborra colarmi sulla lingua, un’ondata di umiliazione profonda mi travolse. Non mi toccai neppure una volta. Il mio cazzo ebbe uno spasmo violento e venni, schizzando sul pavimento del rifugio, gemendo dentro la sua figa mentre leccavo l’ultima volta tra i geli del Fiore.

Ma mentre Yara mi accarezzava i capelli e Callum finiva di allacciarsi gli stivali, lei mi sussurrò all’orecchio, con voce ancora roca di piacere: «Questo non può essere l’ultima volta… vero, Sergio?». Il suo sguardo era ancora famelico. Fuori il vento ululava più forte, e io capii che la notte era appena cominciata.

Callum non si era ancora rivestito del tutto quando Yara, con il respiro ancora affannoso e il corpo lucido di sudore nonostante il freddo delle Alpi fuori dallo chalet, ripeté con voce roca e piena di desiderio: «Questo non può essere l’ultima volta… vero, Sergio?». Il suo sguardo era ancora famelico, le pupille dilatate dal piacere che le aveva dato quell’uomo. Fuori il vento ululava più forte, e io capii che la notte era appena cominciata.

Callum, la guida alpina di quarantacinque anni dal fisico possente scolpito da decenni di scalate su ghiaccio, rise di nuovo, una risata bassa e crudele che fece vibrare l’aria calda della stanza. Si tolse la camicia che aveva appena infilato e avanzò verso il letto, il cazzo ancora mezzo duro che dondolava pesante tra le cosce muscolose, lucido dei succhi di mia moglie. «Ultima volta un cazzo, troia. Tuo marito Sergio, questo quarantaduenne inutile che ti sei tenuta per quindici anni, deve assistere mentre ti distruggo sul serio. Il suo cazzetto ridicolo non ti ha mai posseduta come meriti, e stanotte lo capirà fino in fondo. Inginocchiati, Yara. Succhiamelo di nuovo finché non diventa una barra di ferro.»

Yara, trentottenne con i seni pesanti che avevano allattato due figli, scese dal letto senza esitare. Si mise in ginocchio sul pavimento di legno grezzo, proprio davanti al camino crepitante, e afferrò quel cazzo spesso con entrambe le mani. Lo guardò con vera adorazione, leccò la cappella larga raccogliendo i residui cremosi della prima scopata, poi aprì la bocca e lo ingoiò fino in gola in un colpo solo. I rumori erano osceni: gorgoglii bagnati, conati profondi, saliva densa che le colava sul mento, sul collo e tra i seni oscillanti. Callum le afferrò la testa con quelle mani callose e cominciò a spingere, usandola come un buco senza riguardo. «Così, puttana. Succhia il cazzo che ti ha appena riempito. Fai vedere al cornuto come si adora un maschio vero.» Io sedevo a un metro da loro, i pantaloni abbassati, il mio cazzo piccolo e duro stretto nel pugno. Confesso che ogni spinta nella gola di mia moglie mi trafiggeva l’anima di umiliazione e mi faceva pulsare le palle dolorosamente. Quindici anni di matrimonio ridotti a questo: io che guardavo le sue labbra tese intorno a quel mostro venoso, sapendo che io non l’avevo mai fatta bagnare così.

Dopo lunghi minuti di quel pompino brutale, Callum la tirò su per i capelli, la gettò sul letto a pancia in su e mi fece un cenno secco. «Tu, cornuto di merda, prendi le sue caviglie e tienile spalancate. Voglio che tu abbia il naso a dieci centimetri mentre le sfondo di nuovo la figa.» Tremando mi alzai e afferrai le caviglie di Yara, tirandole indietro fino a piegarla in due. La sua figa era un disastro: gonfia, rossa, ancora spalancata, con rivoli densi di sborra precedente che colavano fuori tra le grandi labbra lucide. Callum strofinò la cappella su quel casino e affondò con un colpo solo, fino alle palle. Yara inarcò la schiena e urlò, un suono rauco di pura soddisfazione animale. «Sì! Così, cazzo! Mi arrivi dove Sergio non è mai arrivato! Guarda, marito mio, guarda come mi riempie tutta! Il tuo cazzetto floscio non tocca nemmeno la metà!»

Le spinte erano selvagge, ritmiche, violente. Ogni impatto faceva tremare i seni di Yara come onde di carne matura, i capezzoli duri che tagliavano l’aria. Il suono bagnato della sua figa martellata riempiva la stanza, mescolato al crepitio del fuoco e al vento che ululava fuori dalle finestre ghiacciate. Schizzi di umori misti a sborra mi colpivano le mani e il viso mentre tenevo le gambe di mia moglie aperte per lui. Callum grugniva senza sosta: «Questa figa è rovinata per te, Sergio. Ormai è solo un buco per il mio cazzo. Tu sei solo il guardone con il pisellino da bambino. Masturbati pure, ma non venire finché non te lo dico io, fallito.» Yara venne per prima, un orgasmo violento che la fece squirtare sulla mia faccia, il corpo scosso da spasmi mentre gridava: «Sto venendo sul cazzo vero! Tu non mi hai mai fatta schizzare così, Sergio! Sei inutile!» Confesso che quelle parole mi distrussero e mi eccitarono oltre ogni limite; venni anch’io senza quasi toccarmi, un fiotto debole e patetico che schizzò sul pavimento mentre leccavo istintivamente gli umori che mi erano finiti sulle labbra.

Callum non rallentò. La girò di lato, una gamba alzata alta, e continuò a fotterla con rabbia crescente, schiaffeggiandole il culo e i seni a ogni affondo. Poi la mise a cavalcioni inversa, proprio di fronte a me. Yara si abbassò sul cazzo enorme, la schiena contro il petto di lui, e cominciò a rimbalzare come una posseduta. I suoi seni maturi ballavano su e giù in modo ipnotico, schiaffeggiandosi tra loro, mentre la pancia le si gonfiava visibilmente a ogni discesa. «Vedi, Sergio? Vedi come mi spinge fuori la pancia? È così grosso che mi sta riorganizzando le budella! Il tuo non mi ha mai fatto questo!» Io ero ipnotizzato, il naso quasi contro il punto di penetrazione, vedendo le sue labbra vaginali tese al massimo intorno alla base spessa, i succhi che colavano copiosi sulle palle di Callum e sul letto. Lui le torceva i capezzoli, le mordeva il collo, la chiamava troia, puttana da rifugio, moglie di un cornuto nato per pulire.

L’escalation arrivò quando la tirò via e ringhiò: «Ora il culo, Yara. Ma prima il tuo maritino ti prepara il buco come merita un leccaculo come lui. Sergio, separa quelle natiche e infilaci la lingua dentro. Lecca il culo di tua moglie finché non è bagnato fradicio per il mio cazzo.» Il cuore mi esplodeva nel petto. Mi chinai, aprii le natiche sode di Yara e posai la lingua sul suo ano ancora stretto. Lo leccai in cerchi lenti, poi spinsi dentro, sentendo il sapore muschiato e intimo mentre lei gemeva di piacere perverso. «Più dentro, Sergio! Leccami il buco del culo come il servo che sei! Preparalo per un cazzo vero!» Confesso che leccare il culo di mia moglie davanti all’uomo che l’aveva appena riempita mi fece sentire l’essere più patetico sulla terra, eppure il mio cazzo piccolo tornò duro come mai.

Dopo minuti di quel servizio degradante Callum mi spinse via con un piede e posizionò la cappella contro l’ano lucido di saliva. Spinse senza pietà. Yara urlò, un grido lungo e gutturale mentre il grosso glande forzava l’anello muscolare ed entrava fino in fondo. «Cazzo, mi stai spaccando il culo! È enorme, mi dilata da morire! Non fermarti, scopami il retto!» Callum cominciò a pompare come un animale, spinte brutali che facevano tremare tutto il letto. Il culo di Yara si allargava oscenamente intorno al suo cazzo, un cerchio rosso teso che ingoiava ogni centimetro. Lei veniva in continuazione, squirting dalla figa vuota mentre il suo ano si contraeva spasmodicamente. «Sono la tua puttana anale! Sergio, guardami! Guardami mentre un vero maschio mi sfonda il buco dove tu non hai mai avuto le palle di entrare! Sei solo un cornuto lecca-ano!»

Io mi masturbavo furiosamente, gli occhi inchiodati su quel culo distrutto che veniva martellato senza sosta. Callum accelerò, le palle che sbattevano contro la figa bagnata di lei, i grugniti che diventavano ruggiti. Con un’ultima spinta bestiale scaricò tutto dentro, pompando getti densi e caldi nel profondo del suo intestino. Quando si sfilò, il buco rimase spalancato come una bocca oscena, un cratere pulsante da cui colava subito una cascata densa di sborra bianca e cremosa.

«Fine dei giochi, cornuto. Ora succhia. Infila la lingua in quel culo sfondato e bevi tutta la mia sborra direttamente dalla fonte, ingoia-sborra schifoso.» Yara, con voce roca e crudele, spinse la mia testa giù: «Fallo, Sergio. Succhia dal mio culo distrutto ogni goccia di sborra calda che ti ha sostituito, patetico lecca-culo.» Mi gettai sul suo ano spalancato, lingua dentro, succhiando e ingoiando fiotti densi di seme amaro e salato mescolato al sapore del suo retto, mentre il mio cazzo esplodeva per l’ultima volta sul pavimento in un orgasmo di pura umiliazione senza fine. E mentre deglutivo l’ultima ondata densa di quella sborra mista al sapore del suo culo sfondato, capii che ero solo un patetico ingoia-sborra dal culo di mia moglie.

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