Divorzio e Guantoni: La Vicina che Mi Ha Sfidata
Una divorziata di 38 anni e la personal trainer ventinovenne vicina si sfidano a boxe e finiscono a scoparsi come due puttane bagnate.
Sono Marisol, trentotto anni, e da tre giorni ho le carte del divorzio firmate sul tavolo della cucina come un pezzo di carne morta. Il matrimonio è finito, Sergio se n’è andato con la sua puttanella dell’ufficio, e io resto qui con le mani che tremano dalla voglia di spaccare qualcosa. La mia vicina di pianerottolo si chiama Kiara, ha ventinove anni, fa la personal trainer e ha un corpo scolpito come se lo avesse disegnato un dio perverso: spalle larghe, addome a tavoletta, tette sode che spingono contro i reggiseni sportivi e un culo tondo che fa venire voglia di morderlo. Ci salutiamo da mesi sull’ascensore, e ogni volta il suo sguardo mi passa addosso come una mano.
Quella sera bussa alla mia porta con i guantoni da boxe in mano e un sorriso da sfida. «Hai firmato, vero?» chiede senza preamboli. «Si vede dalla faccia. Vieni giù nel mio garage. Ti sfido a un incontro amatoriale. Se vinci, ti aiuto a sfogare tutta la rabbia di questo cazzo di divorzio — e ti assicuro che so come far uscire la rabbia dal corpo di una donna. Se perdi…» Si morde il labbro inferiore, gli occhi scuri che brillano. «Se perdi, sarai tu a dominarmi come vuoi. Come una puttana. Come ti pare.»
La guardo e sento il sangue salirmi tra le gambe. «Sei seria?» «Da morire. Metti qualcosa di comodo e scendi.»
Il garage di Kiara puzza di ferro, sudore vecchio e gomma. Ha montato un piccolo ring improvvisato con materassini e un sacco pesante che pende dal soffitto. Mi lancia un paio di guantoni rossi, leggeri, da sparring. Indossa solo leggings neri attillatissimi e un top sportivo grigio che le lascia la pancia scoperta; le chiavi dell’addome le brillano sotto la luce al neon. Io ho una canotta larga e pantaloncini da corsa; mi sento flaccida e rabbiosa al suo fianco, e lei lo sa.
«Riscaldamento prima,» ordina. «Non voglio spaccarti qualcosa per sbaglio… o forse sì.»
Iniziamo a saltare sulla corda. I nostri corpi si muovono a pochi centimetri. Ogni volta che lei gira, il suo culo sfiora quasi la mia coscia. Il sudore le scende tra le scapole in un rivolo lucido; lo guardo e mi bagnano le mutandine senza che io possa farci niente. Poi passiamo ai colpi sul sacco. Kiara si mette dietro di me per correggere la posizione. Le sue tette premono contro la mia schiena, le mani le guantate chiuse sulle mie. «Così,» sussurra all’orecchio, e il suo fiato caldo mi fa venire i brividi. «Spingi con i fianchi. Come se volessi fottere il sacco.»
Io colpisco e lei ride basso. Poi scambiamo: io dietro di lei. Le mie anche contro le sue. Sento il calore del suo culo contro il mio pube e per un secondo mi fermo, il cuore in gola. «Non mollare, divorziata,» dice lei senza voltarsi. «Se non tieni il ritmo ti metto a terra e ti faccio chiedere scusa colingua.»
I guantoni diventano presto un pretesto. Durante i clinch — quei momenti in cui ci aggrappiamo torace contro torace come due lottatrici — le sue cosce si aprono un attimo di troppo e il mio ginocchio finisce tra le sue gambe. Lei non indietreggia. Anzi, spinge il pube contro di me, e attraverso il tessuto sottile sento il calore umido della sua figa. «Ops,» mormora, ma i suoi occhi dicono altro.
Ci fermiamo per bere. Kiara si toglie i guantoni e si asciuga il sudore con l’avambraccio. Il top le è inzuppato; i capezzoli duri segnano il tessuto. Mi guardo le mani e confesso, a me stessa prima che a lei: da mesi, ogni volta che la vedo scendere a correre in reggiseno sportivo, mi bagno. Mi chiudo in bagno e mi tocco pensando a quelle tette, a quel culo, a come sarebbe spingere le dita dentro di lei mentre lei mi chiama puttana e mi ordina di leccare.
«Hai lo sguardo di chi sta già scopando nella testa,» dice Kiara. Si avvicina, mi toglie un guanto con calma, poi l’altro. Le sue dita sfiorano i miei polsi, il palmo, scendono a toccarmi il polso dove batte il sangue. «Sotto questi guantoni, Marisol… voglio sentire le tue dita dentro di me. Non i colpi. Le dita. Bagnate della mia fica. Da mesi ti guardo e mi chiedo quanto sei stretta, quanto sei arrabbiata, quanto saresti cattiva se ti dessi il permesso di usarmi.»
Il garage improvvisamente è troppo piccolo. Io la guardo dritta e le dico la verità che mi brucia la gola da settimane: «Ogni volta che ti vedo in quel cazzo di reggiseno sportivo mi si bagna tutto. Torno a casa, mi chiudo in camera e mi ficco due dita immaginando di avere la faccia conficcata tra le tue cosce. Ti desidero da mesi, Kiara. Da prima che Sergio firmasse. Ti guardavo e odiavo mio marito perché non eri tu.»
Lei fa un verso basso, quasi un ringhio contento. Si toglie il top con un gesto secco: le tette sode, capezzoli scuri e duri, gocce di sudore che scendono nel solco. «Allora diciamocelo chiaro,» fa, e mi prende la mano nuda, se la porta tra le gambe, sopra i leggings. Sotto il tessuto è già un pantano caldo. «Ci desideriamo. Io voglio che tu mi metta le dita in figa finché non squirt o non ti prego di smettere. Tu vuoi sfogare la rabbia del divorzio sul mio corpo. La sfida resta: sul ring decidiamo chi comanda stanotte. Ma qualunque cosa succeda…» Si preme più forte contro il mio palmo. «…dopo ci scopiamo come due puttane bagnate. D’accordo?»
«D’accordo,» riesco a dire, e la mia voce è roca. Le dita mi prudono. Le passo il pollice sulla fessura coperta e lei spalanca un attimo la bocca. «Ma non pensare che ti regalerò niente. Se perdo, ti domino per davvero. Ti lego i polsi con le fascette del sacco e ti faccio venire finché non piangi.»
Kiara ride, un suono sporco e felice. «Promesso. Ora rimetti i guantoni. Ancora tre round di sparring. Voglio vederti sudata, con le mutande appiccicata alla figa, prima di decidere chi di noi due finisce in ginocchio.»
Riprendiamo. I colpi adesso sono più lenti, più carichi. Ogni clinch è una scopatina vestita: petto contro petto, il suo pube che cerca il mio, le mie unghie — sotto il guanto — che le graffiano di sottecchi l’anca. Lei mi sussurra contro il collo, tra un gancio e una parata: «Senti come sono bagnata? Se continui a spingere così mi viene addosso ai leggings. Vuoi sentirmi venire mentre ci alleniamo, divorziata di merda?»
Io le mordo quasi la spalla, trattenuta solo dal guanto. «Smettila o ti stendo qui e ti sculo con le dita prima ancora di salire sul ring.»
«Fallo,» provoca. «Ti sfido.»
Ma non lo faccio. Non ancora. Il patto è chiaro e la tensione è un filo elettrico teso tra noi. Continuiamo a colpire, a sfiorarci, a respirarci in faccia l’alito caldo e il sudore salato. I miei pantaloncini sono un disastro: sento il tessuto scivolare contro la clitoride a ogni movimento. Kiara ha le guance rosse e gli occhi lucidi di lussuria pura. Quando ci separiamo per l’ultimo sorso d’acqua, mi guarda e dice piano: «Da mesi. Tutte e due. E stanotte finalmente smettiamo di far finta.»
Il ring ci aspetta, i guantoni ancora caldi, il garage pieno del nostro odore mescolato. Lei si rimette il top senza asciugarsi, i capezzoli che bucano il tessuto bagnato come un insulto. Io stringo i pugni e sento il cuore battermi dritto in figa. La sfida non è più solo boxe. È chi di noi due riuscirà a non cedere per prima, chi ordinerà e chi obbedirà, chi griderà più forte quando finalmente le dita — le mie o le sue — faranno quello che da mesi ci racconiamo solo a occhi chiusi.
Kiara alza i guantoni e mi fa cenno di salire. «Vieni, Marisol. Facciamo vedere chi comanda. E dopo… dopo ti faccio assaggiare quant’è dolce la fica di una vicina che ti ha aspettata con le cosce aperte per mesi interi.»
Salgo sul materassino. Le gambe mi tremano di rabbia, di voglia, di divorzio e di lei. Il primo colpo lo lascio partire dritto verso il suo guanto, e il suono secco che fa è solo l’inizio di tutto quello che ancora non abbiamo osato.
Salgo sul materassino e il primo contatto dei guantoni è un colpo secco che mi fa vibrare le ossa. Kiara para con facilità, gli occhi scuri già lucidi di quella stessa voglia che mi bagna le mutandine. Sparring vero, tre round come ha detto. Io ho trentotto anni e la rabbia del divorzio che mi brucia nelle braccia; lei ha ventinove anni, il corpo di una personal trainer che sa esattamente dove colpire per farmi arrabbiare di più.
Il primo round è puro clinch. Ci aggrappiamo, petto contro petto, il sudore che ci cola tra le tette. Il suo pube preme contro il mio a ogni spinta e io sento quanto è già fradicia sotto i leggings. «Spingi, divorziata,» ringhia contro il mio orecchio mentre mi tiene bloccata. Io le scarico un gancio al fianco, poi un altro, e quando lei indietreggia di mezzo passo le salto addosso di nuovo. Le mie cosce si aprono intorno a una delle sue; il ginocchio finisce dritto contro la sua figa e lei mugola, non di dolore.
Secondo round. Kiara diventa più cattiva. Mi prende un montante che mi fa scricchiolare i denti, poi mi spinge contro le corde improvvisate. Le sue tette sudate mi schiacciano il torace, i capezzoli duri che sento anche attraverso il top bagnato. «Sei bagnata come una troia, Marisol. Lo sento. Continua così e ti faccio venire prima ancora di toglierti i pantaloncini.» Io rispondo con un diretto al guanto, poi scivolo sotto la sua guardia e le afferro i fianchi. La ribalto di peso. Cadiamo entrambe sul materassino, lei sotto, io a cavalcioni. I guantoni diventano inutili: le mani le scappano ai miei polsi, io le blocco sopra la testa con il corpo. Il pube mi sfreccia contro il suo e il tessuto sottile è già scivoloso.
«Hai perso il ritmo, puttanella,» le sussurro. Lei ride, ansimante. «Ancora un round. Fammi vedere se sai davvero comandare.»
Terzo round. Non c’è più finzione. Ci colpiamo solo per avvicinarci, per stringerci, per sentire il calore umido che ci cola tra le gambe. A un certo punto lei tenta un clinch alto; io le scivolo via, le aggancio una gamba e la butto di nuovo a terra. Questa volta resto sopra. I guantoni me li strappo di scatto e lei fa lo stesso. Mani nude. Le mie dita le affondano nei capelli bagnati di sudore, le sue mi graffiano le cosce. «Ho vinto,» ansimo contro la sua bocca. «L’hai detto tu. Se vinco io, ti domino come una puttana.»
Kiara spalanca le cosce sotto di me, gli occhi neri di resa e di fame. «Allora usa questa puttana. Sono tua stanotte.»
Mi alzo in ginocchio sopra di lei. Mi sfilo i pantaloncini e le mutandine in un gesto solo; la figa mi schizza all’aria fresca del garage, già gonfia, le labbra scostate e lucide. Kiara non aspetta ordini. Si inginocchia tra le mie cosce aperte come se fosse il posto che le spetta da mesi. La lingua le esce calda e piatta e mi lecca tutta la fessura in un colpo solo, dalla rima fino al clitoride. Io le afferro la testa a due mani e la premo forte, le cosce che le chiudono le orecchie.
«Lecca, troia. Lecca tutta questa figa fradicia che si è bagnata solo per te.»
Lei lo fa con avidità da bestia. La lingua le si conficca dentro, le labbra le succhiano il clitoride gonfio, il naso le si schiaccia contro il mio pube. Sento i suoi denti che sfiorano, la saliva che si mescola al mio succo e le cola sul mento. Io tengo la sua testa premuta, dondolo i fianchi contro la sua faccia, le cosce che le tremano intorno. «Più a fondo. Mangiami tutta, cazzo. Da mesi ti guardavo e mi toccavo pensando a questa lingua.» Kiara mugola contro la mia carne; il suono vibra dritto sul clitoride e mi fa inarcare la schiena. Le dita le affondano nei miei glutei, mi tiene aperta mentre lecca, succhia, beve. Il garage puzza di figa e sudore. Io le premo ancora di più la faccia, quasi la soffoco tra le cosce, e lei non tira indietro: anzi, lecca più forte, più sporco, la lingua che mi scava dentro come se volesse arrivarmi in gola dal basso.
Quando sento il primo orgasmo salirmi dalle ginocchia la spingo via. «Basta. Non ancora. Adesso ti scopo io.»
Kiara si alza, le labbra lucide del mio gusto, e va dritta verso una borsa nera appoggiata al sacco pesante. Ne tira fuori lo strap-on: un cazzo di silicone spessissimo, nero, già fissato all’imbracatura. «Lo tenevo pronto,» dice con un sorriso da puttana. «Sapevo che avresti vinto. O che avrei voluto perdere.» Me lo allaccia lei stessa intorno ai fianchi, le dita esperte che stringono le fibbie contro la mia pelle sudata. Il peso del dildo mi batte contro la coscia. Lei si volta, si abbassa i leggings fino alle ginocchia e si mette a quattro zampe sul materassino, il culo tondo e lucido di sudore offerto. La figa le cola già lungo l’interno coscia.
Mi posiziono dietro di lei. Afferro i fianchi scolpiti, spingo la testa del cazzo finto contro le labbra gonfie e affondo tutto d’un colpo. Kiara urla, un suono gutturale che rimbalza sulle pareti di cemento. «Cazzo, Marisol—»
«Zitta e prendi, puttana bagnata.» Inizio a scoparla forte, doggy vero, le spinte lunghe e profonde che le fanno ondeggiare le tette sotto il corpo. Il suono è osceno: pelle contro pelle, il succhio umido della sua figa che ingoia il silicone a ogni colpo. Le slaccio il top da dietro e le tette le cascano libere; le afferro, le strizzo i capezzoli duri mentre continuo a spingere. «Sei una troia che si è fatta bagnare solo perché ti stavo guardando. Da mesi tenevi questo cazzo pronto per farmelo usare sul tuo buco. Dillo.»
«Sì—» ansima lei, spingendo il culo indietro contro di me. «Sì, sono la tua puttana bagnata. Scopami più forte. Usami. Sfoga tutta la rabbia di quel cazzo di marito su questa figa.»
Lo faccio. Le mani le scivolano sulle spalle, le premo la faccia sul materassino e le scopio il culo con colpi secchi, profondi, il dildo che le esce lucido dei suoi succhi ogni volta. Lei si masturba mentre la scopo, le dita che le girano sul clitoride. Io le do uno schiaffo sul gluteo, poi un altro, e lei geme più alto. «Ancora. Chiamami così. Dimmi quanto sono puttana.»
«Puttana bagnata. Figa da usare. Vicino di merda che si offre col culo all’aria appena una divorziata le vince sul ring.»
La scopo finché le cosce le tremano e il materassino sotto di lei è una pozza. Poi sfilo lo strap-on, lo butto da parte e mi butto sopra di lei. La faccio girare, le apro le gambe e mi ci ficco in mezzo: tribbing selvaggio, figa contro figa, clitoridi gonfi che si sfregano diretti. I nostri succhi si mescolano, scivolosi, caldi. Mi muovo come una pazza, i fianchi che digrignano contro i suoi, le labbra delle fighe che si baciano e si aprono. Kiara mi afferra i glutei e spinge contro di me con la stessa furia. «Così— così— strusciami il clitoride, divorziata di merda, fammi venire con la tua figa.»
Sfrechiamo più forte, più veloce, i clitoridi che si urtano a ogni oscillata. Il piacere mi sale come un pugno in gola. Lei inarca la schiena, io le mordo una tetta, e veniamo insieme. Gridiamo. La mia voce rauca e la sua acuta si confondono mentre i corpi ci scuotono a ondate, i succhi che ci schizzano sulle cosce, i muscoli che si contraggono uno contro l’altro finché non crolliamo intrecciate, ansimanti, la figa di ciascuna ancora pulsante contro quella dell’altra.
Restiamo così, esauste, gambe aggrovigliate, il sudore che ci cola tra i seni. Kiara mi cerca la bocca e mi bacia piano, le labbra ancora saporite di me. Le dita mi accarezzano la guancia con una tenerezza che non c’entra niente con lo strap-on di due minuti fa. «Ogni giovedì sera,» mormora contro la mia bocca. «La sfida diventa appuntamento fisso. Guantoni, ring, e poi ci scopiamo come due puttane. Ti va?»
Sorride. Le mordo il labbro inferiore, forte abbastanza da farla gemere di nuovo, e rispondo a voce bassa, ancora roca di orgasmo: «La prossima volta sei tu che mi scopi. Col tuo giocattolo più grosso. Voglio sentirlo tutto mentre mi chiami puttana e mi fai venire piangendo. Da stasera questa roba tra noi è segreta e vorace. Solo nostra.»
Lei annuisce, mi bacia ancora, più lenta, e i nostri corpi restano avvinti sul materassino sudicio. Sto per dirle che forse dovremmo salire a casa mia, che il garage puzza troppo di sesso e che voglio ancora leccarle la figa prima di dormire, quando sento il rumore.
Passi leggeri sul pianerottolo sopra di noi. Poi la voce di Sergio, il mio ex, che chiama il mio nome dalla porta del mio appartamento, a due metri dal garage di Kiara: «Marisol? Sei lì? Ho dimenticato le chiavi dell’ufficio, apri un attimo.»
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