Scommessa Persa di Notte: Gli Offro il Culo sul Traghetto
Fiona, divorziata di 35 anni, paga la scommessa persa offrendo il culo al camionista Roman di 42 sul traghetto notturno.
Il traghetto per la Sicilia era già salpato da un pezzo quando Fiona, trentacinquenne divorziata che lavorava come commessa in un negozio di abbigliamento al porto, si accorse che Roman non l’avrebbe lasciata in pace. Quarantadue anni, camionista tosto, spalle larghe e mani grandi da chi guida per ore, le era rimasto appiccicato dopo la scommessa persa al bar del molo. Lei aveva scommesso di arrivare prima al check-in; lui aveva vinto e, tra risate complici e sguardi che già puzzavano di sesso, aveva preteso il pegno promesso. «Stasera mi dai il culo, Fiona. Come hai detto.» Lei aveva riso, arrossendo, ma non aveva rinunciato. Ora, nel corridoio freddo del ponte superiore, il rumore dei motori copriva tutto e la notte deserta li stringeva.
«Sei ancora sicura?» chiese Roman, appoggiato alla ringhiera, la sigaretta spenta tra le dita. Fiona strinse le cosce. Sotto la gonna corta sentiva già le mutandine umide.
«Sì. Ho perso. E… cazzo, Roman, da quando hai detto “culo” al bar non riesco a pensare ad altro.» La voce le uscì bassa, eccitata. Lui le si avvicinò, le prese il mento, la baciò con la lingua grossa e insistente. Lei rispose subito, le mani sul suo petto duro sotto la maglietta.
Mentre chiacchieravano sul ponte deserto, Fiona ammise, con le labbra ancora sul suo collo: «Sono bagnata solo a pensarci. A pagare il debito così.» Roman non perse tempo. La spinse contro la ringhiera fredda, di schiena al mare nero. La gonna le si alzò. Le dita callose le scivolarono sotto le mutandine, trovarono la figa già scivolosa. Le stuzzicò il clitoride con movimenti lenti e decisi, due dita che giravano e premevano, mentre il pollice le sfiorava l’ano, lo massaggiava in cerchi, lo sollecitava senza ancora entrare. Fiona ansimava, le cosce che tremavano, il culo che si spingeva indietro contro quella pressione.
«Roman… cazzo… così…» gemette. Lui le infilò un dito nell’ano, lento, mentre le altre dita le sfregavano la figa. Fiona si morse il labbro, gli occhi socchiusi. «Voglio sentirmi il tuo cazzo grosso nel culo. Subito. Non ce la faccio più a fingere.» Le parole uscirono esplicite, volute. Lui le baciò il collo, le dita che lavoravano più forte, dilatando l’anello stretto con pazienza grezza. Il desiderio li aveva già spinti oltre; non c’era più gioco, solo consenso caldo e urgente.
Si allontanarono dal ponte. Roman la trascinò verso una scala di servizio buia, stretta, dove le luci deboli non arrivavano. Lì, Fiona si abbassò gli slip, li lasciò scendere alle caviglie, si piegò in avanti aggrappandosi al corrimano metallico. Il culo sodo, liscio, leggermente aperto. Roman le sputò sull’ano, la saliva calda che scorreva sulla ruga. Due dita grosse la dilatarono, entrarono, la lavorarono finché lei gemette e spinse indietro. Poi sbottonò i jeans, tirò fuori il cazzo spesso, già duro, venato. Se lo strofinò tra le natiche, lo appoggiò all’entrata.
«Respira. Lo vuoi davvero?»
«Sì. Sfondami. Mettilo.»
Entrò. Lento all’inizio, la testa larga che apriva, poi centimetro dopo centimetro finché il grosso cazzo fu tutto dentro il culo di Fiona. Lei ansimò forte, una mano che scese a masturbarsi il clitoride, le dita veloci e bagnate. Roman cominciò a scoparla con spinte profonde e ritmiche, tenendole i fianchi. Il suono umido della penetrazione riempiva la scala. Passò dal doggy — lei piegata, culo in fuori — al culo-in-piedi contro il muro: la sollevò quasi, le gambe divaricate, e le piantò il cazzo fino in fondo mentre le schiaffeggiava il sedere, le natiche che arrossivano.
«Troia vogliosa del mio cazzo nel culo,» le soffiò all’orecchio, crudo. «Lo senti come ti allarga? Come ti riempie?»
«Sì… sfondami il buco… più forte… cavolo Roman, scopami il culo come una puttana…» Fiona lo supplicava tra gemiti, masturbandosi senza sosta, il piacere che saliva dal retto teso fino alla figa. Lui le diede schiaffi più secchi, cambiò angolo, spinse più a fondo. Il ritmo diventò pesante, carnale. Lei tremava, il culo che si contraeva intorno al cazzo grosso, la saliva e il sudore che li univa.
Roman accelerò, le mani che le aprivano le natiche per guardare dove spariva. «Prendi tutto. Sei stretta da Dio. La mia troia del traghetto.» Fiona urlò sommesso quando venne, le dita che sfregavano il clitoride mentre l’orgasmo le scuoteva le gambe e le faceva stringere il culo a pugno sul suo cazzo. Lui non si fermò: altre spinte profonde, poi un grugnito basso e le riempì il culo di sperma caldo, getti spessi che le restarono dentro, caldi e appiccicosi mentre continuava a muoversi piano, svuotandosi.
La tenne stretta dopo, il cazzo ancora conficcato, mentre lei tremava per l’orgasmo che non finiva. Fiona sentiva lo sperma scolare lentamente lungo la coscia. Si girò con fatica, ancora impalata a metà, lo baciò con passione, lingua e denti, le braccia intorno al collo. Il respiro corto contro la sua bocca.
«La prossima volta…» sussurrò, la voce roca e sorridente, gli occhi lucidi di piacere e di qualcosa che non era ancora finito, «sarà lei a vincere la…»
«sarà lei a vincere la scommessa. E allora, Roman, sarò io a infilarti le dita nel culo mentre ti sborro in faccia. Ma stasera… stasera il debito è tuo da riscuotere fino in fondo.»
Roman sorrise contro le sue labbra, il cazzo ancora duro a metà dentro di lei, lo sperma caldo che gli scivolava intorno al gambo. La tenne ferma un altro secondo, poi uscì piano. Fiona sentì il vuoto improvviso, il buco che pulsava, il liquido denso che le cola già sulla coscia interna. Le mutandine le pendevano ancora da una caviglia. Lui le raccolse, se le mise in tasca senza dire niente, e le riabbassò la gonna.
«Vieni. Non ho finito.»
La trascinò più in basso, verso il ponte auto, dove i camion stavano fermi in file scure e il rumore dei motori copriva ogni gemito. Nessuno in giro. Solo l’odore di gasolio, di mare e di sesso. Roman aprì la portiera del suo tir, la fece salire nella cabina. Sedile largo, odore di pelle vecchia e tabacco. Fiona non aspettò. Si tolse la maglietta, si slacciò il reggiseno, le tette pesanti che ballarono fuori. Aveva trentacinque anni, il corpo di una donna che aveva vissuto, divorziato, scopato poco e male per troppo tempo, e adesso voleva tutto.
Roman si sfilò i jeans, si sedette. Il cazzo era di nuovo turgido, lucido del suo sperma e della saliva. «Vieni qui. Cavalcami al contrario. Voglio vederti il culo mentre ti riempio di nuovo.»
Fiona obbedì. Si voltò, gli diede le spalle, si accovacciò sopra di lui. Con una mano si divaricò le natiche, con l’altra prese il cazzo grosso e se lo puntò contro l’ano già aperto, ancora molle e scivoloso. Calò. Lenta. Il glande entrò facile questa volta, poi l’asta intera sparì centimetro dopo centimetro finché le chiappe le si schiacciarono contro il bacino di lui. Un gemito grosso le uscì dalla gola.
«Cazzo… è ancora più grosso così…»
Roman le afferrò i fianchi, le dita che le affondavano nella carne. «Muoviti. Scopati il culo da sola. Voglio vederti lavorare.»
Lei cominciò. Su e giù. Lenta all’inizio, sentendo ogni vena, ogni spinta che le apriva il retto. Poi più veloce. Le tette che ballavano, i capezzoli duri. Si toccò la figa, due dita dentro, il pollice sul clitoride. Il suono era osceno: carne umida, schiocchi, il respiro pesante di Roman dietro di lei. Lui le schiaffeggiò una natica, poi l’altra, segni rossi che bruciavano buono.
«Parla. Dimmi cosa senti.»
«Sento il tuo cazzo che mi sfonda il culo… mi allarga… mi riempie… cazzo Roman, sono una troia… una troia divorziata che si fa scopare l’ano su un traghetto da un camionista… e mi piace… mi piace da morire…»
Lui spinse in su, incontrando le sue discese. Il ritmo diventò brutale. Fiona urlò a denti stretti, la testa gettata indietro. L’orgasmo le arrivò di sorpresa, dal basso, dal buco teso che si contraeva a ondate. Le gambe le tremarono, si piegò in avanti aggrappandosi al cruscotto, il culo che spingeva indietro cercando ancora profondità. Roman non si fermò. Continuò a pompante mentre lei veniva, poi uscì di colpo, la sollevò, la mise a pecora sul sedile lungo.
«Resta aperta.»
Le mise due dita nel culo, le aprì, guardò lo sperma che già c’era mescolarsi con la saliva fresca che le sputò sopra. Poi rientrò. Spinta secca, fino in fondo. Fiona gemette nel sedile. Lui le prese i capelli, le tirò indietro la testa, le parlò all’orecchio mentre la scopava come un animale.
«Questo culo è mio stanotte. Lo uso come voglio. Lo riempio, lo sborro, lo lascio gocciolare. E tu dici grazie.»
«Grazie… grazie cazzo… scopami… più forte… usami il buco…»
Roman accelerò. Il suono delle cosce che battevano contro le sue natiche riempiva la cabina. Sudore, odore di sesso, il mare fuori che dondolava il traghetto. Le infilò un dito in bocca, lei lo succhiò, lo bagnò, e lui glielo portò di nuovo all’ano, accanto al cazzo, dilatandola ancora di più. Fiona strinse gli occhi, il piacere-dolore che le saliva lungo la schiena. Si masturbò di nuovo, veloce, disperata. Il secondo orgasmo fu più lungo, più sporco: le scosse le arrivarono fino alle dita dei piedi, il culo che si chiudeva a pugno intorno al cazzo grosso di Roman.
Lui tirò fuori, le sparò lo sperma sulle natiche aperte, sul buco che pulsava, sui lembi arrossati. Getti caldi, spessi. Poi se lo rimise dentro ancora bagnato di sborra e diede altre spinte lente, spalmando tutto dentro di lei. Fiona tremava. Roman le leccò la schiena sudata, le morsi una spalla.
«Non ho ancora finito di riscuotere.»
La fece girare. Lei si sdraiò sul sedile, le gambe aperte, una tirata su verso il petto. Roman le sputò di nuovo sull’ano, entrò frontale, lento, guardandola negli occhi. Le tette di Fiona ballavano a ogni spinta. Lui le succhiò un capezzolo, poi l’altro, mentre il cazzo andava e veniva nel culo stretto. Lei gli prese la faccia, lo baciò, lingua grossa, denti.
«Roman… voglio che mi lasci il culo pieno fino a Palermo… voglio sentire lo sperma che mi cola mentre cammino…»
«Lo avrai. E di più.»
La scopò così per lunghi minuti, crudo, profondo, le mani che le tenevano le cosce divaricate. Ogni tanto usciva quasi tutto, le sfregava il glande sulla ruga aperta, poi rientrava di colpo. Fiona gemette, parlò sporco, si chiamò puttana, troia del porto, culo da camionista. Roman le diede ragione con ogni spinta.
Quando sentì di nuovo vicino, le uscì, le mise il cazzo in faccia. «Apri.»
Lei aprì la bocca. Lui le sborrò sulla lingua, sulle labbra, sul mento. Fiona inghiottì quello che poté, il resto le colò sul collo. Poi, senza dirglielo, lui le rialzò le gambe e rientrò nel culo ancora una volta, fino in fondo, svuotandosi gli ultimi getti caldi dentro di lei. Fiona venne di nuovo solo a sentirlo pulsare, le dita sul clitoride, il corpo che si piegava.
Rimasero così, conficcati, il respiro che si calma piano. Il traghetto cullava. Fuori, all’orizzonte, già si intuiscevano le luci della costa. Roman le accarezzò una chiappa, il pollice che le massaggiava l’orlo ancora aperto e pieno.
Fiona rise debole, la voce roca. «Hai riscosso tutto il debito, camionista?»
Lui le baciò il seno, le leccò un po’ di sperma dal collo. «Quasi. C’è ancora una cosa.»
«Dimmi.»
Roman le sussurrò all’orecchio, crudo e basso, mentre il cazzo le pulsava ancora piano dentro il culo:
«La prossima scommessa la facciamo al ritorno. Se perdi di nuovo, ti scopo l’ano per tutto il viaggio, senza pausa. Se vinci… mi metti le dita nel culo tu, Fiona. E mi fai venire solo così. Accetti la sfida?»
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