Scommessa Persa di Proposito con la Moglie del Mio Capo
Marco, 28 anni, si scopa apposta la moglie troia del suo capo, Yvonne 42 anni, sul divano di casa mentre il marito è di sopra.
Marco aveva ventotto anni e lavorava da quasi tre come assistente personale di Barrett, il capo severo e inflessibile della divisione vendite. Ogni mattina entrava in ufficio con la cravatta dritta e il cazzo già mezzo duro al solo pensiero di lei: Yvonne, quarantadue anni, moglie del suo superiore, gambe lunghe, seno pieno che premeva contro le camicette costose e un sorriso che sapeva di peccato. Veniva spesso in sede, lasciava baci sulla guancia di Barrett e posava lo sguardo su Marco un secondo di troppo. Lui se la filava di nascosto, si segava nel bagno dei dipendenti immaginando di spingerle le mutandine di pizzo di lato e di fotterla contro la scrivania del marito.
Quella sera c’era la cena di lavoro a casa loro. Villa elegante, divani di pelle chiara, tavolo apparecchiato. Barrett aveva aperto il vino e poi era salito di corsa al piano di sopra per una chiamata urgente da New York che non poteva aspettare. Marco ed Yvonne erano rimasti soli nel salotto. Lei indossava un vestito nero aderente che le segnava le tette e le curve del culo; si era seduta accanto a lui sul divano, gambe accavallate, e aveva sorriso in quel modo malizioso che gli faceva salire il sangue dritto al cazzo.
«Ho scoperto la tua scommessa, Marco», mormorò, portandosi il bicchiere alle labbra rosse. «Quella sul lancio del progetto Europa. Hai perso di proposito. Hai sbagliato i numeri apposta per restare qui stasera, da solo con me, mentre mio marito è impegnato.»
Marco sentì il cuore martellargli in gola. Aveva trentadue gradi di paura e desiderio mischiati. «Yvonne, io…»
«Shh.» Lei si chinò, la scollatura gli offrì lo spettacolo del reggiseno di pizzo. «Non ti scuso. Ti ringrazio. Da mesi ti guardo in ufficio e mi bagno le mutandine pensando a quel tuo cazzo giovane che mi aprirebbe in due. Mio marito mi scopa una volta al mese come un dovere. Tu… tu mi fai venire voglia di tradirlo proprio sotto il suo tetto. È proibito. Se ci scopre ci distrugge il matrimonio e la tua carriera. E proprio per questo mi eccita da morire.»
La tensione salì come un filo elettrico. Barrett parlava ancora al telefono di sopra, la voce ovattata. Yvonne spostò il bicchiere, si avvicinò di più. Le sue dita scivolarono sulla coscia di Marco, sfiorando il tessuto dei pantaloni, salendo fino a sentire il duro rigonfiamento. «Cristo, sei già di pietra», sussurrò contro il suo orecchio. «Mi piace l’idea di essere la troia del capo che si fa scopare l’assistente mentre lui è a due metri di distanza. Prendi.»
Gli afferrò il polso e gli portò la mano tra le gambe. Sotto il vestito non c’erano mutandine. Solo pelle calda, peluria rasata e una figa già zuppa, le labbra gonfie e scivolose di lubrificazione. Marco gemette basso mentre due dita gli scivolarono dentro la fessura bagnata. Yvonne allargò un poco le cosce e spinse il bacino contro la sua mano.
«Senti quanto sono bagnata per te? Da mesi. Ogni volta che venivo in ufficio mi toccavo in macchina dopo, immaginando che mi mettessi in ginocchio sotto la scrivania di Barrett e mi riempissi la bocca.»
Marco non resistette più. Le afferrò la nuca e la baciò con fame, lingua profonda, denti che le mordicchiavano il labbro inferiore. Lei rispose con la stessa urgenza, succhiandogli la lingua, una mano che gli slacciava già la cintura. Il bacio sapeva di vino e di tradimento deliberato. Quando si staccarono, entrambi ansimanti, Yvonne gli sussurrò contro la bocca: «Voglio che mi usi. Adesso. Mentre lui è di sopra.»
Si inginocchiò sul tappeto tra le sue ginocchia. Con mani esperte gli aprì i pantaloni, tirò giù i boxer e liberò il cazzo duro, gonfio, le vene in rilievo. Lo guardò un secondo con occhi affamati, poi lo leccò dalla base fino alla punta, assaporando la goccia di liquido preorgasmico. «Il toy boy della moglie del capo», mormorò prima di ingoiarlo. Prese tutto quanto poteva, labbra strette, gola che si apriva, saliva che colava lungo l’asta. Marco le afferrò i capelli castani e cominciò a muovere i fianchi, scopandole la bocca con colpi lunghi e profondi. Il suono bagnato di succhi e gorgoglii riempiva il salotto. Yvonne si toccava la figa con una mano mentre succhiava, gemendo intorno al suo cazzo.
«Cazzo, Yvonne… così… profondamente…» Lui le teneva la testa ferma e le spingeva contro, sentendo la gola contrarsi intorno alla glande. Lei lo guardava da sotto, occhi lucidi di eccitazione, e quando si staccò un attimo, un filo di saliva collegava ancora le sue labbra alla punta lucida. «Fottemi. Subito. Sul tavolo, come una puttana.»
Marco la sollevò, la piegò in avanti sul tavolo da pranzo ancora apparecchiato. Le alzò il vestito fino alla vita, le spalmò le chiappe sode e le diede uno schiaffo secco che la fece gemere. Poi le allargò le natiche, allineò il cazzo gocciolante e la trafisse d’un colpo solo fino in fondo. Yvonne gridò a denti stretti, le unghie che graffiavano la tovaglia. Era strettissima, bollente, cascava di succhi su di lui a ogni spinta. Lui la prese da dietro con colpi forti e sporchi, le palle che sbattevano contro la clitoride, una mano che le afferrava un seno ancora coperto e lo strizzava.
«Più forte, cazzo… scopami la figa di mia moglie… no, la figa della moglie del tuo capo», ansimava lei, spingendo il culo indietro per prenderlo ancora più a fondo. «Riempimi. Voglio sentire il tuo sborro caldo mentre Barrett è di sopra a parlare di bilanci.»
Marco la girò, la fece distendere sul divano di pelle. Le aprì le cosce, si sistemò tra di esse e la penetrò di nuovo in missionario, affondando fino all’osso. Yvonne gli graffiò la schiena sotto la camicia, lasciando strisce rosse, e gli morse la spalla per non urlare. I suoi seni saltavano a ogni spinta; lui le succhiò un capezzolo attraverso la stoffa, poi glielo liberò e lo masticò. Lei era un disastro bagnato sotto di lui, la figa che lo stringeva a ritmi, i gemiti sempre più acuti.
«Vieni dentro di me», gli ordinò, gli occhi neri di lussuria. «Sborra nella figa della troia di tuo capo. Riempimi tutta. Voglio camminare dopo con il tuo porco sborro che mi cola lungo le cosce.»
Marco accelerò, i fianchi che battevano contro i suoi, il suono carnale di pelle bagnata che sbatteva. Sentì le pareti di lei contrarsi in un orgasmo violento; Yvonne si inarcò, gli graffiò di nuovo la schiena e mormorò il suo nome tra i denti mentre veniva. Quello lo fece esplodere. Affondò fino in fondo, gemendo «Yvonne… cazzo, Yvonne…» e le pompò getti caldi e spessi di sborra dritti nell’utero, spasmi dopo spasmi, riempiendola proprio come aveva chiesto.
Restarono agganciati un momento, ansimanti, il cazzo ancora pulsante dentro di lei. Di sopra la voce di Barrett continuava a parlare al telefono, ignaro. Yvonne gli accarezzò i capelli sudati, poi si sfilò lentamente da sotto di lui. Si alzò, si sistemò il vestito con un sorriso soddisfatto e viscido, le cosce lucide di liquido misto. Gli diede
Gli diede un bacio lento e sporco, le labbra ancora umide di saliva e del suo sapore, poi si rialzò in piedi con le cosce che gocciolavano. Il vestito nero le scivolò di nuovo sulle anche, ma la gonna rimase un po’ arricciata, e tra le gambe il filo bianco e denso della sborra di Marco brillava sotto la luce soffusa del salotto. Lei lo guardò con quel sorriso da troia consapevole, si passò due dita tra le labbra della figa, le raccolse colme di liquido misto e se le cacciò in bocca, succhiando con un gemito basso.
«Assaggia», mormorò, chinandosi di nuovo su di lui. Gli spinse le dita tra le labbra. Marco le leccò senza esitare, il gusto salato e dolciastro di lei e di sé stesso gli riempì la lingua. Il cazzo, ancora mezzo duro e lucido di succhi, diede un sobbalzo. Yvonne lo notò e rise piano, un suono rauco che non doveva raggiungere le scale.
«Ancora?», sussurrò. «Barrett sta ancora a blaterare di numeri. Abbiamo tempo per un altro giro. Voglio che mi fotta come se fossi la sua puttana personale, non la moglie di nessuno.»
Si tolse del tutto il vestito, lo lasciò cadere sul tappeto. Rimase nuda, seno pesante, capezzoli duri, la figa rasata e aperta che stillava sul divano di pelle chiara. Si arrampicò a cavalcioni su Marco, gli afferrò il cazzo ormai di nuovo di pietra e se lo infilò dritto dentro con un unico movimento fluido. Entrambi trattennero il respiro. Lei era ancora stretta, gonfia, piena del suo sborro precedente; ogni centimetro entrava con un suono bagnato e osceno. Yvonne iniziò a muovere i fianchi in cerchi lenti, poi più larghi, poi su e giù con forza, le tette che ballavano davanti alla faccia di lui.
Marco le afferrò le anche, le unghie che affondavano nella carne morbida, e la tirò giù forte a ogni discesa. «Cazzo, Yvonne… la figa della moglie del mio capo… tutta piena di me…» gemette contro il suo seno, poi le prese un capezzolo tra i denti e lo tirò, lo succhiò, lo masticò finché lei non gettò la testa indietro.
«Più forte. Usami. Sono la tua troia stasera.» Lei accelerò, il rumore di pelle bagnata che sbatteva riempiva la stanza insieme ai loro respiri affannosi. Di sopra la voce di Barrett saliva e scendeva ancora, monotona, ignara. Yvonne si chinò, gli morse l’orecchio. «Sai cosa voglio adesso? Voglio che mi lecchi pulita. Voglio la tua lingua nella figa dove mi hai appena sborrato. Poi mi prendi di nuovo, e questa volta mi fotte il culo. L’ho tenuto per te. Mio marito non l’ha mai toccato. Sarà stretto come una vergine, tutto per il cazzo dell’assistente.»
Marco la sollevò di scatto, la stese sul divano a pancia in su, le gambe aperte e piegate. Si chinò tra le sue cosce e leccò. Il sapore era denso, il suo sborro che usciva mischiato ai succhi di lei. Passò la lingua piatta dalle labbra gonfie al clitoride, lo succhiò, ci giocò con i denti leggeri mentre due dita le entravano e uscivano, spingendo fuori altri fili bianchi. Yvonne si contorse, una mano nei suoi capelli, l’altra che si stringeva un seno. «Sì… leccami tutta… mangia la sborra dalla figa di tua padrona…»
Quando lei tremò di nuovo, vicina a un secondo orgasmo, Marco si alzò. La girò a quattro zampe sul divano, le spalle basse, il culo alto. Le allargò le chiappe. Il buco stretto e rosa tremolava. Sputò sulla fessura, ci massaggiò la saliva e il residuo di lubrificazione con il pollice, poi allineò la glande. «Dimmelo», le ordinò a voce bassa. «Dillo chiaro.»
«Fottemi il culo, Marco. Scopami il culo mentre mio marito è di sopra. Riempimi anche lì.»
Lui spinse. Entrò centimetro dopo centimetro, lento all’inizio, sentendo l’anello stringersi e cedere intorno al cazzo. Yvonne emise un gemito lungo, gutturale, le unghie che graffiavano la pelle del divano. «Cazzo… così grosso… mi apri…» Quando fu tutto dentro, fino alle palle, restò fermo un secondo per farla abituare, poi cominciò a muoversi. Colpi lunghi e profondi, poi più corti e brutali. Le palle sbattevano contro la figa ancora colante. Una mano le raggiunse davanti e le strofinò il clitoride con due dita circolari.
«Sei una puttana», ansimò lui. «La moglie del capo che si fa aprire il culo dall’assistente sul divano di casa. Ti piace? Ti piace tradirlo così?»
«Sì… cazzo sì… più forte… sborra nel mio culo… voglio camminare con la tua merda calda che mi cola dal buco mentre gli servo il caffè…»
Marco accelerò. Il suono era più secco, più carnale. Yvonne veniva di nuovo, il corpo che si contraeva intorno a lui, un urlo soffocato contro un cuscino. Lui non resistette. Affondò fino in fondo, gemendo il suo nome, e sparò getti spessi e caldi dritti nell’intestino, spasmo dopo spasmo, riempiendola come aveva promesso. Continuò a spingere piano mentre scaricava tutto, finché non rimase nulla.
Si sfilò lentamente. Il buco di Yvonne restò aperto un attimo, un filo di sborra bianca che scivolava fuori e le colava lungo la coscia interna fino al ginocchio. Lei restò così, ansimante, il viso contro il cuscino, poi si girò a guardarlo con gli occhi lucidi e soddisfatti.
Si rialzarono in silenzio. Si vestirono in fretta ma con cura: lui si riallacciò la cintura, sistemò la camicia stropicciata; lei si infilò di nuovo il vestito nero, si passò le mani tra i capelli, si asciugò le cosce con un fazzoletto preso dalla borsa, lo nascose. L’odore di sesso era ancora nell’aria, ma il vino e le candele lo mascheravano un poco. Si sedettero di nuovo sul divano, a distanza decente, i bicchieri in mano come se non fosse successo nulla.
Di sopra la chiamata di Barrett sembrava volgere al termine. Passi leggeri. Yvonne e Marco non parlarono. Si guardarono una volta sola, brevemente: negli occhi di lei c’era ancora il fuoco del tradimento appena compiuto, in quelli di lui la consapevolezza che da domani tutto sarebbe stato diverso e più pericoloso. Poi distolsero lo sguardo.
Il silenzio nel salotto era denso, rotto solo dal ticchettio lontano di un orologio e dal battito ancora accelerato nei loro petti. Aspettarono.
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