Dare Bollente nel Locker del Golf
Output: Due golfisti adulti, Marco di 32 anni e il suo trainer Luca di 28, si fanno una sveltina gay bollente e sudata nei locker del country club.
L’aria umida e densa di cloro e sudore maschile riempiva lo spogliatoio del country club come una seconda pelle. Fuori, il campo da golf era ormai immerso nel crepuscolo arancione, e le luci al neon fredde dei locker battevano sulle piastrelle umide. Marco, trentadue anni, spalle larghe da chi passava intere giornate a swingare, si era lasciato cadere sulla panca di legno scuro ancora accaldato dalla lezione privata. Il polo aderente era appiccicato al torace; i pantaloni da golf, di quel tessuto tecnico leggero, disegnavano in modo quasi osceno il contorno del suo cazzo semi-duro. Non riusciva a smettere di pensare a Luca.
Luca, ventotto anni, personal trainer del club, era rimasto indietro “per sistemare le borse”. In realtà stava lì, a due metri da lui, a sbottonarsi la felpa nera con calma deliberata. I muscoli delle braccia, induriti da ore di bilancieri e corse, luccicavano di sudore sottile. Marco lo osservava di sottecchi mentre si toglieva le scarpe da golf, e sentiva già quel calore familiare scendere basso nella pancia.
«Oggi hai spinto da dio», mormorò Luca, la voce roca, mentre apriva il proprio locker. «Quel drive sull’ottavo… cazzo, Marco, ti si vedeva la tensione da un miglio di distanza.»
Marco rise basso, ma lo sguardo gli scappò dritto all’inguine del trainer. Il pantalone sportivo grigio di Luca era stretto, e il pacco pesante spingeva contro la stoffa come una promessa. «Tensione? Guarda te. Sembri appena uscito da una scopata, non da una lezione di iron.»
Luca chiuse lo sportello del locker con un tonfo sordo e si voltò. I suoi occhi scuri scesero senza pudore lungo il corpo di Marco, fermandosi esattamente sul rigonfiamento evidente che tendeva il tessuto chiaro dei pantaloni da golf. Un sorriso lento, malizioso, gli curvó le labbra.
«E quello?», chiese, inclinando il mento verso il cazzo di Marco. «È il premio per il par sull’undicesimo o ti sto facendo venire solo a guardarti?»
Marco sentì il sangue rifluire tutto laggiù. Il suo cazzo diede un sobbalzo visibile, e il tessuto tecnico non lasciò nulla all’immaginazione: la testa larga premeva già contro la zip, lasciando una macchia umida di precome. Si alzò in piedi, a torace nudo ora che si era tolto il polo, peli scuri del petto ancora lucidi di sudore. «Da settimane che mi fai questo», borbottò, la voce già roca. «Mi guardi le mani mentre impugno il bastone e io penso solo a quanto cazzo vorrei che fossero le tue intorno al mio cazzo.»
Luca fece un passo avanti. L’odore di sudore fresco, di sapone di Marsiglia e di qualcosa di più animale — pelle calda, eccitazione — si mescolò tra loro. Erano soli; le grida lontane dei caddy fuori erano solo un brusio. Nessuno sarebbe entrato a quell’ora.
«Lo so», sussurrò Luca. «Te lo vedo dal primo giorno. Quel tuo culo tondo quando ti chini per allineare la palla… merda, Marco, mi si alza solo a pensarci.» Allungò la mano e, senza chiedere permesso perché lo sguardo di Marco glielo stava già urlando, sfiorò volutamente il contorno duro attraverso i pantaloni e poi, scivolando sotto l’elastico, trovò i boxer neri aderenti. Le dita premettero sul cazzo gonfio, lo strofinarono dalla base alla glande, sentendo il calore umido.
Marco gemette basso, un suono grezzo che rimbalzò contro i locker metallici. «Cazzo, Luca…»
«Quanto lo vuoi?», continuò il trainer, la bocca ora vicina all’orecchio di Marco, il fiato caldo. «Dimmi. Voglio sentirti dirlo mentre ti tocco questo pezzo di carne.» Le dita strinsero di più, un massaggio lento e sporco attraverso la cotone sudato dei boxer. Il cazzo di Marco pulsava, già gocciolante; il precome aveva bagnato il tessuto e le dita di Luca lo spalmavano.
Marco non resistette. La mano gli scattò avanti, afferrò il pacco pesante di Luca attraverso i pantaloni sportivi e lo strinse con forza, pesando le palle piene, seguendo la linea spessa del cazzo che già si induriva sotto il palmo. «Sogno da tre settimane di farti aprire queste labbra e di ficcarti il cazzo in gola», confessò, la voce rotta dal bisogno. «Di vederti in ginocchio qui, tra questi cazzo di locker, con la faccia piena del mio sesso, mentre mi succhi fino a farmi sborrare in bocca. Voglio sentire la tua lingua sul frenulo, voglio che mi prendi tutto fino a strozzarti. E poi voglio fotterti il culo sudato contro questi sportelli finché non cammini storto.»
Luca emise un verso gutturale, quasi un ringhio. «Porco dio, sì.» Si premette contro Marco, bacino contro bacino, e i loro cazzi — uno ancora imprigionato nei boxer, l’altro nei pantaloni sportivi — si strofinarono attraverso gli strati di stoffa. Le bocche si trovarono in un bacio famelico, lingue che si azzannavano, denti che beccavano labbra inferiori. Il sapore era salato di sudore e di desiderio accumulato. Marco gli affondò le dita nei capelli corti e umidi di Luca, tenendolo fermo mentre gli esplorava la bocca come se volesse divorarlo.
Le mani di Luca scivolarono sotto i boxer di Marco, finalmente pelle contro pelle. Avvolse il cazzo grosso e caldo, lo tirò fuori con un gesto deciso; l’aria fredda del locale gli toccò la glande lucida e Marco sussultò. «Guarda che bel cazzo», mormorò Luca contro le sue labbra, la mano che pompeava lenta, pollice che stropicciava la fessura già bagnata. «Grosso, venoso, pronto a scopare. Lo sapevo che eri un porco. Ti alzi la mattina e pensi a farmi succhiare le palle, vero?»
«Ogni cazzo di giorno», ansimò Marco. La sua mano libera stava già spingendo giù i pantaloni sportivi e i boxer di Luca. Il cazzo del trainer saltò fuori, dritto, gonfio, la testa rosata già lucida; le palle pesanti e pelose. Marco lo afferrò con decisione, lo strinse e lo masturbò a ritmo lento e sporco, sentendo le vene pulsare sotto le dita. «Voglio sentirlo battere sulla mia lingua. Voglio che mi sborri in faccia e poi me lo rifacciamo finché non riesco più a camminare dritto sul green.»
Si spogliarono quasi del tutto in una confusione di gesti frettolosi e affamati: pantaloni scesi alle caviglie, boxer tirati via, magliette sparite. Rimasero nudi e sudati sotto le luci al neon, corpi che si premevano, peli del petto che si strofinavano, cazzi che sbattevano uno contro l’altro in un contatto scivoloso di precome. Marco spinsò Luca contro la fila di locker; il metallo freddo contro la schiena calda del trainer provocò un gemito. Le loro bocche si cercarono di nuovo, baci open-mouthed, lingue che leccavano denti e labbra, saliva che colava sul mento.
Le mani di Marco scesero sul culo sodo di Luca, lo aprirono, le dita che sfioravano il buco già caldo e stretto. «Qui», borbottò contro il collo del trainer, leccando il sudore salato. «Voglio ficcarti le dita qui mentre mi succhi. Voglio sentirti gemere con la bocca piena del mio cazzo.»
Luca scosse il bacino all’indietro, offrendosi. «Fallo. Tocca. Sono bagnato di sudore e di voglia, Marco. Fingiti che sia già pieno del tuo sborro.» Una delle sue mani tornò sul cazzo di Marco, lo strinse alla base e lo tirò verso di sé, facendolo scivolare contro il proprio, un frottage lento e osceno. I due membri si strofinavano, pelli calde, vene che si sfioravano, precome che rendeva tutto scivoloso e sporco. «Senti come mi pulsa. È tutto per te. Da tre settimane che mi alzo pensando a quanto vorrei vederti piegato su questa panca, il culo in aria, mentre ti scopro e ti scopro finché non mi implori di sborrarti dentro.»
Marco sentiva la testa leggera, il sangue che ruggiva nelle tempie e nel cazzo. La mano gli esplorava il culo di Luca con più insistenza: un dito premette contro l’anello stretto, lo massaggiò, lo spinse appena, solo la punta, sentendo il calore interno. Luca gemette forte, la fronte appoggiata alla spalla di Marco. «Cazzo… sì… più a fondo.»
«Non ancora», ansimò Marco, anche se le anche gli si muovevano già da sole, cercando più contatto. «Prima voglio la tua bocca. In ginocchio. Qui. Voglio vederti le ginocchia sulle mattonelle fredde mentre mi prendi tutto in gola. Voglio sentire la tua saliva colare sulle mie palle mentre mi guardo scomparire tra le tue labbra.»
Luca scese lentamente, baciando il petto di Marco, leccando un capezzolo, scendendo lungo la riga dei peli fino all’inguine. Il fiato caldo gli sfiorò il cazzo teso. Marco lo guardò dall’alto, una mano ancora nei capelli del trainer, l’altra che gli teneva la mascella. Il cuore gli batteva così forte da sentirlo nelle palle. Luca aprì la bocca, la lingua uscì, e leccò una striscia lenta dalla base alla glande, raccogliendo il precome spesso. «Saporito», mormorò. «Proprio come immaginavo. Grosso e salato. Sto per succhiartelo finché non mi riempi la gola.»
Marco sporse i fianchi in avanti, il cazzo che batteva contro le labbra di Luca. «Fallo. Aprila quella bocca da puttana e prendilo. Voglio vederti strozzarti sul mio cazzo qui, tra questi locker, come un cane in calore. Poi ti giro e ti scopro il culo finché non cammini a gambe larghe domani sul campo.»
Luca lo guardò dal basso, occhi scuri pieni di lussuria, labbra già lucide, e aprì la bocca. La testa calda del cazzo di Marco scivolò sulla lingua calda… e in quel preciso istante, lontano nel corridoio, si sentì il rumore di una porta che sbatteva e di passi. Entrambi si bloccarono, respiri corti, corpi tesi come corde, il cazzo di Marco ancora a un millimetro dalla gola di Luca, le dita di Marco ancora premuti contro il buco stretto del trainer. Il desiderio bruciava, non placato, solo interrotto, e negli occhi di entrambi c’era la stessa promessa feroce: non avevano finito. Niente affatto.
I passi nel corridoio si allontanarono con un tonfo sordo di porta. Marco restò immobile un secondo, il cazzo ancora pulsante a un millimetro dalla bocca di Luca, poi tirò un respiro grosso e spinse. «Nessuno. Forza.»
Afferrò i capelli corti e umidi di Luca e lo costrinse in ginocchio sulle mattonelle fredde. Il trainer non oppose resistenza; anzi, aprì la bocca subito, lingua fuori, occhi scuri alzati. Marco gli ficcò il cazzo grosso dritto in gola con una spinta secca. La glande urtò il fondo, Luca tossì, saliva e precome gli colarono agli angoli delle labbra, ma Marco non mollò. Tenendolo fermo per la nuca, iniziò a scopargli la bocca con ritmo aggressivo, bacino che andava avanti e indietro, palle che sbattevano sul mento.
«Prendilo tutto, troia vogliosa», borbottò Marco, la voce roca di sudore e bisogno. «Apri quella gola da puttana. Ti piace strozzarti sul mio cazzo, vero? Guardami mentre ti riempio. Da tre settimane che ti masturbi pensando a questo, ammettilo.»
Luca gorgogliò, occhi lucidi, lacrime di sforzo che gli solcavano le guance già rosse. Le sue mani si aggrapparono alle cosce muscolose di Marco, ma non per spingere via: per avvicinarsi di più. Ogni volta che Marco ritirava, Luca succhiava con forza, lingua che lavorava il frenulo, poi riapriva la gola per inghiottire fino in fondo. Il suono era umido, schioccante, obsceno: gola che si allargava, saliva che scendeva a fili sulle palle pelose di Marco, naso schiacciato contro i peli scuri dell’inguine. Marco sentiva le pareti calde e strette della gola contrarsi intorno alla glande, e il piacere gli salì come una scarica elettrica lungo la schiena.
«Cazzo, sì… così. Sei una troia nata per il cazzo», ansimò, spingendo ancora più a fondo finché Luca non emise un suono soffocato e le lacrime gli rigarono il viso. «Guardati: ginocchia sporche, bocca piena, culo già che trema. Ti farei sborrare solo a fartelo succhiare così.»
Quando sentì le palle tirarsi troppo, Marco tirò fuori il cazzo lucido di saliva con un suono bagnato. Luca tossì, fiato corto, labbra gonfie e rosse, un filo di bava che gli colava dal mento al petto. «Di più…», ansimò. «Fottimi. Adesso.»
Marco lo afferrò sotto le ascelle e lo sollevò come se non pesasse nulla, lo girò e lo piegò in avanti sul banco di legno scuro davanti ai locker. Il metallo freddo dei sportelli toccò il petto sudato di Luca; le mani del trainer si aggrapparono al bordo. Marco gli calò di scatto i pantaloni sportivi che ancora gli pendevano a metà coscia, li tirò giù insieme ai boxer già abbassati, esponendo il culo sodo, rotondo, lucido di sudore. Le natiche erano perfette, tese, e il buco stretto già pulsava, leggermente aperto dalla precedente esplorazione.
Sputò sulla propria mano, si passò la saliva sul cazzo ancora gocciolante, poi allineò la glande contro l’anello caldo. «Respira», disse, e spinse. Entrò d’un colpo solo, fino in fondo, sentendo il calore stretto stringerlo come una morsa. Luca gridò un gemito basso, fronte premuta contro il legno. «Porco dio… Marco… sei grosso… cazzo sì…»
Marco non aspettò. Affondò le dita nei fianchi di Luca e iniziò a scoparlo in piedi con forza, spinte profonde e lunghe che facevano sbatacchiare le palle contro il perineo. Ogni penetrazione faceva tremare il banco; il suono era umido, carne contro carne, pelle sudata che schioccava. Alternava: tre spinte lente e profonde che sfregavano la prostata, poi raffiche rapide e secche. E a ogni ritmo, la mano destra alzava e scendeva sullochiappe di Luca con schiaffi sonori che lasciavano segni rossi.
«Prendi, troia. Prendi tutto», ringhiò Marco, sudore che gli cadeva dalla fronte sulla schiena di Luca. «Il tuo culo mi sta succhiando il cazzo. Senti come ti si apre? Ti piace essere scopato come una cagna qui, dove chiunque potrebbe entrare?»
«Sì… cazzo sì… sbattemi più forte», gemette Luca, la voce rotta, spingendo indietro il bacino per incontrare ogni colpo. «Più forte, Marco… spaccami… voglio sentirlo domani quando cammino sul green… ahh… così… schiaffeggiami di più… sono la tua puttana… fottemi…»
Marco accelerò. Le anche battevano selvagge, il cazzo scompariva e riappariva lucido di saliva e del liquido naturale di Luca. Gli schiaffi risuonavano contro i locker, alternati a gemiti gutturati. Una mano di Marco scese sotto, afferrò il cazzo duro e gocciolante di Luca e lo pompò a ritmo delle spinte. «Vieni quando ti dico io. Prima ti riempio io.»
Luca tremava tutto, muscoli della schiena contratti, culo che si stringeva a ogni penetrazione. «Ti prego… più forte… riempimi… sborrami dentro… voglio sentire i tuoi fiotti caldi…»
Marco sentì il piacere salire come un’ondata. Affondò fino alle palle, tenne premuto, e venne con un ringhio rauco. I fiotti potenti e caldi esplosero in profondità, spesse e ripetute scariche che riempirono il culo di Luca; ne uscì un filo bianco che colò lungo le palle mentre Marco continuava a spingere a scatti, svuotandosi del tutto. Luca venne un attimo dopo, cazzo che pulsava nella mano di Marco, sborra che schizzò sul legno del banco e sulle mattonelle, gemendo il nome di Marco tra i denti stretti.
Restarono così qualche secondo, ansimanti, uniti, sudati. Il cazzo di Marco ancora dentro, che pulsava con gli ultimi spasmi. Poi, lentamente, si sfilò; il buco di Luca restò leggermente aperto, sborra che colava. Esausti, si lasciarono scivolare. Luca si girò, ancora nudo e lucido, e lo baciò profondamente: lingua lenta, sapore di sudore e di sesso, mani che gli sfioravano la schiena. Contro le labbra di Marco sussurrò, fiato caldo: «La prossima volta voglio essere io a fotterti. Voglio sentire il tuo culo stretto intorno al mio cazzo. Dopo ogni lezione. Ti va?»
Marco annuì, un sorriso stanco e complicito. Si rivestirono in silenzio frettoloso: boxer, pantaloni tecnici, polo appiccicato di nuovo alla pelle. Si scambiarono i numeri di telefono, dita che si sfioravano sullo schermo del cellulare, sguardi che dicevano già la prossima volta. «Dopo ogni lezione futura», mormorò Marco, e Luca rise basso, sorriso da co-conspiratore. Si sistemarono i capelli, sistemarono le borse, uscirono quasi insieme nel corridoio vuoto del country club, l’odore di sesso ancora addosso come un secondo strato di sudore.
Fu solo quando Marco salì in macchina, solo nel parcheggio quasi deserto, che qualcosa si incrinò. Il sapore di Luca gli restava ancora in bocca, il culo del trainer ancora impresso nella memoria delle mani, ma un peso freddo gli scese nello stomaco. Non era solo il rischio di essere scoperti. Era lo sguardo di Luca quando aveva sussurrato «la prossima volta»: troppo sicuro, troppo già padrone. Marco fissò il volante, il cazzo ancora sensibile nei pantaloni, e per la prima volta da settimane non sentì solo eccitazione. Sentì un dubbio nero, appiccicoso: e se questa sveltina bollente nei locker non fosse stata solo un gioco? E se avesse appena aperto una porta che non avrebbe più potuto chiudere senza lasciarci pezzi di sé? Il telefono vibrò con un messaggio di Luca — un’emoji sporca e l’orario della prossima lezione — e Marco non lo aprì subito. Restò fermo, sudato, con il sapore di sborra e di rimpianto già in bocca, sapendo che qualcosa, adesso, era sbagliato.
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