Il Tatuatore Nero che Non Dovevo Volere
Danielle, una curatrice d’arte di trentadue anni, si fa scopare con passione dal tatuatore nero Sergio sul lettino del suo studio.
Danielle aveva trentadue anni compiuti da tre mesi e una carriera solida come curatrice d’arte in una galleria del centro quando spinse la porta dello studio di Sergio. Lui ne aveva trentacinque, spalle larghe che riempivano la maglietta nera senza maniche, pelle scura come l’ebano lucida sotto le luci alogene, braccia segnate da inchiostro e muscoli duri. Aveva scelto lui apposta, dopo aver passato settimane a guardare le foto dei suoi lavori, dicendosi che era solo per la qualità del tratto. Sapeva di mentire.
«È qui?» chiese lui, la voce bassa e calda, indicando la parte interna della coscia di lei con un gesto lento del dito. Danielle annuì, si sedette sul lettino di pelle nera e sollevò l’orlo della gonna. La pelle pallida, quasi lattea, contrasta con le dita grandi e scure di Sergio che sistemavano il foglio dello stencil. Il disegno era un serpente sottile che saliva verso l’inguine, accarezzando la linea delicata del tessuto. Quando le dita di lui sfiorarono la coscia per fissare la carta, Danielle sentì un brivido salirle lungo la schiena. Non era il freddo del disinfettante. Era il calore grezzo di quella mano nera contro la sua carne bianca, il divieto che si era imposta da sola: non desiderare un uomo così, non lasciarsi andare al contrasto, non ammettere quanto la eccitasse.
Sergio lavorava in silenzio all’inizio, ma i suoi occhi scuri alzavano lo sguardo ogni tanto, fermandosi sul punto dove la maglietta di lei stringeva i seni. Danielle respirava a fatica. Sapeva che i capezzoli erano già turgidi, visibili contro il cotone sottile. Lui se ne accorse. Il sorriso che gli piegò le labbra fu lento, consapevole.
«Hai la pelle delicata,» mormorò mentre la macchina iniziava a ronzare e l’ago morso la coscia. Il dolore era acuto, ma secondario rispetto al respiro caldo di Sergio che le lambiva la carne a ogni movimento. «Bianca. Liscia. Mi piace vederla arrossare sotto le mie mani.» Continuò a tracciare le linee, il pollice che teneva tesa la pelle scivolando un millimetro troppo in alto, troppo vicino al bordo dello slip. Danielle non riuscì a trattenere un brivido visibile. Le cosce si strinsero un attimo, poi si riaprirono. Lui abbassò ancora la voce. «Sai cosa mi piacerebbe fare? Assaggiare questa pelle. Leccarla finché non ti contorci. Gustare quanto sei dolce lì sotto, dove sei ancora più chiara.»
Lei chiuse gli occhi. Il battito le martellava tra le gambe. La voce le uscì tremante, ma chiara: «Ti voglio dentro di me. Adesso. Non riesco più a far finta.»
Sergio spense la macchina. Il silenzio che seguì fu denso. Si chinò e le prese la bocca in un bacio famelico, lingua calda e insistente che premeva, denti che le mordevano il labbro inferiore. Danielle gli afferrò le spalle larghe, le unghie che scivolarono sulla pelle scura, e gemette dentro il bacio quando sentì la durezza di lui premere contro il suo ginocchio.
Lui la sollevò come se non pesasse nulla e la adagiò di schiena sul lettino. Le mani grosse le strapparono lo slip con un gesto secco; il tessuto si lacero lungo un fianco. Sergio le aprì le cosce e abbassò la testa. La lingua nera e spessa le spazzò la fessura con una lenta, deliberata spinta dal basso verso l’alto, raccogliendo già l’umidità che le colava. Danielle urlò, schiena inarco, mani che afferrarono i capelli corti di lui. Sergio la divorò senza fretta e senza pietà: succhiò il clitoride tra le labbra carnose, lo fece scivolare contro la punta della lingua, spinse due dita scure dentro di lei e le aperse mentre leccava più a fondo. Il contrasto era osceno: le dita nere che sparivano e riapparivano nella carne rosa e gonfia, la saliva scura che luccicava sulla pelle chiara. Danielle venne la prima volta con un grido strozzato, cosce che gli tremavano contro le orecchie, sesso che gli pulsava contro la bocca.
Lui si raddrizzò, si sbottonò i pantaloni e liberò il cazzo. Era grosso, scuro, venato, già duro e lucido in punta. Danielle scese dal lettino e si mise in ginocchio sul pavimento freddo dello studio. Gli prese l’uccello con entrambe le mani, lo guardò un secondo — nera e spessa, troppo per la sua bocca — e poi lo affondò tra le labbra. Soffocò un gemito quando la testa le colpì il fondo della gola. Sergio le tenne i capelli, non forzando, ma guidando. «Così, bianca. Prendilo tutto. Guarda come ti sta bene quel cazzo nero in faccia.» Lei si strozzò, saliva che le colava sul mento e sul seno, ma non si ritrasse. Succhiò fino a sentire le palle pesanti batterle contro il mento, la gola che si apriva e si chiudeva intorno allo spessore.
Quando lui la tirò su, Danielle era già di nuovo bagnata. Sergio la stese sul lettino, le aprì le gambe e spinse dentro con una sola spinta profonda. Il cazzo nero scomparve tra le labbra rosate, allargandola fino al dolore dolce. Lei gemette forte, unghie sulla schiena scura di lui. Lui scopò in missionario con spinte lunghe e poderose, bacino che batteva contro il suo, palle che schiaffeggiavano la pelle chiara. «Guarda come ti riempio,» le sussurrò contro l’orecchio. «Il tuo bel culo bianco che si prende tutto il nero. Sei stretta. Sei mia adesso.»
Danielle ansimava: «Di’ di più… voglio sentirlo.»
Lui la girò di scatto, la mise a pecora, le afferrò i fianchi chiari con le mani scure che lasciavano segni rosati e la martellò da dietro. Ogni botta faceva oscillare i seni di lei contro il lettino. Sergio le parlava sporco, basso, preciso: «Puttana bianca che si fa scopare dal tatuatore nero. Guardati. Guarda come sculi indietro cercando altro cazzo. Ti piace essere piena di questo, vero? Ti piace che ti tratti da troia chiara che non sa più stare senza.»
«Sì… per favore, continua… diccalo…» implorò lei, voce rotta, fica che gli stringeva il cazzo a ogni parola.
Lui accelerò, affondando fino in fondo, una mano che le scendeva a strofinarle il clitoride gonfio. «Vieni sul mio cazzo nero. Vieni mentre ti riempio. Voglio sentire questa fica bianca che mi munge lo sperma.»
L’orgasmo li prese insieme. Danielle urlò, corpo che si contrasse a ondate violente, sesso che pulsava e spremeva. Sergio sbuffò un gemito grosso e si scaricò in profondità, getti caldi e densi che le riempirono il canale, sborra che le colò lungo la coscia chiara quando lui iniziò a ritrarsi lentamente. Rimasero così qualche secondo, ansimanti, uniti dal sudore e dal seme.
Esausti e sudati, Danielle si voltò verso Sergio con un sorriso soddisfatto e gli posò le labbra sul petto scuro, assaporando il sale della sua pelle. Le dita le tracciarono una linea lenta lungo le costole di lui, fermandosi sul bordo del pantalone ancora aperto. Il tatuaggio a metà sulla coscia pulsava, l’inchiostro fresco mescolato a tutto il resto. Sergio le accarezzò i capelli, ma lo sguardo gli restò serio, carico di qualcosa che non aveva ancora detto. Fuori lo studio la città continuava a muoversi, e dentro restava l’eco di quello che avevano appena fatto — e di quanto poco bastasse a Danielle per volerne ancora, anche se sapeva di non doverlo.
Danielle sentì le dita di Sergio chiudersi più forte nei suoi capelli, non con tenerezza, ma con una possessione lenta che le fece alzare il viso dal suo petto. Lui la guardò dall’alto, occhi neri ancora velati di desiderio, e senza una parola la fece scivolare di nuovo sul lettino, questa volta a pancia in su, cosce già spalancate dal residuo del loro sesso. Il seme gli colava ancora lento dalla fessura gonfia, scivolando sulla pelle lattea e macchiando la pelle nera del lettino. Sergio lo osservò un istante, poi raccolse con due dita scure quella sborra densa e gliela spinse di nuovo dentro, profondamente, fino alle nocche.
«Non la sprechi,» borbottò. «Te l’ho messa io. Resta dove deve stare.»
Danielle gemette, schiena che si inarcò. Aveva trentadue anni, una galleria da gestire, appuntamenti con collezionisti e vernissage da organizzare, e invece era lì, gambe aperte sotto le luci alogene di uno studio di tatuaggi, mentre un uomo nero le rimetteva il proprio sperma nel corpo come se le appartenesse. Il pensiero la bagnò di nuovo, fresca e immediata.
Sergio si chinò e le leccò il collo, il petto, poi afferrò il bordo della maglietta e gliela strappò via insieme al reggiseno. I seni pallidi saltarono fuori, capezzoli rosa già duri. Lui li prese in bocca uno alla volta, succhiando forte, denti che graffiavano appena abbastanza da farla sussultare. Le mani grosse le schiacciarono i fianchi contro il lettino mentre risaliva e le baciava la bocca con la stessa fame di prima, lingua che le esplorava ogni angolo.
«Ancora,» sussurrò lei contro le sue labbra. «Voglio sentirti di nuovo. Più forte.»
Lui sorrise contro la sua bocca, un sorriso scuro e sicuro. Si rialzò solo il tempo di spogliarsi del tutto: maglietta nera via, pantaloni che caddero. Restò nudo, corpo di ebano scolpito, cazzo già di nuovo duro, lucido del suo stesso seme e della saliva di lei. Danielle lo guardò e sentì il basso ventre contrarsi. Era troppo grosso, troppo scuro, troppo tutto quello che si era vietata. E proprio per quello lo voleva di più.
Sergio le afferrò le caviglie e le sollevò, piegandole indietro finché le ginocchia le toccarono quasi le spalle. La posizione la aprì completamente. Lui si allineò e spinse. Il glande nero dilató di nuovo le labbra rosate, entrò centimetro dopo centimetro, stirandola con una lentezza crudele che la costrinse a sentire ogni vena, ogni spessore. Quando fu tutto dentro, fino alle palle che le premevano contro il culo, restò fermo.
«Guardalo,» ordinò. «Guardati come ti prende. Bianca spaccata in due da questo cazzo.»
Danielle abbassò lo sguardo tra le proprie cosce. Vide il contrasto osceno: la radice scura che spariva nella carne chiara, le labbra gonfie che lo stringevano, il luccichio del lucido misto. Un brivido le scosse tutto il corpo.
«Dio…» ansimò. «Sei troppo. Non ci sto…»
«Ci stai.» Lui ritrasse i fianchi e affondò di nuovo, una botta secca che le fece battere la testa contro il cuscino del lettino. «Ci stai tutta. E lo vuoi ancora più a fondo.»
Iniziò a scoparla così, piegata a metà, spinte lunghe e pesanti che facevano scricchiolare il lettino. Ogni volta che entrava fino in fondo, un suono umido e osceno riempiva lo studio: carne contro carne, sborra vecchia che schizzava fuori con le nuove penetrazioni. Danielle non riusciva più a formulare pensieri coerenti. Solo calore, pienezza, il peso di lui sopra di lei, la voce bassa che le sporcava le orecchie.
«Di’ il tuo nome completo,» le chiese all’improvviso, senza rallentare.
«Danielle… Danielle Moretti…»
«Danielle Moretti, curatrice d’arte perbene, si fa fottere a pecora dal tatuatore nero nel suo studio. Ripetilo.»
Lei lo ripeté, voce spezzata dalle botte. «Mi faccio fottere… dal tatuatore nero… Sergio…»
Lui accelerò. Le mani scure le tennero le cosce aperte con forza sufficiente da lasciarle lividi rosa che l’indomani avrebbe dovuto coprire. «Ancora. Più chiaro. Dimmi cosa sei adesso.»
«La tua troia bianca,» gemette lei, e sentì la fica contrarsi violentemente intorno a lui solo a dirlo. «Sono la puttana chiara che si fa riempire dal tuo cazzo nero. Non voglio altro. Solo questo.»
Sergio le liberò una gamba e le scese con la mano tra i corpi, pollice grosso che le strofinò il clitoride gonfio a cerchi duri, sincronizzati con le spinte. Danielle esplose in un secondo orgasmo senza preavviso, urlo acuto che rimbalzò contro le pareti coperte di bozzetti, corpo che si scosse a ondate mentre lui continuava a martellarla attraverso il climax, senza pietà, senza fermarsi.
Non le diede tregua. Quando le contrazioni iniziarono ad attenuarsi, la girò di nuovo, questa volta di fianco, una coscia sollevata alta contro il suo petto. Entrò di nuovo da dietro, angolo diverso, più profondo, che le strappò un gemito rauco. La mano libera le afferrò un seno, lo strinse, dito e pollice che torcevano il capezzolo rosa finché lei non si contorse tra dolore e piacere.
«Senti come ti batti,» mormorò lui contro la nuca, respiro caldo. «Come questa fica mi succhia. Sei fatta per prendermelo. Per tenermelo caldo. Domani camminerai per la galleria con la mia sborra ancora dentro e nessuno lo saprà. Solo tu. Solo io.»
«Sì… cazzo, sì…» Danielle spingeva il bacino all’indietro a ogni botta, cercando di inghiottirlo tutto. Il tatuaggio incompleto bruciava sulla coscia, l’ago che aveva morso ora sostituito da qualcosa di molto più intenso. Pensò fugacemente al serpente che doveva salire verso l’inguine, a come sarebbe stato vedere quell’inchiostro nero sulla sua pelle chiara mentre lui la scopava, e il pensiero la fece venire di nuovo, più basso, più lungo, un’onda che le parti dall’interno e le uscí in un singhiozzo rotto.
Sergio la sentì e ruggì basso. Si ritrasse del tutto, la fece scendere dal lettino in piedi, le fece piegare il busto in avanti appoggiando le mani sul bordo. Lei obbedì senza esitazione, culo in aria, schiena inarcata, seni che pendevano. Lui le diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi sull’altra, lasciando impronte scure sulla pelle bianca. Il dolore acuto si fuse col bruciore del tatuaggio e col vuoto tra le gambe.
«Guardati nello specchio,» ordinò.
Di fronte c’era lo specchio a figura intera dove di solito i clienti controllavano i lavori. Danielle alzò lo sguardo e si vide: viso arrossato, labbra gonfie, capelli scompigliati, corpo nudo piegato, e dietro di lei Sergio nero, muscoloso, cazzo lucido che le entrava di nuovo con una spinta che la sollevò quasi sulle punte. Il contrasto la stordì. Bianca e nera. Aperta e piena. Rispettabile e ridotta a questo.
«Ti piace vederti così?» chiese lui, una mano che le afferrava i fianchi, l’altra che le tirava i capelli all’indietro per costringerla a guardare.
«Sì. Mi piace. Non voglio smettere.»
«Allora non smettiamo.»
La scopò in piedi fino a farle tremare le ginocchia. Quando lei barcollò, la sollevò di peso, la spinse contro il muro freddo dello studio, le gambe avvolte intorno ai suoi fianchi. Entrò di nuovo, più profondo di prima, e la scopò contro il muro con spinte corte e brutali, palle che battevano, sudore che mescolava i loro odori. Danielle gli graffiò la schiena scura, lasciando strisce rosse sull’ebano, bocca aperta contro la sua spalla, morsi che non riusciva a trattenere.
«Dentro,» ansimò. «Vieni di nuovo dentro. Riempimi. Voglio sentirlo colare per giorni.»
Sergio gemette grosso, affondò fino alla radice e si scaricò con spinte irregolari, getti caldi che le riempirono il canale già allagato. Danielle lo sentì pulsare, sentì il calore spargersi, e venne una terza volta solo per quello, fica che lo mungeva, cosce che gli stringevano i fianchi con forza disperata.
Rimasero così, lei stretta al muro, lui che la teneva su senza sforzo apparente. Il respiro di entrambi era rauco. Fuori, qualche clacson lontano; dentro, solo il ticchettio del ventilatore e il battito dei loro cuori.
Sergio la depose lentamente sul lettino. Danielle non riusciva a chiudere le gambe: restarono aperte, seme nero e denso che le usciva a fiotti dalla fessura arrossata, scendendo lungo il solco del culo fino al lettino. Lui si chinò e le leccò una striscia lunga dalla coscia al sesso, raccogliendo il loro misto, poi le baciò la bocca e glielo fece assaggiare.
«Tornerai,» disse, non era una domanda.
Lei lo guardò, ancora ansimante, viso acceso, corpo marchiato di impronte scure e di inchiostro fresco a metà. Sapeva la risposta prima ancora di aprirla bocca. Sapeva che la galleria, i cocktail, gli uomini educati e pallidi che le offrivano cene non avrebbero più avuto sapore. Sapeva che avrebbe fissato appuntamenti finti solo per tornare qui, per farsi aprire le cosce sotto queste luci, per sentire di nuovo quel cazzo nero stirarla fino al dolore dolce.
«Sì,» sussurrò. «Tornerò. Tutte le volte che vorrai.»
Sergio le accarezzò la coscia tatuata a metà, dito che seguiva le linee incomplete del serpente. «Allora lo finiamo. E poi ricominciamo da capo.»
Lei chiuse gli occhi e sorrise, esausta e già affamata di nuovo. Il divieto che si era imposta era morto sul pavimento dello studio, insieme allo slip lacero e alla dignità che aveva lasciato entrare da quella porta tre ore prima. Restava solo il bisogno crudo, il contrasto, la voce di lui che la chiamava bianca e sua.
Quando uscì, ore dopo, camminò zoppicando appena, gonna che le copriva le cosce madide, e a ogni passo sentì il seme scivolarle ancora lungo la pelle.
Non avrebbe mai più camminato allo stesso modo.
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