Ritorno Infuocato con la Ragazza Nera della Mia Giovinezza
Marco, 42 anni, si ritrova a Palermo la figa nera e bagnata di Aisha, 38 anni, la sua amante segreta di gioventù, e se la sc
Non credevo ai miei occhi quando l’ho vista al mercato di Ballarò, dopo vent’anni. Avevo quarantadue anni, ero tornato a Palermo da architetto per un progetto di riqualificazione nel centro storico, e lì, tra le casse di arance e il pesce che puzziava di mare, c’era Aisha. Trentotto anni, pelle nera lucida di sudore, capelli ricci raccolti in alto, quel corpo che da ragazza mi aveva fatto perdere la testa in segreto. La mia amante di gioventù. Quella che scopavamo di nascosto nei pomeriggi afosi mentre i miei genitori pensavano che studiassi. Il cuore mi ha martellato. Lei mi ha fissato, e lo sguardo era lo stesso di allora: affamato, diretto, senza pudore. Sapeva. Voleva. Io pure.
Mi sono avvicinato. «Aisha.»
«Marco.» La voce grave, calda. «Sei tornato.»
Non c’è stato bisogno di altro. La tensione era un filo teso tra le gambe. Ricordavo le sue cosce aperte, la figa scura e stretta che mi stringeva il cazzo fin quasi a farmi male, i gemiti che soffocava contro il mio collo. Lei mi ha passato lo sguardo dal viso al pacco dei pantaloni e ha sorriso appena. «Hai ancora quello sguardo da cane in calore.»
Siamo andati in un bar isolato, lontano dalle voci del mercato. Un tavolo in fondo, persiane chiuse, odore di caffè e di lei. Mi sono seduto di fronte e ho visto il solco del seno sotto la maglietta leggera. Aisha ha preso il cucchiaino e l’ha girato lento nel bicchiere.
«Ho pensato al tuo cazzo bianco più volte di quanto dovrei ammettere», ha detto senza abbassare la voce. «Di notte, con le dita dentro, mi immagino ancora come mi aprivi. Come mi riempivi. Quanto eri grosso e quanto mi piaceva sentirlo spingere fino in fondo.»
Il sangue mi è sceso tutto sotto. «Mi manca la tua figa. Scura, stretta, sempre bagnata. Ricordo il sapore. Ricordo come mi spremevi quando venivi.»
Lei ha allungato la mano sotto il tavolo, mi ha preso il polso e se l’è portata tra le cosce. Niente mutandine. Solo pelle calda e una fessura già fradicia. Le dita mi sono scivolate sul clitoride gonfio, poi più giù, e ho sentito il calore viscido che mi ha fatto rizzare il cazzo contro la zip.
«Senti», ha sussurrato. «Sono già tutta aperta per te. Bagnata fradicia come a vent’anni. Voglio che me lo metti. Ora. A casa mia. È a due isolati.»
Ho annuito. Non c’era scelta. Volevamo entrambi la stessa cosa, senza bugie.
L’appartamento odorava di spezie e di lei. Appena chiusa la porta Aisha si è inginocchiata sul pavimento, mi ha sbottonato i pantaloni e ha tirato fuori il cazzo già duro, gonfio, le vene in rilievo. Mi ha guardato negli occhi mentre lo prendeva in bocca, le labbra scure che scivolavano giù, e ha ingoiato fino a sentirlo battere in gola. Un suono umido, grosso. La lingua premeva sotto, le guance si scavavano. Io le tenevo la testa e spingevo piano, guardandola mentre saliva e scendeva, la saliva che le colava sul mento e sul seno.
«Fottutamente brava», ho gemuto. «Succhiami così. Ingoia tutto.»
Quando non ce la facevo più l’ho sollevata, l’ho portata sul letto e l’ho spogliata. Tette pesanti, capezzoli scuri e duri, il ventre liscio, e tra le gambe quella figa nera lucida di umori, le labbra gonfie che si aprivano da sole. Mi sono cacciato tra le cosce in missionario e ho spinto dentro d’un colpo solo. Calda, stretta, scivolosa. Ha gettato la testa all’indietro e ha tirato un urlo basso. Ho pompato forte, il bacino che batteva contro il suo, il cazzo bianco che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi.
«Più forte», ansimava. «Spaccami. Usami come facevi allora.»
L’ho girata a pecorina. Il culo scuro alto, rotondo, le guance che ondeggiano a ogni spinta. Le ho dato uno schiaffo secco sulla chiappa, poi un altro, e ho afferrato i capelli ricci tirandole la testa indietro mentre la inculavo a fondo. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle riempiva la stanza. Lei spingeva indietro, la figa che mi stringeva a ogni colpo.
«Il mio bianco del cazzo», urlava. «Fottime la figa nera. Tutta tua. Sempre stata tua.»
«Adoro questa figa nera», le rispondevo tra i denti. «Stretta, zuppa, che mi mangia il cazzo. Ti rimo io. Ti riempio.»
Poi l’ho fatta salire sopra. Si è seduta sul cazzo e ha cominciato a cavalcare con forza, le tette che ballavano, le unghie piantate sul mio petto. Su e giù, circolare, profonda. Io le tenevo i fianchi e la sollevavo per riabbatterla giù. Lei urlava di piacere, chiamandomi così, e io le dicevo quanto amavo fottere quella figa scura, quanto mi faceva venire il bisogno di venire dentro.
Quando le gambe le tremavano l’ho tirata in 69. Lei sopra di me a gambe divaricate, la figa nera sul mio viso, e io le ho leccato il clitoride gonfio con la lingua piatta, poi l’ho succhiato mentre due dita le entravano dentro. Lei intanto mi prendeva le palle in bocca, le succhiava, le leccava, poi ridiscendeva sul cazzo fino in gola. Il sapore di lei mi riempiva la bocca, amaro e dolce, e il suono dei suoi gemiti vibrava contro il mio cazzo. Abbiamo continuato così finché il corpo non ci ha chiesto tregua, sudati, appiccicati, il respiro corto.
Aisha si è accoccolata contro il mio fianco, la guancia sul petto, una gamba gettata sulla mia. Ancora bagnata tra le cosce, il mio cazzo ancora mezzo duro contro la sua pancia. Le dita le accarezzavano la schiena scura, lenta.
«Non è finita», ha mormorato contro la pelle. «Stanotte non te ne vai. Voglio che mi fotti ancora. Voglio che mi svegli col cazzo dentro. Come allora. Solo che adesso non c’è più niente da nascondere.»
Ho chiuso gli occhi e ho sentito il desiderio risalire già, lento, insistente. Fuori Palermo scuoteva di vita notturna. Dentro, tra le lenzuola umide, sapevo che il ritorno era solo all’inizio, e che la notte avrebbe chiesto ancora di più.
Non ho aspettato che il desiderio si facesse troppo insistente. Le dita mi scendevano già lungo la schiena di Aisha, oltre la curva del culo, e ho ritrovato la fessura ancora scivolosa. Lei ha sospirato contro il mio petto e ha aperto le cosce senza una parola. Due dita dentro, lente all’inizio, poi più profonde, il pollice a girare sul clitoride gonfio. Il suo respiro si è fatto corto subito.
«Ancora bagnata», ho mormorato. «Come se non ti avessi già scopata a fondo.»
«Perché ti aspettavo», ha risposto. «Vent’anni a immaginare questo cazzo bianco che torna. Mettilo. Non voglio le dita.»
Mi sono alzato sulle ginocchia, l’ho fatta girare a pancia in giù e le ho sollevato i fianchi. Il culo scuro alto, le labbra della figa aperte e lucide. Ho spinto il glande contro l’ingresso e sono entrato d’un colpo, fino alle palle. Aisha ha affondato il viso nel cuscino e ha gemuto lungo, grosso. Ho cominciato a pompiare con forza, il bacino che sbatteva contro le sue chiappe, il suono umido e carnale che riempiva la stanza buia. Le ho afferrato i capelli ricci e le ho tirato la testa indietro.
«Guarda come ti prendo», ho detto tra i denti. «Figa nera stretta che mi mangia tutto. Sei sempre stata così. Sempre mia quando volevo.»
«Sì… fottila… spaccami come allora», ansimava. «Più forte, Marco. Usami.»
Ho accelerato. Ogni spinta faceva ondeggiare le tette pesanti contro le lenzuola. Le ho dato uno schiaffo sulla chiappa, poi un altro, lasciando il segno rosso sulla pelle scura. Lei spingeva indietro incontro a me, la figa che si contraeva a ogni colpo. Il caldo viscido mi avvolgeva, mi succhiava. Mi sono chino sul suo dorso, le ho morso la spalla e ho accelerato ancora, selvaggio, il cazzo che spariva e riemergeva lucido dei suoi succhi.
Quando ho sentito che stava per venire l’ho tirata su, schiena contro il mio petto, e ho continuato a inculcarla da dietro tenendole una mano sul collo e l’altra sul clitoride. Lei urlava il mio nome, le unghie conficcate nei miei fianchi. È venuta a scosse, la figa che mi strizzava a ondate, il liquido che le scendeva lungo le cosce. Non mi sono fermato. L’ho tenuta così finché le gambe non le hanno ceduto, poi l’ho adagiata di nuovo e mi sono ritirato solo per un attimo.
«Voglio leccarti», ho detto. «Voglio assaporare quanto sei venuta.»
Mi sono cacciato tra le sue cosce aperte e ho affondato la lingua nella fessura fradicia. Il sapore era forte, dolce e salato, il suo odore di spezie e sesso. Le ho succhiato le labbra gonfie, ho leccato il clitoride a piene lingue, ho spinto la lingua dentro il più possibile. Aisha si contorceva, mi premeva la testa contro la figa con entrambe le mani.
«Sì… mangiami… succhia quella figa nera… è tua…»
Quando non ce la faceva più l’ho sollevata, l’ho portata contro il muro vicino alla finestra socchiusa. Palermo fuori era un brusio lontano. L’ho sollevata, le gambe intorno ai miei fianchi, e l’ho impalata di nuovo. Il cazzo è scivolato dentro facile, fino in fondo. Lei mi ha agganciato il collo e ha cominciato a muoversi contro di me mentre io la tenevo e la scopavo in piedi, le chiappe strette tra le mie mani. Il ritmo era pesante, profondo. Le tette schiacciate sul mio petto, i capezzoli scuri duri che mi graffiavano la pelle.
«Il mio bianco… il mio cazzo bianco che mi apre… riempimi… voglio sentirlo sparare dentro», gemiva all’orecchio.
«Te lo do tutto», ho risposto. «Tutta la sborra bianca nella tua figa nera. Te la riempio come facevo a vent’anni. Tienila. Non farmela uscire.»
L’ho portata di nuovo sul letto, l’ho messa a cavalcioni. Aisha si è seduta e ha iniziato a scendere e salire con violenza, le unghie conficcate nel mio petto, le tette che ballavano. Io le tenevo i fianchi e la riabbassavo forte a ogni salita. Il suono della carne che sbatteva, i suoi gemiti rochi, il mio cazzo che spariva intero nella fessura scura. Lei girava il bacino, circolare, poi dritto su e giù, più veloce. Sudore che le scorreva tra i seni, sulla pancia, fino al punto dove eravamo uniti.
«Vieni con me», ha ansimato. «Voglio sentirlo pulsare. Voglio la tua sborra calda.»
Ho sentito arrivare. Le ho afferrato i capelli, l’ho tirata giù contro di me e ho spinto su con tutto il bacino mentre lei scendeva. Sono esploso dentro di lei a getti lunghi e pesanti, il cazzo che pulsava, la sborra che le riempiva la figa già zuppa. Aisha è venuta di nuovo sopra di me, la vagina che mi strizzava a ritmi irregolari, succhiandomi fino all’ultima goccia. Ha tremato a lungo, poi è collassata sul mio petto, ancora conficcata, il respiro rotto.
Siamo rimasti così. Il cazzo mollava piano, ancora dentro, la sborra che cominciava a colarle lungo le cosce e sul mio basso ventre. Le dita le accarezzavano i ricci umidi. Fuori una moto rombava lontano. Dentro, l’odore di sesso era denso, dolce e animale.
Aisha ha alzato la testa dopo un po’. Gli occhi erano gli stessi di allora, ma c’era qualcosa di diverso sotto. Ha sorriso, stanco.
«Come allora», ha mormorato. «Solo che adesso non scappi più a casa dai tuoi.»
Ho annuito. Ma mentre le dita le scendevano lungo la schiena scura, qualcosa ha iniziato a stringermi lo stomaco. Il piacere era ancora lì, caldo, sazio. Eppure. Vent’anni. Quella ragazza segreta dei pomeriggi afosi era diventata questa donna di trentotto anni che mi teneva ancora il cazzo dentro e mi chiedeva di restare. Io avevo una vita altrove. Progetti. Un appartamento a Milano che sapeva di vuoto. E lei… sapevo quasi nulla di lei, solo la figa stretta e la voce che mi diceva di spaccarmela.
Ho sentito la sborra raffreddarsi tra noi. Aisha si è spostata di lato, la guancia sul mio braccio, già mezza addormentata, soddisfatta, come se il cerchio si fosse chiuso. Io restavo con gli occhi aperti al soffitto crepato. Il desiderio si era spento di colpo, lasciando un peso strano al posto del fuoco. Avevo voluto questo. L’avevo preso. L’avevo scopata come allora, forse meglio. E adesso, nel silenzio dopo i gemiti, mi chiedevo se il ritorno non fosse stato solo la fame di un fantasma. Se quella figa nera e bagnata che mi aveva fatto impazzire a vent’anni potesse ancora colmare qualcosa, o se avessi soltanto riaperto una porta che avrei dovuto lasciare chiusa.
Lei dormiva già, il respiro lento contro la mia pelle. Io restavo sveglio, il corpo sazio e la testa piena di un dubbio che non sapevo ancora nominare. Palermo fuori continuava a vivere. Dentro, tra le lenzuola umide di noi due, il fuoco si era spento lasciando solo cenere e la sensazione che qualcosa, questa volta, non tornasse più come prima.
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