Prima Volta con Lui tra i Gigli Gelidi
Marco, operaio italiano di 32 anni, scopa selvaggiamente la modella somala Imani di 28 in una serra tra i gigli gelidi.
Il vento di gennaio mordeva la pelle come mille aghi invisibili, ma Marco non ci badava. A trentadue anni, con il fisico scolpito da anni passati sui ponteggi e nei cantieri, l’operaio italiano stava restaurando la base di una ninfa di marmo crepata dal tempo. Le sue braccia possenti, segnate da vene in rilievo, muovevano lo scalpello con cura mentre intorno a lui il giardino toscano antico dormiva sotto una coltre sottile di neve. I gigli gelidi, bianchi e solenni, erano ricoperti di brina che li faceva sembrare di vetro soffiato. I loro petali rigidi scintillavano debolmente sotto il cielo grigio.
Poi la vide.
Imani avanzava tra i fiori gelati con passo felpato, la modella somala di ventotto anni arrivata direttamente da un volo intercontinentale per uno shooting che doveva catturare il contrasto tra bellezza africana e inverno italiano. Alta, slanciata, con gambe che sembravano non finire mai e un corpo modellato da anni di passerelle, la sua pelle nera e vellutata assorbiva la poca luce trasformandola in qualcosa di caldo e vivo. I capelli crespi erano raccolti in una corona alta che lasciava scoperti gli zigomi scolpiti e gli occhi grandi, scuri, pieni di un’intelligenza tagliente. Il cappotto di lana leggera non riusciva a nascondere il seno alto e fermo né il culo rotondo che ondeggiava a ogni passo.
I loro sguardi si incatenarono tra i gigli. Marco sentì un colpo secco al basso ventre. «Cazzo, è stupenda. E nera… così nera che il mio cazzo bianco sembra già immaginarla aperta sotto di me.» Il pensiero lo colpì con violenza, proibito e irresistibile. La differenza razziale, invece di allontanarlo, lo incendiava. Imani, dal canto suo, si fermò di colpo. Quell’uomo bianco, massiccio, con le mani grandi e il viso segnato dal lavoro, le fece bagnare le mutandine all’istante. «Non ho mai visto un italiano così virile. Chissà come sverrebbe dentro di me… il primo bianco che mi fa perdere la testa così in fretta.»
«Sei qui per le foto?» chiese lui, la voce rauca per il freddo e per l’eccitazione improvvisa.
«Sì, esatto. Mi chiamo Imani. E tu sei l’operaio che tutti mi hanno descritto come un gran bel pezzo di maschio.» Sorrise, sfacciata. Il tu uscì naturale, intimo.
Parlarono pochi minuti, ma ogni frase era carica di sottintesi. Gli sguardi scendevano sulle bocche, sui colli, sulle mani. Il vento però divenne feroce e Imani rabbrividì visibilmente.
«Vieni,» disse Marco. «C’è una serra calda a venti metri. Non voglio che ti congeli prima dello shooting.»
Attraversarono il giardino innevato fianco a fianco, i respiri che si condensavano nell’aria. Appena entrarono nella serra, il caldo umido li avvolse come una coperta bagnata. Fiori tropicali esplodevano ovunque: orchidee carnose, felci lussureggianti, il profumo denso di terra fertile e polline che si mescolava all’odore dei loro corpi già eccitati. Imani si tolse il cappotto. Sotto indossava un body nero aderente che sembrava una seconda pelle, i capezzoli già turgidi che premevano contro il tessuto.
«Madonna, che corpo che hai,» mormorò lei senza filtri, passando le dita sul petto di Marco attraverso la felpa. «Tutti questi muscoli… mi fai bagnare solo a guardarti, lo sai?»
Marco deglutì. Il suo cazzo premeva dolorosamente contro i jeans. Allungò una mano e le sfiorò il braccio, dal gomito alla spalla, sentendo la pelle nera, liscia, calda come velluto riscaldato dal sole. «La tua pelle è incredibile. Non ho mai toccato niente di così morbido. Sembri fatta apposta per essere leccata ovunque.»
Imani si avvicinò fino a premere il seno contro di lui. Il suo fiato caldo gli bagnò le labbra. «Sai una cosa, Marco? Sono tutta bagnata all’idea di essere la prima donna nera che ti scopi. Voglio essere io quella che ti fa impazzire. Il tuo cazzo bianco che sparisce dentro la mia figa nera… mi eccita da morire. Dimmi che lo vuoi anche tu.»
Le parole furono benzina sul fuoco. Marco la afferrò per la nuca e la baciò con violenza famelica. Le lingue si intrecciarono subito, bagnate, oscene, mentre le mani di lui scendevano a strizzarle il culo sodo attraverso i leggings. Imani gemette nella sua bocca e gli infilò una mano tra le gambe, stringendo il rigonfiamento duro.
«Togliti tutto,» ordinò lei con voce roca.
In pochi secondi i vestiti volarono. Il corpo nudo di Imani era uno spettacolo: seni alti e neri con capezzoli scuri come cioccolato fondente, vita stretta, fianchi larghi e quella figa depilata che già luccicava di umori. Marco aveva il cazzo grosso, venato, la cappella lucida e rossa che puntava dritta verso di lei.
Imani si mise in ginocchio tra i vasi di gigli bianchi che qualcuno aveva portato dentro per lo shooting. Prese quel cazzo bianco tra le mani scure e lo guardò con adorazione sporca. «Che bello grosso che è,» sussurrò prima di spalancare la bocca e ingoiarlo. Succhiava con avidità animalesca, la testa che andava su e giù senza pietà, le guance incavate, la gola che si dilatava ogni volta che lo spingeva fino in fondo. I suoni erano bagnati, osceni: glug, glug, glug. Marco le afferrò i capelli crespi con entrambe le mani e la tenne ferma mentre le scopava la bocca con spinte brevi e profonde.
«Brava, così… ingoia tutto il cazzo del tuo operaio bianco, troia.»
Imani aveva gli occhi lucidi ma non si fermava, saliva che colava sul mento e sui seni. Quando lui la tirò su era già senza fiato. La piegò con forza contro il tavolo di legno grezzo usato per i vasi. Le abbassò i leggings fino alle caviglie e le aprì le natiche scure con le mani grandi. La figa di Imani era gonfia, bagnatissima. Marco la penetrò con un colpo solo, fino in fondo.
«Ahhh sì!» urlò lei.
«Ti sto scopando, troia nera del cazzo,» ringhiò lui mentre cominciava a sbatterla con forza da dietro. Il suono delle anche che sbattevano contro il culo scuro riempiva la serra. Ogni colpo faceva tremare le cosce di Imani. Lui le afferrava i fianchi, tirandola indietro mentre spingeva, guardando il suo cazzo bianco sparire completamente dentro quella figa nera e stretta.
Cambiò posizione senza uscire. La girò, la sollevò sul tavolo e le mise le lunghe gambe nere sulle spalle. In missionario profondo la martellava con spinte brutali, il sudore che colava dai loro corpi nonostante il gelo fuori dai vetri. Le schiaffeggiava il culo con la mano aperta, colpi forti che lasciavano impronte rosse sulla pelle ebano.
«Prendi questo cazzo, troia! Senti come ti riempio?»
«Sì! Più forte, Marco! Sono la tua troia nera, usami!» urlava Imani, le unghie conficcate nelle sue spalle. L’orgasmo la colpì come una scarica elettrica: la figa si contrasse violentemente intorno a lui, schizzando umori caldi sulle sue palle. Marco non resistette. Con un ruggito animale spinse fino in fondo e venne dentro di lei, getti spessi e caldi che la riempivano mentre continuava a pompare con spinte violente e consensuali, prolungando il piacere di entrambi.
Rimasero così, ansanti, sudati, il seme che cominciava a colare fuori dalla figa nera. Ma Imani non aveva ancora finito. Lo spinse su una panca di legno e gli salì sopra a cavalcioni. Il suo corpo lucido di sudore brillava sotto la luce della serra. Prese il cazzo ancora duro e se lo infilò dentro lentamente, centimetro dopo centimetro, fino a sedersi completamente su di lui.
«Adesso ti scopo io,» sussurrò baciandolo con passione profonda, la lingua che gli esplorava la bocca mentre cominciava a muoversi in un rodeo lento e circolare. I seni neri ondeggiavano davanti al viso di Marco che li leccava e li mordeva. Le mani di lui le stringevano il culo, guidandola su e giù, sempre più profondo.
Il secondo orgasmo arrivò piano, quasi doloroso. Imani lo baciava senza sosta, gemendo nella sua bocca mentre lui schizzava di nuovo dentro di lei, riempendola una seconda volta con fiotti caldi e abbondanti.
Esausti, ancora uniti, si guardarono negli occhi. Il respiro pesante, i corpi che tremavano. Fuori dalla serra si sentiva il rumore di passi sulla neve. Imani sorrise, maliziosa e ancora affamata, e gli sussurrò all’orecchio: «Lorenzo e Camila saranno qui tra pochissimo per preparare lo shooting… ma io non ho ancora finito con te. Voglio che mi scopi di nuovo mentre loro sono vicini, voglio rischiare, voglio che mi senti urlare mentre il tuo cazzo bianco mi apre ancora. Dimmi che lo vuoi anche tu, Marco. Dimmi che questo è solo l’inizio…»
Marco la fissò per un secondo, il respiro ancora grosso, il cazzo che pulsava dentro di lei ancora mezzo duro. Le sue mani grandi da operaio strinsero le natiche nere e tonde di Imani, affondando le dita nella carne calda. «Sì, troia. Lo voglio anch’io. Voglio scoparti di nuovo mentre loro si avvicinano. Voglio che sentano quanto ti piace prendere il cazzo di un bianco fino in fondo.»
Imani sorrise con quella bocca carnosa ancora lucida di saliva e sperma, gli occhi scuri che brillavano di fame pura. Si alzò lentamente, lasciando uscire il cazzo di Marco con un suono umido e osceno. Il seme bianco colava lungo le sue cosce nere in rivoli spessi, macchiando la pelle vellutata. «Allora prendimi forte, Marco. Fammi urlare. Non m’importa se Lorenzo e Camila ci sentono. Voglio che sappiano che la modella somala di ventotto anni si sta facendo sfondare da un operaio italiano di trentadue proprio qui, tra i gigli.»
Lo spinse contro il vetro della serra, la schiena di Marco premuta contro le lastre fredde che separavano il caldo umido dall’inverno toscano. Fuori, la neve continuava a cadere leggera sui gigli gelidi. Dentro, il profumo di terra fertile e fiori tropicali si mescolava all’odore acre del loro sesso. Imani si abbassò di nuovo in ginocchio, afferrando quel cazzo ancora viscido con entrambe le mani scure. Lo guardò dal basso, adorante e sporca. «È ancora duro per me… guardalo, tutto bianco e venato, coperto dei miei umori e del tuo sperma. Lo voglio di nuovo in gola.»
Aprì la bocca e lo ingoiò fino alla base in un solo colpo, senza preavviso. La gola le si dilatò visibilmente, gli occhi le lacrimarono ma non smise. Succhiava con rumori bagnati, osceni, facendo ruotare la lingua intorno alla cappella gonfia mentre le mani massaggiavano le palle pesanti. Marco ringhiò, afferrandole la corona di capelli crespi e spingendo i fianchi. «Brava, così… ingoia tutto, puttana nera. Succhialo bene prima che arrivino. Voglio che la tua gola nera sia piena del mio cazzo bianco.»
Dentro di sé Marco pensava che non aveva mai provato niente di simile: quella pelle scura che contrastava con la sua carnagione olivastra, quelle labbra tumide che lo stringevano come un pugno caldo e bagnato. Il rischio lo faceva impazzire. Sentiva già i passi sulla neve, lontani ma sempre più vicini. Lorenzo e Camila stavano arrivando per preparare lo shooting, eppure lui non riusciva a fermarsi. Voleva di più.
Tirò su Imani di scatto, la girò e la schiacciò contro il vetro freddo della serra. I seni alti e neri di lei si appiattirono contro la superficie appannata, i capezzoli duri come diamanti scuri. Marco le aprì le gambe con un ginocchio, le afferrò i fianchi larghi e spinse il cazzo dentro di lei con un colpo solo, fino alle palle. «Ahhh, cazzo!» urlò Imani, la voce che riecheggiava tra le orchidee e le felci.
«Zitta, troia… o forse no. Urla pure. Voglio che ti sentano mentre ti apro questa figa nera.» Cominciò a sbatterla con forza brutale, il suono delle anche che sbattevano contro il culo rotondo e scuro che riempiva la serra. Ogni spinta la sollevava quasi da terra. Il cazzo bianco spariva completamente dentro di lei, usciva lucido e tornava a spingere, dilatando le labbra gonfie della figa depilata. Imani graffiava il vetro con le unghie, il fiato che creava condensa. «Più forte, Marco! Scopami come se fossi la tua puttana somala personale! Riempimi di nuovo, voglio sentire il tuo sperma bianco che mi cola fuori mentre loro entrano!»
Dentro di lei, il pensiero era un turbine: non aveva mai perso il controllo così con un uomo bianco, ma quel corpo massiccio, quelle mani callose da cantiere, quel cazzo spesso e venato la stavano distruggendo nel modo più bello possibile. Il rischio di essere scoperti la faceva contrarre ancora di più intorno a lui.
Marco le schiaffeggiò il culo con forza, lasciando impronte rosse sulla pelle ebano. «Senti come ti stringi? La tua figa nera ama il cazzo italiano, vero? Dillo.»
«Sì! La mia figa nera è fatta per il tuo cazzo bianco! Sono la tua troia somala, usami, sfondami!»
I passi fuori erano più vicini adesso. Si sentivano voci attutite: Lorenzo che rideva per qualcosa, Camila che rispondeva. La maniglia della porta della serra cigolò. Imani spinse indietro il culo, impalandosi ancora più profondamente. Marco aumentò il ritmo, scopandola con spinte brevi e violentissime, una mano che le tappava la bocca mentre l’altra le strizzava un seno. Ma lei morse le dita di lui e urlò lo stesso, il suono attutito ma chiaro.
«Sto per venire di nuovo…» ringhiò Marco al suo orecchio, mordendole il lobo. «Ti riempio un’altra volta, troia.»
Imani tremò, l’orgasmo la colpì come una frusta. La figa si contrasse in spasmi violenti intorno al cazzo di lui, schizzando umori caldi che colarono sulle cosce di entrambi. Marco non resse: con un ruggito basso spinse fino in fondo e venne, fiotti spessi e potenti che la inondarono per la terza volta, il seme bianco che straripava intorno al cazzo mentre lui continuava a pompare lentamente, prolungando il piacere.
Rimasero così, uniti, ansanti, il sudore che colava sui loro corpi nudi nonostante il gelo fuori. Il respiro di Imani era caldo contro il vetro appannato. Marco aveva ancora il cazzo dentro di lei, mezzo duro, mentre il seme misto ai suoi umori colava in un rivolo lento lungo le gambe nere di lei. Sentirono la porta aprirsi piano. La voce di Camila chiamò: «Imani? Ci sei?»
Imani voltò appena la testa, gli occhi ancora velati di piacere, un sorriso sporco sulle labbra. Marco le baciò la nuca sudata, il cuore che batteva contro la sua schiena. Il calore dei loro corpi, l’odore intenso di sesso che impregnava l’aria umida della serra, tutto restava sospeso in quel momento perfetto di afterglow interrotto.
Le loro dita si intrecciarono sul vetro freddo mentre i passi si avvicinavano tra i vasi di gigli.
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