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Nude al Chiaro di Luna: L’Amica della Sposa Mi Ha Sorpreso Nuda

La mia amica di 29 anni mi ha sorpreso nuda in piscina al chiaro di luna e abbiamo scopato da lesbiche fino a venire insieme.

12 min read September 26, 2026New

Sono Delphine, ho trentadue anni e quella sera ero la testimone di nozze della mia migliore amica. Dopo aver passato ore nella grande villa sul lago ad aiutarla con gli ultimi preparativi per il matrimonio dell’indomani, i nervi mi vibravano sottopelle come fili tesi. La sposa era agitata, gli addobbi floreali erano stati sistemati e risistemati mille volte, e io avevo sorriso, consolato, organizzato fino a quando la gola mi si era chiusa per la stanchezza emotiva. Il giardino scendeva fino alla piscina privata, illuminato soltanto dal chiarore bianco della luna piena che galleggiava sopra il lago come un faro silenzioso. L’acqua sembrava chiamare il mio corpo esausto. Decisi che un bagno nuda sarebbe stato l’unico modo per calmarmi, per ritrovare il contatto con me stessa prima del caos del giorno dopo.

Mi spogliai all’ombra di un salice, lasciando cadere il vestito leggero sull’erba umida di rugiada. L’aria fresca della notte mi avvolse, facendomi inturgidire i capezzoli sui seni pieni e pesanti. Un brivido mi corse lungo la schiena fino al solco tra le natiche. Entrai in acqua lentamente, un passo dopo l’altro, sentendo il freddo risalirmi le caviglie, le ginocchia, le cosce, fino a lambire la mia figa già sensibile. Quando l’acqua mi arrivò alla vita mi immersi del tutto, lasciando che il liquido mi accarezzasse il clitoride con una gentilezza crudele. Iniziai a nuotare con movimenti lenti, sensuali, aprendo le gambe in ampie bracciate a rana che esponevano completamente il mio sesso all’acqua. I seni galleggiavano, i capezzoli duri che tagliavano la superficie come piccole punte di desiderio. Ogni spinta delle anche mi provocava un lampo di piacere sordo tra le gambe. Pensavo solo al silenzio, al respiro della notte, al modo in cui la luna trasformava la mia pelle in argento liquido. Mi sentivo bella, libera, pericolosamente viva.

Fu allora che percepii lo sguardo.

Non era il vento. Non era un rumore. Era calore sulla nuca, sulla curva della schiena, sul culo che emergeva ogni volta che davo una spinta. Mi fermai al centro della vasca, l’acqua che mi arrivava appena sotto i seni, e mi voltai. Hana era lì, sul bordo di pietra, a pochi metri da me. Ventinove anni, l’altra damigella d’onore, con i capelli castani sciolti sulle spalle e un vestito leggero che le aderiva al corpo come se avesse caldo nonostante la brezza notturna. Mi guardava con un sorriso complice, quasi famelico. I suoi occhi scendevano senza pudore sui miei seni bagnati, sui capezzoli eretti, sul triangolo nudo tra le mie cosce visibile attraverso l’acqua trasparente. Non diceva niente. Si limitava a osservare, le labbra socchiuse, il respiro visibilmente accelerato.

«Hana…» sussurrai, il cuore che mi batteva forte nel petto. «Da quanto sei qui?»

Lei inclinò la testa, il sorriso che si allargava. «Abbastanza da capire che non riuscirò a dormire stanotte se non ti tocco.» La sua voce era bassa, calda, quasi un sospiro. Si accovacciò sul bordo, le ginocchia aperte sotto il vestito, e continuò: «Ti ho sempre trovata irresistibile, Delphine. Dal primo giorno che ti ho vista accanto alla sposa, mi hai fatto bagnare solo con uno sguardo. Ma questo… vederti nuda al chiaro di luna, mentre nuoti come se stessi facendo l’amore con l’acqua… mi ha eccitata da morire. Sento la figa che pulsa, tesoro. Sono fradicia.»

Le sue parole mi colpirono come una mano calda tra le gambe. Invece di coprirmi, invece di provare imbarazzo, sentii un’ondata di calore liquido inondarmi il basso ventre. Uscii dall’acqua con deliberata lentezza, un passo alla volta, lasciando che i rivoli scintillanti mi scendessero tra i seni, lungo la pancia, fino a perdersi nel solco della mia figa gonfia. L’acqua mi scivolava dalle cosce in piccoli torrenti. Mi fermai davanti a lei, nuda, gocciolante, i capelli bagnati incollati alle spalle. I suoi occhi mi divoravano. Sentivo il suo sguardo come una lingua fisica.

«Vuoi toccarmi?» domandai, la voce roca di desiderio.

«Cazzo, sì,» rispose Hana senza esitare. Si alzò, si avvicinò in due passi e mi afferrò il viso con entrambe le mani. Il bacio fu immediato, profondo, quasi violento nella sua urgenza. La sua lingua entrò nella mia bocca cercando la mia con fame disperata. Sapeva di menta e di desiderio trattenuto troppo a lungo. Le mie mani le slacciarono i bottoni del vestito mentre le sue mi stringevano i seni, soppesandoli, pizzicandomi i capezzoli fino a farmi gemere nella sua bocca. Il vestito cadde. Sotto era nuda anche lei. I suoi seni erano alti, i capezzoli scuri e duri contro i miei. Le nostre lingue si intrecciavano, le mani esploravano con urgenza: le sue dita scesero sulla mia figa, separando le labbra bagnate, trovando il clitoride già sporgente e strofinandolo con due polpastrelli in cerchi rapidi. Io infilai una mano tra le sue cosce e la trovai fradicia, la passera calda e scivolosa che mi accoglieva con facilità.

«Sei così bagnata…» mormorai contro le sue labbra.

«Per te. Solo per te,» ansimò lei, mordendomi il labbro inferiore.

Ci spostammo senza smettere di baciarci verso il grande lettino esterno, quello con i cuscini spessi sotto il pergolato di glicine. Hana mi spinse giù con dolce fermezza. Mi sdraiai sulla schiena, le gambe aperte, il corpo ancora bagnato che brillava sotto la luna. Lei si inginocchiò tra le mie cosce, mi guardò per un lungo istante negli occhi, poi abbassò la testa. La sua lingua calda e piatta mi leccò tutta la figa in un’unica, lunga passata dall’ano al clitoride. Gemetti forte, la schiena che si inarcava. Hana non fu gentile: mi divorò. Succhiò il clitoride tra le labbra, lo torturò con la punta della lingua mentre infilava due dita dentro di me, curve verso l’alto, trovando subito il punto che mi fece vedere le stelle. Pompava con ritmo deciso, la bocca che faceva rumori osceni contro la mia carne bagnata. I miei umori le colavano sul mento. Io le tenevo la testa premuta contro di me, i fianchi che si muovevano da soli, gemendo senza controllo.

«Hana… sì… leccami così… oddio, sto per venire…»

Ma non volevo venire ancora. Volevo prima farla impazzire io. La fermai, la feci alzare e la misi a quattro zampe sul lettino, il culo alto e perfetto offerto alla mia bocca. Mi inginocchiai dietro di lei e affondai il viso tra le sue natiche. Leccai la sua passera da dietro, lingua larga e bagnata, poi risalii fino al piccolo ano rosa e stretto. Lo baciai, lo girai con la punta della lingua, lo penetrai mentre con due dita le scopavo la figa con forza, il pollice che premeva sul clitoride gonfio. Hana urlò di piacere, la voce soffocata contro il cuscino.

«Delphine… cazzo… mi stai mangiando il culo… sì, infilala più dentro, ti prego… sto impazzendo!»

Le sue gambe tremavano. Sentivo la sua figa contrarsi intorno alle mie dita, i succhi che mi colavano sul polso. La masturbavo energicamente, la lingua che non smetteva di scoparle il culo, finché i suoi gemiti diventarono urla acute e disperate.

Quando capii che stava per esplodere la girai di nuovo. Ci mettemmo faccia a faccia, gambe intrecciate, fiche premute una contro l’altra. Iniziammo a sfregarci con frenesia, i clitoridi che scivolavano e sbattevano, bagnati e caldi. I nostri seni si schiacciavano, i capezzoli si strofinavano. Il suono era osceno, bagnato, carnale. Ci guardavamo negli occhi mentre acceleravamo, i fianchi che si muovevano in cerchi sempre più veloci e sporchi.

«Vieni con me,» le ordinai tra i denti. «Voglio sentirti venire sulla mia figa.»

Hana annuì, gli occhi lucidi di piacere. «Insieme… Delphine… adesso!»

L’orgasmo ci travolse nello stesso istante, violento, reciproco. Le nostre fiche si contrassero all’unisono, i clitoridi che pulsavano schiacciati uno contro l’altro. Urlai il suo nome, lei urlò il mio. I nostri umori si mescolarono in un fiotto caldo che bagnò i cuscini. I corpi tremavano, scossi da ondate continue, i muscoli che si stringevano e rilasciavano in spasmi profondi.

Esauste, ancora scosse da piccoli tremiti, ci lasciammo cadere una sull’altra. Ci baciammo dolcemente, con tenerezza infinita, le lingue che si accarezzavano pigre. I nostri sguardi erano incatenati. Hana mi sfiorò una guancia con le dita e sussurrò contro le mie labbra: «Questo sarà il nostro segreto più dolce. Nessuno dovrà mai saperlo.»

Ci avvolgemmo nello stesso grande asciugamano di lino, i corpi ancora caldi e umidi di sudore e di noi. Iniziammo a camminare verso la villa, mano nella mano, nude sotto la stoffa morbida. Il cuore mi batteva ancora forte. Mentre passavamo accanto alla siepe di bosso, una luce si accese improvvisamente al primo piano della villa, proprio nella zona delle camere. Sentimmo dei passi leggeri sul terrazzo sopra di noi. Hana mi strinse la mano fino a farmi male. Ci fermammo nell’ombra, il respiro corto, i corpi ancora vibranti di piacere. La sua coscia sfiorò la mia sotto l’asciugamano e sentii di nuovo un guizzo di desiderio tra le gambe, nonostante l’orgasmo appena vissuto.

Non era finita. Non poteva essere finita. Il matrimonio era tra poche ore, la sposa dormiva a pochi metri da noi, eppure il fuoco che Hana aveva acceso dentro di me bruciava più forte di prima. Ci guardammo. Nei suoi occhi lessi la stessa urgenza, la stessa paura eccitante. I passi si avvicinarono al parapetto. Trattenemmo il respiro, schiacciate contro il muro della villa, l’asciugamano che scivolava lentamente dalle nostre spalle nude, e capimmo che quella notte aveva appena cominciato a pretendere di più.

Sono Delphine, ho trentadue anni, e in quel momento tutto il mio corpo era un fascio di nervi tesi e desiderio puro. I passi sul terrazzo si fermarono proprio sopra le nostre teste, e l’asciugamano finì ai nostri piedi come una bandiera bianca che si arrendeva. Nude contro il muro freddo della villa, io e Hana restammo immobili, i seni premuti uno contro l’altro, i capezzoli duri che sfregavano con ogni respiro. La luna ci tradiva, facendo brillare i rivoli di umori che ancora ci bagnavano le cosce. Il cuore mi batteva così forte che temevo si sentisse dal terrazzo.

Hana mi guardò negli occhi, un sorriso famelico che le curvava le labbra nonostante il pericolo. La sua mano scese lenta sul mio ventre, superò il monte di Venere e trovò la mia figa già gonfia e traditrice. Le sue dita separarono le grandi labbra con sicurezza, raccogliendo la mia eccitazione densa. «Sei fradicia, Delphine,» sussurrò così piano che il suono fu quasi un respiro caldo sul mio orecchio. «Ti eccita l’idea che qualcuno possa scoprirci, vero? Che la testimone della sposa sia qui nuda a farsi toccare la passera come una troia.»

Le sue parole sporche mi fecero contrarre la figa intorno alle sue dita che scivolavano dentro senza chiedere permesso. Due dita, poi tre, che mi aprivano con ritmo lento ma profondo. Io soffocai un gemito mordendole la spalla, mentre la mia mano cercava la sua intimità. La trovai bollente, le labbra tumide e scivolose che si aprivano da sole. Infilai due dita fino in fondo, sentendo le pareti vellutate che mi stringevano come una morsa calda. Iniziammo a scoparci così, in piedi contro il muro, i pollici che massaggiavano i clitoridi gonfi in cerchi stretti e veloci.

Ogni spinta delle nostre mani produceva un rumore bagnato, osceno, che nel silenzio della notte sembrava assordante. Hana spinse il bacino contro di me, cavalcando le mie dita con urgenza. «Più forte,» ansimò contro la mia bocca. «Scopami la figa come se volessi romperla. Voglio sentirti fino in gola.» Io obbedii, pompando con forza, curvando le dita per massaggiare quel punto spugnoso dentro di lei che la faceva tremare. I suoi seni alti e sodi ballavano a ogni movimento, i capezzoli scuri puntati verso di me. Li presi in bocca uno dopo l’altro, succhiandoli forte mentre le mie dita la devastavano.

Il rischio rendeva tutto più intenso. Ogni secondo poteva essere quello in cui la persona sul terrazzo si sarebbe affacciata e ci avrebbe viste: due damigelle di ventinove e trentadue anni, nude, sudate, con le mani affondate nelle fiche l’una dell’altra. Quel pensiero mi portò sull’orlo dell’orgasmo troppo presto. Hana se ne accorse e rallentò, sadica. «Non ancora, puttanella. Prima voglio mangiarti fino a farti urlare nel mio palmo.»

Mi fece voltare, premendomi il petto contro il muro. Il marmo freddo sui capezzoli mi strappò un brivido che mi arrivò dritto al clitoride. Hana si inginocchiò dietro di me, aprì le mie natiche con entrambe le mani e affondò la faccia tra di esse. La sua lingua larga leccò tutta la mia figa da dietro, dal clitoride fino all’ano, raccogliendo ogni goccia dei miei umori. Poi si concentrò sul buchetto stretto, girandoci intorno con la punta, penetrandolo con lenti affondi mentre tre dita mi scopavano la passera con violenza controllata. Il suono era osceno: schiocchi bagnati, succhiamenti, i miei gemiti soffocati contro l’avambraccio.

«Hana… cazzo… mi stai leccando il culo come una depravata…» mormorai, la voce rotta. Lei rise piano contro la mia carne e spinse la lingua più a fondo, mentre il pollice premeva sul clitoride con movimenti rapidi. Le gambe mi tremavano. Sentivo l’orgasmo montare come una marea calda, ma lei si fermò di nuovo, sadica, lasciandomi sul bordo.

Mi girai di scatto, la presi per i capelli e la spinsi sull’erba umida poco più in là, dove l’ombra del salice era più fitta ma ancora troppo vicina alla villa. Ci buttammo in una posizione selvaggia, io sopra di lei in sessantanove rovesciato. La mia figa grondante calò sulla sua bocca mentre io affondavo la faccia tra le sue cosce aperte. Il suo sapore era intenso, dolce e muschiato, i suoi umori mi colavano sul mento mentre la divoravo. Succhiavo il clitoride tra le labbra, lo frustavo con la lingua, poi infilavo due dita nella figa e due nel culo, scopandola da entrambi i buchi con ritmo brutale.

Hana sotto di me faceva lo stesso: lingua dentro la mia passera, poi fuori per succhiare il clitoride, due dita nella figa e il pollice che mi penetrava l’ano senza pietà. I nostri corpi scivolavano uno sull’altro, sudati, i seni schiacciati contro i ventri, i capezzoli che sfregavano contro la pelle calda. I rumori erano indecenti: succhi, schiocchi, gemiti soffocati nelle fiche. Io pensavo solo che volevo farla venire più forte di prima, volevo bere ogni goccia di lei mentre la notte ci guardava.

Accelerammo insieme, le dita che pompavano più veloci, le lingue che diventavano quasi violente sui clitoridi. Hana iniziò a tremare sotto di me, i fianchi che si alzavano di scatto. «Sto per venire… Delphine… sto per inondarti la faccia…» Io non risposi, succhiai più forte, scopandola più a fondo. L’orgasmo ci prese nello stesso istante, violento, quasi doloroso. La mia figa si contrasse intorno alla sua lingua in spasmi profondi, spruzzandole umori caldi sulla bocca e sul collo. Lei fece lo stesso, la sua passera che pulsava sulle mie dita mentre un fiotto caldo mi bagnava mento e guance. Venimmo mordendoci le cosce per non urlare, i corpi scossi da ondate che sembravano non finire mai.

Quando finalmente l’orgasmo si ritirò, ci lasciammo cadere di lato sull’erba, ansimanti, i corpi intrecciati e lucidi. Hana mi baciò piano, assaporando il proprio sapore sulla mia lingua. Le sue dita mi accarezzavano la guancia con una tenerezza che contrastava con la violenza di poco prima. «Sei mia,» sussurrò. «La mia troia segreta. Nessuno dovrà mai sapere quanto ci piace scoparci come animali.» Io sorrisi, esausta, il cuore ancora in gola, pensando che forse quella notte avremmo potuto ripetere tutto all’alba, prima del matrimonio.

Fu allora che sentimmo la porta del terrazzo aprirsi di nuovo. Passi leggeri scesero le scale di pietra, diretti verso il giardino. Una voce familiare, preoccupata e assonnata, tagliò il silenzio della notte.

«Delphine? Hana? Siete voi là fuori? Ho sentito dei rumori… state bene?»

Era la sposa. I passi si avvicinavano sempre di più al salice, proprio dove giacevamo nude, ancora sporche dei nostri umori, i capelli scompigliati e le labbra gonfie di baci e leccate. Hana mi strinse il polso fino a farmi male. Non c’era tempo per coprirci, non c’era via di fuga. La figura apparve oltre la siepe, una sagoma che si stagliava contro la luce della villa. Il suo sguardo stava per posarsi su di noi.

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