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Sguardi Carichi nel Retrobottega

Nel retrobottega del negozio, il commesso ventottenne Marco e il cliente trentacinquenne Julius si abbandonano a un sesso gay duro e consenzionale.

8 min read October 02, 2026New

Ti confesso che da settimane, ogni volta che Julius entrava nel negozio di abbigliamento maschile di via Torino, a Milano, il sangue mi saliva dritto tra le gambe. Avevo ventotto anni, facevo il commesso da sei, e il mio fisico atletico — spalle larghe, addome piatto, cosce da chi corre ancora la mattina lungo i Navigli — non era mai stato così consapevole di sé come quando lui mi guardava. Julius aveva trentacinque anni, cliente abituale, muscoloso sotto i completi curati, sicuro di sé come chi sa esattamente cosa vuole e non ha paura di prenderlo. Gli sguardi carichi, i sorrisi complici, le dita che sfioravano il tessuto mentre gli porgevo una camicia: tutto era diventato un linguaggio privato.

Quella sera, dopo l’orario di chiusura, lo accompagnai nel retrobottega per far firmare un reso. Il magazzino odorava di cartone nuovo e di lana. Lui chiuse la porta a chiave con un clic deliberato. Si voltò, mi fissò dritto negli occhi e chiese, a voce bassa ma chiara: «Marco, vuoi anche tu quello che sta per succedere? Dimmi di sì solo se lo desideri davvero.»

Non esitai. «Sì. Lo voglio. Da settimane.»

Mi avvicinai lentamente. Le sue mani grandi sfiorarono il mio petto sopra la camicia bianca, palparono i pettorali, sentirono i capezzoli già duri. «Ti guardavo mentre piegavi i pantaloni,» confessò, la voce roca. «Immaginavo di spogliarti qui, di farti gemere contro questi scatoloni. Il desiderio represso mi mangiava.»

«E io,» risposi, il fiato corto, «ogni volta che ti vedevi davanti allo specchio a provare una giacca, pensavo a quanto saresti stato bello nudo, quanto saresti stato duro per me.»

I baci esplosero famelici. Lingue che si cercavano, denti che pizzicavano il labbro inferiore, saliva condivisa. Premi il bacino contro il suo e sentii la sua erezione spingere contro la mia, due cazzi gonfi separati solo dalla stoffa. Julius mi sussurrò contro la bocca: «Voglio farti mio qui e ora.» Annuìi, eccitato fino al tremore, e le mie dita slacciarono la sua cintura, abbassarono la zip. Il rischio di essere scoperti — il proprietario poteva tornare, un collega poteva bussare — non faceva che spingere il desiderio più in fondo.

Caddi in ginocchio sul pavimento freddo. Tirai fuori il suo cazzo: grosso, duro, venato, la testa già lucida di precome. Lo ingoiai con avidità, fino in gola, sentendo la gola aprirsi e stringersi. Julius mi tenne la testa con entrambe le mani, le dita intrecciate nei miei capelli. «Così, puttana di un commesso… succhia tutto. Ti sei agognato questo cazzo ogni giorno, vero? Ingoialo. Più a fondo.» Parlava sporco, basso, e ogni parola mi faceva pulsare il cazzo nei pantaloni. Sbavavo, saliva che colava sul mento, occhi umidi mentre lui mi scopava piano la bocca con spinte controllate. Il sapore salato, il calore, il modo in cui le sue palle battevano sul mio mento: era tutto ciò che avevo fantasticato nelle pause pranzo.

Quando mi tirò su, mi piegò in avanti su uno scatolone di camicie. Mi abbassò i pantaloni e il boxer in un gesto deciso, lasciandomi il culo nudo all’aria del magazzino. Prima le dita: due, lubrificate con saliva e con un po’ di crema che tenevamo per le mani dei clienti, mi aprirono con cura e fame insieme. «Cazzo, sei stretto… e già ti spingi indietro.» Gemetti, il viso premuto contro il cartone, e quando le dita lasciarono il posto al suo cazzo sentii l’invasione profonda, intensa, da dietro. Mi riempì centimetro dopo centimetro finché le sue anche non furono piatte contro le mie natiche.

Iniziò a scoparmi con spinte potenti. Alternava colpi lunghi e lenti a raffiche dure, e ogni tanto la mano scendeva a darmi uno schiaffo sonoro sul culo. Il dolore bruciava dolce, si mescolava al piacere. «Più forte,» chiesi, spingendo indietro il bacino, cercando di prenderlo ancora più a fondo. «Scopami come hai sognato. Usami.» Lui grugnì, mi tenne i fianchi e accelerò. Il magazzino si riempì del suono umido di carne contro carne, dei miei gemiti soffocati, del suo respiro pesante. Sudavo già, la camicia appiccicata alla schiena.

Poi mi fece girare. Mi sollevò parzialmente, le mie gambe avvolte intorno ai suoi fianchi mentre mi faceva sedere a metà sullo scatolone, e mi fotteva faccia a faccia. I nostri sguardi si incrociavano, bocche aperte, fronti che si toccavano. La sua mano scese tra noi e mi pompò il cazzo con pugno fermo, sincronizzato alle spinte. «Vieni per me. Sul mio addome. Mostrami quanto ti piace essere scopato qui, dove chiunque potrebbe entrarci.» Non resistetti. L’orgasmo mi spaccò: vennero getti caldi sul suo ventre piatto, sul bordo dei suoi pantaloni aperti, mentre il suo cazzo continuava a martellarmi il buco. Strinsi intorno a lui, lo sentii pulsare, ma si trattenne, continuò a muoversi dentro di me finché non fui svuotato e tremante.

Esausti e sudati, ci baciammo con una lentezza improvvisa, quasi tenera, lingue pigre che assaggiavano il sale della pelle. Il suo cazzo era ancora duro dentro di me, o appena sfilato, caldo e pulsante contro la mia coscia. Il magazzino era silenzioso tranne i nostri respiri. Julius mi guardò, gli occhi scuri di una fame non ancora saziata, e mi accarezzò il viso con il pollice.

«Non ho finito con te,» mormorò. «C’è ancora troppo che voglio farti. Qui, stanotte, prima che qualcuno ci trovi.»

La tensione non si era sciolta: pendeva tra noi, densa come l’odore di sesso e cartone, pronta a riaccendersi.

Julius mi teneva ancora stretto, il cazzo duro che pulsava contro la mia coscia sudata, e il suo sguardo non lasciava scampo. «In ginocchio di nuovo,» ordinò con quella voce roca che mi faceva tremare le ginocchia. Obbedii subito, il pavimento freddo del magazzino contro le mie rotule mentre mi abbassavo. Lui si sfilò completamente i pantaloni e i boxer, restando nudo dalla vita in giù, il cazzo lucido del mio precome e della saliva, le palle pesanti e tirate. Mi afferrò i capelli e mi spinse la faccia contro l’inguine. «Leccamelo tutto. Palle, gambo, fino alla radice. Voglio che il tuo fiato mi bagni prima di riempirti di nuovo.»

La lingua mi corse lungo le vene, assaporando il sapore salato e muschiato di noi due mescolati. Gli presi le palle in bocca una alla volta, succhiandole piano mentre lui gemette basso, le dita che premevano sulla mia nuca. Poi risalii e lo ingoiai di nuovo fino in gola, questa volta più lento, lasciando che la saliva colasse in fili spessi. Julius spingeva i fianchi in avanti con spinte corte e precise, scopandomi la bocca come se fosse il mio culo. «Guardami negli occhi mentre lo fai, puttana. Sì… così. Sei nato per avere un cazzo in gola.» Le lacrime mi bruciavano gli angoli degli occhi dal riflesso, ma non distolsi lo sguardo. Il desiderio mi martellava tra le gambe; il mio cazzo, ancora semi-duro dopo l’orgasmo di prima, riprendeva a gonfiarsi contro la camicia aperta.

Quando mi tirò su di scatto, mi girò e mi spinse a quattro zampe contro una pila di scatoloni più alti. Le ginocchia mi dolevano in modo delizioso. Sentii il caldo della sua saliva che scendeva lungo la fessura del mio culo, poi la lingua calda e larga che mi aprì. Julius mi leccava il buco con fame, spingendo la punta dentro, girandola, succhiando i bordi mentre le sue mani tenevano divaricate le mie natiche. Gemetti forte, senza più trattenermi, il viso premuto contro il cartone che sapeva di amido e tessuto nuovo. «Cazzo, Julius… continua… leccami così.» Lui rispose con un grugnito e spinsе due dita dentro insieme alla lingua, aprendomi di nuovo, trovando subito quel punto che mi faceva vedere stelle. Il piacere saliva a ondate, il cazzo che gocciolava precome sul pavimento.

Si alzò, si allineò e mi trafisse di nuovo con un colpo solo, fino in fondo. Il grido mi uscì strozzato. Cominciò a scoparmi con una violenza controllata, le anche che sbattevano contro le mie con un suono umido e ritmico, le palle che picchiavano sul perineo. Ogni spinta mi faceva avanzare di un centimetro sugli scatoloni. «Più forte,» ringhiai. «Spaccami. Voglio sentirlo domani quando piego i pantaloni.» Julius accelerò, una mano che mi afferrava la spalla per tenermi fermo, l’altra che mi schiaffeggiava il culo a intervalli irregolari. Il bruciore della pelle si fondeva col piacere interno, e io spingevo indietro incontrando ogni colpo. Sudore ci colava lungo la schiena, gocce che cadevano sul pavimento. Il magazzino era pieno solo dei nostri respiri affannosi e del suono carnale di carne che batteva contro carne.

Mi sollevò di peso, mi voltò di scatto e mi fece sedere sul bordo di un tavolo da imballaggio. Le mie gambe si avvolsero intorno alla sua vita mentre lui rientrava dentro di me faccia a faccia, più profondo di prima. I nostri petti sudati si strofinavano, i capezzoli duri che si sfioravano. Ci baciammo sporchi, lingue che si contorcevano, denti che graffiavano. La sua mano scese e mi prese il cazzo, lo strofinò forte, il pollice che spalmava il precome sulla glande. «Vieni di nuovo mentre ti scopo,» monciò contro la mia bocca. «Voglio sentire il tuo culo che mi strizza quando sborri.» Le spinte diventarono corte e micidiali, mirate esattamente al punto che mi faceva rabbrividire. L’orgasmo arrivò come un’onda che mi spezzò: getti caldi e spessi schizzarono sul suo addome, sul mio, mentre io stringevo il suo cazzo in spasmi incontrollati. Julius non si fermò. Continuò a martellarmi attraverso il mio climax, allungandolo fino a farmi gemere per l’ipersensibilità.

Poi fu il suo turno. Mi scaraventò di nuovo in ginocchio, il cazzo lucido e pulsante a pochi centimetri dalla mia faccia. «Apri. Voglio vederti prenderlo tutto in faccia e in bocca.» Si masturbò con due mani veloci, gli occhi fissi nei miei, e dopo pochi secondi esplose con un gemito lungo e basso. Sborra calda e densa mi colpì le labbra, le guance, il mento; ne inghiottii quanta ne potevo, il sapore amaro e salato che mi riempiva la lingua. Continuò a pompare finché non ne uscì più, le ultime gocce che gli strizzai con le dita e le leccai pulite. Ci guardammo ansimanti, il magazzino silenzioso tranne i nostri cuori che battevano.

Ci aiutammo a rialzarci, le gambe molli. Julius mi asciugò il viso con la manica della sua camicia, un gesto quasi tenero dopo tutta quella durezza. Ci vestimmo in silenzio affrettato, riallacciando cinture e bottoni, nascondendo le macchie di sborra come potevamo. Lui mi baciò ancora una volta, lento, assaporando il sapore di sé stesso sulla mia bocca. «Tornerò domani sera. Stessa ora. Voglio di più.»

Annuìi, il corpo ancora tremante. Mentre lui si chinava a raccogliere il telefono caduto vicino agli scatoloni, lo schermo si illuminò per un attimo. Vidi la notifica chiara, senza poterne distogliere gli occhi: «Torno a casa alle 23, amore. Non fare tardi — moglie.» Julius non se ne accorse. Spense lo schermo, mi sorrise e uscì dal retrobottega con lo stesso portamento sicuro di sempre. Io restai lì, il sapore della sua sborra ancora in bocca, e non dissi nulla. Sapevo adesso ciò che lui credeva di tenermi nascosto, e quel segreto mi bruciava sotto la pelle più di qualsiasi spinta.

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