Tempesta di desiderio nel buio della cantina
Durante il temporale, l'operaio italiano di 32 anni scopa con passione la modella nigeriana di 28 anni nella cantina buia.
Il tuono scosse le fondamenta della vecchia villa proprio mentre Marco scendeva gli ultimi gradini di pietra. Trentadue anni, spalle larghe da chi ha passato una vita a sollevare tubi e cavi, salì e scese scale di cantine più volte di quante potesse contare. Ma quella sera il temporale batteva selvaggio sul tetto, la corrente era saltata di colpo e il proprietario gli aveva chiesto di controllare il quadro elettrico giù nel buio.
La torcia nella sua mano grande tagliava un cono giallo tra le bottiglie di vino e gli scaffali polverosi. L’aria sapeva di umido e di legno vecchio. Poi sentì un movimento.
Aisha stava lì, a piedi nudi sul pavimento freddo, una bottiglia di rosso stretta tra le dita lunghe. Ventotto anni, corpo di modella di lingerie, pelle nera lucida sotto la maglietta sottile che indossava sopra lo short di cotone. I capelli raccolti in modo disordinato, le labbra carnose appena schiuse. Lo sguardo di Marco si fermò su di lei un secondo di troppo.
«Scusa», disse lui con la voce rauca. «Non sapevo che ci fosse qualcuno.»
Lei sorrise, un sorriso lento, consapevole. «Cercavo vino. Il temporale mi ha messo voglia di qualcosa di rosso e pesante.» Il suo italiano aveva una cadenza morbida, africana, che gli scivolò lungo la schiena. «Tu sei l’elettricista.»
«Marco. Operaio, sì.» Accese meglio la torcia e la luce le sfiorò il collo, le clavicole, il seno pieno che premeva contro il tessuto. Aisha non distolse lo sguardo. Lo stava mangiando con gli occhi: le braccia muscolose sotto la maglietta bagnata di pioggia, i jeans stretti sui fianchi, le mani grandi e callose.
Un altro tuono. La cantina tremò. Rimasero vicini, isolati dal mondo sopra di loro. La tensione era fisica, densa come l’aria prima del fulmine. Marco sentì il cazzo muoversi nei pantaloni solo a guardarle le cosce scure e tonde. Aisha notò il rigonfiamento e le labbra le si inumidirono.
«La luce», mormorò lei, avvicinandosi. «Aiutami a tenere la torcia mentre controlli.»
Si chinarono insieme sul quadro. I corpi si sfiorarono. Il braccio di Marco strisciò contro il seno di lei; il culo di Aisha, rotondo e fermo, premette un istante contro la coscia di lui. Nessuno dei due si scostò.
«Cazzo», soffiò Marco senza pensare. «Scusa.»
Aisha rise basso, la voce già roca. «Non scusarti. Mi piace come mi guardi. Da settimane, ogni volta che vieni a fare i lavori in villa. Quelle spalle… e le braccia. Sembri fatto di pietra e sudore.» Passò le dita sulla sua biceps, lo strinse. «Tutto muscolo.»
Marco girò la testa. Il suo respiro le sfiorò l’orecchio. «E tu. Quel culo nero stretto nei jeans quando sali le scale. Quelle tette sode che ballano sotto la canottiera. Mi sei entrata in testa, Aisha. Ogni notte.»
Lei si voltò del tutto, petto contro petto. La torcia cadde sul tavolo da lavoro, illuminò di sbieco i loro volti. «Voglio il tuo cazzo bianco da settimane», confesso lei senza un briciolo di pudore, la voce calda e diretta. «Grosso, duro, italiano. Voglio sentirlo spingere dentro di me mentre fuori piove come il diluvio. Dimmi che lo vuoi anche tu.»
«Lo voglio.» La mano di Marco scese, le afferrò una chiappa piena, la strinse forte. «Voglio fotterti finché urli. Adesso.»
Aisha si inginocchiò sul pavimento freddo senza esitazione. Sbottonò i jeans di Marco, tirò giù la zip, liberò il cazzo già duro, grosso, venato, la testa lucida di liquido. «Gesù…», mormorò lei, e lo prese in bocca tutto d’un fiato.
Succhiò con avidità, labbra spalancate attorno all’intero diametro, lingua che strisciava sotto, saliva che colava lungo l’asta. Marco gemette, le mani nei suoi capelli, le anche che spingevano avanti. Aisha lo prese in gola, tossì appena, poi spinse di più, gli occhi umidi di lacrime di sforzo e di eccitazione, il suono umido e osceno che riempiva la cantina tra un tuono e l’altro. La sua mano libere gli massaggiava le palle pesanti mentre la bocca lavorava, ingorda, famelica.
«Cazzo, sì… succhialo così», grugnì Marco. «Prendilo tutto, puttana bella.»
Lei si staccò un attimo, un filo di saliva che la collegava ancora alla punta. «Fottermi. Adesso. Forte.»
Marco la sollevò come se non pesasse niente, la girò, la piegò sul vecchio tavolo da lavoro. Le tirò giù lo short e lo slip in un solo gesto. Il culo scuro, rotondo, lucido, si offrì a lui. Aprì le cosce di lei con le ginocchia, allineò il cazzo gocciolante contro la figa nera già bagnata, le labbra gonfie e lucide. Spinse dentro con un colpo secco.
Aisha gridò, un suono acuto e di puro piacere. «Sì—così—riempimi—»
Marco la scopò da dietro con forza, doggy style, le mani che le tenevano i fianchi, le spinte profonde che facevano sbattere le tette di lei contro il legno. Schiaffeggiò una chiappa, poi l’altra, il suono secco che echeggiava. La pelle scura arrossò sotto i palmi.
«Mi piace fottere questa figa nera stretta», le sussurrò all’orecchio, chinato sul suo dorso. «Cazzo, come ti stringi intorno al mio cazzo bianco. Sei bagnata da urlo. Prendilo tutto.»
«Più forte—Marco—schiaffeggiami ancora—» Aisha spingeva indietro contro di lui, il culo che rimbalzava, la figa che lo ingoiava fino alle palle. Lui le diede uno schiaffo più deciso, poi affondò le dita tra i suoi capelli e tirò la testa indietro, fottendola a ritmo barbaro mentre fuori la pioggia martellava.
Quando le gambe di lei tremarono, Marco la girò, la stese sul pavimento di pietra. Si infilò di nuovo tra le sue cosce aperte, in missionario, il petto contro i seni nudi (le aveva strappato la maglietta nel frattempo). Aisha gli artigliò la schiena, le unghie che lasciavano scie rosse, le gambe avvolte intorno ai suoi fianchi.
«Vienimi dentro», gli ordinò, gli occhi neri spalancati. «Voglio sentirlo. Tutto.»
Marco la dominò con spinte profonde, possessive, il bacino che schioccava contro di lei, il cazzo che la sfondava fino in fondo. Aisha urlo di piacere, la voce rotta, il corpo che si inarcava. «Sì—sì—così—mi fai venire—»
Vennero insieme. Lei prima, la figa che gli pulsava intorno in ondate violente, le cosce che scuotevano. Poi lui, con un grugnito basso e animale, le sparò il carico caldo e denso in fondo all’utero, spingendo ancora mentre eiaculava, riempiendola, dominandola con passione reciproca e grezza. Rimasero uniti, sudati, ansimanti, il cuore che batteva contro il cuore.
Esausti, si baciaro intensamente. Lingue lente, salse di sesso e di vino non bevuto. Marco le accarezzò il fianco con una tenerezza che contrastava la violenza di poco prima, la aiutò a ritrovare lo short, le sistemò la maglietta sulle spalle con gesti precisi, quasi protettivi. Le dita le sfiorarono il seno ancora una volta, come a memorizzare.
Aisha gli sorrise maliziosa, le labbra gonfie, il seme di lui che le colava ancora caldo lungo l’interno coscia. Si alzò in punta di piedi e gli mormorò contro la bocca, la voce bassa e carica di promessa:
«La tempesta non è ancora finita, Marco. E io non ho ancora finito con te. Su, nel salone al piano di sopra, c’è un divano largo… e voglio cavalcarti finché non riesci più a respirare. Poi ti faccio leccare il mio culo mentre mi tocchi la figa piena del tuo sperma. Dimmi che resti.»
Fuori il tuono ruggì di nuovo, più vicino. La torcia tremolò. Marco la guardò, già di nuovo duro solo a sentire quelle parole, e le strinse il polso.
«Resto», rispose. «E stavolta ti faccio venire finché ti si piegano le ginocchia.»
Si avviarono verso le scale, ancora sudati, il sesso fresco tra le cosce di lei, la fame che non si era spenta affatto. La cantina alle spalle restò buia e odorosa di corpo e di pioggia. Sopra di loro la villa aspettava, e la notte era lunga.
Salirono le scale di pietra a due a due, ancora ansimanti, le dita intrecciate. L’aria del piano di sopra era più fresca, carica dell’odore di pioggia che filtrava dalle finestre socchiuse. Il salone si aprì davanti a loro vasto e buio, illuminato soltanto dai lampi intermittenti che facevano brillare i vetri. Il divano largo di pelle scura occupava il centro, come un’isola di peccato pronta ad accoglierli.
Aisha non aspettò. Spinse Marco a sedere, gli strappò la maglietta bagnata e si strappò di dosso i resti dei vestiti. Nuda, la pelle nera lucida di sudore e di residui di lui, montò a cavalcioni sulle sue cosce. Il cazzo di Marco era già di nuovo duretto, pesante, e lei lo afferrò con entrambe le mani, lo strofinò contro le labbra gonfie della figa ancora colante di sborra. «Guardami», ordinò, la voce roca. «Voglio vederti mentre ti prendo tutto.»
Si abbassò lentamente, millimetro dopo millimetro, la figa calda e stretta che lo inghiottiva. Marco gemette, le mani grandi a spalancarle le chiappe, a spingere in su. Quando fu tutta dentro, Aisha restò ferma un secondo, gli occhi socchiusi, godendosi il riempimento. Poi iniziò a muoversi. Prima con ondate lente e profonde, il bacino che ruotava, le tette pesanti che ballavano davanti alla faccia di lui. Marco le afferrò una, la succhiò forte, i denti contro il capezzolo scuro, mentre lei accelerava.
«Cazzo, Aisha… cavalcalo, sì… così…» grugnì lui, le anche che rispondevano a ogni discesa. Lei si piegò in avanti, le unghie conficcate nei suoi pettorali, e cominciò a scoparlo davvero: salite e discese violente, il suono bagnato e carnale che riempiva il salone tra un tuono e l’altro. La sborra di prima schiumava intorno alla base del cazzo, colava lungo le palle di Marco, imbrattava le sue cosce. Aisha ansimava parole sporche: «Il tuo cazzo bianco mi spacca… senti come ti succhio dentro… voglio che mi riempi di nuovo… più forte, italiano di merda, fotttimi l’utero.»
Marco la schiaffeggiò sul culo a ogni botta, lasciando impronte rosse sulla pelle scura. Poi le afferrò i fianchi e la sovrastò dal basso, spingendo in su con forza brutale, facendola gridare. Lei venne di nuovo così, la figa che si contraeva a ondate, il corpo che tremava sopra di lui, un urlo lungo e rotto che si mescolò al rombo del temporale. Ma non si fermò. Continuò a muoversi, più lenta, più cattiva, spremendolo, fino a quando lui non le disse, la voce spezzata: «Girati. Voglio leccarti il culo come mi hai promesso.»
Aisha scese, si mise a quattro zampe sul divano, il culo alto e aperto verso di lui. Marco si inginocchiò dietro, le mani che le spalancavano le chiappe. La lingua partì dalla figa gonfia e cremosa, risalì lentamente lungo il solco, fino al buco stretto e scuro. La leccò con fame, circolarmente, poi spinse la punta dentro, mentre due dita sprofondavano nella figa piena del suo stesso sperma. Aisha gemette nel cuscino, spingendo indietro. «Sì… leccami lì… toccami la figa… senti quanto sei venuto dentro… cazzo, Marco, non fermarti.»
Lui la leccava e la ditaliava insieme, le dita che entravano e uscivano scivolose, mescolando la sborra con i suoi succhi. Il sapore era salato, muschiato, intensamente loro. Aisha si toccava il clitoride con una mano, l’altra a tenersi aperta. Quando stava per venire di nuovo, Marco la girò di scatto, la stese sulla schiena e le aperse le gambe fino a quasi spezzarle. Spinse il cazzo dentro d’un colpo solo, fino in fondo, e riprese a scoparla a ritmo forsennato, il divano che scricchiolava.
«Vieni con me», le ringhiò contro la bocca. «Vieni sulla mia sborra.»
Lei gli morsi il labbro, gli artigliò le spalle, e scoppiò in un orgasmo violento che la fece inarcare tutta, le unghie che lasciavano scie rosse sulla pelle chiara di lui. Marco la seguì un attimo dopo, con un grugnito grosso e basso, sparandole il secondo carico caldo e denso in fondo, spingendo ancora mentre eiaculava a getti lunghi, riempiendola di nuovo fino a farla traboccare. Rimasero così, uniti, i corpi che pulsavano all’unisono, sudati, il cuore che batteva come un tamburo di guerra.
Poi il silenzio.
Il temporale fuori stava calando, i tuoni più lontani. La torcia che avevano portato su tremolò e si spense del tutto. Marco si sfilò lentamente, il cazzo ancora semi-duro che usciva con un suono umido, la sborra che colava abbondante dalla figa di lei sul divano di pelle. Si lasciò cadere di fianco, un braccio sotto la testa di Aisha, il respiro ancora corto. Lei gli accarezzò il petto con dita lente, ma qualcosa era cambiato nell’aria.
Aisha si alzò a sedere, raccogliendo i vestiti sparsi senza guardarlo negli occhi. «Dobbiamo sistemare», mormorò, la voce improvvisamente più piccola. Si infilò lo short, la maglietta stropicciata. Marco la osservò, ancora nudo, e sentì una freddezza salire dalla pancia. Il sesso era stato totale, grezzo, perfetto… e adesso, nella quiete che seguiva, qualcosa di sbagliato si insinuava.
«Tutto bene?» chiese lui, alzandosi a sua volta, recuperando i jeans.
Aisha si voltò, le labbra ancora gonfie, ma lo sguardo lontano. «Mio marito torna domani mattina. Il proprietario della villa. Non dovevo… non dovevamo.» La frase cadde pesante. «È stato… troppo. Io ti volevo da settimane, sì, ma adesso… adesso ho paura di quello che abbiamo fatto. Di come mi hai guardato. Di come ti ho lasciato entrare così a fondo.»
Marco restò fermo, la maglietta in mano. Il piacere stava già evaporando, lasciando spazio a un vuoto amaro. Non era sposato, ma lei sì. Aveva scopato la moglie del cliente nella cantina e sul divano di casa, e adesso la realtà lo colpiva come un pugno. La fame era ancora lì, sotto la pelle, ma insieme a un dubbio freddo: e se qualcuno lo scopriva? E se per lei era stato solo un gioco di tempesta, e per lui qualcosa che già bruciava troppo?
Si vestirono in silenzio. Lei si sistemò i capelli, lui chiuse la zip. Si guardarono un’ultima volta vicino alla porta del salone. Aisha gli sfiorò il braccio. «Forse non dovevamo iniziare. Forse…» Non finì la frase. Un lampo lontano illuminò i suoi occhi umidi, e Marco capì che il dubbio era reciproco, che il rimpianto stava già mangiando il sapore della pelle e della sborra.
Uscì dalla villa senza accendere altre luci, la pioggia fina che gli bagnava di nuovo la maglietta. Dietro di sé lasciò l’odore di sesso e il divano macchiato, e dentro di sé un vuoto che non sapeva se fosse solo carne o qualcosa di più brutto. La tempesta era finita. E qualcosa, adesso, era irrevocabilmente sbagliato.
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