Alba Legata nel Forno
Trent, chef di 42 anni, lega la fotografa Selena di 28 anni dentro il vecchio forno e la usa come troia consensuale.
Alba aveva trentotto anni di meno di Trent solo sulla carta: a ventotto anni, fotografa freelance con le mani sempre macchiate d’inchiostro e di luce, sapeva già esattamente cosa voleva quando bussò alla porta del suo appartamento. Trent, chef di quarantadue anni, le aprì in maglietta nera stretta sui muscoli delle braccia, l’odore di legna bruciata e spezie che gli usciva di dosso come un secondo profumo. Dietro di lui, nel soggiorno ampio, c’era il vecchio forno a legna di pietra e ferro che lui aveva ripulito, rinforzato e trasformato: la bocca spalancata, le barre interne lucide, anelli di metallo saldati ai lati, corde di canapa spesse arrotolate sul ripiano di pietra.
«Sei venuta», disse lui, voce bassa, già padrona.
Alba entrò, chiuse la porta con la schiena e si guardò intorno. Il cuore le batteva forte tra le cosce. Nelle chat delle settimane precedenti aveva scritto cose filose, di quelle che si cancellano subito dopo l’invio, e ora stava lì, di fronte all’uomo e al forno, le mutandine già umide solo a vederlo.
«Voglio che mi leghi lì dentro», mormorò, senza giri di parole. «Come una troia. Usami. Legami polsi e caviglie e fai quello che cazzo vuoi di me.»
Trent sorrise, un sorriso lento e dominante che le strinse lo stomaco. «Dillo meglio. Chiedilo.»
Alba deglutì, le ginocchia molli. «Ti prego, Trent. Legami dentro il forno e usami come la tua puttana. Voglio essere immobilizzata e presa.»
Lui annuì una volta sola. «Bene. Spogliati.»
Le mani di Alba tremavano mentre si sfilava la maglia, poi il reggiseno. I seni pesanti uscirono liberi, capezzoli già duri. Si calò la gonna e le mutandine, sentendo l’aria fresca leccarle la figa bagnata. Trent girò intorno a lei come un predatore paziente, le dita che sfioravano la schiena, il culo, la curva dell’anca.
«Guarda che figa gocciolante», borbottò, la voce grezza. «Già inzuppata solo perché ti sto per chiudere dentro quel buco di pietra. Sei una troia di merda, Alba. Una fotografa da due soldi che vuole essere legata e scopata come una cagna da cortile.»
Lei gemette, le guance in fiamme. Lui le prese i polsi, li portò dietro la schiena e iniziò ad avvolgerli con la corda spessa, nodi precisi, fermi, che le strozzavano la pelle senza tagliare. Poi la spinse verso la bocca calda del forno. L’interno odorava di legna e ferro scaldato; non scottava, ma teneva un calore umido che le fece venire la pelle d’oca. Trent le fece appoggiare il torace sulla pietra interna, le ginocchia piegate, il culo esposto all’aria del soggiorno. Le caviglie le legò agli anelli laterali, cosce divaricate, figa spalancata e lucida. Un bavaglio a palla le fu infilato in bocca; la cinghia le strinse dietro la testa. Alba borbottò contro la gomma, già sudata, già scozzata dal desiderio.
«Mugola pure, puttana», disse Trent, e le diede il primo schiaffo su una tetta. Il seno oscillò, il capezzolo arrossì. Poi l’altro. Poi una manata secca sulla figa esposta. Alba strinse gli occhi, il bavaglio monco di saliva, il corpo che si contorceva nei limiti delle corde. Lui le schiaffeggiò di nuovo le tette, più forte, poi le dita le scivolarono tra le labbra gonfie e le diedero due sberle umide sulla clitoride.
«Ti piace, eh? Ti bagna il culo quando ti tratto da schiava da forno. Chiedi di più. Implora.»
Lei annuì disperata, mugolando, gli occhi lucidi. Trent le strappò il bavaglio un attimo. «Dillo.»
«Usami… usami come una troia legata… schiaffeggiami la fica… ti prego…»
Il bavaglio tornò al suo posto. Trent le diede altri schiaffi sulle tette e sulla fica finché Alba non tremava tutta, il succo che le colava lungo le cosce interne fino alle corde delle caviglie. Poi si sbottonò i pantaloni, tirò fuori il cazzo grosso e già duro, e le afferrò i capelli.
Le aprì la bocca togliendo il bavaglio e le ficcò il glande sulle labbra. «Succhia, cagna. A fondo.»
Alba aprì la gola. Trent spinse fino in fondo, il pube contro il suo naso, e tenne. Lei sbavò, saliva che le colava sul mento e sulle tette, gli occhi pieni d’acqua. Lui scopò la sua bocca con spinte lunghe e violente, tenendola per i capelli, chiamandola puttana, buco da sborra, fotografa da legare e riempire. Quando la saliva le filava in fili fino al pavimento del forno, la tirò indietro, le girò il bacino meglio e le conficcò il cazzo nella figa stretta in un colpo solo.
Alba urlò contro la pietra. Trent la prese con spinte profonde, il bacino che sbatteva contro il suo culo, una mano che le tirava i capelli all’indietro, l’altra che le sculacciava le chiappe rosse. «Che figa stretta di merda. Sei tutta legata e non puoi fare un cazzo se non prendere. La mia troia da forno. La mia schiava.»
Le infilò un dito nel culo mentre continuava a scoparla, poi un secondo, allargandola. Con l’altra mano prese il vibratore piccolo che aveva lasciato pronto sul ripiano e lo premette duro sul clitoride di Alba. Il ronzio la fece impazzire. Trent le parlava sporco, in italiano basso e crudele, mentre la sfondava e le torceva i capelli e le pompava le dita nel culo.
«Vieni, puttana. Vieni sulla mia fava mentre ti sfonde il buco del culo con le dita. Urlami quanto sei una cagna legata.»
Alba esplose, il corpo che si contraeva contro le corde, un urlo roco che riempì l’appartamento. Trent non si fermò. La scopò attraverso l’orgasmo, poi le tirò fuori il cazzo gocciolante, le riprese i capelli e se lo rinfìlò in gola. Spinte corte, profonde, finché sborrò a getti caldi, riempiendole la bocca e la gola. Alba ingoiò avidamente, saliva e sborra mescolate sul mento, gli occhi rivoli di lacrime di piacere.
Trent restò un momento dentro la sua bocca, poi si ritirò. Con calma metodica slegò prima le caviglie, poi i polsi, massaggiando i segni rossi delle corde. Le porse un bicchiere d’acqua e lei bevve a sorsi lunghi, ancora nuda, ancora tremante, le gambe molli. Lui la avvolse in una coperta morbida e la sollevò come se non pesasse nulla, portandola sul divano largo di fronte al forno ancora aperto.
Alba si accoccolò contro il suo petto, il respiro irregolare, il sesso che pulsava. Gli sussurrò all’orecchio, la voce roca di chi ha appena ingoiato e urlato:
«Ho adorato essere la tua schiava nel forno… la tua troia legata. La prossima volta… la prossima volta voglio che mi marchi. Con la cera calda. Sul culo, sulle tette. Voglio il tuo segno.»
Trent le accarezzò i capelli umidi, il sorriso dominante ancora lì, e le strinse un capezzolo tra due dita attraverso la coperta finché lei non gemette di nuovo.
«Vedremo quanto resisti quando la cera ti scivolerà addosso e ti lascerò ancora legata ad aspettarla», mormorò. «Ma adesso stai zitta e goditi il postumo, puttanella. Il forno non ha finito con te.»
Trent non le diede tregua. La coperta cadde a terra mentre la sollevava di nuovo, le braccia di lei ancora molli ma già pruriginose di voglia fresca. La riportò davanti alla bocca nera del forno, il calore residuo che le leccava le cosce sudate. Alba non protestò: ansimava, le pupille dilatate, e quando lui le riprese i polsi le porse lei stessa, offrendosi.
«Ancora», mormorò. «Legami più stretta. Voglio sentire la pietra contro le tette mentre mi marchi.»
Trent annuì, voce di ghiaia. Le fece inginocchiare di nuovo dentro, torace premuto sulla lastra interna ancora tiepida, culo in fuori, ginocchia divaricate finché i tendini bruciarono. Le caviglie furono riavvolte agli anelli con doppio giro di canapa; i polsi questa volta legati più in alto, a un gancio saldato sul soffitto del forno, così le braccia le restavano tese sopra la testa e i seni pendevano pesanti, offerti. La corda le mordeva i polsi giusto quanto bastava perché ogni movimento tirasse. Alba gemette, la figa già di nuovo colante, gocce che battevano sulla pietra.
Lui prese la candela spessa dal ripiano, quella rossa da BDSM che aveva preparato settimane prima. L’accese. La fiamma ballò. Alba sentì l’odore della cera che si scioglieva e il cuore le martellò tra le labbra gonfie.
«Chiedilo», ordinò Trent.
«Marchiami, ti prego. Versamela sul culo, sulle tette. Fammi la tua troia firmata. Bruciami il marchio, chef.»
La prima goccia cadde sulla curva destra del sedere. Alba strillò, un suono acuto che rimbalzò nelle pietre. Il calore acuto si trasformò subito in formicolio caldo, poi in piacere che le scosse il clitoride. Trent ne versò un’altra striscia più lunga, disegnando una X rozza su una chiappa, poi sull’altra. La cera scorreva, si induriva, tirava la pelle. Lui le spalmò le dita unte di olio d’oliva sulla figa aperta e le cacciò dentro tre dita d’un colpo solo mentre continuava a far cadere la cera sulle spalle, lungo la schiena, fino a farne colare un rivolo caldo tra i seni schiacciati.
«Guarda che puttana legata», borbottò. «Fotografa di merda che paga col corpo per farsi marchiare nel forno di uno chef. La tua figa sta succhiando le mie dita come se volesse ingoiarmi il braccio. Sei una cagna da forno, Alba. Una schiava di pietra e corda.»
Alba urinò un filo di piacere puro, le cosce che tremavano. Trent le diede uno schiaffo secco sulla figa bagnata, poi un altro, il suono umido e sporco. La cera ormai le copriva a chiazze il culo e la parte bassa della schiena; lui ne versò ancora sui capezzoli, due gocce precise che la fecero inarcare contro le corde fino a farle male ai polsi. Il dolore era perfetto. Lei urinava parole monche contro la pietra: «Ancora… più forte… usami il culo…»
Trent spense la candela, si liberò del cazzo già duro e gocciolante e le aprì le natiche con i pollici. La saliva le spalmò sull’ano stretto, poi ci premette il glande. Alba spingeva indietro quanto le corde permettevano. Lui entrò piano solo il tempo di un respiro, poi la sfondò fino in fondo con un unico colpo secco. Il grido di lei riempì l’appartamento. Trent la scopò il culo con spinte lunghe e profonde, una mano che le afferrava i capelli e le teneva la faccia contro la pietra, l’altra che le pestava il clitoride con due dita dure.
«Prendi tutto, troia. Il tuo buco del culo è caldo come il forno. Ti riempio di sborra e ti lascio legata a farla colare mentre la cera ti tira la pelle. Vieni. Vieni adesso o ti lascio qui fino a domani.»
Alba esplose di nuovo, il corpo che si contraeva a ondate violente, l’ano che stritolava il cazzo di Trent, la figa che schizzava sul pavimento di pietra. Lui non si fermò. Continuò a trombarla il culo attraverso l’orgasmo, poi le tirò fuori il cazzo lucido di umori e lo rinfìlò nella figa ancora spasmodica. Spinte bestiali, bacino che batteva, palle che schiaffeggiavano il clitoride. La chiamava puttana da forno, buco da riempire, fotografa da due soldi che esisteva solo per essere legata e usata. Le torceva un capezzolo già coperto di cera indurita finché lei non urlò di nuovo e venne una terza volta, le gambe che fallivano, solo le corde a tenerla in piedi.
Trent ruggì e sborrò dentro la figa, getti caldi e densi che le riempirono il canale finché traboccarono e le scesero lungo le cosce insieme alla cera spezzata. Restò sepolto in lei respirando pesante, poi le diede un’ultima manata sul culo marchiato e si ritirò. Sborra e lubrificante filavano giù. Lui le lasciò le corde ancora tese per lunghi minuti, le accarezzò i segni rossi, le baciò la nuca sudata mentre lei tremava e piangeva di piacere esausto.
Finalmente le slegò caviglie e polsi con la stessa precisione di prima, massaggiò i solchi della canapa, le fece bere acqua a piccoli sorsi. Alba era un pantano di cera, sborra, saliva e lacrime. Lui la tirò fuori, la adagiò di nuovo sul divano, le pulì delicatamente tra le gambe con un panno caldo. Lei gli afferrò il polso, gli occhi ancora lucidi ma improvvisamente chiari, e sorrise quel sorriso lento che lui non le aveva mai visto.
Con un movimento fluido e deciso gli fece scivolare la corda ancora umida intorno ai polsi, un nodo rapido che lui accettò senza resistere, già duro di nuovo solo a capirlo. Alba si alzò nuda, cera spezzata che le cascava a pezzi dal culo e dalle tette, e lo spinse a sua volta verso la bocca aperta del forno.
«Adesso», sussurrò lei con voce roca e padrona, «tocca al chef scoprire quanto resiste da schiavo.»
L’ultimo pensiero di Trent, mentre le sue ginocchia toccavano la pietra calda e le corde di Alba gli chiudevano i polsi agli stessi anelli, fu che il forno non aveva mai appartenuto davvero a lui.
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