La Prima Volta di Giulia tra le Lavatrici
Kiara, ventiseienne impiegata, si fa sverginare il culo da Silas tra le lavatrici vibranti.
Confesso che quella notte ha segnato il mio corpo e la mia mente in un modo che non potevo prevedere. Mi chiamo Giulia, ho ventisei anni e lavoro come impiegata in un call center del centro città, dove passo ore al telefono con clienti insoddisfatti e superiori che pretendono sempre di più. Lo stress mi divorava, e alle due di notte il letto sembrava una prigione. Non riuscivo a chiudere occhio, così ho infilato un paio di pantaloni da yoga grigio scuro, così aderenti da segnare ogni curva del mio sedere rotondo e sodo, una canotta bianca leggera che lasciava intravedere i capezzoli già turgidi per il fresco della notte, e sono scesa nella lavanderia condominiale con il cesto del bucato tra le braccia.
La stanza era immersa in una penombra umida, illuminata solo dalle luci di emergenza e dal bagliore dei display delle lavatrici. L’aria odorava di ammorbidente e detersivo, e il ronzio costante di due macchine già in funzione creava una vibrazione bassa che sentivo fin dentro le ossa. Ho scelto la lavatrice in fondo, quella più grande, e ho cominciato a caricare i miei vestiti. Mi chinavo lentamente, infilando mutandine, reggiseni e magliette nel tamburo, e ogni volta che mi piegavo sentivo il tessuto dei pantaloni tendersi sul culo, scoprendo la linea delle natiche. Non portavo niente sotto. Non pensavo di incontrare nessuno.
La porta si è aperta con un cigolio leggero. Ho alzato lo sguardo e il cuore mi è schizzato in gola. Era Silas, il mio vicino di casa del piano di sopra. Trentadue anni, single, con quel corpo atletico che sembrava scolpito da anni di corsa e pesi: spalle larghe, vita stretta, braccia forti che riempivano le maniche della semplice t-shirt nera. Lo avevo incrociato decine di volte in ascensore, dove i suoi occhi scuri si fermavano sempre un secondo di troppo sulle mie labbra, sul mio seno, sulle mie gambe. Flirtavamo con sguardi e mezze frasi, ma niente di più. Fino a quella notte.
Mi ha vista chinata e il suo sguardo è diventato puro desiderio, famelico, senza più filtri. Ha chiuso la porta dietro di sé e si è appoggiato allo stipite, incrociando le braccia. «Non riesci a dormire nemmeno tu, eh?» ha mormorato con quella voce bassa e calda che mi ha sempre fatto stringere le cosce. Ho riso piano, nervosa, mentre finivo di versare il detersivo. «È la prima volta che scendo qui a quest’ora. Di solito evito la lavanderia di notte, ma stasera il letto mi respingeva.»
Lui si è avvicinato di un passo, e l’aria tra noi è diventata elettrica. «Io invece ci vengo spesso. Confesso che da mesi spero di trovarti qui, Giulia. Ogni volta che ti vedo in ascensore immagino di strapparti quei vestiti aderenti e di farti urlare il mio nome. Ti desidero da troppo tempo. Il tuo culo… cazzo, non riesco a smettere di guardarlo.»
Le sue parole crude mi hanno fatto arrossire fino alla radice dei capelli, ma invece di fuggire ho sentito un calore liquido raccogliersi tra le mie gambe. Il mio respiro si è fatto corto. «Anch’io ti voglio, Silas. Lo sento da mesi questa cosa tra noi. È come una corrente che non si spegne.» Ho chiuso lo sportello della lavatrice, l’ho avviata, e il tamburo ha cominciato a girare con un ritmo profondo, vibrante, che faceva tremare tutto il ripiano di metallo.
Non so chi si è mosso per primo. Forse io. Mi sono voltata, lui era già lì, a pochi centimetri. Le sue mani grandi mi hanno sfiorato i fianchi, scendendo lente fino a stringermi le natiche attraverso il tessuto sottile. Ho sentito il suo cazzo già duro premere contro il mio ventre. Il bacio è esploso, appassionato, quasi disperato: lingue che si cercavano, denti che si sfioravano, gemiti soffocati per non farci sentire. Le sue dita affondavano nella mia carne, tirandomi contro di lui, mentre io gli artigliavo la nuca, graffiandogli la pelle.
Tra un bacio e l’altro gli ho sussurrato all’orecchio, la voce rotta dall’eccitazione: «Voglio provare qualcosa di nuovo. Qualcosa di proibito. Qui. Adesso. Voglio che mi sverginino il culo tra queste lavatrici che vibrano. Prendimi, Silas. Sono bagnata solo all’idea.»
I suoi occhi si sono accesi di una luce selvaggia. Mi ha girata con decisione, facendomi chinare sul ripiano freddo delle lavatrici. Il metallo vibrava sotto i miei palmi, trasmettendo onde di piacere ai miei seni schiacciati. Mi ha abbassato i pantaloni fino alle ginocchia con un gesto secco, esponendo completamente il mio culo nudo e liscio. Ho sentito il suo respiro caldo sulle natiche mentre si inginocchiava. «Che spettacolo,» ha ringhiato. «Questo buchetto rosa e stretto… è vergine, vero?»
«Sì,» ho ansimato, spingendo indietro il sedere verso di lui. «È tutto tuo stanotte.»
La sua lingua è arrivata senza preavviso, calda, bagnata, vorace. Ha leccato il mio ano con fame vera, girando intorno al piccolo anello di muscoli, spingendo la punta dentro, succhiando. Gemiti gutturali mi uscivano dalla gola mentre le vibrazioni della lavatrice si mescolavano alla sensazione della sua bocca che mi divorava. Era sporco, osceno, perfetto. Sentivo la saliva colarmi lungo la fessura, mescolarsi ai miei umori. Ha infilato un dito, poi due, allargandomi lentamente, scopandomi con le dita mentre la lingua continuava a tormentarmi il clitoride dall’esterno. «Sei così stretta… ti preparo per il mio cazzo.»
Quando si è alzato, ho sentito la cappella grossa e calda premere contro il mio buchetto lubrificato. Ha spinto piano, centimetro dopo centimetro. Il bruciore iniziale mi ha fatto stringere i denti, ma dietro c’era un piacere oscuro, profondo, che mi faceva tremare le gambe. «Sì… entra tutto,» ho supplicato. Il suo cazzo mi ha dilatata, riempiendomi completamente mentre la lavatrice sotto di me vibrava come se volesse far vibrare il suo cazzo dentro il mio culo.
Abbiamo iniziato in doggy style, lui che mi stringeva i fianchi e dava spinte sempre più decise, profonde, facendo sbattere i miei seni contro il metallo vibrante. I miei gemiti riempivano la stanza. Poi mi ha fatta girare, sedendomi sul bordo della lavatrice in funzione. Mi sono messa di schiena a lui, le gambe aperte, e sono scesa sul suo cazzo con il culo, cavalcandolo all’indietro. Le vibrazioni della macchina entravano direttamente nel mio corpo, amplificando ogni affondo. Le sue mani mi stringevano i fianchi con forza, guidandomi su e giù, mentre il suo bacino spingeva dal basso, scopandomi il culo con colpi decisi, precisi, che mi facevano vedere le stelle.
Il piacere è cresciuto in modo incontrollabile. Un orgasmo anale, il primo della mia vita, mi ha travolta all’improvviso: un’onda calda e violenta che mi ha fatto contrarre intorno al suo cazzo, schizzando umori sulle sue palle mentre urlavo il suo nome tra i denti. Silas ha ringhiato, continuando a pompare finché non siamo crollati esausti e sudati l’uno contro l’altra.
Ci siamo baciati teneramente, con una dolcezza che contrastava con la brutalità di poco prima, mentre la lavatrice terminava il ciclo con un ultimo scossone. Ancora ansimante, con il suo sperma che mi colava lento dal culo dilatato, gli ho sorriso soddisfatta e gli ho detto: «D’ora in poi scenderò in lavanderia solo quando so che ci sarai anche tu.»
Ci stavamo rivestendo in fretta, ancora persi nei baci, quando abbiamo sentito il rumore distinto dell’ascensore che si fermava al piano seminterrato. Passi. Qualcuno stava arrivando. Il cuore mi è balzato in gola. Silas mi ha guardata con occhi ancora famelici, il cazzo mezzo duro nei pantaloni, e ha sussurrato: «Non abbiamo finito, Giulia. Questo era solo l’inizio.»
La porta della lavanderia ha cominciato ad aprirsi.
La porta della lavanderia ha cominciato ad aprirsi. Il cigolio leggero dei cardini mi ha trafitto come una lama, mentre il signor Rossi, il pensionato del terzo piano con quel suo passo strascicato da sessantacinque anni passati tra ufficio e pensione, entrava con il suo cesto di lenzuola ingrigite. Il cuore mi martellava così forte che temevo potesse sentirlo sopra il ronzio delle due lavatrici in funzione. Silas non ha esitato: mi ha afferrata per i fianchi con quelle mani grandi e callose da trentaduenne abituato a sollevare pesi in palestra, spingendomi nell’angolo più buio dietro la lavatrice grande che ancora vibrava dal nostro primo amplesso. Il metallo caldo premeva contro i miei seni, facendo tremare i capezzoli già dolorosamente turgidi sotto la canotta sottile, mentre il suo corpo atletico si schiacciava contro la mia schiena, il cazzo mezzo duro che pulsava tra le mie natiche ancora bagnate e dilatate dal suo sperma.
Il suo respiro caldo mi solleticava l’orecchio. «Non fiatare, Giulia,» ha mormorato con quella voce bassa e roca che mi aveva già fatta bagnare ore prima. «Il vecchio non ci ha visti. Ma io non ho finito con te. Questo rischio mi fa venire ancora più duro.» Le sue parole mi hanno scatenato un brivido lungo la spina dorsale. Ero una ventiseienne impiegata di call center, abituata a sorridere al telefono mentre i clienti mi urlavano contro, e ora mi ritrovavo con i pantaloni da yoga abbassati alle ginocchia, il culo esposto e colante, nascosta a pochi metri da un vicino che avrebbe potuto rovinarmi la reputazione con una sola parola. Eppure il mio corpo tradiva ogni pensiero razionale: la fichetta mi pulsava, bagnata fino alle cosce, e il buchetto del culo ancora fremeva di desiderio nonostante il bruciore residuo.
Silas ha infilato una mano tra noi, liberando di nuovo il suo cazzo spesso, venoso, con quella cappella grossa e lucida che avevo imparato a desiderare in meno di un’ora. L’ha strofinata tra le mie natiche, raccogliendo il suo stesso sperma che colava lento per lubrificarmi ancora. «Senti quanto sei sporca? Il tuo culo di impiegata perbene è già una pozza di sborra. Voglio dartene altra. Dimmi che lo vuoi anche tu, mentre lui carica la lavatrice.» Il signor Rossi armeggiava con il detersivo a tre metri da noi, borbottando tra sé, ignaro. Io ho annuito, mordendomi il labbro inferiore fino a sentire il sapore del sangue. «Sì… scopami di nuovo il culo, Silas. Ma piano. Non voglio fermarmi, anche se è una follia.»
Mi ha piegata di più contro la lavatrice. Il ripiano vibrante mi premeva il clitoride attraverso il tessuto rimasto, inviando onde basse e costanti che mi facevano tremare le ginocchia. Ha sputato sulla cappella e ha spinto. Questa volta il mio ano, già sverginato e ammorbidito dal primo round, lo ha accolto con meno resistenza ma con lo stesso piacere oscuro e profondo. Centimetro dopo centimetro il suo cazzo mi ha dilatata di nuovo, riempiendomi fino a farmi sentire le sue palle pesanti contro la fichetta fradicia. Il bruciore si è trasformato subito in un calore liquido che mi saliva fino al ventre. Le vibrazioni della macchina entravano direttamente nel mio corpo, facendo tremare il suo cazzo dentro di me come se stesse pulsando a due frequenze diverse.
Ha cominciato a muoversi, spinte lente e misurate all’inizio, per non far sbattere la carne. Ogni affondo faceva tremare il mio sedere rotondo e sodo, e io stringevo i denti per non gemere. «Cazzo, sei ancora più stretta della prima volta,» ha sussurrato, una mano sulla mia bocca per soffocare i miei ansiti, l’altra che mi stringeva un seno con forza, torcendomi il capezzolo. «Prendilo tutto nel culo, troia. Sei la mia puttana anale personale. Immagina se il vecchio si gira e ti vede chinata come una cagna in calore tra le lavatrici.» Le sue parole umilianti mi hanno fatta contrarre intorno a lui, spremendogli il cazzo. Dentro di me pensavo che ero completamente persa: lo stress del call center, le notti insonni, tutto evaporava in quel momento osceno. Volevo solo essere usata, riempita, posseduta.
Ha accelerato senza far rumore, usando le vibrazioni della lavatrice come alleato. Mi ha infilato due dita nella fichetta, scopandomi entrambi i buchi con ritmo perfetto mentre il pollice mi massaggiava il clitoride gonfio. Il piacere è diventato insopportabile. Le onde della macchina mi entravano nel bacino, amplificando ogni spinta del suo cazzo spesso che mi apriva il retto. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione. Il mio respiro si è fatto corto, disperato contro il suo palmo. «Sto per venire di nuovo… nel culo,» ho mugolato piano quando ha tolto la mano per un secondo. L’orgasmo anale mi ha colpita come un treno: un’onda calda, violenta, che mi ha fatto contrarre spasmodicamente intorno alla sua asta. Umori caldi mi sono schizzati sulle dita di lui e sul pavimento, mentre il mio ano lo mungeva senza pietà.
Silas ha ringhiato contro il mio collo, mordendomi piano la pelle per non fare rumore. «Brava, spremimi con quel culo da puttana.» Ha dato ancora tre spinte profonde, poi si è svuotato per la seconda volta, spruzzando getti densi e caldi che mi hanno riempita oltre il possibile. Lo sperma in eccesso è colato subito fuori, lungo le mie cosce, sporcandomi i pantaloni da yoga grigio scuro. Siamo rimasti fermi, ansimanti, il suo cazzo ancora mezzo dentro di me mentre il signor Rossi terminava il suo caricamento e finalmente usciva, chiudendo la porta con un tonfo che ci ha fatti sussultare.
Solo allora Silas è uscito dal mio ano con un suono umido e osceno. Mi sono girata, le gambe molli, il corpo sudato e tremante. Ci siamo baciati, ma il bacio era diverso: famelico sì, ma con una nota di fretta. Mi ha sistemato i pantaloni, sfiorandomi il culo ancora dilatato. «La prossima volta ti porto qui con più luce. Voglio vederti mentre implori di prenderlo nel culo davanti a qualcuno,» ha detto con un sorriso soddisfatto, come se fosse già certo che ci sarebbe stata una prossima volta.
Mentre risalivamo in ascensore, con il suo sperma che continuava a colarmi lento tra le natiche e mi impregnava il tessuto, un peso freddo mi è sceso sullo stomaco. Il piacere pulsava ancora nel mio corpo dolorante, il culo che bruciava a ogni passo, ma nella mente si è aperta una crepa. Cosa avevo fatto? Mi ero fatta sverginare il culo due volte da un uomo che conoscevo appena, in una lavanderia pubblica, rischiando che un vicino ci scoprisse. La brava Giulia di ventisei anni, quella che sorrideva ai clienti insoddisfatti otto ore al giorno, era diventata una troia vibrante tra le lavatrici. E se Rossi avesse sospettato qualcosa? Se ne avesse parlato in condominio? La mia vita tranquilla, già fragile per lo stress, rischiava di frantumarsi in pettegolezzi e sguardi giudicanti.
Guardando il profilo di Silas illuminato dalla luce fredda dell’ascensore, ho dubitato di tutto. Nei suoi occhi non c’era tenerezza, solo il bagliore residuo della conquista. Ero stata solo un culo stretto da aprire, un’avventura notturna per alleviare la sua insonnia? Il rimpianto mi ha invasa all’improvviso, freddo e viscido come lo sperma che mi sporcava ancora. Avevo aperto una porta che non sapevo come richiudere. Quella prima volta tra le lavatrici mi aveva segnata nel profondo, ma ora, con il corpo soddisfatto e la mente in subbuglio, mi chiedevo se il prezzo non fosse troppo alto. Forse avrei dovuto fermarmi al primo bacio, invece di supplicare di essere presa nel culo come una puttana senza controllo. Il dubbio mi ha accompagnata fino alla porta di casa, più pesante di qualsiasi orgasmo avessi provato quella notte.
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