Una Notte Nel Suite Prima Della Partenza
Il dominatore lega la moglie consenziente prima della partenza.
La suite al trentaduesimo piano puzzo ancora di cena raffinata e di promessa. Emmett aveva lasciato i piatti sul carrello fuori dalla porta e ora teneva il bicchiere di Barolo tra le dita lunghe, guardando Kiara dall’altra parte del tavolo come se già la vedesse nuda e legata. Lei aveva indossato il vestito nero che lui amava strapparle di dosso: scollo profondo, schiena nuda, niente mutandine. Lo sapeva. Lo sentiva ogni volta che si muoveva.
«Domani parti per tre settimane», sussurrò lei, la voce già roca. «Voglio che mi usi stanotte finché non riesco più a camminare dritta. Voglio le corde, le manette, la tua mano sul culo e il tuo cazzo ovunque. Prima che tu salga su quell’aereo voglio essere solo il tuo buco bagnato e legata.»
Emmett sorrise lentamente, il sesso già duro contro i pantaloni. Trentadue anni, dominatore esperto, e quella sottomessa di ventotto che adorava il bondage lo faceva ancora salire come un ragazzino. «Finisci il vino», ordinò. «Poi vieni sul terrazzo.»
Uscirono. L’aria di Milano era tiepida, le luci della città tremolavano sotto di loro. Kiara bevve un sorso, posò il calice e senza che lui glielo chiedesse si lasciò scivolare in ginocchio sul legno liscio del deck. La gonna si arrotolò sulle cosce. Alzò lo sguardo, le labbra già umide.
«Ho bisogno di sentirmi tua. Completamente. Di non decidere niente. Di essere legata, aperta, usata. Ti prego, Emmett… dominami stanotte.»
Lui la afferrò per i capelli, la sollevò di peso e la baciò con violenza consensuale, lingua profonda, denti che le mordevano il labbro inferiore finché lei gemette nel suo bacio. «In camera. Ora. Spogliati lentamente. Voglio guardarti mentre ti togli ogni straccio.»
Kiara obbedì. Davanti al letto king-size si sfilò le scarpe, poi il vestito che scivolò a terra come pezza bagnata. Rimasto solo il collare di cuoio sottile che lui le aveva messo mesi prima, e i capezzoli già duri. Si girò, gli porse i polsi uniti, le palme aperte.
«Manette. Ti prego. Lega la tua puttana prima di partire.»
Emmett prese le manette imbottite dal cassetto, le chiuse con un click sordo intorno ai polsi di lei. «In ginocchio sul materasso. Faccia sul cuscino. Culo all’aria. Gambe larghe.»
La legò con le corde di seta rosse: polsi già ammanettati fissati alle doghe della testata, caviglie tirate verso l’esterno e bloccate alla barra separatrice di metallo che le teneva le cosce spalancate fino a farle male in modo delizioso. Kiara era prona, il culo alto, la figa già lucida e aperta. Emmett le passò una mano tra le gambe e raccolse il suo umore.
«Sei già una cascata, piccola cagna.»
La prima sberla arrivò secca, sul gluteo destro. Il suono riempì la stanza. Kiara gridò e spinse indietro il bacino. Lui ne diede un’altra, più forte, poi un’altra ancora, alternando le chiappe finché la pelle non arrossò di un rosa caldo e scottante. Ogni colpo faceva oscillare le tette di lei contro il lenzuolo.
«Conta», ordinò.
«Uno… due… tre… cazzo, più forte… quattro…»
A dieci le natiche bruciavano. Emmett si chinò, le leccò il segno rosso, poi le spalancò le guance e le soffiò sull’ano. «Ti prendo tutto stanotte. Figa, culo, bocca. E tu ringrazierai.»
Si calò i pantaloni. Il cazzo grosso e venato sbatté contro la fessura bagnata di Kiara. Entrò con una spinta sola, fino in fondo, e lei urlò nel cuscino. Lui la scopò forte, spinte profonde e brutali che facevano scricchiolare il letto, tenendola ferma per i fianchi mentre la barra le teneva le gambe aperte come un’offerta. Ogni botta le faceva schizzare il clitoride contro il materasso.
Poi si fermò. Tirò fuori il cazzo lucido. Prese il vibratore dal comodino, lo accese al massimo e lo premette dritto sul clitoride gonfio mentre le dita le entravano di nuovo nella figa.
«Non venire. Non ancora.»
Kiara piangeva di piacere, i fianchi che tentavano di scappare e di spingere insieme. «Ti prego… mi fai impazzire… lasciami venire…»
«No.» Edging crudele: vibrazione forte, poi via; cazzo dentro tre botte sole, poi fuori. Lei tremava, bava sul cuscino, le corde che le segnavano i polsi.
Quando finalmente le diede il permesso, Emmett si stese sotto di lei quanto bastava, le afferrò le chiappe ancora rosse e le affondò la faccia nella figa groundrata. Lingua piatta sul clitoride, due dita che le stuzzicavano il punto G, e Kiara venne la prima volta urlando il suo nome, contraendosi così forte che bagnò la bocca di lui. Non le diede tregua: continuò a leccare e succhiare finché il secondo orgasmo non le arrivò subito dopo, più lungo, più sporco, con lei che singhiozzava «ancora… usami…».
Emmett si rialzò. Prese il lubrificante, ne versò abbondante sul buco stretto di lei e sul proprio cazzo. «Ora ti prendo il culo. Respira e apriti per il tuo padrone.»
La penetrazione anale fu lenta all’inizio, poi senza pietà. Entrò centimetro dopo centimetro finché le palle non le battevano contro la figa. Poi le afferrò i capelli, le tirò la testa all’indietro e iniziò a scoparla di forza, spinte lunghe e pesanti che le facevano sentire ogni vena. Il dolore si mescolava al piacere estremo; Kiara lo reclamava ad alta voce.
«Sì… scopami il culo… più forte… sono la tua puttana legata… riempimi… dominami tutto…»
Lui gemette basso, accelerò, una mano che le schiaffeggiava di nuovo le chiappe rosse mentre l’altra le teneva i capelli come redini. Sentì Kiara venire di nuovo solo dalla penetrazione anale, il corpo che si contraeva intorno al suo cazzo, e a quel punto non si trattenne più: sborrò in profondità nel suo culo, getti caldi che lei accolse con un gemito gutturale di gratitudine.
Restarono fermi qualche secondo, sudati, ansimanti. Poi Emmett uscì lentamente, si slegò i legacci con cura, massaggiò i segni rossi delle corde sui polsi e sulle caviglie di Kiara, le baciò ogni livido leggero sulle natiche. La tirò contro il petto, nudi entrambi, e lei gli sussurrò contro il collo:
«È stata perfetta. Proprio come volevo prima che tu partissi.»
Emmett le accarezzò i capelli bagnati di sudore, ma lo sguardo era già altrove, fisso sulla valigia ancora aperta vicino alla finestra e sul collare di riserva che aveva lasciato in vista sul comodino. La notte non era finita. Lui aveva ancora qualcosa da farle, qualcosa che lei non sapeva, e il viaggio di lavoro poteva aspettare qualche ora in più se lei fosse rimasta esattamente dove stava: aperta, segnata e ancora affamata della sua volontà.
Emmett non rispose subito. Restò fermo con Kiara stretta al petto, le dita che le pettinavano i capelli sudati, ma il battito del suo cuore era già cambiato: più lento, più deliberato. Lei gli baciò la gola, ancora tremante dopo l’orgasmo anale, e mormorò di nuovo quanto fosse stata perfetta. Lui la fece scivolare di lato, si alzò nudo e andò dritto alla valigia aperta. Ne tirò fuori non i vestiti da viaggio, ma una busta di tela nera che non aveva mai usato con lei. Kiara lo seguì con lo sguardo dalla posizione sdraiata, le cosce ancora spalancate, il collare di cuoio che le batteva leggero contro la gola.
«Non ho finito», disse lui, voce bassa e piatta. «Tu hai detto che volevi essere solo il mio buco bagnato e legata. Allora stasera non ti alzi più da quel letto finché non decido io. Capito?»
Kiara deglutì, gli occhi già lucidi di eccitazione nuova. «Sì, padrone. Usami.»
Emmett aprì la busta. Ne uscì una imbracatura di cuoio completo: cinghie per il torace, anelli di metallo ai fianchi, un pezzo centrale che avrebbe tenuto la bocca aperta e un gancio posteriore destinato al culo. Accanto tirò fuori un plug anale più grosso di quello che le aveva appena riempito, vibrante, con una coda di seta nera, e un paio di pinze per capezzoli collegate da una catenella corta. Kiara sentì la figa contrarsi a vuoto solo a vederli.
«In ginocchio. Mani dietro la schiena.»
Lei obbedì subito, il materasso che scricchiolava sotto le ginocchia. Emmett le allacciò l’imbracatura con gesti precisi: le cinghie le strinsero il torace sollevandole le tette, gli anelli le bloccavano i polsi dietro la schiena con un click metallico, la cinghia della bocca le entrò tra i denti e le tenne le labbra spalancate in un “O” permanente. Non poteva più parlare, solo sbavare e gemere. Lui le attaccò le pinze ai capezzoli già induriti; il morso metallico la fece strillare dietro il bavaglio e la catenella le pendette pesante, tirando ogni volta che respirava.
«Guarda che bella puttana legata sei», mormorò Emmett, camminandole intorno. Le diede uno schiaffo leggero sulla guancia, poi le sollevò il mento. «Stanotte non chiudi più la bocca. E non chiudi più il culo.»
Prese il plug, lo cosparse di lubrificante fresco e lo premette contro l’ano ancora aperto e lucido di sborra. Kiara ansimò, le spalle che si contrassero contro le cinghie. Lui lo spinse dentro centimetro dopo centimetro finché il tappo largo non sparì e solo la coda di seta nera le spuntò tra le natiche. Accese la vibrazione al minimo: un ronzio basso e costante che le faceva tremare le cosce. Poi le afferrò i capelli e le spinse la faccia contro il suo cazzo già di nuovo duro.
«Succhia. Solo la lingua e la gola. Non hai le mani.»
Kiara aprì più che poteva, la lingua che usciva a leccare la testa gonfia. Emmett le infilò il cazzo dritto in gola, tenendola ferma per l’imbracatura del cranio, e iniziò a scoparle la bocca con spinte lente e profonde. Ogni botta le faceva colare bava sul mento e sulle tette, la catenella delle pinze che ballava e tirava i capezzoli. Il plug le vibrava dentro il culo, ricordandole che era piena da entrambi i lati. Lei gorgogliava, gli occhi pieni di lacrime di piacere, spingendo la lingua contro le vene del cazzo come una cagna assetata.
Emmett la tenne così per lunghi minuti, usando la sua gola come un manicotto caldo. Quando sentì le palle stringersi tirò fuori, le schiaffeggiò le guance con il cazzo bagnato di saliva e le ordinò di girarsi. La ribaltò a quattro zampe — polsi ancora bloccati dietro — e le aprì le chiappe. Il plug uscì con un suono umido; al suo posto infilò due dita, poi tre, allargandola mentre lei gemev a bocca aperta. «Respira. Stasera ti allargo di più.»
Prese di nuovo il cazzo e lo spinse dritto nel culo già usato. Entrò facilmente, fino alle palle, e ricominciò a scoparla con ritmo pesante. Ogni spinta faceva oscillare le tette e tirare le pinze; ogni ritirata faceva vedere il buco rosso che si riapriva. Kiara urlava contro il bavaglio, spingendo indietro il bacino il più possibile nonostante le cinghie. Emmett le diede una serie di sberle alternate sulle natiche già segnate, il suono secco che riempiva la suite, poi le afferrò la coda di seta del plug — che aveva ripreso e tenuto in mano — e gliela usò come frusta leggera sulla figa esposta.
«Vieni così. Solo dal culo e dalle pinze. Adesso.»
La vibrazione che aveva riacceso e premuto contro il clitoride mentre la scopava di forza bastò. Kiara esplose, il corpo che si contrasse violentemente intorno al cazzo, un getto di liquido che le schizzò dalle cosce sul lenzuolo. Emmett non si fermò: continuò a pompárle il culo attraverso le scosse dell’orgasmo, più forte, più profondo, finché non sentì se stesso al limite. Si ritirò all’ultimo secondo, le girò di scatto la testa e le sborrò in bocca e sulla lingua trattenuta aperta. Getti caldi, spessi, che lei non poteva chiudere né spit out: doveva solo riceverli e inghiottire quando lui le premeva la gola.
«Tutto. Non sprechi una goccia.»
Lei obbedì, deglutendo con fatica, il viso un disastro di sborra, saliva e lacrime. Emmett le strofinò il cazzo ancora semi-duro sulle labbra per pulirlo, poi la lasciò ansimare a quattro zampe. Non la slegò. Anzi, le fissò le caviglie agli anelli dell’imbracatura con altre cinghie corte, forzandola in una posizione di piegamento estremo: ginocchia divaricate, petto a terra, culo altissimo e completamente esposto. Il plug tornò dentro, questa volta al massimo della vibrazione. Le pinze rimasero. Il bavaglio pure.
Emmett si sedette sulla poltrona di fronte al letto, si versò un altro bicchiere di Barolo e la guardò. «Resterai così per un’ora. A respirare, a sentire il vibratore, a bagnare il materasso. Se vienei di nuovo senza permesso ti sculaccio fino a farne un’altra. Se tieni duro… ti do il cazzo di nuovo. In bocca, in figa, nel culo, dove decido io. E dopo ti lascio legata mentre preparo la valigia. Vuoi ancora essere solo il mio buco, Kiara?»
Lei non poteva parlare, ma annuì con la testa il più che poteva, un gemito lungo e gorgogliante che usciva dal bavaglio. Gli occhi bruciavano di gratitudine e di fame. Emmett sorrise, il cazzo che già si riinduriva mentre la guardava tremare sotto le vibrazioni. L’ora era appena cominciata. Lui aveva ancora la collana di riserva sul comodino, le corde di seta rosse sparse, e un paio di ganci da soffitto che non aveva ancora usato. Il volo poteva aspettare. Lei era esattamente dove doveva stare: aperta, piena, legata, e già a metà strada verso il prossimo abisso di sottomissione che le avrebbe scavato dentro prima dell’alba.
Emmett restò seduto sulla poltrona di pelle scura, il Barolo che gli scaldava la gola a sorsi lenti mentre i suoi occhi non lasciavano mai il corpo di Kiara. Lei era piegata esattamente come l’aveva sistemata: petto premuto contro il materasso sudato, ginocchia divaricate al massimo dalle cinghie corte, culo sollevato così alto che la coda di seta nera del plug pendeva e tremolava a ogni vibrazione. Il ronzio al massimo le faceva contrarre le cosce in spasmi inutili; la figa le gocciolava a filo sul lenzuolo già scuro di macchie. La bava le colava dal bavaglio a O, fili lucidi che le scendevano sul mento e sulle tette schiacciate, dove le pinze tenevano i capezzoli gonfi e violacei. Ogni respiro le faceva dondolare la catenella e le strappava un gemito gorgogliante.
Passarono i primi venti minuti in quel silenzio carico. Emmett non si muoveva. Solo quando la vide tentare di strofinare il clitoride contro l’aria vuota si alzò, nudo, il cazzo già di nuovo teso e pesante contro la pancia. Le camminò intorno al letto. Le dita le sfiorarono la schiena sudata, seguirono la linea dell’imbracatura di cuoio fino agli anelli ai fianchi. «Stai bagnando tutto come una cagna in calore», mormorò. «Ma non vieni. Lo senti? Quel plug ti sta aprendo il culo da dentro e tu non hai il permesso di godere.»
Kiara annuì frenetticamente, le lacrime che le bruciavano le ciglia. Lui afferrò la coda di seta e la tirò di lato, facendo ruotare il plug vibrante contro le pareti strette. Lei urlò contro il bavaglio, un suono umido e disperato. Emmett sorrise e le diede una sberla secca sulla chiappa già rossa. Poi un’altra. E un’altra ancora, alternando finché il calore non le bruciò di nuovo la pelle. «Conta con la gola. Solo suoni. Voglio sentire quanto ti piace essere spaccata e sculacciata.»
Lei gorgogliò numeri confusi, sbavando di più a ogni colpo. Quando arrivò a dieci lui smise, le spalancò le natiche e spinse il plug ancora più a fondo con il palmo. La vibrazione le mandò una scossa diretta al clitoride; Kiara si contrasse violentemente, i fianchi che spingevano all’indietro da soli. Emmett le premette due dita piatte sulla fessura gonfia, le raccolse il liquido e glielo spalmò sulle labbra del bavaglio. «Lecca. Assaggia quanto sei puttana.»
Poi si allontanò di nuovo. Tornò alla valigia, ne tirò fuori le corde di seta rosse e i ganci da soffitto che aveva preparato settimane prima senza mai mostrarli. Kiara lo seguì con lo sguardo da sotto le ciglia bagnate, il cuore che le martellava nella gola aperta. Emmett salì sul letto, agganciò i moschettoni ai punti d’ancoraggio nascosti nella testata e nel baldacchino, poi le slegò le caviglie solo quanto bastava per sollevarle. Le alzò i fianchi finché il culo non restò sospeso a mezz’aria, le ginocchia piegate, il peso del corpo tutto sulle spalle e sull’imbracatura del torace. Le caviglie vennero bloccate ai ganci alti; le cosce spalancate in una V impossibile. Il plug le pendeva tra le natiche come un’offerta. La figa era completamente esposta, lucida, pulsante.
«Ora sei un trofeo», disse Emmett, la voce rauca. «Un buco appeso per il mio cazzo.» Si posizionò tra le sue gambe aperte, le afferrò i fianchi e le cacciò dentro la figa con una spinta sola, fino alle palle. Kiara strillò, il suono strozzato dal bavaglio; il letto scricchiolò. Lui la scopò con botte lunghe e pesanti, il bacino che le sbatteva contro il culo pieno del plug, ogni colpo che faceva oscillare tutto il corpo sospeso. Le pinze ballavano, tiravano i capezzoli a ogni botta. Lui le afferrò la catenella e la tirò verso di sé mentre pompava, allungando i capezzoli fino a farle venire lacrime nuove.
«Non venire. Tieni. Sei solo carne da usare.»
La scopò così per minuti interi, il suono umido e schioccante che riempiva la suite, misto ai suoi gemiti bassi e ai gorgoglii di lei. Quando sentì le pareti della figa contrarsi troppo forte si ritirò di scatto, le lasciò il buco aperto e gocciolante. Tolse il plug con un suono schioccante; il buco rosso e allargato restò a pulsare. Emmett ci sputò sopra, ci infilò tre dita, le allargò a forbice. «Respira. Stasera ti allargo finché ci passa il pugno se voglio.»
Kiara ansimava, gli occhi rovesciati. Lui le rifornì il culo di lubrificante fresco, poi ci cacciò di nuovo il cazzo, più grosso, più duro. La penetrazione anale fu senza pietà: spinte profonde che le facevano sentire le palle battere contro la figa vuota. Con una mano le strofinò il clitoride a cerchi ruvidi, con l’altra le schiaffeggiò le tette pinzate. «Adesso. Vieni sul mio cazzo nel culo. Inonda tutto.»
Il permesso bastò. Kiara esplose con un urlo lungo e rotto, il corpo che si scosse contro le corde e i ganci, un getto chiaro che le schizzò dalle cosce fin sul petto di Emmett. Lui non si fermò. Continuò a martellarle il culo attraverso le ondate, sentendo le contrazioni stringerlo come un pugno. Quando lei stava ancora tremando le tolse il cazzo, le sganciò il bavaglio solo per un secondo e le riempì la bocca di nuovo, spingendosi in gola finché il naso non le premette contro il pube. «Ingoia. Tutto il sapore del tuo culo sul mio cazzo.»
Lei succhiò avidamente, la lingua che lavorava anche senza mani, la gola che si apriva. Emmett la usò così finché non sentì le palle salire. Si ritirò, le sborrò sul volto aperto: getti spessi sulle guance, sulla lingua, sui capelli. Gliela rimesse in bocca per farsela pulire. Poi le rifissò il bavaglio, le labbra di nuovo bloccate in O, la sborra che le colava lo stesso.
Non la slegò. Anzi, le abbassò un poco i ganci così che il culo restasse alto ma le ginocchia toccassero di nuovo il materasso. Le reinserì il plug, questa volta con un anello di metallo più largo alla base che le teneva il buco permanentemente aperto. Le pinze restarono. L’imbracatura pure. Emmett le passò un dito sulla figa ancora pulsante. «Hai ancora due buchi da riempire e io ho ancora vino da finire. Resterai appesa e piena mentre preparo le cose. Se vieni di nuovo senza il mio ordine ti lascio così fino all’alba e prendo l’aereo senza slegarti. Capito, piccola cagna?»
Kiara annuì, un gemito lungo e umido che usciva dal metallo tra i denti. Gli occhi bruciavano di gratitudine sporca, di fame che non si spegneva. Emmett si rimise a sedere, si versò l’ultimo bicchiere, e la guardò tremare sotto le vibrazioni costanti. Poi si alzò di nuovo, prese il collare di riserva dal comodino — più spesso, con un anello pesante davanti — e glielo fece scivolare sopra quello sottile, allacciandolo stretto. «Questo resta. Anche quando parto. Così ogni volta che lo tocchi ti ricordi chi ti ha lasciata aperta e segnata.»
Si chinò, le morse un capezzolo pinzato fino a farla strillare, poi le leccò la sborra dal mento. «La notte è lunga. Il volo può aspettare. Tu no. Sei esattamente dove devi stare: legata, piena, bagnata, e già pronta per il prossimo buco che ti scaverò prima che l’alba entri da queste finestre.» Tornò alla poltrona, il cazzo che già si riinduriva mentre lei rimaneva sospesa e tremante, il plug che ronzava senza pietà, e la suite che puzzo di sesso, cuoio e promessa non ancora finita.
Emmett bevve l’ultimo sorso di Barolo senza staccare gli occhi da Kiara. Il ronzio del plug al massimo le faceva tremare le cosce sospese, la coda di seta nera che ondeggiva come una bandiera di resa. La saliva le colava ancora dal bavaglio a O, mischiata alla sborra secca sulle guance, e ogni contrazione del corpo le faceva dondolare la catenella delle pinze finché i capezzoli non erano due boccioli violacei e gonfi. Lui restò seduto altri dieci minuti buoni, lasciando che l’ora quasi finisse, poi si alzò con il cazzo già di nuovo duro e lucido di desiderio.
Si avvicinò, le passò le dita sulla schiena sudata seguendo le cinghie dell’imbracatura, poi afferrò l’anello del collare di riserva e la tirò appena indietro. «Hai retto. Quasi. Ma hai bagnato il materasso come una cagna in calore e io ho sentito ogni gemito che ti sfuggiva. Ora ti do quello che meriti.»
Le sganciò i moschettoni delle caviglie abbastanza da abbassarle, ma solo quanto bastava perché le ginocchia toccassero di nuovo il letto mentre il culo restava alto e offerto. Tolse il plug con un suono schioccante e umido; il buco rosso e allargato restò aperto, pulsante, gocciolante di lubrificante e di residui della sua sborra precedente. Emmett ci sputò dentro due volte, poi ci infilò quattro dita a ventaglio, allargandole lentamente mentre Kiara gorgogliava contro il metallo tra i denti. «Respira. Stasera ti prendo tutto e ti lascio così aperta che domani, quando camminerai in aeroporto, sentirai ancora il mio cazzo.»
Si posizionò dietro di lei, le afferrò i fianchi legati e spinse il cazzo dritto nel culo già devastato. Entrò fino alle palle con una sola botta pesante. Kiara strillò, il suono strozzato e bagnato; il letto scricchiolò sotto di loro. Lui iniziò a scoparla con ritmo brutale, spinte lunghe che facevano sbatacchiare le tette pinzate contro il materasso, la catenella che tirava e mordeva a ogni colpo. Con una mano le raggiunse la figa gonfia, le strofinò il clitoride a cerchi ruvidi e veloci. «Vieni. Adesso. Sul cazzo nel culo. Mostrami quanto sei mia.»
Il permesso la spaccò. Kiara esplose con un urlo lungo e rotto, il corpo che si contrasse violentemente intorno a lui, un getto caldo che le schizzò dalle cosce fin sul petto di Emmett. Lui non si fermò. Continuò a martellarle il culo attraverso le scosse, sentendo le pareti stringerlo come un pugno bagnato, poi si ritirò all’improvviso, le girò di scatto la testa e le cacciò il cazzo in gola ancora lucido del suo stesso buco. «Ingoia. Tutto il sapore di come ti uso.»
Lei succhiò avidamente, la lingua che lavorava contro le vene anche senza mani, la gola che si apriva e si chiudeva intorno a lui. Emmett la tenne ferma per l’imbracatura del cranio, pompando in profondità finché non sentì le palle salire. Si ritirò, le sborrò di nuovo sul volto aperto: getti spessi sulla lingua trattenuta, sulle guance, nei capelli sudati. Gliela rimesse in bocca per farsela pulire, poi le rifissò il bavaglio e la lasciò ansimare.
Non era finita. Prese le corde di seta rosse rimaste e le legò le cosce ancora più strette contro il torace, forzandola in una palla di carne aperta. Le riagganciò le caviglie ai ganci alti, sollevandola di nuovo a mezz’aria, culo e figa completamente esposti, sospesi. Il collare spesso le teneva la testa appena all’indietro. Emmett le mise di fronte il vibratore più grosso, lo accese al massimo e lo legò contro il clitoride con un’altra cinghia, lasciandolo ronzare senza pietà mentre lui si rimetteva a sedere con un nuovo bicchiere.
«Dieci minuti. Solo vibrazione. Se vieni senza ordine ti sculaccio finché non piangi di vero, poi ti lascio legata e prendo l’aereo. Se reggi… ti riempio tutti e tre i buchi una volta ancora e ti lascio la mia marca.»
Kiara annuì, gli occhi lucidi di lacrime di piacere e di sforzo. Il vibratore la faceva scuotere intera; la figa le gocciolava a filo, il culo ancora aperto pulsava a vuoto. Emmett la guardava, il cazzo che si riinduriva lentamente, e contava i secondi. Quando i dieci minuti finirono lei tremava tutta, bava fresca sul mento, ma non era venuta. Lui sorrise, scuro e soddisfatto.
Si alzò, le tolse il vibratore, le sganciò appena i ganci per abbassarla all’altezza del bacino. Le cacciò il cazzo nella figa bagnatissima con una spinta sola, fino in fondo, mentre con due dita le teneva aperto il culo e ci soffiava dentro. «Due buchi insieme. Respira e prendili.» Poi spinse anche il pollice nel culo, pompando entrambi i buchi mentre lei urlava contro il bavaglio. Le pinze ballavano, i capezzoli tirati al limite. Emmett accelerò, il suono umido e schioccante che riempiva la suite, misto ai suoi gemiti bassi.
«Vieni. Inonda. Adesso.»
Kiara esplose di nuovo, più forte, il corpo che si scosse contro le corde e i ganci, liquido chiaro che le schizzò fin sul petto di lui. Emmett sentì le contrazioni e non si trattenne: sborrò in profondità nella figa, getti caldi che la riempirono mentre continuava a muovere il pollice nel culo. Poi uscì, le sganciò il bavaglio e le spinse il cazzo ancora pulsante in bocca. «Pulisci. Assaggia la tua figa e la mia sborra insieme.»
Lei lo fece, succhiando e leccando ogni goccia, gli occhi rovesciati di gratitudine. Solo allora Emmett iniziò a slegarla. Con gesti precisi tolse le cinghie, i ganci, le pinze, l’imbracatura, il plug fantasma che non c’era più. Massaggiò i segni rossi sui polsi, sulle caviglie, sui capezzoli gonfi. La stese sul letto, le baciò ogni livido leggero, le fece bere acqua a piccoli sorsi. Kiara tremava ancora, nuda, il collare di riserva ancora stretto alla gola, la figa e il culo aperti e gocciolanti.
«Sei stata perfetta», mormorò lui, accarezzandole i capelli. «Tre settimane. Questo collare resta. Ogni mattina lo tocchi e ti ricordi chi ti ha lasciata così.»
La tenne stretta contro il petto finché il respiro di lei non si calmò. Poi si alzò, preparò la valigia con calma, vestito, documenti, il collare di scorta lasciato apposta sul comodino come promessa. Tornò al letto, la baciò a lungo, lingua profonda, e le sussurrò all’orecchio: «Quando torno voglio trovarti già legata e bagnata. Capito?»
Kiara annuì, la voce roca. «Sì, padrone. Sono solo tua.»
Emmett spense le luci della suite, lasciando solo il bagliore di Milano oltre le vetrate. Lei restò nuda sul letto, collare al collo, gambe ancora leggermente divaricate, il corpo segnato e soddisfatto, mentre lui chiudeva la valigia e guardava l’orologio. L’alba era vicina. Il volo partiva tra poche ore. Ma lei sapeva già che le tre settimane sarebbero state solo l’attesa del prossimo legame.
Quando l’aereo decollò, Kiara sentì ancora il fantasma delle corde e capì che non sarebbe mai più stata libera da lui.
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