Sottomessa tra i Cicli Notturni

Miriam, una trentaduenne architetta, consegna il guinzaglio a Omar, il suo quarantenne padrone, e si fa legare, frustare e scopare senza pietà per

11 min read September 17, 2026New

Miriam chiuse la porta dell’attico con un clic morbido e restò ferma nell’ingresso buio. Aveva trentadue anni, le mani ancora macchiate d’inchiostro da stampa dei progetti consegnati in ritardo, ma sotto la camicetta di seta nera il collare di pelle liscia le stringeva già il collo come una seconda pelle. Il guinzaglio di cuoio pendeva dalla stessa mano che teneva la borsetta. Omar era tornato da tre settimane di cantieri all’estero; lei lo sentiva respirare nel salone, quel respiro basso e controllato che conosceva da anni di sottomissione consensuale e di confidenza assoluta.

Lui era in piedi vicino alla vetrata, quarantenne, camicia bianca ancora aperta sul petto, lo sguardo scuro che la spogliava prima ancora che lei facesse un passo. Miriam non lo salutò. Si avvicinò, si inginocchiò sul parquet freddo e gli tese il guinzaglio con entrambe le mani, palmi in su, occhi bassi. Il collare scintillò sotto il tessuto leggero.

«Prendilo», sussurrò. «Sono già tua. Tutta.»

Omar afferrò il cuoio, tirò appena, abbastanza da farle sollevare il mento. Il suo pollice le sfiorò il labbro inferiore.

«Tre settimane senza poterti usare come meriti. Guardami.»

Lei alzò gli occhi. Nella pupilla di lui lesse fame e possesso, niente di improvvisato: un accordo antico, rinnovato ogni volta che il guinzaglio passava di mano.

«Spogliati. Lenta. In ginocchio. Voglio vedere ogni centimetro che mi appartiene.»

Miriam obbedì. Si sfilò prima la camicetta, poi il reggiseno, le tette già pesanti, i capezzoli duri per l’aria condizionata e per l’attesa. La gonna e le mutandine seguirono; restò nuda tranne il collare e i tacchi. Omar camminò intorno a lei, la corda di juta già in mano. Le torse i polsi dietro la schiena, legò nodo dopo nodo stretto, la fibra ruvida che le segnava la pelle. Poi la benda nera le coprì gli occhi. Il buio arrivò improvviso, caldo, e lei sentì solo la sua voce bassa contro l’orecchio.

«Sei solo la mia troia sottomessa stasera. Nient’altro. La mia cagna da usare, da frustare, da riempire. Dillo.»

«Sono la tua troia sottomessa», gemette Miriam, e tra le cosce sentì già il bagnato scivolare. «Usami senza pietà. Ti prego, Omar. Rompimi il limite.»

Lui le fece allargare le ginocchia con uno scatto del piede. Due dita le sfiorarono la fessura, ne raccolsero il liquido e glielo spinsero tra le labbra.

«Gustati quanto sei puttana per me.»

Miriam succhiò, ansimò, il cuore che le batteva in gola. La tensione le strinse il ventre finché non fu lei a supplicare di nuovo, voce rotta:

«Ti prego… legami sul tavolo. Frustami. Scopami la gola e poi il resto. Non trattenerti. Voglio sentirmi tua fin dentro le ossa.»

Omar la sollevò quasi di peso e la portò al tavolo imbottito nel salone, quello che usavano solo per queste notti. La stese supina, le legò le caviglie ai bordi aperti, le cosce divaricate al massimo, le braccia ancora strette dietro. Il flogger leggero fischiò una prima volta sui seni. Il cuoio morbido picchiò, scottò, fece arrossare la pelle. Miriam sussultò, il grido strozzato dal collare. Lui non si fermò: cosce interne, bacino, di nuovo i seni, colpi calibrati che la facevano tremare e bagnare di più. Ogni schiocco era seguito dalla sua voce:

«Contali. E ringrazia.»

«Uno… grazie, padrone. Due… ah— grazie…»

Quando la pelle bruciava e lei tremava tutta, Omar le aprì la bocca con due dita e le spinse il cazzo già duro fino in gola. Miriam lo accolse, saliva che le colava agli angoli delle labbra, il riflesso del vomito controllato dal fiato che lui le concedeva a intermittenza. La tenne pei capelli, la usò a fondo, profondamente, finché non le fece ingoiare i primi schizzi di precome e poi si ritirò.

La girò di scatto, doggy sul tavolo, guinzaglio avvolto al pugno. Entrò in lei con una spinta sola, fino in fondo, il sesso di Miriam che lo strinse bagnato e caldo. La tenne pei capelli con una mano, con l’altra le strinse il collo dal davanti, non abbastanza da far male, abbastanza da farle sentire chi decideva l’aria. Spinte dure, ritmiche, il suono umido della carne che sbatteva. Miriam urlava contro il legno imbottito, orgasmi che le arrivavano a ondate già dal primo, il clitoride strofinato dal bordo del tavolo a ogni botta.

«Ancora», rantolò lei. «Più forte… sono la tua troia, scopami fino a farmi dimenticare il nome…»

Omar la liberò dalle caviglie solo per sollevarle le gambe, legarle di nuovo alle sue spalle mentre la metteva in missionario. Ora la guardava in faccia, anche se lei era bendata. Spinte profonde che le spostavano l’utero, e tra una e l’altra schiaffi secchi e precisi sul clitoride gonfio. Miriam esplose di nuovo, poi di nuovo, il corpo che si contorceva contro le corde, la voce che non era più parole ma solo piacere rotto. Lui continuò, la dominò completamente, alternando penetrazioni lente e violente, dicendole quanto fosse bella ridotta così, quanto fosse perfetta solo quando si scioglieva sotto di lui.

Quando venne, lo fece in profondità, tenendola ferma, il seme caldo che la riempiva mentre lei veniva l’ultima volta, stretta e gocciolante intorno a lui. Restarono uniti qualche secondo, il respiro di entrambi pesante.

Omar la slegò con gesti lenti, precisi, massaggiandole i polsi e le caviglie. La prese in braccio come se non pesasse nulla e la portò sotto la doccia calda. L’acqua scese su di loro; lui la lavò con le mani sapionate, seno, ventre, tra le cosce ancora sensibili, baciandole la fronte sudata.

«Sono orgoglioso di te», le sussurrò contro i capelli bagnati. «Della tua sottomissione perfetta. Di come ti sei data stanotte.»

Miriam, ancora tremante, gli posò le labbra sul petto bagnato, sul cuore che batteva forte. Le gambe le vacillavano, il corpo segnato di rossori e di corda, ma gli occhi — ora liberi dalla benda — brillavano di una fame non ancora spenta.

«La prossima notte», mormorò contro la sua pelle, «scelgo io il nuovo gioco. Qualcosa che non abbiamo ancora osato. Voglio vederti perdere il controllo per me, padrone… anche solo un poco.»

Omar le strinse il collare ancora umido tra le dita, un sorriso scuro che non prometteva tregua.

«Allora riposa adesso, mia bella troia. Perché quando tornerai a decidere tu…» la baciò lenta, possessiva, «…io farò in modo che tu te ne penta e me ne ringrazi allo stesso tempo.»

Fuori dalla doccia l’attico restava in penombra. Il guinzaglio era ancora agganciato al collare. Miriam sapeva che la notte non era finita, solo sospesa, e che la promessa che aveva fatto avrebbe riaperto ogni porta che credevano di aver già attraversato.

Non andarono a letto. L’acqua della doccia scorreva ancora sulle piastrelle quando Miriam, il collare umido che le stringeva la gola, si voltò verso Omar con gli occhi già oscurati di nuovo. Il guinzaglio pendeva tra loro come una promessa non ancora sciolta. Lui la guardava, torace nudo che gocciolava, il sesso che ricominciava a indurirsi solo a vedere lo sguardo di lei.

«Adesso», sussurrò Miriam. La voce le usciva rauca, ancora segnata dalle spinte in gola di poco prima. «Il nuovo gioco. Quello che non abbiamo osato. Voglio le manette di cuoio ai polsi e alle caviglie, le cavigliere agganciate al gancio del soffitto del salone. Voglio che mi sollevi finché solo la punta dei piedi tocca il pavimento. E poi la frusta di cuoio pesante, non il flogger leggero. Quella che lascia segni rossi profondi. Scopami la figa e il culo mentre sono sospesa. Usami finché non riesco più a reggere il peso del mio corpo. E quando sentirai di perdere il controllo… non fermarti.»

Omar le afferrò il guinzaglio e tirò, facendola inciampare nuda contro di lui. Il suo sorriso era scuro, di quelli che facevano battere il cuore di Miriam contro le costole.

«Hai scelto bene, mia troia. Ti darò esattamente quello che chiedi. E ti farò pentire di averlo voluto mentre mi ringrazi con la figa che mi strizza.»

La condusse di nuovo nel salone. La luce bassa delle lampade a terra disegnava ombre lunghe sul parquet. Miriam restò ferma mentre lui apriva lo scrigno di legno sotto il tavolo imbottito. Ne uscì le manette imbottite di cuoio nero, le cavigliere, la lunga catena e la frusta a tre code di cuoio spesso. Omar le chiuse i polsi dietro la schiena, poi le caviglie. Il gancio a soffitto scese con un rumore metallico secco. La sollevò con forza controllata, le braccia tese all’indietro, le gambe divaricate e sollevate finché i talloni a malapena sfioravano il pavimento. Il peso del suo corpo le tirava le spalle, le apriva il petto, le metteva in mostra tette e figa come un’offerta. Il collare e il guinzaglio restavano agganciati; Omar se lo avvolse al polso.

Miriam ansimò, il sangue che le scendeva già verso la testa, il sesso che pulsava scoperto all’aria. «Sono tua. Tutta aperta. Frustami.»

Il primo colpo della frusta arrivò sul sedere. Il cuoio fischiò e scoppiò sulla carne, un bruciore vivo che le strappò un grido. Omar non contò per lei stavolta; la costrinse a farlo da sola mentre i colpi si succedevano sulle natiche, sulle cosce posteriori, poi più in alto sulla schiena bassa. Ogni schiocco lasciava un rigonfiamento rosso che bruciava e pulsava.

«Tre… grazie, padrone… quattro… ah, cazzo… cinque…»

A otto colpi la pelle le scottava come fuoco. A dodici Miriam tremava tutta, le cosce che si contraevano, il bagnato che le colava già lungo l’interno delle cosce e gocciolava sul parquet. Omar le passò le dita tra le labbra gonfie, le aprì, ne raccolse il liquido denso e glielo spinse in bocca di nuovo.

«Gustati quanto sei puttana appesa per me. Dillo mentre ti frusto i seni.»

«Sono la tua puttana… la tua cagna appesa… usami…»

La frusta cadde sui seni. I capezzoli già duri ricevettero colpi precisi, non abbastanza da lacerare, abbastanza da farle urlare e contrarsi contro le catene. Il dolore si fuse col piacere come una lama calda. Miriam sentiva il clitoride pulsare a ogni botta, il ventre che si contraeva in spasmi anticipati. Quando Omar abbassò la frusta e se la passò tra le gambe, facendola strisciare lentamente sulla fessura aperta, lei venne una prima volta solo da quello: un orgasmo secco, violento, che le strappò un rantolo e le fece gocciolare ancora di più.

Lui non le diede tregua. Si posizionò davanti a lei, le sollevò il mento col guinzaglio e le spinse il cazzo duro in gola. Miriam lo accolse fino in fondo, saliva che le scendeva sul mento e sul petto, il riflesso del vomito che lei controllava respirando quando lui glielo permetteva. La usò con spinte lunghe e profonde, tenendola pei capelli, finché gli occhi di lei lacrimavano dietro le palpebre socchiuse. Poi si ritirò, il sesso lucido di saliva, e le girò intorno.

Le mani di Omar le aprirono le natiche. Un dito grosso, lubrificato con il suo stesso umore, le entrò nel culo con una pressione lenta e inesorabile. Miriam gemette, il corpo che oscillava sulle catene. Un secondo dito, poi il cazzo che premeva. Lui entrò nel suo buco stretto con una spinta sola, fino in fondo, mentre le dita dell’altra mano le strofinavano il clitoride con forza.

«Prendi tutto. Sei solo un buco da riempire stanotte. La mia troia sospesa.»

Le spinte nel culo erano profonde, ritmiche, il suono umido della carne che sbatteva. Ogni botta faceva dondolare Miriam, le tirava le braccia, le faceva sentire il peso del proprio corpo come una punizione dolce. Lui alternava: qualche spinta nel culo, poi usciva e le conficcava il cazzo nella figa bagnatissima fino a toccarle il fondo, poi di nuovo dietro. Le dita sul clitoride non smettevano. Miriam venne una seconda volta, poi una terza, il corpo che si contorceva, le urla che riempivano l’attico, i muscoli del sesso che lo strizzavano come una morsa.

«Più forte… rompimi… voglio che perdi il controllo…»

Omar perse il ritmo misurato. Le spinte divennero più ruvide, più profonde, il respiro di lui che si faceva grosso contro la sua schiena. Le morse la spalla, le strinse il collo dal davanti col braccio libero, non abbastanza da far male davvero, abbastanza da farle mancare l’aria a ondate. La scopava come se volesse marchiarla dentro, il bacino che sbatteva, le palle che le picchiavano il sedere già rovente. Miriam sentiva ogni centimetro, ogni vena, ogni scossa. Un altro orgasmo la attraversò, più lungo, più distruttivo, e lei piangeva di piacere mentre il corpo le veniva meno e le catene reggevano tutto il suo peso.

Quando Omar venne, lo fece prima nella figa, spingendosi fino in fondo e svuotandosi a getti caldi e spessi, poi uscì ancora duro e le riempì il culo con gli ultimi spasmi. Il seme le colava già lungo le cosce mentre lui restava conficcato, ansimante, le mani che le stringevano i fianchi con forza quasi dolorosa.

Pian piano la calò. Le catene scesero, i piedi di Miriam toccarono di nuovo il parquet tremante. Omar le slegò polsi e caviglie con gesti che cercavano di essere precisi, ma le dita gli tremavano leggermente. La raccolse in braccio e la portò sul divano largo, le massaggiò le spalle segnate, le polsi arrossati, le passò un panno caldo tra le cosce dove il suo seme si mescolava al bagnato di lei. Miriam restava accoccolata contro il suo petto, il collare ancora al collo, il respiro che non si calmava del tutto.

Il silenzio si allungò. L’attico era di nuovo in penombra. Omar le baciò la fronte, ma il bacio durò meno del solito. Miriam sentì qualcosa di diverso nella tensione delle sue braccia, una distanza sottile che non c’era mai stata dopo le loro notti più intense. Lui le asciugò una lacrima rimasta sull’angolo dell’occhio, poi distolse lo sguardo verso la vetrata nera.

«Hai avuto quello che volevi», mormorò. La voce era bassa, quasi stanca. «Io… ho perso il controllo come mi hai chiesto. Più di quanto pensassi.»

Miriam alzò gli occhi. Il corpo le doleva in modo delizioso e profondo: i segni della frusta, l’apertura ancora pulsante, il sesso pieno e gocciolante. Doveva sentirsi completa. Invece una punta fredda le si annidò sotto lo sterno. Guardò il guinzaglio ancora agganciato al collare, poi le mani di Omar che non la stringevano più con la stessa certezza di sempre.

«Omar…» iniziò, ma la parola le restò a metà.

Lui non rispose subito. Le sistemò una coperta sulle spalle nude, i gesti precisi ma un po’ automatici. Miriam sentì il dubbio crescerle come un’ombra. Il piacere era ancora lì, caldo e satollo tra le cosce, ma qualcosa non tornava: lo sguardo di lui troppo lontano, il silenzio troppo lungo, la sensazione che quella perdita di controllo che aveva tanto desiderato avesse spostato un equilibrio che fino a un’ora prima le sembrava indistruttibile. Restò ferma contro di lui, il cuore che cominciava a pesare, e per la prima volta in anni di collare e di corde si chiese se la notte che avevano appena attraversato non avesse lasciato una crepa troppo sottile da nominare, ma già impossibile da ignorare.

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