Amiche al Lago: Finalmente Tua
Sonia e Miriam si confessano il desiderio al lago e si scopano tutta la notte sul pontile.
L’aria del bosco odorava di pino e di terra umida quando Sonia chiuse la portiera della macchina e guardò la casetta di legno affacciata sul lago. Miriam era già scesa, lo zaino sulla spalla, i capelli castani raccolti in una coda disordinata che le batteva tra le scapole. Ventisei anni l’una, venticinque l’altra, amiche da mezza vita e da mesi—da troppi mesi—intrappolate in una tensione che nessuna delle due aveva mai nominato ad alta voce.
La casa era isolata, raggiungibile solo da una sterrata che si perdeva tra gli alberi. Nessun vicino, nessun rumore se non il fruscio delle foglie e lo sciacquio leggero dell’acqua contro il pontile. Avevano prenotato quella settimana proprio per questo: staccare, nuotare, cucinare insieme, dormire tardi. Ma da quando erano salite in macchina quella mattina, ogni sguardo prolungato di Sonia sul collo di Miriam, ogni battuta ambigua di Miriam sul “quanto spazio c’è nel letto matrimoniale della camera grande”, aveva caricato l’aria di qualcosa di denso, elettrico, quasi doloroso.
In cucina, mentre sistemavano la spesa, le dita di Sonia sfiorarono il dorso della mano di Miriam passando una bottiglia d’acqua. Un attimo solo. Miriam alzò gli occhi e li tenne fissi nei suoi un secondo di troppo. “Sempre così attenta, tu”, mormorò, e la voce le uscì più bassa del solito. Sonia sentì il calore salirle lungo la schiena. Da mesi sognava quella bocca. Da mesi si svegliava sudata immaginando le cosce di Miriam aperte sotto le sue mani. E sapeva, lo sapeva dalle risate troppo lunghe, dai silenzi carichi, che anche Miriam covava lo stesso fuoco. Nessuna delle due aveva mai osato dirlo.
Passarono il pomeriggio a riordinare, a mettere le valigie nelle camere—scelsero di condividere quella con il letto più grande “perché fa meno freddo”, dissero entrambe con un sorriso che non convinceva nessuno—e a bere un bicchiere di vino bianco sulla veranda. Il sole scendeva lento, tingendo il lago di arancione e viola. Miriam si alzò, si sfilò la maglietta con un gesto naturale e disse: “Vado a fare un bagno. Vieni?”. Non aspettò risposta. Si tolse anche i pantaloncini e le mutandine, restando nuda sulla riva, la pelle dorata dal sole di settembre, i seni pieni, il triangolo scuro tra le cosce già un po’ umido solo a pensare a quello che stava per succedere—o forse no, forse di nuovo niente.
Sonia la guardò e sentì il basso ventre contrarsi. Si svestì a sua volta, senza fretta, lasciando che Miriam la vedesse: seni sodi, capezzoli già duri per l’aria fresca e per altro, fianchi stretti, la fica rasata che le batteva di desiderio. Entrarono in acqua insieme. Il lago era fresco, quasi freddo, e le costrinse a un sospiro condiviso. Nuotarono vicino, prima a rana, poi a dorso, i corpi che di tanto in tanto si sfioravano per sbaglio—una gamba contro un fianco, un braccio che lambiva un seno.
Fu un contatto più deciso, sotto la superficie, il ginocchio di Miriam che scivolò tra le cosce di Sonia e restò lì un istante di troppo, a premere piano contro la fessura già aperta. Sonia emise un suono basso, mezzo lamento. Si voltarono l’una verso l’altra, l’acqua fino al petto, i volti vicini.
Miriam aveva lo sguardo famelico, le pupille dilatate, le labbra socchiuse. “Sonia…”, disse con voce roca, quasi un soffio. “Ti voglio da anni. Da cazzo di anni. Ogni volta che ridi, ogni volta che ti stendi sul divano con le gambe aperte senza rendertene conto, io… mi bagno solo a guardarti. Non ce la faccio più a fingere.”
Il cuore di Sonia martellò così forte che le sembrò di sentirlo nell’acqua. Aveva aspettato quelle parole come si aspetta l’aria dopo un’apnea. Avanzò di un passo, l’acqua che si apriva tra i loro seni, e le prese il viso tra le mani bagnate. “Anch’io”, sussurrò. “Anch’io, Miriam. Mi sono toccata pensando a te più notti di quante riesca a contare. Voglio la tua bocca, voglio le tue dita dentro di me, voglio sentirti venire contro la mia lingua.”
Non ci fu altra esitazione. Sonia la baciò. Un bacio profondo, umido, affamato, lingue che si cercarono subito, denti che sfiorarono labbra, un gemito di Miriam che vibrò dritto nella gola di Sonia. Si strinsero, seni contro seni, pance che si sfregavano, le mani di Miriam che scesero a prendere il culo di Sonia e a premerla contro di sé, il pube che strofinava il pube sotto l’acqua fresca. Il desiderio esplose, anni di sguardi e di battute e di notti insonni riversati in quel contatto. Si baciaro più forte, più disordinato, le dita di Sonia che scivolarono tra le cosce di Miriam e trovarono la fessura calda, gonfia, già scivolosa di sesso nonostante il lago. Miriam aprì le gambe e spinse i fianchi in avanti, offrendosi, gemendo nel bacio: “Cazzo, sì… toccami, Sonia, toccami davvero…”
Sonia le fece scivolare due dita tra le labbra bagnate, le sfiorò il clitoride gonfio, poi scese e le penetrò piano, sentendo le pareti calde stringerle le falangi. Miriam gettò la testa all’indietro, gli occhi socchiusi, e si aggrappò alle spalle di Sonia. “Di più… voglio di più. Voglio che mi scopi con le dita finché non sborro in acqua, e poi voglio portarti sul pontile e leccarti finché non urli.”
Si baciarono ancora, lingue intrecciate, respiri corti, i corpi che si muovevano l’uno contro l’altro con una frenesia trattenuta solo dalla necessità di non affogare. Sonia le pompava le dita dentro, il pollice a strofinare il clitoride, e Miriam rispondeva muovendo i fianchi, bagnatissima, i gemiti che si facevano più alti. “Sono tua”, ansimò Miriam contro la bocca di Sonia. “Stasera sono tutta tua. Fai quello che vuoi di me.”
Sonia le morse il labbro inferiore, le dita ancora sepolte in quella fica calda e stretta. “Allora usciamo”, disse con voce roca. “Sul pontile. Voglio vederti stesa, voglio odorarti, voglio assaggiarti senza l’acqua di mezzo. E poi voglio che tu faccia lo stesso a me finché non riesco più a reggermi in piedi.”
Si separarono solo abbastanza da nuotare verso la riva, i corpi che ancora si cercavano, le mani che non smettevano di accarezzare un seno, un fianco, una coscia. Salirono le poche scale di legno del pontile bagnate e tremante di eccitazione, l’aria della sera che gli asciugava la pelle e lasciava i capezzoli duri come sassi. Miriam si lasciò cadere sulla schiena sulle assi calde dal sole del giorno, le gambe già socchiuse, la fica lucida e aperta offerta allo sguardo di Sonia. Sonia si inginocchiò tra quelle cosce e le guardò in faccia, il desiderio che le bruciava in gola.
“Dimmi di nuovo che mi vuoi”, chiese, la voce un filo teso.
“Ti voglio”, rispose Miriam, gli occhi neri di fame. “Ti voglio in bocca, sulle dita, contro la mia faccia. Scopami tutta la notte, Sonia. Non fermarti.”
Sonia si chinò, le labbra a un soffio dalla fessura gonfia, e inspirò l’odore muschiato e dolce di Miriam. La tensione di mesi, di anni, era esplosa: adesso c’era solo il corpo dell’altra da prendere, da assaporare, da far godere senza freni. La notte era appena iniziata, il pontile li aspettava, e nessuna delle due aveva intenzione di tornare dentro prima dell’alba.
Sonia abbassò la testa e premette le labbra contro la fessura di Miriam. L’odore era denso, salato, dolce di desiderio accumulato; lo assorbì tutto, gli occhi chiusi, mentre la lingua usciva lenta e piatta a leccare dal perineo su, tra le labbra gonfie, fino al clitoride già duro come un sassolino. Miriam gettò indietro la testa con un gemito rauco che vibrò sul pontile di legno. «Cazzo… Sonia… così…»
Sonia non si trattenne. Aprì la bocca e succhiò avidamente, le labbra sigillate intorno a quella figa bagnata, la lingua che batteva, girava, spingeva. Il sapore le riempì la bocca: caldo, scivoloso, il succo che le colava già sul mento. Spinse il naso contro il monte di Venere e inalò più a fondo, mentre le mani le tenevano le cosce aperte con forza, i pollici che scostavano le labbra per esporsi meglio. Miriam si contorceva, i seni che ballavano a ogni respiro, i capezzoli duri che chiedevano di essere morsi. «Leccami… succhiami tutta… sì, più forte, mangiami la fica…»
Sonia obbedì con fame. Spinse la lingua dentro il canale stretto, la sentì contrarsi intorno, poi la ritrasse e la fece scorrere rapida sul clitoride, succhiando a vuoto, poi di nuovo, ritmo vorace. Miriam ansimava, le unghie conficcate nelle assi del pontile. «Sto per… no, non ancora… voglio di più di te…»
Con un movimento fluido Sonia si alzò, le labbra lucide di sesso, e fece girare Miriam su un fianco. «Girati. Voglio leccarti mentre tu mi divori.» Miriam capì subito, gli occhi neri di lust. Si sistemarono in 69, i corpi nudi che si sovrapposero sul legno caldo: Sonia sopra, il culo verso il cielo, la fica già gocciolante sopra la bocca di Miriam, e sotto di sé quella di Miriam che tornò a riempirle la vista e l’olfatto.
Miriam non aspettò. Affondò la faccia tra le cosce di Sonia e le succchiò il clitoride con una suzione potente, grezza, mentre due dita le scivolavano dentro la fica stretta e fradica senza preavviso. Sonia urlò contro la figa di Miriam, il suono attutito dalla carne bagnata. «Miriam… cazzo, le dita… più profonde…» Rispose allo stesso modo: spinse due, poi tre dita dentro Miriam, le piegò a cercare il punto gonfio, e nello stesso istante le divorò il clitoride, succhiando, leccando, mordicchiando piano. I succhi di entrambe si mescolavano, i gemiti soffocati contro le fiche, i fianchi che spingevano contro le facce.
Le dita di Sonia entravano e uscivano bagnate fino al palmo, il pollice che premeva sul perineo di Miriam. Miriam faceva lo stesso, le dita che pompava forte, il polso che ruotava, la lingua che non smetteva di battere sul clitoride gonfio di Sonia. «Ti sento stretta… ti sento pulsar…» ansimò Miriam tra una leccata e l’altra. «Vieni sulla mia lingua, Sonia. Sborra in bocca mia.» Sonia rispose con un morso leggero sulla coscia interna e un altro spintone di dita. «Tu prima… voglio assaporarti mentre ti rompi.»
Ma nessuna delle due voleva finire ancora. Si staccarono ansimanti, i volti lucidi di saliva e di succhi, e Sonia spinse Miriam di nuovo sulla schiena. Si sistemò a cavalcioni, le fiche allineate, i clitoridi gonfi che si toccarono subito. «Adesso ti strofino finché non urli il mio nome», disse Sonia con voce rauca, e iniziò a muovere i fianchi con spinte forti, ritmiche. Il contatto era elettrico: clitoride contro clitoride, labbra scivolose che si sfregavano, il calore umido che si diffondeva. Miriam alzò il bacino per incontrarla, le mani strette sui fianchi di Sonia, le unghie che lasciavano segni rossi. «Più forte… strofinami… sì, così, cazzo, sento il tuo clitoride battere sul mio…»
Sonia si piegò in avanti, i seni che pendevano contro quelli di Miriam, e accelerò. Le spinte diventarono selvagge, il legno del pontile che scricchiolava sotto di loro, i corpi che si urtavano con umidità rumorosa. Si baciarono mentre si sfregavano, lingue che si rincorrevano, denti che graffiavano labbra. Poi Miriam, con un colpo di reni, rovesciò le posizioni: ora era lei sopra, i fianchi che battevano in cerchio, poi avanti e indietro, i clitoridi che si schiacciavano e si strofinavano senza pietà. «Sono io che ti scopro adesso», gemette Miriam, dominando, tenendo i polsi di Sonia pinati sopra la testa. «Guarda come mi bagno su di te… senti come ti bagno…»
Sonia si arrese un istante, le cosce tremante, poi con un gemito di piacere ribaltò di nuovo: le mani libere afferrarono il culo di Miriam e la costrinsero a un ritmo ancora più duro. Si sottomisero e dominarono a turno, passione consensuale che saliva a ondate. «Tua… sono tua…» ansimava Sonia. «E tu sei mia… la tua figa è mia stanotte…» Miriam rispondeva con spinte che facevano sbattere i pubi, i clitoridi gonfi quasi dolorosi di piacere, i succhi che schizzavano leggeri a ogni attrito.
Il ritmo diventò frenetico. Sonia sentiva il calore concentrarsi basso, un nodo che tirava, tirava. Miriam era lo stesso: gli occhi socchiusi, la bocca aperta in un urlo continuo. «Vengo… Sonia, vengo… non smettere…» Sonia strinse i denti e accelerò ancora, i fianchi che schiaffeggiavano, i clitoridi che si strofinavano senza tregua. «Insieme… vieni con me… urlami…»
L’orgasmo li colpì come un’onda violenta. Miriam si spezzò per prima, un grido lungo e rauco che si sparse sul lago, il corpo che si irrigidì e poi convulse, la fica che pulsava contro quella di Sonia, il succo che colava caldo. Sonia la seguì un secondo dopo, l’urlo che le uscì dalla gola mentre le spinte perdevano ritmo ma non forza, i muscoli del basso ventre che si contraevano a scatti, il piacere che le esplodeva dietro gli occhi. Continuarono a strofinarsi attraverso le scosse, allungando l’orgasmo, dominando ancora a turni brevi: Miriam che premeva il pube più forte, Sonia che le mordeva una spalla, poi di nuovo le bocche che si cercavano tra i gemiti.
Quando le ondate calarono, restarono intrecciate, sudate, i respiri ancora corti, i clitoridi sensibili che pulsavano a ogni minimo movimento. Sonia leccò una goccia di sesso dal collo di Miriam. «Non basta», sussurrò contro la pelle. «Voglio ancora. Voglio le dita tue dentro mentre mi cavalchi di nuovo. Voglio sentirti venire sulla mia faccia un’altra volta prima che il sole torni.»
Miriam rise basso, la voce ancora spezzata dal piacere, e le strinse i capelli. «Allora non alzarti. Stiamo qui. La notte è lunga e io non ho finito di assaggiarti.» Le dita di Miriam scesero di nuovo tra le cosce di Sonia, trovarono la fessura ancora fradica e vi scivolarono dentro lente, due falangi che si mossero in cerchio. Sonia gemette e aprì le gambe più larghe sul pontile. Il desiderio non si era spento; si era solo trasformato in qualcosa di più affamato, più lento, più profondo. L’acqua del lago sciacquava sotto di loro, l’aria notturna le asciugava il sudore, e nessuna delle due aveva intenzione di lasciare quel legno prima di essersi scavate fino all’osso.
Le dita di Miriam scivolavano lente e profonde nella fica già fradica di Sonia, due falangi che si piegavano a cercare quel punto gonfio e spugnoso mentre il pollice premeva circoli lenti sul clitoride ancora pulsante. Sonia aperse le cosce più larghe sul legno del pontile, la schiena inarcata, i seni che si sollevavano a ogni respiro affannoso. L’aria notturna le mordeva la pelle sudata, ma il calore tra le gambe era un fuoco che non accennava a spegnersi.
«Più a fondo», gemette Sonia, la voce rauca di chi ha già goduto e vuole di nuovo. «Spingile fino in fondo, Miriam… voglio sentirti fino all’utero.»
Miriam obbedì con un sorriso affamato, aggiungendo un terzo dito. La strettezza calda di Sonia le strinse le falangi come una bocca avida; il succo le colava già sul polso, denso e caldo. Si chinò e le morse un capezzolo, succhiandolo forte mentre pompava le dita con ritmo crescente. Sonia digrignò i denti, le unghie conficcate nelle assi scure del pontile, e spinse i fianchi incontro a quella mano. Dentro di sé sentiva il piacere riformarsi a ondate lente, più profonde della prima volta, come un tizzone che si riaccende.
«Cazzo, sei ancora così stretta», ansimò Miriam contro il seno. «Dopo aver sborrato addosso a me… ti sento pulsare. Vuoi che ti scopi così finché non urli di nuovo?»
«Sì… sì, scopami. E poi mettimi la faccia sulla tua fica e fammi leccare mentre vieni.»
Miriam le ritrasse le dita solo per un istante, le portò alle labbra e le leccò pulite con un suono umido e volgare, gli occhi neri conficcati in quelli di Sonia. Poi le spinse di nuovo dentro, più ruvide, più veloci, il palmo che schiaffeggiava il clitoride a ogni spinta. Sonia urlò, un suono lungo e rotto che si sparse sull’acqua nera del lago. Le cosce le tremavano, i muscoli del basso ventre si contraevano già in preavviso.
Ma Miriam non la lasciò venire subito. Si staccò, si alzò in ginocchio e straddolò il volto di Sonia, abbassando la fica gonfia e lucida direttamente sulla bocca aperta dell’amica. «Leccami mentre ti scopro con le dita», ordinò con voce spezzata dal lust. «Voglio sborrare sulla tua lingua mentre ti faccio squirtare.»
Sonia affondò la faccia tra quelle labbra bagnate senza esitazione. L’odore di Miriam era più forte adesso, muschiato e dolce di orgasmo precedente; la lingua le uscì piatta e larga a leccare dal buco del culo su, tra le pieghe gonfie, fino al clitoride duro come un sassolino. Succhiò, batteva, spinse la lingua dentro il canale ancora pulsante. Miriam gemette alto e riprese a pompale le dita nella fica di Sonia con forza rinnovata, tre dita che entravano e uscivano fradiche fino alla radice, il pollice che strofinava il clitoride senza pietà.
I corpi si muovevano l’uno contro l’altro sul pontile: Miriam che cavalcava la faccia di Sonia con spinte circolari, Sonia che alzava il bacino incontro alle dita, i seni che ballavano, il legno che scricchiolava sotto il peso e il sudore. I succhi di entrambe schizzavano leggeri, colavano sui menti, sulle cosce, sul legno caldo. Sonia sentiva il sapore di Miriam riempirle la gola, il clitoride che le batteva contro le labbra, e nello stesso istante le dita di Miriam che la scavavano, la allargavano, la preparavano a un secondo orgasmo più violento del primo.
«Sto per… cazzo, Sonia, ti sento… la tua lingua…», ansimò Miriam, i fianchi che battevano più veloci. «Vieni con me. Sborra sulle mie dita mentre io ti inondo la faccia.»
Sonia non poteva rispondere: la bocca era piena di fica. Spinse la lingua più a fondo, morse piano il clitoride, e le dita di Miriam accelerarono ancora. L’orgasmo le colpì quasi insieme. Miriam gettò la testa all’indietro con un grido rauco che vibrò sul lago, il corpo che si irrigidì e poi convulse violentemente; il succo caldo le schizzò sulla faccia di Sonia, nelle narici, sulla lingua. Sonia venne un battito dopo, le pareti che si strinsero a morsa intorno alle dita di Miriam, le cosce che si chiusero a scatto, un urlo soffocato contro la carne bagnata. Continuarono a muoversi attraverso le scosse: Miriam che premeva il pube più forte sulla bocca, Sonia che leccava avidamente ogni goccia, le dita che non smettevano di pompare.
Quando le ondate calarono, Miriam scivolò di lato, ansimante, e si stese accanto a Sonia. Si baciarono subito, lingue che si scambiavano i sapori mescolati, i volti lucidi di saliva e di sesso. Le mani non si fermarono: Sonia le scese tra le cosce e le infilò due dita nella fica ancora contrattile, mentre Miriam le accarezzava il clitoride sensibile con polpastrelli umidi.
«Ancora», sussurrò Sonia contro le labbra. «Voglio sentirti venire sulle mie dita mentre mi strofini il culo.»
Si girarono di nuovo. Sonia si mise a quattro zampe sul pontile, il culo alto, la fica aperta e gocciolante. Miriam le si sistemò dietro, le dita che scivolarono dentro con facilità, e con l’altra mano le aprì le chiappe per leccarle il buco del culo con lingua piatta e umida. Sonia gemette a quel contatto inedito, il piacere che le salì lungo la spina dorsale come una scarica. Miriam pompava le dita, le leccava, poi le succhiava il clitoride da dietro mentre le dita continuavano a scavare. Il ritmo era più lento adesso, più profondo, più sporco: ogni spinta faceva schioccare l’umidità, ogni leccata faceva contrarre Sonia.
«Miriam… cazzo… così… più a fondo… leccami anche lì…», ansimò Sonia, la fronte premuta contro il legno. Dentro di sé pensava che non avrebbe mai più potuto guardare Miriam senza ricordare questo: la lingua sul culo, le dita nella fica, l’odore del lago e del sesso mescolati.
Miriam accelerò di nuovo. Aggiunse un terzo dito, piegò le falangi, e con la lingua le circondò il buco del culo mentre il naso premeva sul perineo. Sonia sentì il terzo orgasmo arrivare come un treno: più basso, più viscerale. Urlò il nome di Miriam mentre si spezzava, le ginocchia che cedevano, il succo che colava sulle assi. Miriam non si fermò: le leccò tutto, le dita che uscivano e rientravano, fino a quando le scosse non divennero piccoli spasmi.
Si stesero di nuovo intrecciate, i corpi lucidi di sudore e di sesso, i respiri ancora corti e irregolari. Il pontile sotto di loro era umido, l’acqua del lago sciacquava piano contro i pali. Sonia alzò una mano tremante e accarezzò la guancia di Miriam, spazzando via una ciocca di capelli appiccicati alla fronte.
Si guardarono negli occhi. Ansimanti, lucide di sudore che brillava alla luce debole della luna, le pupille ancora dilatate di piacere. Non c’era più la fame frenetica di prima; c’era qualcosa di più profondo, più dolce e più pericoloso. Sonia si chinò e la baciò. Non fu un bacio affamato: fu lento, profondo, le labbra che si aprivano piano, le lingue che si accarezzavano senza fretta, un gemito basso che vibrava in gola a entrambe. Miriam rispose con la stessa dolcezza, una mano che le cingeva la nuca, l’altra che le accarezzava la schiena sudata.
Quando si staccarono, i fronti si toccarono. «Questa notte», sussurrò Miriam, la voce ancora roca, «è solo l’inizio. Voglio un’estate intera di questo. Voglio scoparti in ogni angolo di questa casa, sul prato, in barca, finché non riusciamo più a camminare. Voglio le tue dita, la tua bocca, la tua fica contro la mia ogni giorno e ogni notte.»
Sonia sorrise, gli occhi umidi di qualcosa che non era solo sesso. «Te lo prometto. Tutta l’estate. Ogni volta che mi guardi così, ti prendo. Ogni volta che mi tocchi, ti faccio venire. Sei mia adesso, Miriam. E io sono tua.»
Si baciarono ancora, più a lungo, assaporando la promessa. Poi, mano nella mano, si alzarono. Le gambe erano molli, i corpi ancora tremante di afterglow, ma non si coprirono. Rimasero nude, la pelle lucida, i capezzoli duri per l’aria fresca, le fiche ancora aperte e sensibili. Scendevano le scale del pontile hand in hand, i piedi nudi sul legno, poi sull’erba umida. Entrarono in casa senza accendere le luci, solo la luna che filtrava dalle finestre. La porta si chiuse dietro di loro con un click soft. Si diressero verso la camera con il letto grande, le dita ancora intrecciate, già pronte a ricominciare a esplorarsi fino all’alba, i corpi che si cercavano ancora mentre salivano le scale interne, il desiderio che non si era spento ma solo trasformato in una fame più lenta, più tenera, più infinita.
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