Massaggio Tra Amiche Al Matrimonio

Due amiche lesbiche si massaggiano e scopano. (29 caratteri)

4 min read August 28, 2026New

Non doveva succedere. Lo giuro su qualunque cosa. Ero al matrimonio di Chiara, villa toscana, cipressi, luce dorata, e un solo calice di prosecco in mano. Niente di più. Yvonne mi aveva tirata per il polso su per le scale perché le batteva la testa come un tamburo e la suite nuziale era l’unica stanza silenziosa. La sposa era già giù a ridere con gli invitati; la camera sapeva di fiori bianchi e lenzuola fresche.

«Solo un massaggio, Carmen. Niente di strano», aveva mormorato Yvonne, già seduta sul bordo del letto king-size, mentre si sfilava la giacca del tailleur verde smeraldo. Avevo ventotto anni, lei pure. Ci conoscevamo da sempre. Migliori amiche. Eppure, quando le dita mi hanno sfiorato la cerniera del vestito per aiutarla, ho sentito il cuore salirmi in gola.

Si è sdraiata a pancia sotto, la schiena nuda scoperta fino alla curva delle natiche. Ho versato un filo d’olio da un flacone dimenticato sul comodino — forse della sposa, chissà — e ho posato i palmi sulle sue spalle. Pelle calda, liscia. Ho premuto i pollici lungo i trapezi, lenti, profondi. Yvonne ha emesso un suono basso, quasi un rantolo di sollievo.

«Così… più giù», ha detto.

Le mani sono scivolate. Non c’era più innocenza in quei gesti. Le carezze diventavano più lente, più intente. Le dita seguivano la linea della colonna, fermandosi appena sopra la stoffa della gonna arrotolata. Lei alzava leggermente i fianchi ogni volta che scendevo. Io guardavo il profilo del suo viso contro il cuscino, le labbra semiaperte, gli occhi chiusi. Un fremito mi ha attraversato le cosce.

«Carmen…», ha sussurrato. «Le tue mani. Dio, le ho sempre volute così.»

Mi sono fermata un secondo, le dita ancora adagiate sulla sua pelle. «Anche io», ho confesso, la voce roca. «Da anni. Ti guardavo e… mi tenevo tutto dentro.»

Si è girata di scatto. Il seno nudo mi è apparso rotondo, i capezzoli già duri. Non abbiamo parlato. Ci siamo baciate come se qualcuno avesse aperto una diga. Bocche umide, lingue che si cercavano, denti che graffiavano il labbro inferiore. Le ho preso un seno in mano, ho stretto, ho sentito il peso morbido e il battito accelerato sotto la pelle. Yvonne ha gemuto nella mia bocca e ha tirato su la mia gonna, le dita già bagnate di desiderio quando ha trovato la mia mutandina.

«Sei fradicia», ha riso contro le mie labbra, ma non c’era ironia: c’era fame. Le ho spinto due dita tra le cosce di lei, sotto la gonna, e ho trovato la fessura gonfia, scivolosa. L’ho aperta piano, le ho sfiorato il clitoride con il polpastrello. Lei ha inarcato la schiena e ha spinto il bacino contro la mia mano.

«Leccami», ha ordinato, quasi senza fiato. «Adesso.»

Si è sdraiata supina. Le ho divaricato le gambe, le ho sfilato mutandine e gonna in un unico gesto. La figa era rasata, le labbra lucide, il buco già pulsante. Ho abbassato la testa e ho passato la lingua dal perineo su fino al clitoride, lenta, larga. Il sapore era salato e dolce insieme. Yvonne ha afferrato i miei capelli e ha spinto. Ho alternato: lingua piatta sul clitoride, poi due dita che entravano ritmiche, curve verso l’alto, cercando quel punto che la faceva tremare. I suoi gemiti diventavano sempre più alti, soffocati solo quando si mordeva il pugno.

«Così… non fermarti… Carmen, ti prego…»

Quando le cosce le hanno iniziato a vibrare, mi sono staccata abbastanza da dire: «Girati. Voglio assaggiarti mentre mi succhi.»

Ci siamo messe in sessantanove. Lei sotto, io sopra a cavalcioni del suo viso. Appena ho posato la figa sulla sua bocca, la lingua di Yvonne mi ha trafitto. Ho ansimato e mi sono china di nuovo sulla sua. Ci succhiavamo con avidità, labbra che tiravano i clitoridi, lingue che entravano e uscivano, saliva e umori che colavano. Ho infilato due dita dentro di lei, profonde, e lei ha fatto lo stesso con me. Il ritmo era scomposto, urgente. Godevo del suono umido delle nostre fighe, del modo in cui i suoi fianchi battevano contro la mia faccia.

«Vengo… sto per venire…», ha gemuto contro la mia carne.

«Insieme», ho respirato. «Squirta sulla mia lingua.»

L’orgasmo l’ha colpita per prima: un urlo strozzato, il bacino che si sollevava, e poi il getto caldo che mi ha inondato la bocca e il mento. Ho bevuto tutto, leccando, succhiando, mentre le mie dita continuavano a pompala. Un secondo dopo mi sono venuta anch’io, violentamente, le cosce che le stringevano la testa, il liquido che le colava sulla gola. Lei ha gemuto di piacere nel sentirmi squirtare e ha tenuto le labbra aperte per prendermi. Siamo rimaste così, agganciate, tremanti, le dita ancora sepolte l’una nell’altra finché le scosse non si sono fatte più rade.

Alla fine ci siamo slegate. Esauste, ancora a scatti, ci siamo girate faccia a faccia. Ci siamo baciate piano, assaporando i nostri umori sulle lingue: il mio sapore misto al suo, caldo e sporco e perfetto. L’ho stretta contro il petto, i seni che si schiacciavano, il sudore che ci rendeva scivolose.

«Questa non sarà l’ultima volta», ho mormorato contro i suoi capelli. «Te lo prometto. Altri massaggi. Quando vuoi.»

Yvonne ha annuito, le dita che mi accarezzavano ancora la schiena. «Sì. Presto. Molto presto.»

Ci siamo vestite in silenzio, rimesse a posto i capelli, ripassate il rossetto con le dita. Siamo scese di nuovo verso il giardino dove la festa continuava, le luci dell’imbrunire che accendevano le torce. Sotto il tavolo, per un attimo, le nostre mani si sono cercate. Un sorriso complice. Poi Yvonne ha sciolto le dita, si è alzata senza fretta, ha sistemato la giacca sulle spalle e ha camminato via tra gli invitati, verso l’uscita della villa, calma, satolla, semplicemente finita per quella sera. Io l’ho guardata allontanarsi tra i cipressi e ho restato seduta, le cosce ancora umide, il sapore di lei ancora in bocca, sapendo che la prossima volta non avremmo avuto bisogno di un mal di testa come scusa.

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