Incontro a bordo del suo yacht

Marco invita Lorenzo sullo yacht e lo trasforma in una troia sissy che si fa scopare duro dalla sua grossa cappella.

16 min read August 28, 2026New

Marco salì la scaletta di teak con il cuore che gli batteva già troppo forte. Lo yacht di Marisol scintillava al sole del Mediterraneo, tutto bianchi scafi e cromature, ma lui non riusciva a staccare gli occhi da lei. Marisol lo aspettava sul ponte di poppa, trentadue anni di curve perfette strette in un abito di seta nera che scendeva appena sotto il culo. Le calze a rete si intravedevano a ogni passo, il reggicalze disegnava linee oscene sulle cosce, e sotto la stoffa liscia si gonfiava chiarissima la curva del suo cazzo. Grosso, pesante, semi-duro già solo a vederlo arrivare.

Marco, trentacinque anni, uomo d’affari abituato a controllare tutto, restò inchiodato. Lei lo sorprese a fissarla proprio lì, tra le gambe, e gli sorrise con le labbra rosso scuro spalancate sulla consapevolezza più sporca.

«Ti piace quello che vedi, Marco?» la voce di Marisol era un miele caldo. «Solo tu e io per tutto il weekend. Nessuno a disturbarci mentre ti faccio diventare la troia che sogni di essere.»

Lui deglutì, il cazzo già duro nei pantaloni. «Cazzo, Marisol… sei incredibile.»

Lei si avvicinò, gli passò una mano sul petto, unghie laccate che graffiavano la camicia. «Lo so. E tu sei già bagnato solo a guardarmi. Vieni.»

Al tramonto servirono l’aperitivo sul flybridge. Il sole scendeva arancione sull’acqua, lo champagne friggeva nei flûte. Marisol si sedette di fronte a lui, gambe incrociate in modo che la gonna si alzasse abbastanza da mostrare l’attaccatura delle calze e il profilo del cazzo che premeva contro il perizoma di pizzo.

«Amo essere guardata così», confesso lei, la voce bassa e rauca. «Come la troia che sono. Con questo cazzo che mi tende la gonna e gli uomini che non sanno se vogliono succhiarmelo o farsi sfondare. Tu cosa vuoi, Marco?»

Lui allungò una mano, esitante, poi decise. Le sfiorò la coscia, salì sotto la stoffa, sentì il calore della pelle e poi il peso caldo e pulsante del suo cazzo. «Voglio sentirti tra le mani. Tutto. Voglio che mi usi.»

Marisol gemette piano, spingendosi contro il suo palmo. «Bravo ragazzo. Allora vieni sotto.»

Nella cabina padronale la luce era soffusa, le tende chiuse sul mare. Marisol aprì l’armadio e gli mostrò i cassetti pieni di lingerie. Completini di seta, pizzo nero, rosa confetto, reggiseni imbottiti, collant, corsetti.

«Scegli», ordinò lei. «Scegli come vuoi che ti vesta stasera, la mia sissy.»

Marco, le mani tremante di eccitazione, prese un completo nero: reggiseno di pizzo trasparente, reggicalze a balze, calze di seta lucida e un perizoma minuscolo con un fiocchetto davanti. Marisol sorrise soddisfatta.

«Perfetto. Spogliati.»

Lo svestì piano, baciandogli ogni centimetro di pelle che scopriva. Gli fece indossare prima le calze, facendole scivolare lungo le gambe muscolose con una lentezza crudele, allacciando i gancetti del reggicalze. Poi il reggiseno, regolandolo sul petto, pizzicandogli i capezzoli finché non divennero duri. Infine il perizoma: glielo fece scivolare su, stringendogli il cazzo già gocciolante di precome in quel pezzetto di pizzo che a malapena lo conteneva. Marco gemette, il cazzo pulsava prigioniero, le uova strette.

«Guardati», sussurrò Marisol, facendolo voltare verso lo specchio. «Sei una sissy perfetta. La mia troia vestita da puttana. Baciami.»

Si baciarono con fame, lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Le mani di lei scendevano a palparmi il culo stretto nel pizzo, le sue a stringere quel cazzo spesso e caldo sotto l’abito di Marisol.

Lei lo spinse sul letto a quattro zampe. Gli sollevò il vestitino da sissy che gli aveva infilato sopra, un pezzo di chiffon corto che gli scopriva le chiappe e il perizoma. Marisol si tolse l’abito d’un colpo solo, restando solo con le calze e il cazzo ora completamente duro, grosso, venato, la testa lucida già umida.

«Apri la bocca, troia.»

Marco obbedì. Lei gli afferrò i capelli e gli spinse il cazzo fino in gola in una spinta sola. Il sapore salato, il peso, l’odore di lei lo fecero gemere attorno all’asta. Marisol si scopò la bocca con colpi profondi e ritmici, le palle che gli battevano sul mento, saliva che gli colava sul reggiseno.

«Ingoia tutto. Sì, così… che bella sissy che succhia come una professionista.»

Quando lo ritirò, un filo di bava li collegava ancora. Poi gli si mise dietro, gli allargò le chiappe, gli sputò sul buco e ci premette la testa del cazzo. Marco spingeva indietro, disperato.

«Mettilo dentro… ti prego, Marisol, scopami.»

Lei entrò con una spinta lunga e forte, riempiendolo fino in fondo. Il culo di Marco si aprì attorno a quel cazzo spesso, un bruciore delizioso che si trasformò subito in piacere crudo. Marisol iniziò a scoparlo con spinte profonde e ritmiche, una mano sul suo fianco, l’altra che gli girava davanti e gli strofinava il cazzo attraverso il pizzo del perizoma, bagnato di precome.

«Più forte… cazzo, dammelo più forte», implorò Marco, la faccia schiacciata sul cuscino, il vestitino rimboccato sulla schiena, le calze tese.

Lei gli diede esattamente quello che chiedeva: martellate dure che facevano sbattere la testata del letto, il suono osceno di pelle contro pelle, i gemiti di entrambi che riempivano la cabina. Poi lo girò di scatto, lo mise sulla schiena, gli alzò le gambe sulle spalle e lo prese in missionario. Così poteva guardarlo negli occhi mentre lo sfondava.

«Guardami mentre ti riempio, bella sissy. Voglio vedere la tua faccia quando ti faccio venire con il mio cazzo nel culo.»

Marco la guardava, truccato alla rinfusa dalle dita di lei che gli avevano passato un po’ di rossetto e mascara prima, le labbra gonfie, gli occhi lucidi di piacere. Si baciarono di nuovo, sporchi, affamati. Marisol gli pompava il cazzo con la mano libera, sincronizzata alle spinte. Il piacere saliva troppo in fretta, troppo forte.

«Vengo… vengo dentro di te», ruggì lei.

«Sì, riempimi, troia… cazzo sì!»

Marisol venne con un urlo, spingendo fino in fondo e scaricando getti caldi e spessi nel culo di Marco, pulsando mentre lui esplodeva a sua volta. La sborra di Marco schizzò alta, imbrattandole le calze a rete, il ventre, il reggiseno di lei. Gemettero insieme, sporchi, sudati, il corpo di lui che si contraeva attorno al cazzo ancora duro dentro di sé.

Restarono uniti qualche secondo, respiri affannosi. Poi Marisol uscì piano, la sborra che gli colava dal buco aperto e gli macchiava ulteriormente il perizoma. Lo strinse contro di sé, tenera all’improvviso. Gli accarezzò il viso truccato con le dita leggere, gli asciugò una lacrima di piacere dall’angolo dell’occhio e lo baciò dolcemente sulle labbra.

«Sei così bella così», gli sussurrò contro la bocca. «La mia sissy perfetta. Guardati, tutta piena di me, le calze sporche della tua sborra… quanto ti voglio.»

Marco, ancora tremante, le nasose nel collo. «Non voglio che finisca. Voglio restare la tua troia.»

Marisol sorrise, gli passò una coscia sopra l’anca, il cazzo ancora semi-duro che gli premeva contro il ventre. Fuori il Mediterraneo batteva piano contro lo scafo. Lei gli morse piano il lobo dell’orecchio e disse, la voce già di nuovo carica di promessa:

«Il weekend è solo all’inizio, amore. Domani mattina ti sveglio con il mio cazzo in gola e poi… ho invitato qualcuno. Un ospite speciale che muore dalla voglia di vedere la mia sissy appena nata. E tu lo servirai come una brava troia, vero?»

Marco sentì il cuore accelerare di nuovo, il cazzo che già ricominciava a muoversi nel pizzo umido. Non chiese chi fosse. Non ancora. Si limitò ad annuire, le labbra che cercavano di nuovo quelle di Marisol mentre lo yacht oscilla dolcemente nell’oscurità che scendeva, e la tensione di ciò che sarebbe arrivato con l’alba gli bruciava già sotto la pelle.

Marco si svegliò con la gola già piena. Ancora buio nella cabina, solo la luce grigia dell’alba che filtrava dalle tende, e il cazzo di Marisol che gli premeva la glande calda contro la lingua, spingendosi piano fin quasi alla base. Lei era seduta sul bordo del letto, cosce aperte, calze a rete ancora sporche della sborra della sera prima, una mano nei capelli di lui che lo guidava con dolcezza crudele.

«Buongiorno, troia», mormorò, la voce roca di sonno e di lussuria. «Apri bene. Voglio venire prima del caffè.»

Marco gemette attorno all’asta, il perizoma di pizzo ancora bagnato e stretto sul suo cazzo che si era svegliato già duro. Succhiava con fame, saliva che gli colava dal mento sul reggiseno di seta nera, le labbra gonfie che si allungavano per prenderlo tutto. Marisol lo scopò piano in gola, colpi lunghi e profondi, le palle che gli battevano sul mento. Quando venne lo fece con un sospiro basso, riempiendogli la bocca di getti spessi e caldi. Marco ingoiò tutto, leccando la testa lucida finché non rimase pulita, gli occhi alzati a guardarla.

«Brava sissy», disse lei, asciugandogli il mento con il pollice. «Alzati. L’ospite arriverà tra un’ora e voglio che tu sia impeccabile.»

Lo condusse nel bagno di marmo. Sotto la doccia lo lavò con mani esperte, sapone profumato che scivolava sul petto, sul culo ancora tenero e aperto, sul cazzo che pulsava. Poi lo asciugò, lo fece sdraiare sul letto e lo truccò di nuovo: mascara nero che allungava le ciglia, rossetto rosso scuro sulle labbra già gonfie dal pompino, un po’ di blush sulle guance. Gli infilò un corsetto di raso bordeaux che gli stringeva la vita e gli spingeva in fuori il petto, calze autoreggenti neri lucidi, e un perizoma di pizzo così sottile che il cazzo di Marco restava quasi tutto fuori, solo le palle strette nel tessuto. Sopra, un vestitino di chiffon corto che gli arrivava a metà coscia, scollato, le spalline sottili.

«Guardati», gli disse Marisol, facendolo voltare allo specchio a figura intera. «Sei una troia da yacht di lusso. E stasera ti farai sfondare da due cazzi. Ti piace?»

Marco si toccò il seno stretto nel corsetto, poi il cazzo che gocciolava già di precome sul pizzo. «Cazzo sì… voglio essere usata.»

Il motore di un gommone si sentì avvicinarsi. Marisol sorrise e lo baciò, lasciandogli il sapore del suo cazzo ancora in bocca. «Lui si chiama Lorenzo. Trentotto anni, cazzo grosso quasi come il mio, e adora le sissy appena nate. Farai tutto quello che ti chiede.»

Lorenzo salì a bordo dieci minuti dopo. Alto, spalle larghe, camicia bianca aperta sul petto peloso, pantaloni leggeri che già accennavano al pacco pesante. Quando vide Marco in piedi sul ponte, truccato e vestito da puttana, gli si illuminarono gli occhi.

«Cazzo, Marisol… l’hai fatta perfetta», disse con voce grave. Si avvicinò, girò intorno a Marco come a un pezzo da esposizione, una mano che gli sfiorò il culo sotto il chiffon. «Apriti le gambe, bella. Fammi vedere.»

Marco obbedì, cuore in gola, eccitato fino al midollo. Lorenzo gli sollevò il vestitino, toccò il cazzo prigioniero nel pizzo, poi gli girò le chiappe e gli allargò le natiche con i pollici. Il buco di Marco era ancora un po’ rosso e liscio dalla scopata della notte, lucido di lubrificante residuo.

«Ancora aperto. Brava troia.» Lorenzo gli sputò due dita in bocca, gliele fece succhiare, poi gliele spinse lentamente nel culo. Marco gemette, spingendosi indietro. «Stretta ma disposta. Marisol ha ragione, sei una sissy nata.»

Marisol si era seduta su una sdraio con le gambe aperte, il suo cazzo già di nuovo duro che sporgeva dal monokini di pizzo nero. «Usala pure. È tua per tutto il giorno. E la sera la riprendo io.»

Lorenzo non se lo fece ripetere. Lo portò di peso nella cabina di prua, più piccola, con un letto grande e specchi ovunque. Lo butto a quattro zampe sul materasso, gli alzò il vestitino sulla schiena e gli abbassò il perizoma sotto le palle. Si sfilò i pantaloni: il cazzo saltò fuori spesso, scuro, venato, la testa già lucida. Si lubrificò con spit e con la mano, poi premette contro il buco di Marco.

«Respira, sissy. Ora ti riempio.»

Entrò con una spinta sola, lunga, fino alle palle. Marco gridò di piacere puro, il corsetto che gli tagliava il respiro, le calze che scricchiolavano mentre le gambe tremavano. Lorenzo iniziò a scoparlo duro subito, spinte secche e profonde che facevano sbattere la testa di Marco contro la testata imbottita. Ogni colpo gli mandava scintille su per la schiena, il cazzo di lui che gli sfregava la prostata senza pietà.

«Più forte… cazzo, sfondami», implorava Marco, la voce rotta. «Usami come una puttana.»

Lorenzo gli afferrò i fianchi e accelerò, il suono umido di pelle contro pelle che riempiva la cabina. Marisol entrò un attimo dopo, si sedette davanti al viso di Marco e gli cacciò il proprio cazzo in bocca. Ora era presa da entrambi: gola piena del cazzo di Marisol, culo dilaniato da quello di Lorenzo. I due si guardarono sopra di lui e sorrisero.

«Che bella troia abbiamo trovato», disse Lorenzo, dandogli uno schiaffo secco su una chiappa. «Succhia bene la tua padrona mentre ti riempio di sborra.»

Marco lo faceva. Lingua, labbra, gola aperta. Marisol gli teneva la testa e si muoveva con ritmo lento e cattivo, mentre Lorenzo martellava sempre più forte. Il piacere saliva troppo in fretta. Marco venne senza toccarsi, il cazzo che schizzava sul lenzuolo sotto di lui, il culo che si contraeva a spasmi attorno all’asta di Lorenzo.

«Vieni dentro, cazzo… riempimi», gemette appena Marisol gli tolse il cazzo dalla bocca.

Lorenzo ruggì e scaricò, spingendo fino in fondo, getti caldi e spessi che gli riempirono le budella. Pulsava a lungo, poi uscì piano, la sborra che colava subito dal buco rosso e aperto di Marco, scendendo lungo le calze nere. Marisol non aveva ancora finito. Si mise dietro a sua volta, raccolse la sborra di Lorenzo con due dita, se la spalmò sul cazzo e entrò nel culo già pieno e scivoloso.

«Ora ti scopo nel tuo same e in quello di Lorenzo», sussurrò all’orecchio di Marco. «La mia sissy piena di due carichi.»

Lo prese con colpi profondi e lenti, assaporando la mollezza, la calore, il modo in cui Marco spingeva indietro chiedendo di più. Lorenzo si era messo di fronte, il cazzo ancora semi-duro, e glielo cacciò di nuovo in bocca perché lo pulisse. Marco succhiava e si faceva scopare, gli occhi lucidi, il mascara che gli scendeva un po’ sulle guance, il rossetto sbavato. Era esattamente dove voleva essere.

Marisol venne con un gemito lungo, aggiungendo la sua sborra a quella già dentro. Quando uscì, il buco di Marco restò aperto, un filo denso che gli colava sulle palle e sul perizoma arrotolato. I due uomini lo guardarono sdraiato sul fianco, respiri affannosi, il corsetto sudato, le calze smollate.

Lorenzo gli accarezzò i capelli con sorprendente tenerezza. «Sei una meraviglia. Marisol ha detto che resti tutto il weekend. Stasera voglio vederti ballare nuda sul ponte con solo le calze, e poi ti facciamo venire entrambi in faccia mentre ci succhi.»

Marisol si distese dall’altra parte, il cazzo ancora gocciolante che premeva contro la coscia di Marco. «E domani mattina… ho un’altra sorpresa. Un amico di Lorenzo che porta legacci e un plug grosso quanto il mio pugno. Ti prepareremo bene, amore. Ti vestiremo da sposa sissy e ti faremo usare per ore.»

Marco sentì il cazzo rianimarsi di nuovo tra le gambe, nonostante fosse appena venuto. Il cuore gli batteva forte, la sborra calda che gli scorreva ancora lungo l’interno coscia. Non aveva paura. Aveva solo fame. Afferrò la mano di Marisol e quella di Lorenzo, le portò alle labbra, le baciò.

«Fatemi tutto», sussurrò, la voce roca. «Voglio essere la vostra troia fino a domenica notte. Non fermatevi.»

Fuori il sole era alto, lo yacht dondolava dolce, e già si sentiva il gommone di qualcuno altro avvicinarsi in lontananza. Marisol sorrise contro la nuca di Marco, le dita che gli scendevano di nuovo tra le natiche aperte, giocando con il buco ancora molle e pieno.

«Il weekend è appena cominciato, sissy mia. E tu non hai ancora idea di quanto rumore farai stasera quando ti legheremo alla ringhiera.»

Marco sentì il ronzio del gommone avvicinarsi sempre di più mentre le dita di Marisol gli giravano piano nel buco ancora molle e colante. Lorenzo si alzò, sistemandosi il cazzo ancora umido nei pantaloni, e andò ad aprire il cancello di poppa. Un uomo salì con un sacco di tela scura: alto quasi come Lorenzo, capelli scuri tirati indietro, sorriso da lupo e occhiali da sole che si tolse rivelando occhi chiari e affamati.

«Alessandro», presentò Lorenzo. «Ti avevo detto che Marisol ha creato una meraviglia.»

Alessandro fissò Marco ancora sdraiato, corsetto sudato, calze smollate, sborra che gli colava sulle cosce. «Cazzo santo… è già una puttana completa.» Si chinò, gli afferrò il mento e lo baciò a bocca aperta, lingua pesante che gli assaggiò il sapore di cazzo e rossetto. «Mi piaci già. Togliamole quel vestitino e vestiamola da sposa come ho promesso.»

Marisol rise basso e tirò fuori dal sacco di Alessandro un corpetto di pizzo bianco trasparente, una sottana corta di tulle che lasciava scoperto tutto il culo, un velo leggero e un paio di manette imbottite di pelle nera collegate a una catenella. «Alzati, sissy mia. È ora di sposarti al nostro cazzo.»

Marco si alzò tremante di eccitazione, il cuore che gli martellava nelle orecchie. Si lasciò spogliare del chiffon e del corsetto sudato. Alessandro gli passò le mani ovunque mentre lo rivestiva: gli strinse il corpetto bianco sul petto, gli fece scivolare la sottana di tulle sulle calze nere, gli appoggiò il velo sulla testa. Poi gli aprì le natiche e gli mostrò il plug: nero, lucido, grosso quasi come un pugno, con una base a cuore. «Respira.»

Marisol gli tenne le chiappe aperte mentre Alessandro gli spingeva il plug dentro, millimetro dopo millimetro. Marco gemette forte, il culo che bruciava e si apriva di nuovo, la sborra residua che facilitava l’entrata. Quando fu tutto dentro si sentì pieno fino all’impossibile, il peso che gli premeva la prostata a ogni respiro. «Cazzo… è enorme…»

«E lo terrai finché non decideremo noi», disse Alessandro. Gli chiuse le manette ai polsi, dietro la schiena, e lo condusse sul ponte scoperto. Il sole di mezzogiorno batteva forte, lo yacht dondolava piano. Lo legarono alla ringhiera di poppa con le cavigliere, gambe divaricate, culo esposto al vento salato, velo che gli sventolava sulla schiena nuda.

Lorenzo gli si mise davanti, si sfilò di nuovo il cazzo e glielo spiaccicò sulle labbra. «Succhia mentre ti prepariamo.»

Marco aprì la bocca e lo prese fino in gola, saliva che gli colava sul corpetto bianco. Dietro, Marisol gli tolse il plug con un plop umido e ci sostituì subito il suo cazzo, entrando di slancio nella bava e nella sborra. «Sì, guarda come ti dilati, sposina. Sei tutta aperta per noi.»

Alessandro si lubrificò con spit e si accovacciò di lato, spingendo due dita accanto al cazzo di Marisol, poi tre, allargandolo ancora. Marco urlò di piacere puro contro l’asta di Lorenzo, le gambe che tremavano nelle calze, il tulle alzato sulla schiena. «Ancora… più… sfondatemi…»

Marisol uscì e Alessandro entrò al suo posto, cazzo più grosso, più scuro, che lo riempì fino alle palle con una spinta sola. Iniziò a scoparlo a martellate secche, tenendolo per i fianchi legati, mentre Marisol gli metteva di nuovo il cazzo in bocca e Lorenzo gli strofinava la glande sulle guance truccate. I tre si passarono Marco come una bambola di carne: un cazzo nel culo, uno in gola, mani ovunque che gli pizzicavano i capezzoli, gli schiaffeggiavano le chiappe, gli pompavano il cazzo gocciolante tra le gambe.

«Vieni sulla mia faccia», implorò Marco quando Alessandro gli uscì. «Tutti e tre… copritemi di sborra.»

Lo slegarono dalla ringhiera solo per buttarlo in ginocchio sul teak caldo. I tre si strinsero intorno a lui, cazzi duri e lucidi che si strofinavano sulle labbra, sulle guance, sul velo. Marisol venne per prima, getti caldi e spessi che gli imbrattarono il rossetto e gli occhi. Lorenzo seguì subito dopo, sborra densa che gli colò sul collo e sul corpetto bianco. Alessandro si tenne per ultimo, si fece succhiare fino all’orlo e poi esplose direttamente sulla lingua di Marco, costringendolo a ingoiare metà e a tenersi il resto sul viso.

Marco venne di nuovo senza toccarsi, il cazzo che schizzava sul teak tra le proprie ginocchia, il corpo che si contraeva a onde lunghe. Restò lì, ansimante, coperto di sborra, mascara a righe nere sulle guance, velo appiccicato ai capelli.

Lo portarono di nuovo sotto, nella cabina padronale. Lo distesero sul letto grande, ancora legato ai polsi. Marisol gli leccò la sborra dal mento mentre Lorenzo gli rimetteva il plug grosso dentro e Alessandro gli massaggiava le cosce. «Domenica sera», sussurrò Marisol contro la sua bocca gonfia. «Ti lasceremo così, piena e vestita da sposa, e poi ti porteremo a casa così, se vorrai.»

Marco annuì, gli occhi chiusi, il corpo che pulsava ancora. I tre si strinsero intorno a lui, pelle contro pelle, cazzi molli e satolli che gli premevano contro le cosce e il ventre. Fuori il Mediterraneo batteva dolce contro lo scafo e il sole cominciava a calare, tingendo le tende di arancio. Marisol gli accarezzò i capelli bagnati di sborra e sudore, le dita lente, tenere.

«Dormi un po’, troia mia», mormorò. «Poi ricominciamo.»

Marco sentì solo il calore dei loro corpi, il peso del plug che lo teneva aperto, il sapore salato ancora in bocca, e sorrise contro il collo di Marisol mentre il respiro gli si faceva più lento, il piacere che ancora gli vibrava nelle ossa come un’eco calda che non voleva spegnersi.

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