Dare Notturno sul Ponte della Traghetto

Rosa si fa scopare forte nel culo da Julius sul ponte di Venezia.

27 min read September 07, 2026New

La laguna respirava piano sotto il manto scuro della notte veneziana. Il Ponte della Traghetto, solitamente percorso da passi frettolosi e voci, giaceva deserto, bagnato solo dalla luce argentea della luna che si spezzava sull’acqua scura dei canali. Rosa, ventisei anni, guida turistica dal passo deciso e dallo sguardo sempre un po’ troppo audace, aveva concluso il suo ultimo tour con un gruppo stanco e si era soffermata proprio lì, le mani sulle ringhiere di pietra ancora calde del giorno. Il vestito leggero, una stoffa sottile color crema che le scendeva appena sotto le natiche, si muoveva con la brezza notturna. Sapeva di essere osservata.

Julius comparve dall’ombra del calle laterale come se l’avesse aspettata. Trentadue anni, fotografo, macchina a tracolla che quella notte non usò. Lei lo aveva notato più volte durante le sue visite: occhi scuri, spalle larghe, quel sorriso storto che sembrava sempre sapere qualcosa di proibito. Si erano scambiati sguardi per settimane. Ora, finalmente soli.

«Sapevo che saresti rimasta», disse lui, fermandosi a un passo. La voce era bassa, roca di desiderio trattenuto.

Rosa si voltò lentamente, un sorriso malizioso che le aprì le labbra. «E tu sapevi dove trovarmi. Il Ponte della Traghetto a quest’ora… poco discreto, Julius.»

«Non voglio essere discreto stasera.» Si avvicinò ancora. L’odore della sua pelle, un misto di sapone e sale, le riempì le narici. «Ti guardo da troppo tempo mentre parli di ponti e dogi. Mi chiedo sempre cosa c’è sotto quel vestitino leggero quando alzi le braccia per indicare qualcosa.»

Lei rise piano, un suono che vibrò tra loro. «Allora smetti di chiedertelo.» Il cuore le batteva forte, il sangue le scorreva caldo tra le cosce. «Ho sempre desiderato che mi prendessi. Proprio tu. Selvaggio, senza regole. Qui. Adesso. Mentre Venezia dorme.»

Julius emise un suono gutturale. Le mani le afferrarono i fianchi, le dita premevano attraverso il tessuto. «Lo confesso anch’io, Rosa. Voglio scoparti fino a farti dimenticare ogni nome di calle. Vuoi un incontro senza freni? Dillo chiaro.»

«Lo voglio», sussurrò lei contro la sua bocca, quasi un morso. «Voglio sentirmi presa con forza. Voglio che mi usi come ti pare, sul ponte antico. Osare tutto.»

La tensione esplose in un bacio umido e affamato. Lingue che si cercavano, denti che graffiavano labbra. Rosa spinse i fianchi in avanti, sentendo già il cazzo di Julius duro contro la pancia. Lui le sollevò l’orlo del vestito senza cerimonie. L’aria fresca le sfiorò le natiche nude: non portava mutandine. Julius gemette nella sua bocca.

«Gesù, Rosa…» Le mani le accarezzarono le chiappe sode, le separarono, le palparono con possessione. Poi le dita salivano lungo la fessura, trovando l’ano chiuso e sensibile. Lei tremò.

«Sì… toccami lì», sussurrò contro il suo collo. «Voglio le tue dita nel culo. Bagnale. Spingi.»

Julius si portò due dita alle labbra, le bagnò di saliva densa, poi le riportò tra le natiche di lei. Circolò lentamente sull’anello stretto, premendo appena. Rosa gemette piano, un suono rotto che si perse sull’acqua. Spingeva il sedere indietro, cercando più pressione. Lui infilò la prima falange. Caldo, strettissimo. Lei ansimò.

«Cazzo… sei già così aperta per me», mormorò Julius, spingendo più a fondo, torcendo il dito. Una seconda dito si unì, allargandola con cura ma senza delicatezza eccessiva. La saliva scivolava, faceva lucida la pelle. Rosa si teneva alla ringhiera con una mano, l’altra affondava nei capelli di lui. Premendo contro le dita, dondolava i fianchi.

«Di più… Julius, di più. Voglio sentirti dentro, non solo le dita. Voglio il tuo cazzo duro nel culo. Proprio qui, sul ponte. Scopami il sedere finché non riesco più a stare in piedi.»

Lui le ritirò le dita lentamente, le guardò lucide al chiaro di luna, poi si sbottonò i pantaloni con mano frettolosa. Il cazzo balzò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido preorgasmico. Rosa lo guardò e le si strinse il basso ventre di puro bisogno.

«Chinati», ordinò lui, voce roca. «Aggrappati forte.»

Rosa obbedì con un brivido di eccitazione. Si piegò in avanti, il busto quasi parallelo all’acqua scura sotto il ponte, le mani che stringevano la pietra fredda della ringhiera. Il vestito le era rimasto sollevato sulla schiena. Julius le spalancò le natiche con entrambe le mani, ammirando l’ano ancora leggermente aperto e lucido. Si posizionò, la testa del cazzo che premeva contro l’ingresso stretto.

«Respira», disse. Poi spinse.

Lentamente. Centimetro dopo centimetro. Rosa emise un gemito lungo, gola aperta, mentre il cazzo di Julius forzava l’anello a cedere. Bruciava, strettissimo, pieno. Lui andava avanti con pazienza crudele, finché le palle le sfiorarono le natiche e fu sepolto fino in fondo.

«Oh dio… sei enorme… mi riempi tutto», ansimò lei, la fronte appoggiata al braccio. «Non fermarti. Scopami.»

Julius iniziò a muoversi. Prima lunghe spinte profonde, quasi complete, che facevano uscire il cazzo fino all’orlo e poi lo ributtavano dentro con un suono umido e osceno. Rosa si toccava il clitoride con dita frettolose, circolando forte mentre veniva penetrala. I gemiti salivano di volume, non più piano: si spargevano sulla laguna silenziosa.

«Più forte», lo incitò. «Scopami il culo più forte, Julius. Usami. Voglio sentire ogni centimetro che mi spacca.»

Lui ubbidì. Il ritmo divenne violento, ritmico, le anche che sbattevano contro le sue con schiaffi sonori. Le mani le tenevano i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni. Ogni spinta era possessiva, profonda, faceva oscillare il corpo di Rosa contro la ringhiera. Lei strizzava i muscoli del culo intorno al cazzo, lo sentiva pulsare dentro, e si masturbava più velocemente.

Poi Julius la sollevò. Con un movimento fluido la tirò indietro, la fece raddrizzare solo per premerla contro il parapetto, petto al muro di pietra, gambe appena sollevate. La teneva salda, un braccio intorno alla vita, l’altra mano che le apriva ancora di più una natica. Riprese a scoparla in piedi da dietro, spinte anali intense, quasi sollevandola a ogni affondo. Il cazzo entrava e usciva dal culo stretto con violenza controllata, bagnato di saliva e di lubrificazione naturale ormai abbondante.

«Prendilo tutto», borbottò lui all’orecchio, mordendole il lobo. «Il tuo culo è mio stasera. Stringi. Vieni sul mio cazzo mentre ti scopo il sedere.»

Rosa non ce la faceva più. Le dita sul clitoride andavano furiosamente, il piacere saliva a ondate, misto al bruciore delizioso dell’ano dilatato. «Julius… sto… sto venendo… scopami più forte… riempimi…»

L’orgasmo li colse insieme, violento e simultaneo. Rosa si contrasse in spasmi, un grido rauco che le uscì dalla gola mentre il canale anale pulsava e spremeva il cazzo di Julius. Lui ruggì, piantandosi fino in fondo, e esplose. Getti caldi di sborra che le riempirono il culo a ondate, traboccando un poco mentre continuava a spingere a scatti. Tremavano entrambi, sudati, ansimanti, il ponte che sembrava oscillare sotto i piedi.

Per lunghi secondi rimasero così, uniti, il cazzo di Julius ancora sepolto e che dava gli ultimi sobbalzi. Poi uscì lentamente, lasciando l’ano di Rosa aperto e gocciolante. Si voltarono l’uno verso l’altra. Esausti, sudati, si baciano con passione residua, lingue lente che assaggiavano il sapore del salato e del sesso. Julius le accarezzava dolcemente il culo ancora pulsante, le dita che scivolavano sulla pelle umida, raccolgliendo un filo della sua stessa sborra e massaggiandolo gentile intorno all’ingresso arrossato.

Rosa gli sorrise maliziosa, le labbra gonfie, gli occhi lucidi di piacere sazio ma non spento. La mano gli scese lungo il petto, le dita che tracciavano i muscoli ancora tesi. Il respiro le era ancora irregolare, ma nella mente già si formava un’altra idea, più oscura, più avida. La notte veneziana era lunga, e il ponte non era che l’inizio di ciò che voleva farsi fare da lui.

Julius non si era ancora ritirato del tutto. Il cazzo gli rimaneva semi-duro, lucido di sborra e saliva, premuto contro la natica di Rosa mentre le dita continuavano a girare piano sull’anello ancora dilatato e caldo. Lei sentiva i residui caldi scendere lungo la coscia interna, un filo denso che le solleticava la pelle e le faceva contrarre i muscoli con un brivido nuovo. L’aria della laguna le lambiva il sedere scoperto, ma il calore che le saliva dal basso ventre non accennava a spegnersi. Anzi.

«Non ho finito con te», mormorò lei contro le sue labbra, la voce già roca di nuovo bisogno. La mano scese, gli avvolse il cazzo ancora bagnato, lo strinse e lo fece scivolare avanti e indietro, spargendo la loro mescolanza. «Sento che stai già tornando su. Voglio di più. Voglio che mi apri di nuovo, più forte, più a fondo. Qui. Adesso.»

Julius gemette basso, le anche che spingevano contro la sua presa. «Sei una porca, Rosa. Il tuo culo gocciola ancora della mia sborra e già lo pretendi di nuovo.» Le mani le strinsero le natiche, le separarono con forza, esponendo l’ingresso arrossato e lucido al chiarore della luna. Poi le dita tornarono: due, poi tre, che premevano e torcevano, spingendo dentro il canale ancora caldo e viscido. Rosa ansimò, la fronte contro la spalla di lui, mentre veniva allargata senza pietà.

«Cazzo… sì… così», sussurrò. «Allargami. Preparami per un altro giro. Voglio sentirmi spaccata.»

Lui le infilò le tre dita fino alle nocche, le fece girare, le aprì a forbice dentro di lei. Il suono umido e osceno si mescolava al lieve sciabordio dell’acqua sotto il ponte. Rosa si dondolava indietro, cercando di prenderle tutte, il clitoride gonfio che pulsava contro nulla. Julius piegò le ginocchia, le leccò il collo, poi scese con la bocca lungo la schiena scoperta dal vestito rialzato. Le dita restavano sepolte, ma la lingua le trovò l’ano, leccò intorno alle dita, assaggiò la propria sborra mista al sapore di lei. Rosa gettò la testa indietro, un gemito lungo che le uscì dalla gola.

«Oh dio, Julius… leccami il culo mentre mi fingi. Più profondo.»

Lui ubbidì con avidità. Ritirò le dita solo per spingere la lingua dentro, agitandola, succhiando i bordi dilatatati. Poi tornarono le dita, quattro questa volta, che forzavano l’ingresso con una pressione costante e crudele. Rosa tremava, le gambe che vacillavano, ma si teneva alla ringhiera con entrambe le mani ora, il busto piegato di nuovo, il sedere spinto indietro verso la bocca e le mani di lui. Sentiva ogni falange, ogni torsione, il bruciore delizioso che si trasformava in un bisogno cieco di essere riempita di nuovo dal cazzo.

«Basta dita», ansimò. «Mettilo. Mettilo adesso. Voglio il tuo cazzo grosso che mi riapre tutto.»

Julius si rialzò di scatto. Il cazzo era di nuovo duro come pietra, venato, la testa viola e lucida. Si posizionò dietro di lei, le aprì le natiche con i pollici e spinse d’un sol colpo. L’ingresso cedette con un suono umido e carnale; il cazzo scivolò dentro fino alle palle in un affondo unico e possessivo. Rosa gridò, un suono rauco che rimbalzò sull’acqua, mentre veniva trapassata di nuovo. Era più stretta e più sensibile dopo il primo orgasmo, ogni centimetro le bruciava e la riempiva fino a farle vedere stelle.

«Gesù… sei ancora così stretta», borbottò lui, fermo un attimo solo per assaporare la pressione. «Il tuo culo mi mangia tutto. Stringi. Fammi sentire quanto lo vuoi.»

Lei strinse i muscoli con tutte le forze, strizzò il cazzo sepolto, e Julius emise un ringhio. Poi iniziò a scoparla. Non c’era più pazienza: spinte lunghe e violente, il bacino che sbatteva contro le sue natiche con schiaffi sonori e umidi. Ogni affondo la spingeva in avanti contro la pietra fredda, le tette schiacciate, i capezzoli duri che graffiavano il tessuto sottile del vestito. Rosa si toccava di nuovo, dita frenetiche sul clitoride gonfio, circolando e pizzicando mentre veniva martellata da dietro.

«Più forte… cazzo, Julius, scopami il sedere come se volessi romperlo», lo incitava, la voce spezzata. «Usami. Riempimi di nuovo. Voglio sentire la sborra che mi cola mentre mi continui a fottere.»

Lui le afferrò i capelli, le tirò indietro la testa, le mordicchiò l’orecchio e il collo mentre il ritmo diventava selvaggio. Le anche battevano un ritmo martellante, il cazzo che entrava e usciva dal culo dilatato con violenza controllata, tirando i bordi all’infuori a ogni ritirata. Rosa sentiva le palle che le sbattevano contro la figa bagnata, il calore che saliva a ondate. Un secondo orgasmo la colse all’improvviso, violentissimo: si contrasse tutta, il canale anale che pulsava e spremeva, un grido che le lacerò la gola mentre le gambe le cedevano. Julius la tenne su a forza, continuando a spingere attraverso i suoi spasmi, sfruttando ogni contrazione.

Ma non venne. Si trattenne, denti stretti, e quando lei smise di tremare la ritirò indietro dal parapetto. Con un movimento brusco la fece girare, le sollevò una gamba e la piegò contro il petto, premendola di nuovo alla ringhiera ma di fronte a lui. Il cazzo uscì solo un attimo; poi lo riallineò e rientrò nel culo con un affondo profondo e obliquo. Rosa gemette, gli occhi sbarrati, mentre lui la scopava così, faccia a faccia, una gamba alzata, l’altra tremante a terra. Le mani di Julius le tenevano il coscio e il fianco, le dita che lasciavano segni rossi. Ogni spinta le faceva alzare il mento, le faceva vedere le stelle riflesse sull’acqua scura.

«Guardami», ordinò lui, voce rotta. «Voglio vedere la tua faccia mentre ti scopi il culo. Dimmi quanto ti piace.»

«Mi piace… cazzo, mi piace da morire», ansimò lei, le unghie conficcate nelle sue spalle. «Sei così grosso… mi riempi tutto. Continua. Non fermarti. Voglio che mi fotticome una cagna in calore sul ponte. Più a fondo. Sì… così… oh cazzo sì.»

Julius le infilò due dita in bocca; lei le succhiò avidamente, le bagnò di saliva, poi lui le portò tra di loro e le premette sul clitoride, strofinando forte al ritmo delle spinte anali. Il doppio stimolo la fece impazzire. I gemiti salivano di tono, non più tratti: urli rochi, parolacce, il nome di lui ripetuto come una preghiera oscena. Il ponte sembrava vivere sotto di loro, la pietra che assorbiva ogni botta, ogni scossone.

Lui rallentò all’improvviso, quasi completamente fuori, solo la testa che rimaneva a spalancare l’ingresso. Rosa si lamentò, spinsè i fianchi indietro cercando di riprenderselo tutto. «Non fermarti, bastardo… rimettimelo. Voglio tutto.»

Julius sorrise storto, sudato, gli occhi scuri di lussuria. «Chiedilo bene. Dimmi esattamente cosa vuoi.»

«Voglio il tuo cazzo sepolto nel mio culo fino alle palle», ansimò lei senza vergogna. «Voglio che mi scopi forte, che mi allarghi, che mi riempia di sborra di nuovo. Voglio sentirlo colare mentre cammino. Ti prego, Julius… fottemi il sedere.»

Lui rientrò con un colpo unico e devastante. Riprese il ritmo crudele, più profondo, quasi sollevandola a ogni spinta. Le natiche di Rosa erano rosse per gli schiaffi delle sue anche, l’ano lucido e dilatato che accettava ogni centimetro con avidità. Lei si toccava di nuovo, dita bagnate che scivolavano sul clitoride e sulla figa grondante, ma senza entrarci: tutto il piacere veniva da dietro, da quel cazzo che la possedeva.

Un terzo orgasmo le montò dentro come un’onda lenta e irresistibile. Si accumulò, le fece tremare le cosce, le strinse la gola. «Julius… sto per… di nuovo… non smettere… scopami… sì…»

Lui accelerò, le mani che le spalancavano le natiche al massimo, guardando il proprio cazzo sparire e riapparire nel buco stretto e rosso. «Vieni. Vieni sul mio cazzo. Stringimi. Spremimi.»

Rosa esplose. Il corpo le si piegò in archi, un grido lungo e spezzato che si perse nella notte veneziana mentre l’ano le pulsava in spasmi rabbiosi intorno al cazzo. Julius ruggì e questa volta non si trattenne: si piantò fino in fondo, le palle premute contro di lei, e sparò getti caldi e spessi di sborra direttamente nelle sue viscere. Ondata dopo ondata, riempiendola di nuovo, traboccando intorno all’asta mentre continuava a spingere a scatti. Tremavano uniti, sudati, il respiro corto, il cuore che batteva contro le costole.

Rimasero così a lungo, il cazzo ancora sepolto e che dava gli ultimi sobbalzi. Poi Julius uscì lentamente, lasciando l’ano di Rosa spalancato, gocciolante di sborra fresca che scendeva in fili densi lungo le cosce e gocciolava sulla pietra antica del ponte. Lei si lasciò scivolare un poco, le gambe molli, ma lui la tenne su, le baciò la bocca aperta, la lingua lenta e possessiva.

Le dita di Julius tornarono subito lì sotto, raccolsero la sborra che usciva e la spinse di nuovo dentro l’ingresso arrossato, massaggiandola in profondità. «Guarda come ti ho riempito», mormorò contro le sue labbra. «Il tuo culo è pieno di me. E non basta ancora, vero?»

Rosa scosse la testa, gli occhi lucidi, il sorriso malizioso che le tornava sulle labbra gonfie. Il cuore le batteva ancora troppo forte, il corpo le pulsava ovunque, ma il bisogno non si era spento: si era solo trasformato in qualcosa di più scuro, più avido. La mano gli scese di nuovo, gli accarezzò il cazzo ancora semi-duro e lucido. «La notte è lunga, Julius. Questo ponte… lo abbiamo appena iniziato. Voglio che mi porti altrove. Voglio che mi usi in piedi, inginocchiata, come ti pare. Voglio sentirmi aperta e piena finché l’alba non ci caccia. Continua. Non ho ancora finito di farmi scopare da te.»

Julius le strinse i fianchi, lo sguardo che già bruciava di nuovo. La laguna respirava sotto di loro, Venezia dormiva, e il desiderio tra i loro corpi era tutt’altro che sazio.

Julius le strinse i fianchi con una possessione nuova, le dita che affondavano nella carne ancora calda e segnata. Il cazzo gli pulsava di nuovo contro la coscia interna di Rosa, già mezzo duro, lucido della sborra che lei stessa gli aveva sparso con la mano. Lei non aspettò. Si piegò di scatto, le ginocchia che toccarono la pietra fredda del ponte, e gli avvolse le labbra intorno alla testa. Il sapore salato e denso della loro mescolanza le riempì la bocca: saliva, sborra, il gusto terroso del suo stesso culo. Succhiò a fondo, la lingua che girava, che leccava ogni vena, che spingeva sotto il frenulo mentre una mano gli massaggiava le palle ancora pesanti.

«Cazzo, Rosa…» Julius gettò la testa indietro, una mano conficcata nei suoi capelli. «Ripuliscimi. Mangia tutto. Poi te lo rimetto dove brucia.»

Lei gemette intorno al cazzo che le cresceva in bocca, lo prese più a fondo finché la punta le sfiorò la gola. Saliva che colava dal mento, occhi alzati a guardarlo mentre lo pompava con le labbra strette. Sentiva l’ano ancora aperto e gocciolante, i fili caldi che le scendevano lungo le cosce e le facevano contrarre i muscoli con un brivido avido. Quando lui fu di nuovo di pietra, duro e venato, Rosa si staccò con un suono umido, un filo di saliva che ancora li univa.

«Adesso», ansimò, la voce roca. «Voglio che mi spezzi di nuovo. Più forte di prima. Voglio le tue palle che mi sbattono mentre mi allarghi fino a farmi male di piacere.»

Julius la sollevò come se non pesasse nulla, la girò di scatto e la piegò di nuovo sulla ringhiera, ma questa volta le sollevò entrambe le gambe, le caviglie che le teneva aperte con una mano sola mentre l’altra le spalancava le natiche. L’ano di Rosa era rosso, dilatato, lucido di sborra fresca che ancora usciva a scatti. Lui ci sputò sopra, un filo denso di saliva che colò esattamente sull’ingresso, poi ci premette il pollice e lo spinse dentro fino alla base, torcendolo.

Rosa gridò, un suono crudo che si sparse sull’acqua nera. «Sì… cazzo sì… allargami di più. Mettici le dita tutte. Voglio sentirmi aperta come una puttana.»

Lui ritirò il pollice e ci infilò quattro dita d’un colpo, forzando l’anello già sensibile. Il canale era caldo, viscido, ancora pieno dei suoi getti precedenti. Le dita andavano e venivano, si aprivano a forbice, stiravano i bordi mentre Julius le leccava la schiena sudata, le mordeva la carne delle natiche lasciando segni rossi. Rosa si teneva alla pietra con le unghie, il vestito crema tutto arricciato sulla vita, le tette che pendevano libere e i capezzoli duri che graffiavano il parapetto a ogni movimento.

«Guarda come ti dilati», borbottò lui, la voce rotta di lussuria. «Il tuo buco mi chiede il cazzo. Lo vuoi grosso e cattivo adesso?»

«Lo voglio», ansimò lei, spingendo indietro contro le dita. «Infilamelo. Spaccami. Non essere gentile. Usami come un buco da sborrare.»

Julius estrasse le dita con un suono schioccante e umido, si allineò e entrò con un affondo unico, violento, che le fece vedere bianco. Il cazzo scivolò fino alle palle in un colpo solo, allargando tutto ciò che le dita avevano preparato. Rosa urlò, il corpo che si inarcò, le cosce che tremavano nell’aria mentre lui la teneva sollevata e aperta. Non ci fu pausa. Il ritmo partì subito selvaggio: anche che sbattevano, schiaffi umidi e sonori, il cazzo che entrava e usciva tirando i bordi all’infuori a ogni ritirata. Ogni spinta la sollevava di più, le faceva sentire il peso del suo corpo appeso solo alle sue braccia e al cazzo sepolto nel culo.

«Più forte… più forte, Julius… rompimi», lo incitava lei, le unghie che gli graffiavano gli avambracci. «Sento ogni vena… mi riempi fino allo stomaco. Scopami finché non riesco più a chiudere le gambe.»

Lui le cambiò presa, le fece abbassare una gamba per terra solo per afferrarle i capelli e tirarle indietro la testa, costringendola a guardare la laguna scura mentre la martellava. L’altra mano le scese tra le cosce, due dita che le strofinavano il clitoride gonfio e scivoloso con violenza, sincronizzate alle spinte anali. Il doppio assalto la fece impazzire. I gemiti divennero urla rotte, parolacce che si perdevano nell’aria salmastra.

«Vieni», ordinò lui all’orecchio, i denti sul lobo. «Vieni mentre ti fotte il culo. Stringimi. Spremimi la sborra fuori.»

Rosa esplose di nuovo, un orgasmo che le piegò le ginocchia e le fece perdere il respiro. L’ano le pulsava in spasmi rabbiosi, stringeva e rilasciava il cazzo di Julius come una mano avida. Lui ruggì ma si trattenne ancora, denti stretti, continuando a spingere attraverso le sue contrazioni finché lei non smise di tremare. Poi uscì di colpo, la lasciò un attimo vuota e gocciolante, solo per farla girare di fronte a sé.

La sollevò di peso, le gambe di Rosa che gli si avvolsero intorno alla vita, e la spinse con la schiena contro il parapetto. Il cazzo trovò subito l’ingresso arrossato e ci si seppellì di nuovo, questa volta faccia a faccia, profondo, obliquo. Lei gli affondò le unghie nelle spalle, gli occhi sbarrati, mentre lui la scopava tenendola sospesa, il bacino che batteva un ritmo crudele e inesorabile. Ogni affondo le faceva alzare il mento, le faceva sentire le palle che le sbattevano contro la figa bagnata, il bruciore delizioso che si mescolava al piacere acuto del clitoride strofinato contro i suoi addominali.

«Guardami mentre ti uso», ansimò Julius, sudato, gli occhi neri di bisogno. «Dimmi che il tuo culo è mio. Dimmi che vuoi che ti riempia di nuovo finché non cola sulla pietra.»

«È tuo… cazzo, è tutto tuo», gemette Rosa, la voce spezzata. «Scopamelo, riempimelo, usami finché l’alba. Voglio sentire la tua sborra che mi scende mentre cammino domani. Più a fondo… sì… così… oh dio, Julius, non fermarti.»

Lui accelerò, le mani che le spalancavano le natiche al massimo sotto di lei, guardando il proprio cazzo sparire e riapparire nel buco lucido e dilatato. La saliva e la sborra facevano ogni spinta più umida, più oscena. Rosa si toccava da sola ora, dita frettolose sul clitoride, circolando e pizzicando mentre veniva trapassata. Un altro orgasmo le montò lento e pesante, le strinse la gola, le fece arricciare le dita dei piedi. Quando scoppiò, il grido le uscì lungo e rauco, il corpo che si contorceva tra le sue braccia, l’ano che spremeva con spasmi disperati.

Julius non cedette. Continuò a fotterla attraverso l’orgasmo, sfruttando ogni pulsazione, finché lei non fu una massa tremante e sudata. Poi la depose un attimo, solo per farla inginocchiare di nuovo. Rosa capì. Si chinò, aprì le natiche con le proprie mani e lo invitò con lo sguardo. Lui le si mise dietro in ginocchio, le riprese i fianchi e rientrò con un colpo che le fece battere la fronte contro la ringhiera. Questa volta il ritmo fu più basso, più pesante, più profondo: spinte lunghe che le facevano sentire ogni centimetro fino in fondo alle viscere, le palle che le sbattevano contro la figa a ogni affondo.

«Sputa sul mio cazzo mentre esce», ordinò lui. Rosa obbedì, girò il volto e ci sputò sopra quando lui ritirò quasi tutto, poi lo sentì rientrare scivoloso e caldo. Il suono era osceno, carnale, si mescolava al lieve sciabordio dell’acqua sotto di loro. Julius le diede uno schiaffo sonoro su una natica, poi sull’altra, lasciando impronte rosse, e riprese a martellarla con forza rinnovata.

«Ancora», ansimò lei. «Schiaffeggiami. Tirami i capelli. Fammi sentire che mi possiedi.»

Lui le afferrò i capelli con una mano, le tirò indietro la testa finché la schiena non si inarcò dolorosamente, e le diede un altro schiaffo mentre il cazzo la sfondava. Rosa veniva di nuovo, più debole ma più profondo, un piacere che le nasceva dall’ano e le saliva lungo la spina dorsale come fuoco. Julius ruggì e questa volta ci andò vicino: le palle si strinsero, il ritmo divenne irregolare, ma si trattenne all’ultimo secondo, denti stretti, e uscì solo per spingere la testa del cazzo contro l’ingresso dilatato e spargere un filo di preorgasmo lucido intorno.

«Non ancora», ansimò lui, sudato, il respiro corto. «Voglio tenerti aperta più a lungo. Voglio vederti camminare con il culo pieno e il vestito che ti sbatte sulle cosce bagnate.»

Rosa si voltò, gli occhi lucidi, le labbra gonfie. Si alzò in piedi con le gambe molli, il vestito che le ricadde appena ma lasciò scoperto il sedere gocciolante. Prese il cazzo di Julius ancora duro e lo strofinò tra le natiche, facendolo scivolare su e giù sulla fessura aperta, bagnandolo di sborra e saliva. Poi si piegò di nuovo, ma di lato questa volta, una gamba sollevata sulla ringhiera, offrendosi in un’angolazione nuova e più profonda.

«Allora prendimi così», sussurrò. «Più a fondo che puoi. Voglio sentirlo nel ventre. E dopo… dopo voglio che mi porti un pezzo più in là sul ponte, dove l’ombra è più fitta. Voglio che mi metti in ginocchio e mi scopi la bocca con il sapore del mio culo ancora sulla tua pelle. Poi di nuovo qui. Non ho ancora finito. La notte è nostra e io voglio che mi usi finché non riesco più a stare in piedi senza il tuo cazzo a tenermi su.»

Julius emise un suono gutturale, le mani che le afferrarono di nuovo i fianchi con forza bruciante. Si posizionò, la testa che premeva contro l’anello ancora spalancato e sensibile, e spinse. L’ingresso cedette con un suono umido e affamato; il cazzo scomparve centimetro dopo centimetro, più profondo di prima grazie all’angolo, finché le palle non furono premute contro di lei e Rosa non emise un gemito lungo, gola aperta, mentre veniva riempita fino al limite. Lui iniziò a muoversi di nuovo, spinte lente e devastanti all’inizio, poi sempre più forti, sempre più possessive, il ponte che sembrava vibrare sotto i loro piedi, la laguna che assisteva silenziosa mentre il desiderio tra di loro saliva ancora, più scuro, più avido, lontano dall’essere sazio.

Julius non diede tregua. Le spinte divennero un martellamento inesorabile, il bacino che sbatté contro le natiche di Rosa con schiaffi umidi e carnale, il cazzo che scompariva tutto dentro il culo dilatato e ne usciva solo per rientrare più forte, tirando i bordi arrossati all’infuori. Lei teneva la gamba alzata sulla ringhiera, le dita delle mani conficcate nella pietra fredda, e ogni affondo le faceva sentire la testa del cazzo premere in profondità, quasi contro le viscere. Il vestito crema le pendeva stropicciato sulla schiena, le tette oscillavano libere, i capezzoli duri che graffiavano l’aria salmastra. Sentiva la sborra precedente colare ancora lungo le cosce, mescolarsi alla saliva fresca, rendere ogni penetrazione più scivolosa, più oscena.

«Più forte… cazzo, Julius, spacca tutto», ansimò lei, la voce rotta. «Sento che mi arrivi fino allo stomaco. Non fermarti. Usami.»

Lui le afferrò i capelli con una mano, le tirò indietro la testa finché il collo non si inarcò, e le diede uno schiaffo sonoro sulla natica destra, poi sulla sinistra, lasciando impronte rosse che bruciavano. L’altra mano scese tra le sue cosce, due dita che le strofinarono il clitoride gonfio e scivoloso con violenza sincronizzata alle spinte anali. Rosa urlò, un suono rauco che si sparse sulla laguna nera. Il piacere le saliva a ondate miste al bruciore delizioso dell’ano stirato. Un orgasmo le esplose all’improvviso: il corpo si contrasse, l’anello le pulsò rabbioso intorno al cazzo, le gambe tremarono tanto che Julius dovette tenerla su a forza mentre continuava a fotterla attraverso gli spasmi.

«Sì… vieni così, porca», borbottò lui all’orecchio, i denti che le graffiavano il lobo. «Stringimi. Spremi la mia sborra fuori dal tuo buco.»

Ma non venne. Si trattenne, denti stretti, e quando lei smise di tremare la ritirò dalla ringhiera. Con un movimento brusco la fece scendere, le piegò le ginocchia sulla pietra fredda del ponte e le aprì le natiche con entrambe le mani. L’ano di Rosa era un buco rosso, spalancato, lucido di sborra e saliva che ancora gocciolava. Julius ci sputò sopra, un filo denso che colò esattamente sull’ingresso, poi si inginocchiò dietro di lei e rientrò con un affondo unico e devastante. Il cazzo scomparve fino alle palle. Rosa batté la fronte contro il parapetto, un gemito lungo che le uscì dalla gola mentre veniva riempita di nuovo, più profonda, più pesante.

Il ritmo partì basso e possessivo: spinte lunghe che le facevano sentire ogni vena, ogni centimetro che stirava il canale ancora sensibile dopo gli orgasmi precedenti. Le palle le sbattevano contro la figa bagnata a ogni colpo. Julius le diede un altro schiaffo, poi le afferrò i fianchi con forza bruciante e accelerò. Gli schiaffi umidi delle anche contro le natiche riecheggiarono nell’aria notturna. Rosa si toccò di nuovo, dita frettolose sul clitoride, circolando e pizzicando mentre il cazzo la sfondava da dietro.

«Guarda come ti mangio il culo», ansimò lui. «È mio. Tutto mio. Dimmi che lo vuoi ancora più grosso, più cattivo.»

«Lo voglio… cazzo sì, lo voglio che mi rompa», gemette lei, spingendo indietro il sedere. «Scopami finché non riesco più a chiudere le gambe. Riempimi. Voglio sentirlo colare mentre cammino domani.»

Julius le cambiò angolo di nuovo. La sollevò a metà, le fece appoggiare il petto sulla ringhiera e le alzò entrambe le gambe, tenendole aperte come un libro mentre la teneva sospesa. Il cazzo entrava obliquo, più profondo, tirando i bordi all’infuori a ogni ritirata. Rosa urlava senza freni, parolacce e il nome di lui che si perdevano sull’acqua. Sentiva le dita di Julius che le spalancavano le natiche al massimo, lo sguardo di lui fisso sul punto dove il cazzo spariva e riappariva nel buco lucido e dilatato. Il doppio stimolo del clitoride strofinato contro il niente e dell’ano trapassato la fece venire di nuovo: un orgasmo lungo e pesante che le piegò la schiena in un arco, le strinse la gola, le fece arricciare le dita dei piedi. L’ano le pulsava in spasmi disperati, stringeva e rilasciava come una mano avida.

Lui ruggì ma si trattenne ancora, sfruttando ogni contrazione, continuando a martellarla finché lei non fu una massa tremante e sudata. Poi la depose, solo per farla girare di fronte a sé. Rosa, le gambe molli, si aggrappò alle sue spalle. Julius la sollevò di peso, le gambe di lei che gli si avvolsero intorno alla vita, e la spinse con la schiena contro il parapetto di pietra. Il cazzo trovò subito l’ingresso arrossato e ci si seppellì di nuovo, faccia a faccia, profondo, possessivo. Ogni spinta le faceva alzare il mento, le faceva vedere le stelle riflesse sull’acqua scura. Le mani di lui le tenevano le natiche aperte sotto di lei, le dita che lasciavano segni rossi.

«Guardami», ordinò, voce rotta di lussuria. «Voglio vedere la tua faccia mentre ti uso. Dimmi che il tuo culo è il mio buco da sborrare stasera.»

«È tuo… tutto tuo», ansimò Rosa, le unghie conficcate nella carne delle sue spalle. «Scopamelo, riempimelo, non fermarti. Voglio la tua sborra che mi scende lungo le cosce. Più a fondo… sì… così… oh dio, Julius.»

Lui accelerò, il bacino che batteva un ritmo crudele e inesorabile. Rosa si toccava da sola tra di loro, dita bagnate che scivolavano sul clitoride gonfio, circolando e pizzicando al ritmo delle spinte anali. Un altro orgasmo le montò lento e irresistibile, le strinse la gola, le fece tremare le cosce. Quando scoppiò, il grido le uscì lungo e rauco, il corpo che si contorceva tra le sue braccia, l’ano che spremeva con spasmi rabbiosi. Julius questa volta non si trattenne. Si piantò fino in fondo, le palle premute contro di lei, e esplose. Getti caldi e spessi di sborra che le riempirono le viscere a ondate, traboccando intorno all’asta mentre lui continuava a spingere a scatti. Tremavano uniti, sudati, il respiro corto, il cuore che batteva contro le costole.

Rimasero così a lungo, il cazzo ancora sepolto e che dava gli ultimi sobbalzi. Poi Julius uscì lentamente, lasciando l’ano di Rosa spalancato, gocciolante di sborra fresca che scendeva in fili densi lungo le cosce e gocciolava sulla pietra antica del ponte. Lei si lasciò scivolare un poco, le gambe molli, ma lui la tenne su, le baciò la bocca aperta, la lingua lenta e possessiva. Le dita di Julius tornarono subito lì sotto, raccolsero la sborra che usciva e la spinsero di nuovo dentro l’ingresso arrossato, massaggiandola in profondità.

«Guarda come ti ho riempito», mormorò contro le sue labbra. «Il tuo culo è pieno di me. E non basta ancora, vero?»

Rosa scosse la testa, gli occhi lucidi, il sorriso malizioso che le tornava sulle labbra gonfie. Il corpo le pulsava ovunque, l’ano le bruciava di piacere sazio eppure ancora avido. Si piegò di scatto, le ginocchia sulla pietra, e gli avvolse le labbra intorno al cazzo ancora semi-duro e lucido della loro mescolanza. Il sapore salato e denso le riempì la bocca: sborra, saliva, il gusto terroso del suo stesso culo. Succhiò a fondo, la lingua che girava, che leccava ogni vena, che spingeva sotto il frenulo mentre una mano gli massaggiava le palle. Julius gettò la testa indietro, una mano conficcata nei suoi capelli.

«Cazzo, Rosa… ripuliscimi. Mangia tutto.»

Lei gemette intorno al cazzo che le cresceva di nuovo in bocca, lo prese più a fondo finché la punta le sfiorò la gola. Saliva che colava dal mento, occhi alzati a guardarlo mentre lo pompava con le labbra strette. Quando fu di nuovo di pietra, duro e venato, Rosa si staccò con un suono umido. Si alzò, le gambe tremante, e si piegò di lato contro la ringhiera, una gamba sollevata, offrendo l’ano ancora aperto e gocciolante.

«Adesso di nuovo», ansimò. «Più a fondo che puoi. Voglio sentirlo nel ventre. E dopo… dopo voglio che mi porti nell’ombra più fitta. Voglio che mi metti in ginocchio e mi scopi la bocca con il sapore del mio culo ancora sulla tua pelle. Poi di nuovo qui. Non ho ancora finito.»

Julius emise un suono gutturale, le mani che le afferrarono i fianchi. Si posizionò, la testa che premeva contro l’anello ancora spalancato, e spinse. L’ingresso cedette con un suono umido e affamato; il cazzo scomparve centimetro dopo centimetro, più profondo grazie all’angolo, finché le palle non furono premute contro di lei. Rosa emise un gemito lungo, gola aperta. Lui iniziò a muoversi, spinte lente e devastanti all’inizio, poi sempre più forti, sempre più possessive. Il ponte vibrava sotto i loro piedi. Lei si toccava furiosamente, il clitoride che pulsava sotto le dita, e un ultimo orgasmo le esplose mentre Julius la martellava. Si contrasse tutta, urlando il suo nome, l’ano che spremeva.

Questa volta lui la seguì. Si piantò fino in fondo e sparò gli ultimi getti caldi, riempiendola di nuovo finché la sborra non traboccò e colò sulla pietra. Tremarono uniti a lungo, sudati, ansimanti. Poi Julius uscì lentamente. Rosa si raddrizzò a fatica, il vestito che le ricadde appena sulle cosce bagnate, l’ano che pulsava aperto e gocciolante. Si voltarono l’uno verso l’altra, il respiro ancora corto, gli occhi lucidi. Julius le accarezzò dolcemente il sedere ancora caldo, le dita che scivolavano sulla pelle umida.

Rosa gli sorrise, le labbra gonfie, la voce roca di piacere sazio ma non spento. La laguna respirava sotto di loro, Venezia dormiva, e il desiderio tra i corpi era finalmente sceso a una brace calda. Si baciarono lenti, lingue che assaggiavano il salato e il sesso. Poi lei si staccò appena, lo sguardo malizioso che le brillava.

«Julius… la prossima volta osiamo il Ponte di Rialto a mezzanotte, con me piegata e il tuo cazzo sepolto nel mio culo mentre le gondole passano sotto di noi. Ci stai?»

Rate this story

Thanks for rating
Tagged dirty-talk public-sex rough-sex outdoor-sex

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.