Assaggi Infuocati con l’Amica di Mia Moglie

Marco cede al desiderio e si scopa con passione l’amica di sua moglie sul divano.

19 min read September 07, 2026New

Marco chiuse la porta d’ingresso alle sue spalle e lasciò le chiavi sul mobiletto dell’ingresso con un tonfo sordo. Aveva trentotto anni, il matrimonio con Laura sembrava ancora solido da fuori, eppure quella sera la casa vuota pesava come un segreto già malsano. Laura era uscita per la riunione del lavoro, avrebbe fatto tardi. Solo allora suonò il campanello.

Sofia stava sulla soglia, la migliore amica di Laura, trentacinque anni e quel corpo che da sempre gli faceva girare lo stomaco di desiderio proibito. Indossava un abitino leggero, quasi trasparente sotto la luce del corridoio, scollo generoso che lasciava indovinare la curva piena dei seni e orlo corto che saliva sulle cosce toniche a ogni piccolo movimento. I capelli sciolti le cadevano sulle spalle, gli occhi scuri già complici, maliziosi.

«Scusa se disturbo», disse con un sorriso che non era affatto scusa. «Laura mi ha detto di passare a prendere quei vestiti che ho lasciato nell’armadio della camera degli ospiti. Sono di passaggio.»

Marco la fece entrare. L’aria si caricò subito. Lui sentì il sangue scendere basso mentre la guardava camminare verso il soggiorno, le anche che dondolavano, la stoffa leggera che si attaccava al culo sodo. Sapeva di star tradendo già solo con lo sguardo, e il pensiero lo eccitava di più.

«Prendili pure», rispose, la voce un po’ rauca. «Vuoi qualcosa da bere?»

Sofia si voltò, lo fissò dritto. Si avvicinò di un passo, poi di un altro, finché non fu a pochi centimetri da lui. «Sai una cosa, Marco? Ho sempre fantasticato su di te. Da anni. Quando Laura mi raccontava di voi due… io pensavo a come saresti stato con me. Caldo, duro, spietato. Guardami.» Il sorriso si fece più largo, le labbra umide. «Sono venuta apposta in questo vestitino. Sapevo che saresti stato solo.»

Il desiderio proibito esplose in lui come un pugno. Tradire Laura. Scoparsi la sua migliore amica. L’idea lo faceva pulsare già nei pantaloni. Sofia lo sapeva, lo leggeva negli occhi.

Si avvicinò ancora, lenta, e posò le dita aperte sul suo petto. Sfiorò il tessuto della camicia, i bottoni, scese di un palmo sentendo il cuore che batteva forte. «Mi eccita da morire l’idea di prenderti mentre lei è fuori», sussurrò contro il suo collo, il fiato caldo. «Di farti venire dentro di me sapendo che tra un’ora tornerà e non saprà niente. Dimmi che lo vuoi anche tu.»

Marco esitò un attimo solo. Il matrimonio, la fedeltà, tutto. Poi le mani le strinsero i fianchi con forza, le dita che affondavano nella carne morbida sotto l’abito. La baciò. Bocca aperta, lingua greedy, denti che le beccavano il labbro inferiore. Sofia gemette dentro il bacio e si premette tutta contro di lui, sentendo il cazzo già duro che le premeva contro il ventre.

«Lo voglio», grugnì lui tra un bacio e l’altro. «Da troppo tempo. Voglio fotterti come una troia mentre Laura non c’è.»

«Sì…», ansimò Sofia, le mani che gli scendevano al cinturone, lo sfilavano, aprivano i pantaloni. «Voglio sentirti dentro. Tutto. Grosso e caldo che mi riempie. Tradiscila con me, Marco. Scopami sul divano di casa vostra.»

Si spinsero oltre ogni limite. Entrambi eccitati, consenzienti, urgenti. Lui la sollevò di peso e la portò sul divano del soggiorno, la buttò sui cuscini. Le sollevò l’abitino fino all’altezza delle tette, le strappò gli slip con un tiro secco che le fece un verso di piacere. Sofia era già bagnata, le labbra della figa lucide, il clitoride gonfio. Marco si inginocchiò tra le sue cosce aperte e ci si buttò sopra con la bocca.

La divora. Lingua piatta che le leccò tutta la fessura dal basso in alto, poi si concentrò sul clit, lo succhiò, lo sfregò con la punta mentre due dita le entravano dentro, curve, a cercare il punto che la faceva contorcere. Sofia gli tenne la testa premuta contro il sesso bagnato con entrambe le mani, i fianchi che si muovevano contro la sua faccia.

«Cazzo, sì… leccami così… più forte…», gemette, la voce rotta. «Mangiami tutta, Marco. Sono tua stasera.»

Lui le leccò fino a farla tremare, il succo che gli colava sul mento, il sapore salato e dolce di lei. Quando Sofia fu vicina, lui si staccò, si alzò, si calò i pantaloni e gli slip. Il cazzo saltò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di liquido precome. Sofia lo guardò con fame.

Si mise a cavalcioni. Si afferrò il cazzo di Marco, lo strofinò sulla figa bagnata una, due, tre volte, poi si abbassò tutta d’un colpo. Entrò in lei fino in fondo. Entrambi gemettero. Sofia iniziò a cavalcarlo con spinte profonde e voraci, le tette che saltellavano sotto l’abito alzato, le unghie conficcate nel suo petto. Saliva e scendeva, il culo che sbatteva sulle sue cosce, il suono bagnato e osceno di carne contro carne.

«Che figa stretta…», grugnì Marco, le mani che le afferravano i fianchi e la aiutavano a piantarsi più forte. «Cavalcami. Prendilo tutto.»

Lei andò più veloce, il respiro spezzato, gli occhi chiusi di piacere. Poi lui la sollevò, la fece girare, la spins e in piedi contro il muro del soggiorno. Sofia mise le mani al muro, il culo offerto. Marco le allargò le chiappe e entrò di nuovo da dietro con una spinta secca che la fece urlare. La scopò con forza, spinte lunghe e pesanti, le palle che le sbattevano contro il clit. Una mano le strinse i seni sotto l’abito, le dita che le pizzicavano i capezzoli duri; l’altra le schiaffeggiò il culo, una, due, tre volte, lasciando la pelle rossa.

«Più forte… scopami come vuoi…», ansimava Sofia, spingendosi indietro contro di lui. «Usami. Riempimi.»

Lui accelerò, il ritmo bestiale, il suono delle cosce che sbattevano, i gemiti di lei che diventavano urla. Sentì l’orgasmo salirle addosso, la figa che gli si stringeva a ondate. Sofia venne per prima, un grido lungo e rotto, il corpo che si contraeva intorno al suo cazzo, i fluidi che le colavano lungo le cosce. Quella stretta lo fece esplodere. Marco spinse fino in fondo e venne dentro di lei con un ruggito, scariche calde e spesse che la riempirono, mentre le stringeva ancora i seni e le davano l’ultimo schiaffo sul culo.

Rimasero così un momento, ancora uniti, ansimanti, sudati. Poi Marco uscì lentamente, il cazzo ancora semi-duro, il nastro di sborra che gli colava dalla punta e da lei. Esausti, si lasciarono scivolare di nuovo sul divano. Sofia si girò verso di lui, lo baciò con tenerezza complice, le labbra morbide, la lingua lenta.

«Questo sarà il nostro segreto infuocato», gli sussurrò all’orecchio, la voce ancora roca di piacere. «Da ripetere ogni volta che Laura uscirà. Tutte le volte che vorrai. Ti farò venire quando e come ti pare, sul divano, sul tavolo, nel vostro letto se vuoi. Nessuno saprà niente.»

Marco la guardò mentre lei si alzava, si sistemava l’abitino con un sorriso soddisfatto, gli slip strappati abbandonati a terra come un trofeo. Si pulì tra le cosce con un fazzoletto preso dalla borsa, ma il seme di lui le scendeva ancora un filo lungo la coscia interna. Gli occhi di Sofia brillavano di qualcosa di più del semplice orgasmo: fame futura, complicità sporca, la promessa di altre sere come quella.

Lui restò seduto, ancora a torace scoperto, il cuore che non rallentava. Il tradimento aveva un sapore di fuoco e di colpa dolce. Sapeva già che non sarebbe bastata quella volta. Che la prossima uscita di Laura l’avrebbe aspettata come un tossico aspetta la dose. Sofia gli lanciò un’ultima occhiata prima di andare a prendere i vestiti dimenticati in camera, l’anca che si muoveva con consapevolezza, e Marco sentì il cazzo riaccendersi solo a guardarla.

Il telefono di Laura, rimasto sul tavolino, vibrò di un messaggio. Nessuno dei due lo lesse. L’aria della casa era ancora densa di sesso e di segreto, e il prossimo appuntamento stava già nascendo tra di loro senza bisogno di parole.

Sofia tornò dal corridoio con il fascio di vestiti piegati sotto il braccio, ma non aveva sistemato granché. L’abitino era ancora arrotolato sopra i seni, le cosce lucide del suo e del suo misto, e lo sguardo che posò su Marco seduto sul divano era già di nuovo affamato. Lui non si era rialzato. I pantaloni aperti, il cazzo ancora umido e che tornava a gonfiarsi solo a rivederla, il torace nudo che saliva e scendeva troppo in fretta.

«Non ho preso solo i vestiti», mormorò lei, lasciando cadere il mucchio su una sedia. Si avvicinò a passo lento, si inginocchiò tra le sue gambe aperte e gli accarezzò l’interno coscia con le unghie. «Ho preso anche la decisione di non andarmene subito. Laura ha detto che farà almeno fino a mezzanotte. Abbiamo tempo. E io voglio ancora questo.»

Le dita gli strinsero la base del cazzo, lo sollevarono, e la bocca di Sofia si chiuse calda e umida intorno alla testa. Marco tirò indietro la testa contro lo schienale, un gemito basso che gli uscì dal petto. Lei succhiava con fame, lingua che girava sotto il glande, saliva che scendeva lungo il tronco mentre scendeva e saliva, prendendolo sempre più a fondo finché le labbra non gli sfiorarono i peli. Ogni tanto si staccava solo per leccare le palle, per spiattellare la lingua piatta sulla fessura già bagnata di prima, poi tornava a ingoiarlo come se volesse succhiargli fuori ogni goccia.

«Cazzo, Sofia… così…», grugnì lui, una mano che le affondava nei capelli sciolti, guidandola senza costringerla. Lei gemette intorno al suo cazzo, il suono vibrato che gli mandò scosse su per la schiena. Continuò finché non lo sentì pulsare forte, poi si staccò con un filo di saliva che ancora li collegava. Si alzò, si tolse del tutto l’abitino, restò nuda davanti a lui. Seni pesanti, capezzoli duri, la figa ancora arrossata e che gli gocciolava un filo di sborra lungo l’interno coscia.

«Sul tavolo», disse. «Voglio che mi scopi sul tavolo dove mangiate insieme. Dove lei ti versa il vino la sera.»

Marco si alzò di scatto. La sollevò di peso, le cosce che gli si avvolsero intorno al bacino, e la portò i pochi metri fino al tavolo di legno del soggiorno-pranzo. La adagiò sulla superficie fredda, le gambe divaricate, i piedi che non toccavano terra. Si chinò e le leccò di nuovo la figa, tre, quattro passate lunghe e lente, succhiando via il sapore di entrambi, poi si raddrizzò, allineò il cazzo e entrò con una spinta secca. Sofia gridò, le unghie che grattarono il legno. Lui iniziò a scoparla forte, ritmico, le mani che le tenevano i fianchi fermi mentre il bacino batteva contro di lei. Ogni spinta faceva muovere i seni, faceva battere il culo contro il bordo del tavolo. Il suono era umido, osceno, carne contro carne, e sotto si sentiva il leggero scricchiolio del legno.

«Più a fondo… sì, così… riempimi di nuovo», ansimava lei, la voce spezzata. «Senti com’è stretta dopo che mi hai già venuto dentro? È tutta tua stasera. Tutta.»

Marco si piegò su di lei, le prese un capezzolo tra i denti, lo tirò, lo succhiò mentre continuava a fotterla. Una mano scese tra i loro corpi e le strofinò il clitoride con il pollice, circoli veloci e pressati. Sofia si inarcò, un orgasmo che arrivò improvviso e violento: la figa che gli si strinse a ondate, un grido lungo che le uscì dalla gola, i fluidi che schizzarono caldi intorno al suo cazzo. Lui non si fermò. Continuò a spingere attraverso le contrazioni, più duro, più veloce, finché non sentì di nuovo la pressione alle palle.

Ma non venne. Si ritrasse all’ultimo, il cazzo rosso e lucido, e la girò di scatto a pancia sotto. Sofia appoggiò i seni sul tavolo, il culo alto, e lui le allargò le chiappe con le mani. La guardò un secondo: la figa aperta e gonfia, il buco del culo stretto che si contraeva. Sputò sulla fessura, massaggiò tutto con le dita, poi spinse di nuovo dentro la figa con una sola spinta. Riprese a scoparla da dietro, le palle che le sbattevano contro il clit, una mano che le schiaffeggiava il culo a intervalli regolari, lasciando segni rosa. L’altra le afferrò i capelli e le tirò indietro la testa, costringendola ad alzare lo sguardo verso lo specchio del corridoio dove si vedevano riflessi: lui che la montava, lei con la bocca aperta e gli occhi lucidi.

«Guardaci», le ordinò, la voce rauca. «Guarda come ti sto scopando nella mia casa. Nella casa di Laura. E tu lo prendi tutto come una puttana bisognosa.»

«Lo prendo… cazzo sì, lo prendo tutto», gemé lei, spingendosi indietro a ogni colpo. «Usami. Sborrami di nuovo dentro. Voglio uscire da qui con la figa piena e camminare così, sapendo che gocciolo di te mentre lei è ancora alla riunione.»

Marco accelerò. Il ritmo divenne bestiale, le cosce che sbattevano forte, il respiro che si faceva rantolo. Quando sentì di nuovo Sofia contrarsi — un secondo orgasmo più lungo, più liquido, che le fece tremare le gambe — si lasciò andare. Spinse fino alla radice e venne con un ruggito, scariche calde che le riempirono di nuovo, polso dopo polso, mentre le teneva i fianchi premuti contro di sé. Rimasero uniti qualche secondo, ansimanti, sudati. Poi uscì lentamente; un filo di sborra densa gli colò dalla punta e da lei, scese lungo le cosce e gocciolò sul pavimento di legno.

Sofia si girò, ancora sul tavolo, e lo attirò in un bacio lento, lingua che leccava la sua, sapore di entrambi. «Non basta», sussurrò contro le sue labbra. «Voglio che mi fotti anche il culo. L’ho pensato per anni. Voglio sentirlo lì, grosso, che mi spacca mentre penso a Laura che non sa niente.»

Marco sentì il cazzo riaccendersi solo a quelle parole, ancora semi-duro e già che tornava a tendersi. Andò in bagno, tornò con un tubo di lubrificante che tenevano nel cassetto. Sofia era scesa dal tavolo, si era messa a quattro zampe sul tappeto davanti al divano, la schiena inarcata, il culo offerto. Lui si inginocchiò dietro, le spalmo il gel freddo sul buco stretto, ci fece entrare prima un dito, poi due, lavorandola aperta con pazienza mentre lei geminava e si spingeva indietro. Quando fu pronta, allineò la testa del cazzo, spinse lentamente. Sofia tirò un grido alto, le unghie che affondavano nel tappeto. Entrò centimetro dopo centimetro, fino a sparire tutto dentro il culo caldo e stretto.

«Cazzo… quanto sei stretta qui», grugnì lui, restando fermo un momento per farla abituare. Poi iniziò a muoversi. Spinte lunghe e controllate all’inizio, poi più profonde, più forti. Una mano le raggiunse la figa e le infilò due dita, pompando in sincronia. Sofia urlava a ogni colpo, la voce rotta di piacere e di dolore dolce, il corpo che si scuoteva.

«Più forte… sì, scopami il culo… riempilo…», ansimava. «Tradiscila così. Fottimi dove lei non ti ha mai dato.»

Marco le diede tutto. Ritmo pesante, le palle che le sbattevano, i gemiti di lei che riempivano la casa vuota. La scopò finché non la sentì venire di nuovo solo dalle dita e dalla pressione nel culo — un orgasmo che la fece collassare in avanti, le ginocchia che cedettero. Lui la seguì quasi subito: spinse a fondo e scaricò dentro il culo stretto, un’altra sborrata calda e abbondante che la riempì mentre le stringeva i fianchi con forza.

Si lasciarono cadere sul tappeto, uno accanto all’altra, sudati, ansimanti, il seme che le usciva da entrambi i buchi. Sofia gli accarezzò il petto, le dita pigre. «Questo non finisce stasera», mormorò. «La prossima volta voglio il vostro letto. Voglio che mi fotta tra le sue lenzuola, che mi sborri sul cuscino dove appoggia la testa. E poi… forse un giorno la lasceremo quasi scoprire. Solo per sentire il brivido.»

Marco la guardò, il cuore che martellava ancora. Il telefono sul tavolino vibrò di nuovo, lo schermo che si accese per un attimo con il nome di Laura. Nessuno dei due lo toccò. Sofia si alzò lentamente, si pulì in fretta con un altro fazzoletto, si rimise l’abitino senza slip. Si chinò, gli leccò l’ultima goccia di sborra dalla punta del cazzo, poi gli sorrise.

«Torno tra tre giorni. Ha una cena di lavoro. Lascia la porta socchiusa.»

Si avviò verso l’ingresso con i vestiti sottobraccio, l’anca che dondolava, il filo di liquido che ancora le scendeva lungo la coscia interna nascosto dall’orlo corto. Marco restò sdraiato sul tappeto, il sapore di lei in bocca, il tradimento che gli bruciava dolce e avido nel sangue. Sapeva già che tre giorni sarebbero stati eterni. E che quando lei fosse tornata, non si sarebbe fermato al divano né al tavolo.

Marco restò a fissare la porta chiusa per lunghi minuti dopo che Sofia se n’era andata. Il sapore di lei gli restava in bocca, salato e dolce, mescolato al lubrificante e al sudore. Tre giorni. Le aveva detto tre giorni. Lui contò le ore come un prigioniero conta i giorni alla scarcerazione, solo che la prigione era il matrimonio e la libertà era il culo stretto dell’amica di sua moglie.

La sera della cena di lavoro di Laura arrivò con un silenzio elettrico. Marco lasciò la porta socchiusa esattamente come Sofia aveva ordinato. Si sedette sul divano, il cazzo già mezzo duro solo al pensiero, e quando sentì i tacchi leggeri sul pianerottolo il sangue gli scese tutto in basso in un solo colpo.

Sofia entrò senza bussare. Stavolta indossava un cappottino corto e niente sotto. Lo aprì appena dentro e glielo fece vedere: seni nudi, capezzoli già duri, la figa rasata e ancora un po’ arrossata dal ricordo di tre sere prima. «Tre giorni sono stati eterni», sussurrò. «Ho masturbato pensando a come mi hai spaccato il culo. Ogni notte. Ora voglio il letto. Il vostro letto.»

Marco non rispose a parole. La afferrò, la sollevò, le cosce che gli si chiusero intorno alla vita, e la portò su per le scale. Nella camera da letto matrimoniale l’odore di Laura era ancora ovunque: il suo profumo sui cuscini, la vestaglia appesa, le foto sul comodino. Sofia lo sentì e rise bassa, maliziosa. «Perfetto. Voglio puzzare di te qui. Voglio che lei senta qualcosa di strano quando tornerà e non capisca cos’è.»

La buttò sul materasso. Si tolse i pantaloni in fretta, il cazzo che schiaffeggiò contro il ventre, grosso e già lucido. Sofia si mise a quattro zampe sul lato di Laura, la schiena inarcata, il culo alto. «Leccami prima. Tutto. Figa e culo. Voglio essere fradicia quando mi entri.»

Marco si inginocchiò dietro di lei. Aprì le chiappe con le mani e ci affondò la faccia. Lingua piatta che le leccò la fessura dal clitoride fino al buco del culo, poi di nuovo, più lenta, più sporca. Succhiò le labbra gonfie, ci spinse la lingua dentro, assaporando il sapore già umido di lei. Sofia gemé nel cuscino di Laura, i fianchi che spingevano indietro. Lui passò al buco stretto, lo girò con la punta della lingua, lo baciò, lo penetrò superficialmente mentre due dita le entravano in figa e le cercavano il punto G.

«Cazzo… sì… mangiami il culo…», ansimava lei. «Preparami. Voglio prenderlo tutto stanotte.»

Quando fu abbastanza bagnata e aperta, Marco si alzò. Prese il lubrificante dal cassetto del comodino — lo stesso di tre sere prima — e se ne spalò una quantità generosa sul cazzo e sul buco di Sofia. Allineò la testa grossa, spinse. Entrò centimetro dopo centimetro nel culo rovente e stretto. Sofia urlò contro il cuscino, le unghie che strappavano le lenzuola. Lui affondò fino alle palle e restò fermo, godendosi le contrazioni che lo strozzavano.

«Muoviti», supplicò lei. «Scopami il culo come se fosse l’ultima volta. Più forte di prima.»

Marco iniziò. Spinte lunghe, profonde, che facevano muovere tutto il materasso. Le palle le battevano contro la figa a ogni colpo. Una mano le afferrò i capelli e le tirò la testa indietro, l’altra le schiaffeggiò il culo a ritmo, lasciando palmi rossi. Il suono era osceno: carne bagnata, gemiti rotti, lo scricchiolio del letto matrimoniale che non aveva mai protestato così.

«Guarda il comodino», grugnì lui. «Guarda la foto di Laura mentre ti sto fottendo il culo nel suo letto. Dille quanto ti piace.»

Sofia fissò la cornice, gli occhi lucidi di piacere. «Mi piace… cazzo, mi piace da morire… tuo marito mi sta spaccando il culo, Laura… e io lo prendo tutto… lo voglio tutto…»

Marco accelerò. Il ritmo divenne bestiale. Lei venne una prima volta solo dalla pressione nel culo e dalle dita che lui le aveva infilato in figa, un orgasmo che la fece collassare in avanti, il corpo che si scuoteva. Lui non si fermò. Continuò a martellarla attraverso le contrazioni, più duro, più profondo, finché non sentì di nuovo la figa di lei bagnarsi a ondate.

Si ritrasse all’improvviso, il cazzo lucido di lubrificante e di lei. La girò a pancia in su, le divaricò le gambe fino quasi a farle male e le piantò il cazzo in figa con una spinta secca. Sofia gridò, le unghie che gli graffiarono la schiena. Lui la scopò così, guardandola in faccia, i seni che saltavano a ogni colpo, il sudore che le scorreva tra le tette.

«Voglio venire sulla sua faccia di foto», ansimò Sofia. «Sborrami in faccia e poi spingimi contro quella cornice. Voglio che il tuo seme finisca sui suoi occhi di carta.»

Marco la scopò ancora più forte. Quando sentì l’orgasmo salire come un treno, si sfilò, si mise a cavalcioni sul suo petto e si segò rapido. Sofia aprì la bocca, tirò fuori la lingua. Lui esplose. Sborrate calde e spesse le colpirono le labbra, le guance, la fronte, scesero sul mento. Ne prese un po’ sulle dita e glielo sparò sulla foto di Laura sul comodino, una striscia bianca proprio sugli occhi sorridenti della moglie.

Sofia rise, leccandosi le labbra. «Ancora. Non hai finito. Voglio che mi fotti di nuovo. Voglio il cazzo duro di nuovo.»

Marco non aveva bisogno di incoraggiamenti. Il tradimento lo teneva eccitato oltre ogni limite. Si chinò, le leccò il proprio seme dal viso, poi la baciò a bocca aperta condividendolo. Si rimise tra le sue gambe e entrò di nuovo in figa, ora scivolosa di tutto. La scopò lenta e profonda, quasi tenera, poi di nuovo selvaggia. Sofia gli avvolse le gambe intorno alla schiena e lo spinse più dentro.

«Nel culo di nuovo», sussurrò. «Voglio sentirlo gonfio lì mentre pensi a lei che sta cenando con i colleghi.»

Lui obbedì. La mise di lato, le alzò una gamba, e spinse nel buco già usato e ancora allargato. Entrò più facile questa volta, ma sempre stretto da far male di piacere. La scopò di fianco, una mano che le strofinava il clitoride in cerchi veloci, l’altra che le stringeva un seno e gli pizzicava il capezzolo. Sofia venne di nuovo, un grido lungo che riempì la stanza, la figa e il culo che si contraevano insieme. Marco la seguì quasi subito: spinse fino in fondo e scaricò la terza sborrata della serata nel culo caldo, polso dopo polso, gemendo il nome di lei contro la sua spalla.

Rimasero intrecciati, ansimanti, il seme che usciva da entrambi i buchi e macchiava le lenzuola di Laura. Sofia gli accarezzò i capelli umidi. «Non basta ancora», mormorò. «Voglio che mi usi come un buco finché non riesci più a stare in piedi. Poi me ne vado con la figa e il culo pieni e cammino per strada sapendo che gocciolo di te.»

Marco si rialzò. Aveva ancora fame. La mise a pecora di nuovo, le allargò tutto e le leccò i due buchi puliti dal suo stesso seme, lingua sporca e avida. Poi ci rimentò il cazzo, alternando figa e culo a piacere, spinte profonde che facevano sbattere la testiera contro il muro. Sofia urlava, rideva, lo insultava di piacere, lo pregava di spaccare tutto.

Lo scopò sul bordo del letto, in piedi contro l’armadio dove pendevano i vestiti di Laura, di nuovo sul materasso con le gambe sulle spalle. Ogni posizione era un nuovo tradimento, ogni gemito un chiodo nella bara del matrimonio. Quando finalmente venne la quarta volta — dentro la figa, spingendo così forte che il letto cigolò come se stesse per spezzarsi — Sofia lo strinse con le gambe e lo tenne dentro finché non ebbe finito di pulsare.

Si distesero esausti. Il sudore li faceva brillare. Sofia si alzò lentamente, si raccolse il cappottino, non si pulì. Il seme di Marco le scendeva lungo le cosce interne in fili spessi. Si chinò, gli diede un ultimo bacio lento, leccandogli ancora il sapore di entrambi dalle labbra.

«La prossima volta porto un vibratore. Voglio che me lo metti in figa mentre mi scopi il culo. E forse… forse lasceremo la porta della camera socchiusa. Solo per il brivido.»

Marco la guardò andarsene nuda sotto il cappotto, l’anca che dondolava, le macchie umide che già si formavano sulla stoffa. Scese le scale, sentì la porta d’ingresso chiudersi. Rimasto solo tra le lenzuola profanate, il cuore gli batteva ancora troppo forte. Si alzò, andò in bagno, si guardò allo specchio: occhi di un uomo che aveva appena seppellito qualcosa di importante e non riusciva a pentirsene.

Tornò a letto senza cambiare le lenzuola. Si stese sul lato di Laura, il viso contro il cuscino dove Sofia aveva urlato, e aspirò l’odore di sesso e di tradimento. Il telefono vibrò sul comodino. Un messaggio di Laura: «Torno tra mezz’ora, amore. Ti ho portato il dolce che ti piace.»

Marco sorrise al buio, il cazzo che già stava tornando a muoversi al solo pensiero di quanto tempo avesse ancora.

E quando la porta d’ingresso si aprì davvero, venticinque minuti dopo, non fu Laura a entrare.

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