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Marco allena il culo stretto di Bianca con il suo cazzo spesso finché lei urla di piacere.
Marco chiuse la porta dell’appartamento con il piede e lasciò cadere la borsa da palestra vicino all’ingresso. Aveva ancora il respiro un po’ affannato dopo la sessione improvvisata sul tappetino del soggiorno: squat, plank, affondi, tutto eseguito con Bianca che lo copiava movimento per movimento, ridendo ogni volta che sbagliava l’allineamento delle ginocchia. Lei era la sua vicina del piano di sotto, graphic designer di ventisei anni, e da settimane si scambiavano sguardi troppo lunghi nell’ascensore. Quella sera, dopo che lei aveva bussato per “rubargli dieci minuti di consiglio sull’allenamento”, erano finiti entrambi sudati, a torso nudo lui, in leggings attillati e top sportivo lei, soli tra le pareti calde del suo bilocale.
Bianca si passò una bottiglia d’acqua sulla fronte, poi sul collo, lasciando scivolare una goccia tra i seni. Marco non distolse lo sguardo. Aveva ventotto anni, spalle larghe da personal trainer, addome scolpito e un cazzo spesso che già premeva contro i pantaloni della tuta solo a vederla così.
«Hai il culo di marmo, lo sai?» disse lui, voce bassa, mentre le porgeva un asciugamano. «Quei glutei reggono qualunque carico.»
Lei sorrise, maliziosa, e si voltò di tre quarti, offrendogli il profilo del sedere sodo. «E tu hai braccia che potrebbero spezzarmi a metà se volessi. Però…» Abbassò il tono, occhi scuri che lo fissavano senza pudore. «Stanotte mi sento curiosa. Di qualcosa di nuovo. Di proibito.» Si morse il labbro inferiore. «Voglio farmi prendere nel culo da un uomo che sa esattamente cosa fare. Non da un principiante che mi fa male per sbaglio. Da te.»
Il sangue di Marco scese tutto in basso. Si avvicinò, le tolse la bottiglia dalle mani e la posò sul tavolino. Le dita di lui sfiorarono l’arco della schiena nuda sotto il top. «Sei sicura, Bianca? Una volta che inizio a allargarti quel buchino stretto, non mi fermo finché non urli.»
«Sono bagnata solo a pensarlo», sussurrò lei.
Si baciarono con una fame improvvisa, lingue che si cercavano, denti che graffiavano. Marco la spinse sul divano di pelle scura; Bianca aprì le cosce e lo fece cadere sopra di sé. Le mani di lei scesero lungo la schiena di lui, poi più in basso, fino ad afferrargli i glutei e a premerlo contro il proprio bacino. Il cazzo duro di Marco strofinava contro il tessuto umido dei leggings. Bianca prese il polso di lui e lo guidò indietro, sotto l’elastico, fino alla fessura delle natiche. «Tocca. Massaggia. Voglio sentirti stuzzicare il buco prima che me lo riempi.»
Marco sporse il braccio verso il cassetto del comodino laterale — teneva sempre un tubetto di lubrificante lì, abitudine da single attento — e ne versò una striscia generosa sulle dita. Torno a lei, le abbassò i leggings e le mutandine in un unico gesto, lasciandole le cosce nude e il culo esposto all’aria fresca del ventilatore. L’ano di Bianca era roseo, chiuso, un anellino che si contraeva già sotto lo sguardo di lui. Lui le aprì le natiche con una mano e con l’indice lubrificato iniziò a girare intorno all’orifizio, pigiando piano, senza entrare ancora. Bianca gemette alto, la faccia affondata contro il cuscino del divano.
«Cazzo, sì… così…»
Marco spinse il primo dito. Il calore stretto lo avvolse subito; lei era tesa, ma spinse indietro contro la pressione. Lui fece movimenti circolari lenti, allargando appena, poi aggiunse il medio. Due dita ora, che entravano e uscivano con un suono umido, torcendo leggermente per massaggiare le pareti interne. Bianca ansimava, la figa che gocciolava sul divano, clitoride gonfio che chiedeva attenzione. Marco glielo sfiorò col pollice libero mentre le dita continuavano a scoparle il culo.
«Marco… per favore… smettila di prepararmi e fottermi. Prendimi da dietro. Senza pietà. Voglio il tuo cazzo spesso che mi spacca.»
Lui sfilò le dita, le leccò senza pudore — sapore amaro e lubrificante — e la sollevò tra le braccia. La portò in camera, la buttò sul letto matrimoniale a faccia in giù. Bianca si mise subito a quattro zampe, schiena inarcata, culo alto e offerto, guance aperte dalle proprie mani. «Guardami. Dimmi quanto è stretto.»
«Strettissimo», ringhiò Marco, aprendo di nuovo il tubetto e spalmando una quantità abbondante di gel trasparente sull’ano di lei, facendolo brillare. Se ne mise anche sul cazzo, dalla base alla punta rosea e gonfia, venature spesse che pulsavano. Si posizionò dietro di lei, la testa del glande contro l’apertura. Spinse. Lentamente. Solo i primi due centimetri. Bianca gridò un «ah!» acuto, poi un gemito lungo mentre il cerchio del suo sfintere si apriva intorno allo spessore.
«Respiri», ordinò lui. «Spingi fuori come se volessi cagare. Ecco… brava…»
Avanzò ancora. Metà. Bianca sudava, dita che stringevano le lenzuola. Poi, con un affondo deliberato e controllato, Marco entrò fino in fondo. Le palle gli batterono contro la figa gocciolante. Restò fermo un secondo, godendo della morsa bollente che gli massaggiava ogni millimetro. Bianca respirava a scatti, poi spinse indietro il bacino, prendendolo tutto da sola.
«Moviti. Scopami il culo. Voglio sentirti.»
Lui iniziò a tirare fuori fino al glande e a riaffondare, primi colpi shallow che diventarono presto profondi e fluidi. Il lubrificante schizzava ai lati, il suono era osceno, carne contro carne. Bianca urlava a ogni spinta completa, la voce rotta dal piacere misto a una pressione intensa che le faceva tremare le cosce. Marco le afferrò i fianchi e aumentò il ritmo, guardando il proprio cazzo scomparire nel buco stretto che si allargava solo per lui.
Dopo alcuni minuti la girò con delicatezza ma senza smettere di essere dentro. Si sistemarono a cucchiaio, lui dietro, una gamba di lei sollevata. Continuò a scoparla nel culo con colpi profondi e ritmici, il bacino che batteva contro le natiche sode. Una mano le scese tra le labbra gonfie e le strofinò il clitoride in circoli rapidi e precisi; l’altra le strinse un capezzolo duro, pizzicandolo e tirandolo a ritmo delle penetrazioni. Bianca gettò la testa all’indietro contro la spalla di lui, bocca aperta.
«Non smettere… il cazzo… le dita… tutto… sto venendo… dal culo… cazzo Marco sto venendo—»
L’orgasmo la travolse come un’onda violenta. Il suo sfintere si contrasse a scatti ritmici intorno al membro di lui, stritolandolo a ondate, mentre lei urlava di piacere puro, cosce che tremavano, figa che schizzava un po’ di liquido chiaro sulle dita di Marco. Lui non rallentò; anzi, spinse più forte, più fondo, godendo di ogni spasmo che gli mungeva il cazzo.
Quando i brividi di lei cominciarono a diradarsi, Marco affondò fino alle palle, ruggì contro il suo collo e venne. Schizzi caldi e spessi di sborra le riempirono il culo a getti potenti, uno dopo l’altro, pompando finché non ebbe più nulla. Restò conficcato dentro, il seme che già iniziava a colare lento intorno all’asta ancora dura, mentre il cuore di entrambi martellava.
Marco le baciò la spalla sudata, senza sfilarsi. Le dita le accarezzarono ancora il clitoride gonfio, leggero, quasi a punire. Bianca gemé di nuovo, esausta e già riaccesa.
«Non ho finito con questo culo», mormorò lui all’orecchio. «Hai ancora da imparare quanti modi ci sono per farlo pulsare. E stanotte non esci da questo letto finché non ti sei venuta almeno altre due volte con il mio cazzo piantato fino in fondo.»
Lei rise, rauca, e strinse deliberatamente lo sfintere intorno a lui, sentendolo già riindurirsi. Fuori la città rumoreggiava, ma dentro la camera c’era solo il calore umido dei loro corpi e la promessa di ore ancora lunghe, lubrificate e sporche.
Marco non si sfilò. Il cazzo, ancora tumido e scivoloso di sborra e lubrificante, restò sepolto fino alle palle nel culo stretto di Bianca. Lei stringeva a scatti, la carne interna ancora pulsante dopo l’orgasmo, e ogni contrazione lo faceva riprendere durezza. Lui le morse la spalla, leccò il sale della pelle, e ricominciò a muoversi con spinte corte e lente, quasi a impastare il proprio seme più a fondo.
«Senti come mi tieni ancora», mormorò contro l’orecchio di lei. «Caldo, stretto, pieno della mia sborra. Stanotte questo buco è mio.»
Bianca gemette, la voce roca. Si sporse in avanti sul materasso, sollevando di più il bacino, e lo guardò di sbieco con le pupille dilatate. «Allora usami. Voglio che mi allarghi finché non riesco più a chiudermi. Fammelo male e bene insieme.»
Marco uscì quasi del tutto, solo il glande a tenere l’orifizio aperto, poi affondò di nuovo con un colpo secco che le strappò un urlo. Il suono umido e schioccante riempì la stanza. Lui le afferrò i capelli, li tirò indietro finché lei non ebbe la schiena inarcata a U, e iniziò a scoparla con ritmo monotono e pesante. Ogni spinta faceva sbatacchiare le palle contro la figa gonfia; ogni ritirata lasciava uscire un filo di sborra bianca che colava lungo le labbra e bagnava le cosce.
Bianca ansimava parole spezzate. «Più forte… cazzo sì… sento ogni vena… mi spacchi…»
Lui la fece scendere dal letto senza uscire da lei. La mise in piedi, le piegò il busto sul bordo del materasso, le gambe divaricate. Da quella posizione il culo di Bianca era alto, le natiche aperte, l’ano rosso e lucido che si aggrappava al cazzo come una bocca affamata. Marco le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, vide la pelle arrossarsi, e riprese a martellare. Le dita le scesero di nuovo sul clitoride, due polpastrelli che lo strofinavano in senso orario mentre il cazzo entrava e usciva senza pietà.
«Vieni di nuovo», ordinò. «Vieni col culo pieno. Voglio sentire lo sfintere che mi munge.»
Bianca iniziò a tremare. Le cosce si contrassero, le unghie graffiarono le lenzuola, e un secondo orgasmo la scosse più forte del primo. Urlò contro il materasso, il suono soffocato e gutturale, mentre l’anello muscolare si chiudeva a ondate convulse intorno all’asta di Marco. Lui non si fermò. Continuò a spingere attraverso gli spasmi, godendo della resistenza improvvisa, del calore che sembrava volerlo stritolare.
Quando i brividi calarono, la sollevò di peso e la portò contro il muro vicino alla finestra. Bianca si aggrappò alle spalle di lui, le gambe intorno alla vita. Marco la tenne sollevata e la infilzò di nuovo, questa volta guardandola dritto negli occhi. I seni le ballavano a ogni affondo; i capezzoli duri sfregavano contro il torace sudato di lui. Lei lo baciò, denti e lingua, e mormorò tra un respiro e l’altro:
«Più fondo… voglio sentirlo nella pancia… rompimi…»
Lui accelerò. Il ritmo diventò selvaggio, le natiche di Bianca che sbattevano contro il muro a ogni colpo. Il lubrificante e la sborra facevano schizzi minuti ogni volta che il cazzo spariva fino alla radice. Bianca gettò la testa indietro, gli occhi chiusi, e un terzo orgasmo la colse di sorpresa: un gemito lungo e rotto, le unghie conficcate nella schiena di Marco, la figa che gocciolava sul pavimento mentre il culo si contraeva di nuovo in spasmi elettrici.
Marco sentì arrivare il proprio. Tirò fuori, la fece mettere in ginocchio sul tappeto, e le tenne la testa con entrambe le mani mentre le sfregava il cazzo lucido e gonfio sulle labbra. «Apri. Gustati quello che ti ho messo dentro.»
Bianca leccò, succhiò, lo prese in gola finché le lacrime le uscirono agli angoli degli occhi. Marco ruggì e venne di nuovo, getti caldi che le schizzarono sulla lingua, sul mento, su un seno. Lei inghiottì quello che poteva, il resto le scivolò sul collo. Lui la sollevò, la gettò di nuovo sul letto a pancia in su, le alzò le gambe sulle spalle e rientrò nel culo ancora dilaniato e pieno. Gli ultimi colpi furono lenti, profondi, quasi a impastare tutto insieme: sborra vecchia e nuova, lubrificante, sudore.
Restò conficcato fino a che il cazzo cominciò a ammorbidirsi. Solo allora si sfilò. L’ano di Bianca restò semiaperto un secondo, un buco scuro e lucido da cui uscì un rivolo denso di sborra che le colò tra le natiche e bagnò le lenzuola. Lei ansimava, le gambe ancora aperte, il corpo scosso da piccoli tremiti post-orgasmo.
Marco si stese accanto, un braccio sotto il collo di lei. Le dita le accarezzarono il ventre, scesero a sfiorare la figa ancora sensibile, poi tornarono su. Bianca si voltò di fianco, gli nascose il viso contro il petto. Per un po’ ci fu solo il rumore dei respiri che si calmavano e il ticchettio distante di un orologio.
Poi lei parlò, voce piccola.
«Marco…»
«Mh.»
«È stato… troppo.» Silenzio. «Non il cazzo. Quello… cazzo, era perfetto. Mi hai fatto venire dal culo come non credevo possibile. Ma adesso…» Si mordicchiò il labbro. «Adesso mi sento strana. Vuota. Come se avessi dato via qualcosa che non posso riprendere. Siamo vicini di casa. Domani ci vedremo in ascensore e io saprò che mi hai sborrato dentro tre volte e che il mio culo è ancora aperto per te. E non so se… se volevo davvero questo. O se volevo solo sentirmi desiderata da qualcuno con le braccia grosse.»
Marco restò fermo. La mano le accarezzava ancora la schiena, ma più leggera, quasi indecisa. Dentro di lui qualcosa si era spezzato pure: non il piacere, quello c’era stato, brutale e vero. Ma l’immagine di lei che la mattina dopo avrebbe evitato il suo sguardo, o peggio, che avrebbe bussato di nuovo solo per farsi usare e poi odiare se stessa. Non aveva pensato oltre il letto. Non aveva pensato al dopo.
«Io…» cominciò, e si fermò. Non sapeva cosa dire. Le aveva promesso di non fermarsi finché non fosse venuta altre due volte. Aveva mantenuto. Ma adesso il seme che le usciva ancora dal culo sembrava solo la prova di una frettolosità stupida.
Bianca si alzò di scatto, raccolse i leggings dal pavimento, li infilò senza mutandine. Il top sportivo lo tirò su di fretta. Non lo guardò mentre camminava verso la porta della camera.
«Grazie per l’allenamento», disse con un mezzo sorriso storto che non raggiungeva gli occhi. «E per… il resto. Ma forse è meglio se resto solo la vicina del piano di sotto.»
La porta dell’appartamento si chiuse con un click soffice. Marco rimase sul letto, il cazzo ancora un po’ lucido di lei, le lenzuola macchiate, e un vuoto improvviso nel petto che non aveva previsto. Fuori, la città continuava a rumoreggiare. Dentro, restava solo il dubbio caldo e appiccicoso di aver preso troppo e dato troppo poco.
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