Sguardo Mascherato sull’Acqua

Due bei ragazzi di trent'anni si incontrano su una gondola di notte e finiscono a scopare come animali fino all'alba.

18 min read September 04, 2026New

L’acqua nera del canale leccava piano lo scafo della gondola privata, ormeggiata sotto un ponte di pietra consumata dove le lampade di ferro spargevano solo chiazze giallastre e ombre lunghe. Era passata da un pezzo la mezzanotte e Venezia dormiva con quel silenzio umido che sa di sesso nascosto. Lukas stava fermo sul muretto di pietra, le mani conficcate nelle tasche del cappotto leggero, e guardava l’uomo mascherato seduto a poppa come se gli avesse già messo le mani addosso.

Marco aveva una maschera nera di cuoio che gli copriva gli occhi e il naso, lasciando libere solo la bocca carnosa e il mento rasato di fresco. I capelli scuri gli cadevano un po’ scompigliati sulla fronte. Il corpo era quello di un uomo di trent’anni allenato: spalle larghe sotto la camicia bianca aperta sul petto peloso, cosce solide strette nei pantaloni neri. Quando alzò lo sguardo verso Lukas, gli occhi scuri dietro le fessure della maschera lo trafissero senza pudore. Non c’era equivoco. Quello sguardo diceva “ti voglio scopare” con la stessa chiarezza di una mano sul cazzo.

Lukas sentì il sangue scendere dritto all’inguine. Aveva trent’anni anche lui, tedesco, alto, biondo sporco, petto largo e culo sodo da chi passa ore in palestra. Il turista perfetto che di giorno scatta foto e di notte cerca cazzo. Sorrise, lento, e lasciò che lo sguardo gli scendesse sul corpo di Marco senza nascondere nulla.

«Cazzo, che bocca», mormorò in un italiano spezzato ma chiaro. «E quelle spalle. Sembrano fatte per tenermi fermo mentre mi sfondi.»

Marco rise basso, un suono rauco che gli vibrò in gola. Spostò appena le gambe, aprendo le cosce, e il tessuto dei pantaloni tirò sull’evidenza del cazzo già mezzo duro.

«E tu», rispose con quella voce di velluto sporco tipica dei veneziani che sanno quanto vale un stronzo straniero di passaggio, «hai le labbra da succhiacazzi e le mani da aggrapparti ai legni della gondola mentre ti metto a pecorina. Vieni più vicino. Voglio vederti meglio mentre mi dici quanto ti piace l’idea.»

Lukas scese i due scalini di pietra e si avvicinò al bordo della gondola. L’odore dell’acqua stagna e del legname umido gli entrò nelle narici insieme a qualcosa di più caldo: la pelle di Marco, un po’ di sudore, un po’ di colonia scura. I loro sguardi non si mollarono un secondo. Lukas si leccò il labbro inferiore, deliberato.

«Mi ecciti da far male», disse. «Quella maschera… cazzo, non vederti tutto in faccia mi fa venire voglia di inginocchiarmi e tirarti fuori il cazzo qui, adesso. Sei grosso, vero? Si vede dal modo in cui ti tira il pantalone.»

Marco chinò appena il capo, gli occhi che brillavano dietro il cuoio.

«Sali.» La voce era roca, un ordine che non ammetteva rifiuto e non ne aveva bisogno. «Sali e toccami. Voglio sentire le tue mani prima di ficcarti la lingua in gola.»

Lukas non esitò. Mise un piede sulla tavola oscillante, poi l’altro, e la gondola dondolò piano. Si sedette di fronte a Marco, così vicini che le ginocchia si sfiorarono. L’aria tra loro era calda, densa. Marco allungò una mano e gli sfiorò le dita, poi le prese, le strinse, le fece scivolare sulla propria coscia interna. Il tessuto era caldo sotto il palmo di Lukas. Sentì il muscolo duro, il calore che saliva verso l’inguine.

«Così», mormorò Marco. «Più su. Non essere timido, tedesco. Sei già duro, si vede dal rigonfiamento. Vuoi che ti tocchi?»

Lukas annuì, il respiro già corto. Le sue dita si mossero più audaci, accarezzando la coscia di Marco fino a sfiorare il contorno del cazzo. Marco emise un suono basso di approvazione e ricambiò: la sua mano scivolò sulla coscia di Lukas, salì, premette contro il pacco gonfio. Entrambi sospirarono nello stesso istante.

«Cazzo sì», soffiò Lukas. «Toccami. Guardami mentre lo fai. Mi fa impazzire l’idea che uno sconosciuto mascherato mi stia masturbando su una gondola in mezzo al canale. Voglio che mi guardi e mi scopi. Voglio che mi usi come un buco caldo fino all’alba.»

Marco non rispose subito con parole. Gli afferrò il polso, lo tirò più vicino, e con l’altra mano aprì i bottoni dei pantaloni di Lukas con gesti sicuri, pratici. La cerniera scese. La mano di Marco entrò, trovò il cotone dell’intimo già umido di prefisso, lo scostò e chiuse le dita intorno al cazzo di Lukas. Era grosso, duro, caldo, le vene che pulsavano contro il palmo. Marco lo strinse e iniziò a muovere il polso lento, su e giù, il pollice che strofinava la fessura già bagnata.

«Così ti piace?», chiese con la voce roca contro la bocca di Lukas. «Uno sconosciuto mascherato che ti sega mentre ti guarda dritto negli occhi. Dimmi quanto ti eccita.»

Lukas gemette, le anche che si muovevano incontro alla mano. «Mi eccita da morire. Voglio il tuo cazzo in gola e nel culo. Voglio che mi fotti come un animale, senza pietà, e che mi guardi con quella cazzo di maschera mentre sborro. Continua… più forte.»

Marco lo baciò. Non fu un bacio dolce: fu lingua, denti, respiro caldo. Lukas aprì la bocca e lo accolse, succhiandogli la lingua, gemendo nel bacio mentre la mano di Marco accelerava sul suo cazzo. Il rumore umido della masturbazione si mescolava al lieve sciabordio dell’acqua contro lo scafo. Lukas cacciò la mano nei pantaloni di Marco a sua volta, liberò il cazzo pesante e grosso, lo strinse, lo strofinò con lo stesso ritmo. Erano entrambi scoperti dalla vita in giù, le mani che lavoravano, i baci che diventavano sempre più sporchi, saliva che colava sugli angoli delle bocche.

«Più forte», ansimò Lukas contro le labbra di Marco. «Segami come se volessi farmi sborrare adesso. Poi mettimi a quattro zampe su questi cuscini e fottimi. Voglio sentire il tuo cazzo spingermi le budella.»

Marco strinse la presa, il pollice che girava intorno al glande, raccogliendo il liquido pre-sborro e usandolo come lubrificante. La gondola dondolava piano a ogni movimento dei loro corpi. Gli occhi dietro la maschera non lasciavano il viso di Lukas, bevevano ogni smorfia, ogni gemito.

«Sei un porco», mormorò Marco, la voce piena di lust. «Un bel turista biondo che si fa masturbare da uno sconosciuto veneziano e già piange per il culo. Ti farò venire così forte che ti tremeranno le gambe. Ma non ancora. Prima voglio che mi succhi. Voglio vedere quelle labbra intorno al mio cazzo mentre ti tengo i capelli.»

Lukas gemette di nuovo, più acuto, e spinse i fianchi contro la mano di Marco. Il bacio riprese, lingua contro lingua, umido e disperato. Le mani non si fermarono: salivano e scendevano, stringevano, strofinavano. Lukas sentiva le palle tirarsi, il piacere salire troppo in fretta, e allora rallentò di proposito la mano sul cazzo di Marco, solo per farlo gemere di frustrazione.

«Non fermarti», ordinò Marco contro la sua bocca. «Segami mentre ti bacio. Voglio sentire quanto sei affamato.»

Si baciarono ancora, più profondi, quasi a mangiarsi. Le dita di Lukas scivolarono più in basso, accarezzarono le palle pesanti di Marco, le strinsero piano mentre il pollice riprendeva a strofinare la testa del cazzo. Marco ricambiò, la mano che ora scendeva sotto le palle di Lukas, un dito che premeva sul perineo, promettendo di più. La tensione era un filo teso, pronto a spezzarsi, eppure nessuno dei due voleva ancora arrivare in fondo. C’era tutta la notte. C’era la gondola che li teneva nascosti. C’era lo sguardo mascherato che continuava a bruciare.

Lukas si staccò dal bacio solo abbastanza da parlare, il fiato caldo contro le labbra di Marco.

«Portami sotto», sussurrò. «Toglimi i pantaloni del tutto. Voglio il tuo cazzo contro il mio, pelle contro pelle, e poi voglio che mi giri e mi apri il culo con le dita mentre mi guardi. Fammelo, Marco. Usami.»

Marco sorrise, lento, sporco, gli occhi che brillavano dietro il cuoio nero. La mano non lasciò il cazzo di Lukas. Continuò a muoversi, lento e crudele, mentre l’altra mano iniziava già a spingere i pantaloni più in giù sui fianchi del tedesco. L’acqua batté piano contro lo scafo. Da qualche parte lontana una campana suonò l’una. La notte era ancora lunga, e i due corpi sulla gondola avevano appena cominciato a bruciare.

L’acqua continuava a leccare lo scafo mentre Marco spingeva i pantaloni di Lukas più in giù, oltre le cosce, fino a farli scivolare sulle scarpe. Il tedesco ansimava già, il cazzo grosso e lucido di prefisso che gli batteva contro il ventre peloso di Marco. Le dita di Marco non lasciarono il cazzo altrui; lo strinse ancora, lento e crudele, mentre con l’altra mano gli abbassava di scatto anche l’intimo. L’aria umida della laguna gli toccò il culo nudo e Lukas gemette.

«Gira», ordinò Marco con la voce roca. «Piegati. Voglio vederti aperto prima di ficcartelo dentro.»

Lukas obbedì subito, le ginocchia che tremavano di anticipazione. Si piegò in avanti, le mani che si aggrapparono al bordo di legno liscio della gondola, il culo sodo offerto all’aria notturna. Marco gli si mise alle spalle, i pantaloni aperti, il cazzo pesante che gli schiaffeggiò le chiappe. Lo tenne per i fianchi con entrambe le mani, le dita che affondavano nella carne calda, e lo guardò da dietro la maschera mentre allineava il glande contro il buco stretto.

«Sei già bagnato di saliva e di voglia», borbottò, spingendo solo la testa. «Cazzo, come ti stringi. Dirai che ti piace quando ti sfondo, vero?»

«Sì… cazzo sì, mettilo tutto», ansimò Lukas, spingendo indietro i fianchi. «Inculami forte. Usami come un buco.»

Marco spinse. Un colpo lungo, deciso, che gli aprì il culo centimetro dopo centimetro finché le palle non gli battevano contro le chiappe. Lukas urlò a denti stretti, il piacere-dolore che gli salì dritto alla gola. Marco non diede tregua: iniziò a scoparlo in piedi da dietro, tenendolo fermo pei fianchi, i colpi profondi che facevano scricchiolare il legno sotto di loro. La gondola dondolava a ogni spinta. Il cazzo grosso di Marco entrava fino in fondo, usciva quasi del tutto e poi ripiombava dentro con uno schiocco umido.

«Prendilo», ringhiò Marco, alzando una mano e menando uno schiaffo sonoro sul culo destro di Lukas. La carne tremaiò, arrossì. Un altro schiaffo a sinistra, poi di nuovo i fianchi strette e un’infornata profonda che spingeva le budella. «Ti piace quando ti sculaccio mentre ti riempio? Dimmi.»

«Mi piace da morire… più forte, spaccami», gemette Lukas, la testa china, i capelli biondi sudati che gli cascavan sugli occhi. Sentiva ogni vena del cazzo di Marco strofinargli la prostata, ogni schiaffo che gli faceva contrarre il culo intorno a quella sborra calda. Marco alternava: tre colpi profondi, pesanti, che gli facevano vedere stelle, poi uno schiaffo secco, poi di nuovo la presa ai fianchi e spinte da animale. Il sudore gli scorreva tra le scapole, la maschera gli appannava gli occhi ma lo sguardo non lasciava il culo arrossato che si apriva e si chiudeva sul suo cazzo.

Continuò così per minuti lunghi, sporchi, il ritmo che saliva e scendeva solo per far disperare Lukas. Quando il tedesco iniziò a spingere indietro da solo, cercando di prendere di più, Marco lo tirò indietro di colpo, lo fece raddrizzare e lo girò di fronte a sé. Il cazzo uscì con un suono umido e schizzò di prefisso. Lukas aveva le labbra gonfie, gli occhi lucidi.

«In ginocchio», disse Marco. «Adesso mi succhi. Voglio vedere la saliva che ti cola mentre ti strozi sul mio cazzo.»

Lukas scivolò in ginocchio sui cuscini della gondola, le mani che gli salirono sulle cosce. Afferrò il cazzo lucido di sugo e di culo, lo avvicinò alle labbra e lo prese in bocca d’un colpo, spingendosi fino a far toccare il fondo della gola. Marco gli afferrò i capelli biondi e lo tenne lì, spingendo i fianchi. Lukas gorgogliò, gli occhi che lacrimavano, ma non si tirò indietro: succhiava a fondo, la lingua che lavorava sotto il glande ogni volta che usciva, poi di nuovo giù fino a strozzarsi. La saliva gli colava abbondante dagli angoli della bocca, gli scendeva sul mento, gli gocciolava sul petto nudo. Marco gemette guardandolo da dietro la maschera, fucking la faccia di quel bel turista come se fosse solo un buco caldo.

«Così, porco… più in fondo. Guarda come ti cola tutta. Sei fatto per avere il cazzo in gola.»

Lukas tirò fuori il cazzo solo per riprendere fiato, un filo di bava che gli univa le labbra al glande, poi lo riaffondò, succhiando con rumore sporco, le mani che gli massaggiavano le palle pesanti. Marco lo lasciò fare ancora un po’, poi lo tirò su per i capelli, lo baciò assaggiando se stesso sulla bocca altrui, e lo fece sdraiare di schiena sui cuscini. Gli alzò le gambe, gliele piegò e se le caricò sulle spalle. Il culo di Lukas era di nuovo esposto, il buco rosso e aperto che pulsava.

«Adesso ti prendo così», disse Marco, allineandosi. «Voglio vederti in faccia mentre ti sborro dentro. Tieni le gambe aperte.»

Spinse dentro d’un sol colpo, fino in fondo. Lukas gridò, le unghie che gli graffiarono la schiena. Marco iniziò a scoparlo in missioneer selvaggio, le cosce di Lukas piegate, i piedi che gli pendevano oltre le spalle, ogni spinta che faceva battere le palle contro il culo. Il ritmo era bestiale: profonde, rapide, il legno della gondola che scricchiolava, l’acqua che schizzava contro lo scafo. Marco lo teneva per le cosce, lo piegava ancora di più, il cazzo che martellava la prostata senza pietà. Lukas ansimava, gemiti rotti che diventavano urla ogni volta che il glande gli strofinava quel punto.

«Cazzo… mi fai venire… non fermarti», rantolò Lukas, una mano che si chiudeva sul proprio cazzo e iniziava a segarselo forte, al ritmo delle spinte. «Sborrami dentro. Riempimi. Voglio sentirlo caldo.»

Marco accelerò, i fianchi che sbattevano, il sudore che gli gocciolava dal mento sulla maschera e sul petto di Lukas. Lo sguardo dietro il cuoio era nero di lussuria. Sentiva le palle tirarsi, il piacere che saliva come un’ondata. Continuò a fotterlo duro, selvaggio, finché il culo di Lukas non iniziò a contrarsi a spasmi intorno al suo cazzo.

«Vengo… cazzo vengo», urlo Marco, e scaricò. Getti caldi e spessi che gli esplosero dentro, pompando sborra densa in fondo al culo di Lukas mentre continuava a spingere, a svuotarsi, a spingere ancora. Lukas strillò nello stesso istante, la mano che gli volava sul cazzo: sborrò a fiotti sull’addome, schizzi bianchi che gli macchiarono i peli del ventre, il petto, fin quasi al mento. I due corpi convulsarono uniti, gemiti rauchi che si mescolavano al suono dell’acqua.

Marco restò conficcato dentro ancora qualche secondo, ansimando, poi uscì piano e la sborra gli colò dal buco arrossato di Lukas, scendendo tra le chiappe sui cuscini. Si lasciò cadere di fianco, il cazzo ancora semi-duro e lucido, la maschera che gli appiccicava al sudore della fronte. Lukas aveva le gambe ancora aperte, il respiro corto, lo sguardo perso ma già affamato di nuovo.

Nessuno dei due parlò subito. Solo il dondolio della gondola e il respiro pesante. Marco allungò una mano e raccolse un po’ della sborra sull’addome di Lukas, se la portò alle labbra, la assaggiò, poi ne prese un’altra e la spinse di nuovo dentro il culo del tedesco con due dita.

«Non abbiamo finito», mormorò, la voce roca. «La notte è lunga. Voglio rivederti a quattro zampe tra poco. Voglio che mi lecchi pulito e poi ti rifaccio venire finché non cammini dritto all’alba.»

Lukas rise basso, esausto e già di nuovo duro, e gli afferrò il cazzo ancora caldo. «Allora non perdere tempo. La maschera resta. Voglio che mi guardi così mentre mi rimetti a pecora e mi rifotti fino a farmi male.»

Marco sorrise sporco dietro il cuoio e lo baciò di nuovo, lingua e denti, mentre le dita gli lavoravano ancora il culo pieno di sborra. L’acqua nera continuava a leccare lo scafo. Da lontano un’altra campana segnò l’ora, ma loro non la sentirono. C’era ancora troppo cazzo da dare e da prendere prima che la luce spuntasse sui canali.

Marco restò conficcato ancora un attimo, il respiro caldo contro il collo sudato di Lukas, poi si sollevò appena sulle braccia. Con un gesto lento, quasi cerimoniale, afferrò il bordo della maschera di cuoio e se la tolse. Il cuoio umido di sudore lasciò la pelle segnata, gli occhi scuri finalmente nudi, le ciglia appiccicate, un sorriso complice che gli aprì la bocca carnosa e gli illuminò tutto il viso. Non c’era più mistero, solo lussuria riconosciuta e un’intimità sporca che puzzava di sborra e canale.

«Guarda chi c’è», mormorò, la voce roca di chi ha appena pompato un carico intero dentro un culo straniero. Chinò il capo e baciò Lukas con una tenerezza da porci: lingua lenta che raccoglieva la saliva mescolata al sapore di cazzo, denti che pizzicavano il labbro inferiore già gonfio, un suono umido di baci che sapevano di sesso appena fatto. Le mani di Marco gli strofinarono i fianchi, le dita ancora unte di sborra che scivolavano sulla pelle calda. «La notte è ancora lunga, tedesco. Non ti lascio andare finché non ti tremano le ginocchia e non cammini storto. Voglio vederti al mattino con il culo pieno e il mio odore addosso.»

Lukas rise basso, esausto e già di nuovo mezzo duro, e gli passò le braccia intorno al collo. Si strinsero sull’ampia panca di cuscini della gondola che dondolava piano, i corpi nudi appiccicati dal sudore e dai liquidi. L’acqua nera leccava lo scafo con monotonia lasciva. Marco raccolse con le dita un filo denso di sborra che cola dal buco arrossato di Lukas, se lo portò alla bocca, lo assaggiò, poi ne prese un’altra porzione e la spalmò sulle labbra del tedesco prima di baciarlo di nuovo, condividendo il sapore amaro e salato. Lukas succhiò le dita di Marco senza pudore, la lingua che le puliva una per una, gli occhi azzurri fissi nei suoi.

Si pulirono a vicenda con le mani, lenti, lascivi. Marco gli massaggiò il ventre, raccogliendo gli schizzi bianchi che Lukas aveva sparato su di sé, se li strofinò sul petto peloso e poi glieli fece leccare dal collo. Lukas ricambiò: scese con la bocca sul cazzo ancora semi-duro di Marco, lo pulì dalla base alle palle con la lingua larga, raccogliendo la sborra mista al sugo del proprio culo, succhiando piano finché non lo sentì rianimarsi contro le labbra. Le mani si cercavano, si strofinavano i culi, si aprivano le chiappe per far uscire e poi ritrarre i resti caldi. Ogni gesto era un’intimità filth, un «ti ho usato e ti userò ancora» detto con la carne.

«Vieni a casa mia», disse Marco contro la bocca di Lukas, mentre le dita gli rientravano piano nel buco ancora molle e pieno. «Ho un letto grande, lube a volontà e tutta la notte. Ti voglio a quattro zampe sul mio materasso, ti voglio seduto sul cazzo guardandomi in faccia adesso che mi hai visto, ti voglio leccare i coglioni mentre ti ficco le dita fino al polso. Fino all’alba. Poi, se cammini ancora dritto, ti do colazione e un altro giro.»

Lukas annuì, il cazzo che gli batteva già di nuovo contro la coscia di Marco. «Portami. Voglio che mi sfondi sul tuo letto come un animale. Voglio vedere il tuo vero viso mentre mi riempi di nuovo.»

Si rialzarono barcollando, si rimesse i pantaloni a metà, le camicie aperte, i corpi ancora lucidi. Marco sciolse l’ormeggio con mani esperte, spinse la gondola fuori dall’ombra del ponte con lunghe pagaiate silenziose. Venezia dormiva. I canali erano neri specchi. In pochi minuti attraccarono a una riva privata, salirono scalini umidi, entrarono in un palazzo basso dal portone scuro. Le scale di pietra echeggiarono i loro passi frettolosi. Al secondo piano Marco aprì una porta pesante e li chiuse dentro.

La casa sapeva di legno vecchio, di cotto e di un po’ di colonia maschile. Un unico grande letto disfatto, lenzuola bianche già un po’ stropicciate, una finestra che dava sul canale. Appena la porta si chiuse alle spalle, Marco spogliò Lukas del tutto, gli strappò via camicia e pantaloni, lo spinse a sedere sul bordo del materasso e si inginocchiò tra le sue cosce. Gli prese il cazzo in bocca fino in fondo, succhiando forte, le guance cave, la saliva che cola. Lukas gettò la testa indietro, le mani nei capelli scuri di Marco, spingendo i fianchi. «Cazzo… così… più a fondo… voglio venire in gola prima che mi rimetta il tuo dentro.»

Marco lo succhiò con rumore osceno, la lingua che lavorava sotto il glande, un dito che gli rientrava nel culo ancora scivoloso di sborra. Quando sentì le palle di Lukas tirarsi, si staccò, lo baciò in bocca con sapore di cazzo e lo fece girare a pecorina sul letto. «Lube», borbottò, allungando una mano al comodino. Versò olio denso sulle dita, ne spinse tre dentro d’un colpo, aprendo, allargando, cercando la prostata finché Lukas non gemette e non spinse indietro. Poi allineò il cazzo grosso, già di nuovo duro come pietra, e lo affondò fino alle palle con un’unica spinta lunga.

Il ritmo fu subito bestiale. Marco lo prese pei fianchi, le dita che affondavano nella carne, e iniziò a scoparlo a colpi secchi e profondi che facevano battere la testiera contro il muro. Ogni infilata produceva uno schiocco umido di sborra vecchia e lube nuovo. Lukas urlava nel cuscino, le ginocchia divaricate, il culo che si apriva e si chiudeva goloso. «Più forte… spaccami… voglio sentirlo domani quando cammino», ansimava. Marco gli menò schiaffi sonori sulle chiappe, le lasciò rosse, poi lo tirò su per i capelli biondi e lo baciò di lato mentre continuava a fotterlo, lingua e denti, respiro da cane.

Lo girò di scatto, lo mise sulla schiena, gli caricò le gambe sulle spalle e riprese a martellare in missioneer, gli occhi nudi che bevevano ogni smorfia. «Adesso ti vedo», ringhiò. «Adesso so chi sto riempiendo. Stringi. Voglio sentire il tuo culo mungere.» Lukas strinse, le unghie che gli graffiarono petto e spalle, una mano che si segava il cazzo a ritmo delle spinte. Vennero quasi insieme: Marco scaricò il secondo carico caldo e denso in fondo, pompando a scatti, Lukas schizzò tra i loro addomi, fiotti bianchi che gli macchiarono i peli del petto. Restarono uniti, ansimanti, il cazzo di Marco che pulsava ancora dentro.

Ma la notte non finiva. Si ripulirono a morsi e leccate, poi Lukas si mise a cavalcioni, gli affondò il culo sul cazzo già riarso e iniziò a saltare, le cosce che lavoravano, il petto sudato che luccicava. Marco lo teneva pei fianchi e spingeva dal basso, guardandolo in faccia, baciandogli i capezzoli, succhiandoli. «Così, bel turista… usami il cazzo… svuotati di nuovo.» Lukas cavalcò fino a un terzo orgasmo secco, le cosce che tremavano, il culo che si contraeva a spasmi. Marco lo fece scendere, lo mise a leccargli i coglioni e l’asta lucida di sborra, poi lo rifotté di lato, una gamba alzata, colpi lenti e profondi che gli strofinavano la prostata senza pietà finché non lo fece venire ancora, questa volta a mani libere, solo con il cazzo dentro.

Ore passarono così. Posizioni che si succedevano: Lukas a testa in giù con il culo all’aria mentre Marco lo apriva con lingua e dita prima di rientrare; i due in piedi contro la finestra socchiusa, il canale sotto, Marco che lo teneva sollevato pei cosci e lo sfondava verticalmente; di nuovo sul letto, culo contro culo, mani che si masturbavano a vicenda mentre si baciavano sporchi. Ogni volta le voci diventavano più rauche, i corpi più scivolosi di sudore e liquidi, i baci più teneri e filth insieme. «Ancora», sussurrava Lukas. «Fino all’alba. Voglio camminare storto.» Marco rispondeva con spinte e morsi sulla spalla, con sborra che gli cola lungo le cosce, con dita che gli tenevano il buco aperto perché non perdesse una goccia.

Quando la luce grigia dell’alba iniziò a filtrare dalle persiane, erano di nuovo abbracciati di fianco, il cazzo di Marco ancora conficcato piano nel culo di Lukas, entrambi svuotati all’osso. I respiri si erano fatti lunghi, pesanti. Marco gli accarezzava i capelli biondi umidi, gli baciava la tempia con labbra salate. Nessuna parola ormai. Solo il dondolio lontano dell’acqua fuori, il caldo dei corpi attaccati, l’odore denso di sesso che riempiva la stanza. Lukas chiuse gli occhi. Marco restò fermo dentro di lui, senza muoversi. Il silenzio scese completo, spesso come la laguna all’alba, e li avvolse.

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