Fugace Desiderio sul Tetto: L’Estate che Finisce con Lei

Due vicine di casa, una fotografa ventisettenne e una barista trentaduenne, si divorano di desiderio lesbico sul tetto all’ultima notte d’estate.

10 min read September 16, 2026New

Il sole stava già scivolando dietro le cupole di Roma, tingeva di arancio scuro le terrecotte dei tetti e lasciava sull’aria quel caldo denso, quasi liquido, che annunciava la fine dell’estate. Giulia, ventisette anni, fotografa freelance con le spalle ancora bruciate dalle riprese diurne, spitava il pavimento del tetto del loro palazzo con un telo vecchio di lino e sistemava la bottiglia di bianco fresco che aveva preso dal frigo di casa. Marta uscì dalla botola poco dopo, trentadue anni, barista dal corpo atletico e dalle braccia segnate dalle ore dietro al bancone, i capelli scuri raccolti in fretta, la maglietta leggera che si attaccava al torace sudato.

Si conoscevano da anni. Vicine di pianerottolo, scambi di sguardi prolungati quando si incrociavano sulle scale, sorrisi complici mentre Marta le passava il caffè al bar sotto casa e Giulia fingesse di sistemare l’obiettivo. Quella sera l’aria era troppo spessa per fingere ancora.

«Ultima notte vera», disse Marta, sedendosi vicino a lei, le ginocchia che si sfioravano. «Domani già si sente l’autunno.»

Giulia stappò la bottiglia, versò due bicchieri. Il vino era freddo, acidulo, scendeva giù con un brivido. «Io odiavo sempre settembre. Troppo di fretta a chiudere le cose.»

Parlavano del futuro. Giulia di un servizio a Milano, Marta di un possibile cambio di locale. Ma le parole diventavano scuse. Gli sguardi di Marta scendevano sulla scollatura leggera del vestito di Giulia, sul sudore che le luccicava tra i seni. Giulia ricambiava, fissava la linea del collo di Marta, le labbra carnose che si bagnavano sul bordo del bicchiere. La tensione, quella che avevano tenuto a bada per mesi con battute leggere e porte chiuse di fretta, diventava un peso tra le cosce.

Marta posò il bicchiere. La voce le uscì bassa, roca. «Da mesi, Giulia. Da cazzo di mesi penso solo a baciarti. Ogni volta che ti vedo scendere le scale con quella macchina fotografica appesa al collo, mi viene voglia di spingerti contro il muro e leccarti finché non mi chiami puttana.»

Giulia sentì il calore salirle dritto tra le gambe. Si avvicinò, le ginocchia che graffiavano il telo, finché il loro respiro si mescolò. «Allora fallo. Adesso.» Le labbra si sfiorarono una volta, appena. Poi il bacio esplose: lingue calde, denti che morsiavano, un gemito basso di Marta mentre le mani di Giulia le affondavano nei capelli e le tiravano la testa indietro. Le dita di Marta scivolarono sotto il vestito leggero di Giulia, trovarono la pelle sudata della schiena, scesero a stringere le natiche nude. Nessuna mutandina. Giulia era già bagnata, lo sentiva sul tessuto del telo sotto di sé.

Si divaricarono i vestiti con fretta. Marta le sollevò l’orlo fino al petto, le succhiò un capezzolo duro mentre le dita le accarezzavano la fessura gonfia. Giulia ansimava, le spingeva la testa più giù. «Leccami. Subito.»

Marta la spinse sulla schiena sul telo. Il pavimento del tetto era ancora caldo sotto, le luci di Roma tremolavano lontano. Le sollevò le cosce, le aprì, e si piantò tra di esse con la bocca. Lingua larga, vorace, che leccava dal buco fino al clitoride, succhiava, spingeva. Due dita le entrarono di colpo, curve, cercando quel punto che faceva inarcare Giulia. «Cazzo, sei già una cascata», borbottò Marta contro la carne bagnata. «Puttana bagnata del cazzo, ti scopro da mesi e non sapevo che puzzassi così di sesso.»

Giulia gemette forte, le anche che si spingevano contro la faccia di Marta. «Gira. Voglio assaggiarti.» La fece girare in un sessantanove goffo e perfetto. Ora aveva le cosce di Marta sopra la testa, la fica rasata e gonfia che le gocciolava sulla bocca. Succhiò il clitoride tumido, lo tirò tra le labbra, ci ficcò la lingua dentro mentre Marta continuava a leccarla e a scoparla con le dita. Si chiamavano a vicenda: puttana, troia, bagnata da leccare. Marta le stringeva i fianchi con forza, le unghie che lasciavano segni, le spingeva il culo contro la propria bocca. Giulia le succhiava l’anima, le dita che le aprivano le natiche per leccarle anche lì, più in basso, mentre il sapore di Marta le riempiva la gola.

Cambiaro posizione senza staccarsi. Marta si mise a cavalcioni sulla faccia di Giulia, si strofinava il clitoride contro la lingua di lei, gemendo e chiamandola «troia fotografa che mi mangia la fica sul tetto». Poi si girarono di nuovo, Marta di nuovo tra le gambe di Giulia, tre dita adesso, lingua batteva sul punto più sensibile. Giulia le afferrò i capelli, le teneva la testa lì. «Non ti fermare, cazzo, sto venendo—»

Arrivarono insieme. Un orgasmo violento, sincronizzato, corpi che si contorcevano sul telo, cosce che tremavano, umori che si mescolavano al sudore. Giulia urlò contro la coscia di Marta, Marta gemette con la bocca ancora piena di lei. Si scossero a lungo, scosse che scendevano dalla pancia fino alle dita dei piedi, bagnate, appiccicose, ansimanti.

Rimasero intrecciate, il respiro corto. Marta si trascinò su, le baciò le labbra ancora lucide dei suoi stessi umori, leccò piano. «Questa non sarà l’ultima volta», le sussurrò contro la bocca. «Non pensarlo neanche.»

Le prime luci dell’alba cominciavano a tingere il cielo di un grigio rosato, i gabbiani già gridavano sopra il Tevere. Si rivestirono lentamente, dita che si attardavano sulla pelle ancora calda, un ultimo bacio lungo, profondo, che sapeva di vino e di sesso. Marta le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. «Domani sera. Il mio appartamento. Porta la macchina fotografica se vuoi… o lascia tutto a casa e vieni solo a farti scopare di nuovo.»

Giulia sorrise, le gambe ancora molli, il vestito appiccicato. Il tetto odorava di loro. L’estate finiva, ma qualcosa di più denso e caldo stava solo iniziando a bruciare.

L’aria di settembre pesava già diversa quando Giulia suonò al citofono di Marta. Il campanello rispose con un clic secco e la porta si aprì su un corridoio stretto, odoroso di sapone e di caffè appena fatto. Marta stava aspettando a torso nudo, solo un paio di shorts grigi a vita bassa, i capelli ancora umidi dalla doccia, le braccia muscolose lucide di crema. Ventisette anni di Giulia e trentadue di Marta non bastavano a contenere quello che si guardavano: fame cruda, senza filtri.

«Entra prima che cambi idea», borbottò Marta, chiudendo la porta alle sue spalle. La spinse contro il muro del corridoio con un bacio che sapeva di menta e di sesso non ancora consumato. Le lingue si cercarono subito, feroci. Le mani di Marta scesero dritte sotto il vestito corto di Giulia, trovarono le natiche nude e le strette forte. «Di nuovo senza mutande. Troia. Sapevo che saresti venuta così.»

Giulia gemette contro la bocca di lei, le dita già sui seni pesanti di Marta, i capezzoli duri che premevano contro i palmi. «Da ieri non penso ad altro. Mi sono toccata due volte oggi immaginandoti mentre mi dici puttana.»

Marta la trascinò in soggiorno. Il divano era largo, un lampada bassa gettava luce calda sulle pareti. Si spogliarono senza eleganti, strappando. Il vestito di Giulia finì a terra, gli shorts di Marta pure. Pelle contro pelle, sudore leggero che già le univa. Marta la piegò sul bracciolo del divano, le cosce divaricate, e le leccò la fica da dietro con una lingua larga e lenta, spingendo fino a farle allargare le natiche con le mani. «Puzzi ancora di ieri sera. Di vino e di me. Cazzo, quanto ti volevo di nuovo.»

Giulia affondò le unghie nel tessuto del divano, le anche che spingevano indietro. «Mettici le dita. Tutto. Adesso.» Marta ne infilò tre di colpo, curve, bagnate fino al palmo, mentre la lingua batteva sul clitoride gonfio. Il suono era osceno, schiocchi umidi che riempivano la stanza. Giulia ansimava, chiamandola troia, barista di merda che le mangiava la fica come se fosse l’ultima cosa da fare al mondo. Marta le diede uno schiaffo leggero sulla natica, poi un altro più forte, e Giulia strinse intorno alle dita con un gemito lungo.

Si girarono. Ora Giulia era in ginocchio tra le gambe di Marta sul divano, le cosce di lei spalancate, la fica rasata e lucida che gocciolava già. Succhiò il clitoride con avidità, lo tirò tra le labbra, ci ficcò la lingua dentro mentre due dita le entravano e uscivano. Marta le afferrò i capelli e le tenne la testa ferma. «Così. Proprio così, puttana fotografa. Leccami come se volessi portarmi a casa sulla lingua.» Giulia lo fece, leccando anche più in basso, l’ano stretto, spingendo la punta della lingua mentre le dita lavoravano. Il sapore di Marta era denso, salato, le riempiva la bocca e le faceva pulsare il basso ventre.

Marta la tirò su, la fece sedere a cavalcioni sul suo volto. «Strofina. Usami la faccia.» Giulia si abbassò, il clitoride contro la lingua calda, si mosse avanti e indietro lasciando scie bagnate sulla bocca e sul mento di Marta. Gemette forte, le mani sui seni di sé stessa, stringendo i capezzoli. «Ti scopro da mesi e non sapevo che avessi la lingua così da troia. Continua. Non ti fermare.» Marta le teneva i fianchi, le unghie conficcate, e le succhiava con rumore, leccando tutto quello che scendeva. Quando Giulia cominciò a tremare, Marta la spinse un po’ più avanti e le infilò la lingua nell’ano, leccandola a fondo mentre due dita le scopavano la fica. L’orgasmo arrivò a scatti: Giulia urlò, si contrasse, bagnò il viso di Marta senza ritegno, le cosce che scuotevano.

Non si fermarono. Marta la rovesciò sulla schiena, le aprì le gambe e le montò la coscia, fica contro fica, strofinandosi con forza. I clitoridi si sfregavano bagnati, scivolosi, il contatto caldo e pressante. Si baciarono sporche, sapore di entrambe mescolato. «Guardami», disse Marta, ansimando. «Guardami mentre ti scopo così. Sei mia stasera. Tutta.» Giulia le morderà il labbro, le mani sulle natiche di Marta che spingevano il ritmo. «Tua. Fottimi. Usami. Sono già di nuovo una cascata per te.»

Marta allungò il braccio verso il cassetto del tavolino. Tirò fuori un dildo spesso, realistico, di silicone scuro. «L’ho comprato ieri pensando a te. Vuoi?» Giulia annuì senza esitare, le gambe già più aperte. «Mettilo. Scopami con quello mentre mi lecchi.» Marta lo lubrificò con la saliva e i liquidi di Giulia, lo spinse dentro piano, centimetro dopo centimetro, finché non fu sepolto. Poi cominciò a muoverlo, fuori e dentro, mentre la bocca tornava sul clitoride. Il ritmo era preciso, duro, le dita libere che aprivano le labbra per leccare meglio. Giulia si contorceva, chiamandola di tutto: puttana, maiala, leccaculo, scoiattola. Marta rideva basso contro la carne e spingeva più a fondo, ruotando il polso.

Si scambiarono. Ora era Giulia a tenersi il dildo, a infilarlo nella fica di Marta mentre la leccava. Marta a quattro zampe sul divano, il culo alto, gemendo a ogni spinta. «Più forte. Cazzo, così. Riempimi.» Giulia le diede schiaffi leggeri sulle natiche, lasciò segni rossi, e le leccò l’ano tra una spinta e l’altra. Quando Marta venne, lo fece con un urlo rauco, stringendo intorno al silicone, i fluidi che colavano sulle mani di Giulia. Non bastò. Si girò, le prese la faccia tra le mani e la baciò a lungo, leccandole i denti, la lingua. «Ancora. Voglio che mi fai venire di nuovo sulla tua bocca.»

Si sistemarono di nuovo in sessantanove, questa volta più lente, più profonde. Lingue che entravano, dita che cercavano il punto giusto, unghie che graffiavano cosce e schiene. Si chiamavano a vicenda senza pudore, parole basse e sporche che riempivano l’appartamento. Il secondo orgasmo di Giulia arrivò mentre aveva la faccia sepolta tra le gambe di Marta, le anche che battevano, un gemito soffocato contro la fica bagnata. Marta la seguì subito dopo, stringendo le cosce intorno alla testa di lei, tremando tutta.

Rimasero ammucchiata sul divano, sudate, appiccicose, il respiro che si calmava piano. Marta le accarezzò i capelli umidi, le baciò la spalla. «Domani lavoro fino a tardi. Ma dopodomani…» Si interruppe, un sorriso storto, già monologando dentro di sé. Giulia la guardò, ancora molle, le dita che tracciavano cerchi sul ventre piatto di Marta.

Marta fissava il soffitto, già schemando. Avrebbe preso il giorno libero, avrebbe ordinato quella bottiglia di spumante secco che sapeva piacere a Giulia, avrebbe lasciato la porta socchiusa e il dildo sul comodino, e forse avrebbe preso anche le manette morbide che teneva nel cassetto più basso. L’avrebbe legata al letto, le avrebbe leccato ogni centimetro, l’avrebbe fatta venire finché non avrebbe più avuto voce. Poi, quando Giulia sarebbe stata solo un mucchio di nervi scoperti, l’avrebbe portata di nuovo sul tetto, di notte, con la macchina fotografica, e le avrebbe detto di scattare mentre si toccavano a vicenda sotto le stelle di settembre. Non l’estate che finiva. Qualcosa che bruciava più a lungo.

«Dopodomani sera sei mia per tutta la notte», disse ad alta voce, la voce ancora roca. «Porta la macchina se ti va. O non portare un cazzo. Io ho già deciso come ti voglio.»

Giulia sorrise contro la pelle calda del collo di lei, le gambe ancora aperte, il corpo che già anticipava. L’appartamento odorava di loro. Fuori Roma tirava il primo filo d’autunno, ma dentro qualcosa di più denso e viscido aveva appena smesso di smettere.

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