Ultima Notte al Largo: Il Desiderio della Mia Migliore Amica

Due amiche di 28 e 27 anni si scopano con passione tutta la notte sull’ultima crociera in barca.

11 min read September 21, 2026New

Il Mediterraneo era piatto come un foglio di seta scura, e la barca di Yara — undici metri di legno e fibre, curata come un’amante gelosa — dondolava appena sull’ancora, a tre miglia dalla costa. Ventotto anni, skipper da quasi un decennio, Yara aveva le mani segnate dal sale e lo sguardo abituato a leggere il vento prima ancora che si formasse. Quella era l’ultima notte. Domani il rientro in porto, poi le strade che si biforcavano: lei verso una stagione di charter a sud, Renata verso un contratto di tre mesi a Milano, grafica freelance di ventisette anni con le dita sempre macchiate d’inchiostro e le cosce che Yara non riusciva più a smettere di guardare.

Sedute sul pozzetto con le gambe nude, una bottiglia di bianco già mezza vuota tra loro, il silenzio pesava più del calore di agosto. Da mesi i sguardi si allungavano troppo. Sfioramenti «casuali» quando si passavano la scotta. Confessioni a mezzanotte, a voce bassa, mentre il resto dell’equipaggio — amici di passaggio ormai sbarcati — dormiva sotto coperta. Renata aveva ammesso, una notte, la voce rotta: «Da anni, Yara. Il tuo corpo. Ci penso quando mi tocco. Non so più fingere.» Yara non aveva risposto allora. Aveva solo stretto la sua mano fino a far male, e il sangue le era salito alle tempie.

Adesso erano sole. Solo loro due e il cielo pieno di stelle.

Yara stava al timone anche se non serviva, le dita avvolte sul legno liscio, la maglietta bianca appiccicata al petto dal sudore leggero. Renata si alzò, piedi scalzi sul teak caldo della giornata. Si avvicinò da dietro, così vicina che Yara sentì il respiro sul collo prima ancora del tocco. Le dita di Renata le sfiorarono il fianco, scivolando sotto l’orlo della maglietta, pelle contro pelle.

«Voglio assaggiarti prima che sia troppo tardi», sussurrò Renata contro il suo orecchio. La voce era roca, senza più tentennamenti. «Stanotte. Qui. Tutta. Dimmi di sì.»

Yara si girò di scatto. Le prese il viso tra le mani e la baciò come si beve dopo giorni di sete — bocca aperta, lingua che entrava già, denti che graffiavano il labbro inferiore. Renata gemette nel bacio, le mani che salivano sotto la maglietta di Yara, palme calde sui seni sodi, capezzoli già duri che premevano contro le dita. Yara ansimò, le strappò quasi la canottiera di cotone, e i seni di Renata — pesanti, morbidi, con i capezzoli scuri e turgidi — finirono sotto i suoi pollici.

«Cazzo, ti voglio scopare da mesi», ringhiò Yara contro la sua bocca. «Ti voglio bagnata sulle mie dita, sulla mia lingua, fino a farti urlare. Tu pure, dimmelo.»

«Ti voglio leccare finché non tremi», rispose Renata, già con le mani nei pantaloncini di Yara, due dita che premevano sul cotone umido della mutandina. «Voglio sentire quanto sei già fradicia per me. Scopami stanotte, Yara. Scopami come se non ci fosse un domani.»

Si baciarono di nuovo, più grezze, più affamate. Yara spinse Renata indietro, lungo il ponte, fino al parapetto di poppa. La luce della luna le disegnava i corpi. Con un gesto secco le sfilò il bikini — prima il top che volò via, poi lo slip tirato giù sulle cosce — e si inginocchiò. L’odore di Renata, salato e dolce, le riempì il naso. Yara le aprì le cosce con le mani, guardò la figa già lucida, le labbra gonfie, e ci piantò la bocca sopra senza preamboli.

Lingua larga che spalmò i succhi dal buco su fino al clitoride, poi succhio forte, ritmico, le labbra sigillate sul nodulo duro mentre due dita entravano già dentro, curve, cercando. Renata aggrappò il parapetto, la testa rovesciata indietro, i gemiti che si spezzavano in urla corte.

«Yara— cazzo, così— succhiami, non smettere—»

Yara non smetteva. Succhiava il clitoride come se volesse strapparglielo di piacere, la lingua che lo batteva di lato mentre le dita pompavano umide, il suono schioccante che si mischiava al dondolio dell’acqua contro lo scafo. Renata le strinse le cosce intorno alla testa, tremò tutta, e venne con un grido rauco, la figa che pulsava sulla bocca di Yara, i succhi che le colavano sul mento.

Non le diede tempo di riprendere fiato. Renata, ancora scossa, spinse Yara a sdraiarsi sul ponte, le strappò i pantaloncini e le mutande in un colpo solo, e le montò sopra a rovescio — 69 vorace, le ginocchia ai lati della testa di Yara, la figa ancora gocciolante abbassata sulla bocca dell’amica. Yara non aspettò: le affondò di nuovo la lingua dentro mentre Renata, china in avanti, le leccò la figa bagnata con fame da animale, dalla fessura al clitoride, succhiando forte, due dita già conficcate nel buco stretto di Yara.

Si leccavano a vicenda come se il tempo stesse finendo. Yara infilò due dita nella figa di Renata — tre, quando fu abbastanza aperta — e le pompò a fondo, il pollice che premeva l’ano solo per farla gemere più forte, mentre con l’altra mano le mordeva una natica, denti che lasciavano il segno rosso. Renata rispondeva leccando e succhiando il clitoride di Yara, le dita che la scopavano a ritmo svelto, il medio che le sfiorava il punto gonfio dentro finché Yara non iniziò a spingersi contro la sua faccia.

«Vieni nella mia bocca», borbottò Renata contro la figa di Yara, la voce soffocata. «Vieni, ti sento pulsare—»

Vennero quasi insieme. Prima Yara, le cosce che si chiusero intorno alla testa di Renata, un orgasmo violento che le strappò un urlo gutturale, la figa che si strette sulle dita e i succhi che impregnarono le labbra dell’altra. Poi Renata di nuovo, cavalcando la lingua di Yara, le natiche strette, il corpo che si piegava in avanti mentre veniva a scosse lunghe, bagnando il mento e il collo dell’amica.

Non si fermarono. Esaurito il primo picco, restarono aggrovigliate, le dita che continuavano a scoparsi a ritmo più lento ma più profondo — Yara con tre dita dentro Renata, piegate, che la aprivano e la riempivano mentre le succhiava un capezzolo con forza, denti e lingua, fino a farla piagnucolare di piacere. Renata le restituiva il favore, due dita che entravano e uscivano dalla figa di Yara con schiocchi umidi, il pollice sul clitoride, e la bocca sull’altro seno, succhiando il capezzolo duro come se volesse mungerla.

Il ponte sotto di loro era caldo, appiccicoso di sudore e di liquido. L’aria sapeva di sale e sesso. Yara le leccò il collo, le morsi la spalla, le bisbigliò contro la pelle: «Ancora. Voglio sentirti venire di nuovo sulle mie dita. Apriti.» Renata obbedì, allargò le cosce, si spinse incontro, e venne una terza volta — più corta, più acuta — stringendo le dita di Yara dentro di sé mentre le succhiava la lingua.

Quando i corpi smisero di tremare, restarono distese una contro l’altra, nude, lucide di sudore e di saliva, il respiro ancora corto. L’alba cominciava a tingere l’orizzonte di un rosa debole, il mare che rifletteva la luce come metallo liquido. Yara passò una mano sui capelli umidi di Renata, le baciò la fronte, poi la bocca — più dolce adesso, ma ancora affamata sotto la stanchezza.

Renata le sfiorò le labbra con le sue, un bacio lento, e sussurrò contro la bocca di Yara, la voce roca di chi ha urato troppo:

«Questa notte resta il nostro segreto. Solo nostro.»

Yara la strinse più forte. Sotto le loro schiene il legno della barca dondolava piano. Il porto aspettava, le strade diverse pure. Ma le dita di Renata erano ancora tra le sue cosce, pigre, e il desiderio non si era spento: covava solo, caldo, pronto a riprendere appena il corpo avesse ritrovato il fiato. L’ultima notte non era finita. Aveva soltanto cambiato ritmo.

Il dondolio della barca li cullava ancora, pelle contro pelle, sudore e succhi che si mescolavano sul teak ormai freddo di notte. Yara non aveva smesso di tenersi stretta a Renata; le dita le restavano lente tra le cosce umide, pigre ma presenti, tracciando cerchi sul clitoride gonfio finché Renata non ansimò di nuovo contro la sua spalla.

«Non ho finito con te», mormorò Yara, la voce roca di sesso e di sale. Si alzò a sedere, trascinò Renata con sé verso il pozzetto più largo, dove i cuscini di coperta erano ancora sparsi. La luce rosa dell’alba si faceva più decisa, colorava i seni di Renata di rame, i capezzoli scuri ancora duri. Yara se li prese in bocca uno dopo l’altro, succhiando forte, denti che graffiavano appena, mentre spingeva Renata a gambe aperte sui cuscini.

«Guardami», ordinò. Renata obbedì, gli occhi lucidi. Yara le infilò di nuovo tre dita, profonde, curve, e le pompò con ritmo lento e crudele, il palmo che schiaffeggiava il clitoride a ogni spinta. Renata si inarcò, le unghie conficcate nei polpacci di Yara.

«Cazzo… così… aprimi tutta…»

Yara aggiunse il mignolo, quattro dita ora, e le girò dentro cercando quel punto gonfio che faceva tremare le cosce dell’amica. Renata urlò corto, la figa che si stringeva, i succhi che colavano sul polso di Yara fino al gomito. «Vieni ancora. Voglio sentirti pulsare finché non ti resta fiato.»

Renata venne a scosse, un orgasmo lungo che le piegò la schiena e le fece perdere la voce per un attimo. Yara non ritirò le dita; le tenne dentro, immobile, sentendo le pareti che battevano, poi ricominciò a muoverle piano, tirandola fuori dal picco e spingendola di nuovo su.

«Yara, aspetta— troppo—»

«No. Ancora. Mi hai detto di scoparti come se non ci fosse un domani. Allora ti scopo finché l’alba non è piena.»

Si chinò, le leccò i succhi dalle dita ancora sepolte, poi spostò la bocca sul clitoride e succhiò a ritmo con le spinte. Renata le afferrò i capelli, le premé la faccia contro la figa, e venne di nuovo, più debole, più acuta, un filo di saliva che le scendeva dall’angolo della bocca mentre gemiva il nome di Yara.

Quando riuscì a muoversi, Renata rovesciò i ruoli con forza. Spinse Yara sulla schiena, le aprì le cosce larghe, guardò la figa rossa e lucida, le labbra gonfie, e ci cacciò la lingua dentro fino alla radice. Lecca, succhia, morde piano il clitoride, due dita che entrano subito e cercano il ritmo giusto. Yara ruggì, le mani nei capelli di Renata, i fianchi che si sollevavano incontro alla bocca.

«Leccami più forte… sì, così… mettici le dita tutte…»

Renata ne infilò tre, le pompò umide e profonde, il pollice che premeva l’ano di Yara senza entrare del tutto, solo pressione, solo minaccia dolce. Yara si spinse contro quel tocco, la testa gettata all’indietro, i seni che salivano e scendevano col respiro rotto. Renata alzò lo sguardo, la bocca lucida di lei, e disse contro la figa: «Voglio che mi monti la faccia. Voglio annegare nei tuoi succhi.»

Yara obbedì. Si alzò, si accovacciò sopra la bocca di Renata, le ginocchia ai lati della testa, e si abbassò. Renata la afferrò per le natiche e la tirò giù forte, lingua larga che spalmava, naso premuto sul clitoride, dita che tornavano a scoparla dal basso. Yara si dondolava sul volto dell’amica, il movimento della barca che aiutava, i gemiti che uscivano bassi e gutturati.

«Renata… cazzo… mi fai venire così…»

Venne con le cosce che tremavano, la figa che si contraeva sulla lingua, i liquidi che colavano sul mento e sul collo di Renata. Non scese subito. Restò lì, respirando a scatti, mentre Renata continuava a leccare piano, a pulirla, a farla sobbalzare di postumi.

Poi Renata la fece scendere, si mise a cavalcioni sopra una coscia di Yara, figa contro figa, e cominciò a strofinarsi. Pelle bagnata su pelle bagnata, clitoridi che si sfioravano a ogni spinta, le mani di entrambe sui seni l’una dell’altra, a stringere, a pincare i capezzoli. Il rumore era umido, schioccante, mescolato al lieve sciabordio dell’acqua contro lo scafo. Yara le afferrò i fianchi e la guidò più forte, più veloce, finché non sentirono entrambe il calore salire di nuovo.

«Scopami così… strofinati su di me… voglio sentirti squirtare sulla mia figa», ringhiò Yara.

Renata accelerò, la testa gettata all’indietro, i capelli umidi che le battevano sulle spalle. Venne prima lei, un getto caldo che bagnò le cosce di Yara, un grido rauco che si spezzò. Yara la seguì un attimo dopo, le anche che si sollevavano, la figa che pulsava contro quella dell’amica, un secondo getto più leggero che si mescolò al primo.

Crollarono di nuovo, respiri affannosi, corpi appiccicosi. Ma il desiderio non si era spento del tutto. Yara allungò una mano verso la borsa che teneva sempre sotto il sedile del pozzetto, ne tirò fuori un piccolo dildo di silicone scuro, liscio, che usava qualche volta da sola nelle notti lunghe in navigazione. Lo mostrò a Renata senza una parola. Renata sorrise, gli occhi scuri di fame.

«Usalo su di me. Poi lo uso io su di te.»

Yara le aprì le cosce, le passò il giocattolo sulle labbra già fradice, lo spinse dentro piano, poi più a fondo, e cominciò a scoparla con spinte lunghe e regolari. L’altra mano le strofinava il clitoride. Renata si aggrappava al bordo del pozzetto, i gemiti che diventavano di nuovo urla. Yara la scopò finché non la vide venire un’altra volta, il corpo che si contraeva intorno al silicone, i succhi che colavano.

Poi fu il turno di Yara. Renata le infilò il dildo con la stessa fame, le gambe di Yara sulle sue spalle, e la scopò guardandola negli occhi, la voce bassa e sporca: «Prendilo tutto. Sei così stretta… così bagnata per me… vieni ancora, ti voglio sentire.» Yara venne con un urlo soffocato, le unghie conficcate nelle braccia di Renata, la figa che si stringeva a ondate.

Quando il giocattolo fu messo da parte, restarono solo le mani e le bocche. Si leccarono i seni, si morsero le spalle, si scoparono a dita lente e profonde finché i corpi non riuscirono più a dare altro. L’alba era ormai chiara, il sole che spuntava vero sull’orizzonte, il mare che brillava.

Si sdraiarono una sull’altra, nude, esauste, il respiro che finalmente si calmava. Yara le accarezzò i capelli, le baciò la tempia. Renata le posò una mano sul petto, sopra il cuore ancora accelerato.

«Questa notte…», cominciò Renata, la voce spezzata dalla stanchezza e dal sesso. «Resta solo nostra.»

Yara annuì, la strinse. «Solo nostra.»

Il sesso era finito. I corpi non tremavano più. Solo il dondolio leggero e il calore che restava tra le cosce.

Renata chiuse gli occhi contro la spalla di Yara, sorridendo appena, sazia. Quello che Yara non sapeva — e che Renata teneva stretto dietro le labbra ancora gonfie di baci — era che il contratto di Milano non esisteva più da tre giorni. L’aveva rifiutato in silenzio, aveva già spedito la disdetta. Avrebbe seguito la barca di Yara a sud, stagione dopo stagione, finché le strade non avessero smesso di biforcarsi. Ma non lo disse. Non quella mattina. Lasciò che l’ultima notte restasse solo carne e segreto, mentre il sole saliva e il porto, lontano, aspettava ancora.

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