Scommessa Voluta: Il Mio Migliore Amico Mi Prende al Lago
Il mio amico Roman, un trentenne personal trainer, mi scopa duro al lago dopo una scommessa che finisce con me a quattro zampe.
Il sole di fine estate filtrava tra i pini che circondavano la casetta isolata sul lago quando Barrett, ventottenne architetto dal fisico snello ma tonico, scaricò l’ultima borsa dal bagagliaio. L’aria odorava di resina e acqua fresca. Roman, il suo migliore amico da oltre un decennio, trentenne personal trainer dalle spalle larghe e dalle cosce scavate dall’allenamento quotidiano, stava già aprendo le finestre del piano terra, la maglietta aderente che gli marcava i pettorali sudati.
«Finalmente un weekend senza clienti che mi rompono i coglioni», disse Roman con quel sorriso storto che Barrett conosceva troppo bene. «Solo noi due, il lago e niente di programmato.»
Barrett annuì, ma sentì già il solito nodo basso nella pancia. Da mesi, ogni volta che si allenavano insieme o bevevano una birra sul divano, lo sguardo di Roman indugiava un secondo di troppo sulla sua bocca o sul pacco dei jeans. E lui ricambiava, fingendo di non accorgersene. Quella sera, dopo aver disposto le cose e acceso il camino per scacciare l’umidità, si ritrovarono sul deck di legno con due bottiglie di birra artigianale e il silenzio del lago che li avvolgeva.
Roman si sporse in avanti, gomiti sulle ginocchia. «Facciamo una scommessa, dai. Vecchio stile.»
«Che tipo di scommessa?» chiese Barrett, già sospettoso.
«Chi resiste di più. Si provoca a vicenda con battute esplicite, sguardi, tocchi “accidentali”. Il primo che cede e ammette di voler scopare… perde. Il perdente cucina domani e lava i piatti per tutto il weekend.» Roman strinse gli occhi, divertito. «Inizio io. Sai che ieri in palestra, mentre ti allungavi dopo lo squat, ho pensato solo a quanto mi piacerebbe infilarti le dita in culo mentre sei piegato così.»
Barrett sentì il sangue scendere dritto al cazzo. «Porca puttana, Roman.» Bevve un sorso lungo. «Ok. Allora sappi che stanotte, mentre ti toglievo la maglietta con lo sguardo, immaginavo di inginocchiarmi e succhiarti le palle finché non mi venivi in gola.»
Roman rise basso, ma gli occhi si fecero scuri. «Bravo. Continua.»
Per un’ora intera alzarono la posta. Roman gli descrisse come lo avrebbe messo a pecora sul tavolo della cucina, tenendolo fermo per i fianchi e scopandolo a spinte lunghe e profonde. Barrett rispose raccontando di quanto voleva sedersi sul suo cazzo grosso e sentirlo pulsare dentro mentre si masturbava guardandolo. Si sfioravano le cosce “per sbaglio”, si spogliavano con lo sguardo. La tensione che covava da mesi non era più un sottinteso: era nuda, umida, urgente.
A un certo punto Roman posò la bottiglia. «Barrett… lo sai da quanto tempo ti guardo davvero? Non da amico.»
Barrett deglutì. Il cuore gli batteva in gola. «Lo so. Io pure. Ti voglio da cazzo di mesi. Anzi, di più. Ogni volta che mi stringi dopo un PR, sento il tuo odore e mi si indurisce. Ho fantasmato su di te fin troppe notti.»
Roman gli tenne lo sguardo. «Allora abbiamo perso tutti e due la scommessa. E mi sta benissimo.»
Il silenzio che seguì fu carico, quasi elettrico. Nessuno dei due scherzava più.
Al tramonto decisero di scendere al lago. L’acqua era calda in superficie e fredda sotto. Si spogliarono senza esitazione sul pontile di legno scuro: scarpe, pantaloncini, boxer. Barrett osservò il corpo di Roman come non aveva mai osato fare così apertamente — pettorali pesanti, addome a lavagna, il cazzo speso e già mezzo duro che pendeva tra le cosce muscolose, la pelle dorata dai peli scuri. Roman lo ricambiò, fissando il culo sodo di Barrett e il suo cazzo snello che si alzava lentamente all’aria aperta.
Entrarono nudi. L’acqua gli arrivava al petto. Nuotarono un po’ in silenzio, poi Roman si avvicinò con quel sorriso malizioso che faceva impazzire Barrett da anni.
«Ti confesso una cosa», mormorò, la voce roca, l’acqua che gli gocciolava dalle labbra. «Ti voglio da anni, Barrett. Non da mesi. Da anni. Ogni cazzo di volta che mi raccontavi delle tue storie con altri tipi, immaginavo di essere io a spingerti contro il muro e a fotterti finché non dimenticavi il loro nome. Voglio il tuo culo. Voglio sentirlo stringermi. Voglio venirti dentro e lasciarti pieno.»
Barrett sentì il cazzo diventare di pietra sott’acqua. L’ammissione diretta lo fece gemere basso. «Gesù, Roman…» Si spinse avanti senza pensarci, gli afferrò la nuca bagnata e lo baciò con una fame rabbiosa. Le lingue si scontrarono, salate, calde. Roman gli morse il labbro inferiore e gli cacciò una mano sui glutei, stringendo forte.
Barrett scese con la mano destra, trovò il cazzo dell’amico già duro e grosso sotto la superficie, lo afferrò con decisione. Era spesso, pesante, la pelle vellutata sul glande turgido. Lo strinse e lo pompò lentamente, sentendo le vene sotto le dita. Roman gemette nella sua bocca.
«Cazzo, sì… toccami così», borbottò Roman contro le sue labbra. «Lo sapevo che avresti una mano da porco. Continuami a segare mentre ti dico quanto ti voglio fottere. Voglio metterti a quattro zampe sull’erba bagnata, aprirti le chiappe e leccarti il buco finché non tremi. Poi ti monto e ti do il cazzo fino in fondo, lento all’inizio, poi duro, come meriti. Vuoi che ti scopi, vero? Vuoi il mio cazzo nel culo?»
«Sì», ansimò Barrett, la voce rotta, mentre gli strofinava il glande col pollice sott’acqua. «Ti voglio dentro. Senza freni. Voglio che mi usi come ti pare, che mi chiami puttana se ti va, che mi spingi finché non grido. Mi sto segando da mesi pensando a te che mi sborri sulla schiena.» Con l’altra mano gli afferrò le palle piene, le massaggiò, mentre Roman gli gettava una mano tra le gambe e gli strinse il cazzo a sua volta, pompando con lo stesso ritmo.
Si baciarono di nuovo, più sporchi, lingue lente e profonde, i corpi premuti, i cazzi strofinati insieme nell’acqua. Roman gli morse il collo, poi gli sussurrò all’orecchio: «Stasera ti prendo. Ti metto dove voglio. Sul pontile, sull’erba, sul tavolo. Ti apro e ti riempio. Dimmi che sei d’accordo. Dimmi che vuoi il mio cazzo.»
«Lo voglio», rispose Barrett senza esitazione, la mano che accelerava sulla lunghezza di Roman. «Voglio che mi scopi duro. Voglio sentirlo domani quando cammino. Sono tuo per tutto il weekend, cazzo. Fai quello che vuoi di me.»
Roman gli strinse i glutei con entrambe le mani, le dita che sfioravano già il solco, premendo appena sull’ingresso stretto sott’acqua. Barrett sussultò, il piacere che gli saliva lungo la schiena. Continuarono a toccarsi, a dirsi cose volgari — «voglio succhiarti le palle mentre ti masturbi sul mio viso», «ti voglio vedere piangere di piacere mentre ti sfondo» — finché il sole sparì dietro le colline e l’acqua divenne scura e più fredda.
Si staccarono a fatica, i cazzi ancora dritti e pulsanti, il respiro corto. Roman gli passò un braccio intorno alla vita e lo spinse dolcemente verso la riva.
«Andiamo su», disse con voce rauca, lo sguardo feroce e affamato. «Non ho intenzione di venire qui nell’acqua come due ragazzi al primo appuntamento. Ti voglio steso, aperto, e voglio prendermi tutto il tempo per farti uriare il mio nome. La scommessa l’abbiamo persa entrambi… adesso ti prendo per davvero.»
Barrett lo seguì fuori dall’acqua, gocce che gli scorrevano lungo il torace e il cazzo ancora duro, il cuore che martellava. Sapeva che una volta saliti sul pontile di legno, una volta che Roman lo avrebbe spinto in ginocchio o a quattro zampe come gli aveva promesso negli anni di fantasie taciute, non ci sarebbe stato più ritorno. E non voleva nessun ritorno. Voleva solo sentire quel cazzo grosso aprirlo, voleva le mani di Roman sui suoi fianchi, voleva la voce dell’amico che gli diceva di quanto era stretto e di quanto lo avrebbe scopato fino all’alba.
Camminarono nudi verso la casetta, l’erba fresca sotto i piedi, l’erezione che non calava, la tensione sessuale che adesso non era più solo parole ma una promessa concreta, pesante, imminente. Roman gli diede un leggero schiaffo sul culo bagnato e rise basso quando Barrett gemette.
«Presto», mormorò. «Molto presto ti avrò sotto di me.»
Uscirono dall’acqua ancora duri, le gocce che scendevano lungo i toraci e le cosce, l’erba fresca che si attaccava ai piedi. Roman afferrò la coperta stesa sul pontile di legno e la trascinò sull’erba più morbida, vicino alla riva, dove l’odore di pino e di lago si mischiava al calore residuo del tramonto. Barrett lo seguì senza dire una parola, il cuore che gli batteva forte, il cazzo che oscillava pesante a ogni passo. Aveva trent’anni Roman, spalle larghe da personal trainer, e Barrett ne aveva ventotto, eppure in quel momento si sentiva nudo non solo di vestiti ma di ogni scusa rimasta.
Roman lo guardò da capo a piedi, gli occhi scuri, affamati. «In ginocchio. A quattro zampe. Adesso.»
Barrett obbedì. Si chinò sulla coperta, mani e ginocchia affondate nel tessuto ruvido, il culo alzato verso l’amico. L’aria fresca gli lambì l’apertura ancora umida dell’acqua. Roman si mise dietro di lui, le mani grosse che gli aprirono le chiappe con decisione. Barrett sentì il respiro caldo dell’altro sulla pelle e poi la lingua calda, larga, che gli passò dritta sul buco. Gemette, la testa china, le dita che stringevano la coperta.
«Cazzo, sì… leccami», ansimò. «Aprimi.»
Roman non aveva fretta. Gli leccò il solco con lunghe strisciate lente, spingendogli la punta della lingua dentro l’anello stretto, facendolo pulsare e cedere un millimetro alla volta. Barrett tremava. Ogni pressione di quella lingua lo faceva spingere all’indietro, chiedendo di più. Roman gli ficcò un dito accanto alla lingua, lo bagnò di saliva e lo spinse fino alla seconda nocca, curvandolo verso il punto che fece vedere stelle a Barrett.
«Sei già così aperto e ti sto solo leccando», borbottò Roman, la voce rauca. «Il mio troia personale. Ecco cos’eri da anni senza dirmelo. Un buco caldo che aspettava il mio cazzo.»
«Sì», singhiozzò Barrett, spingendosi contro le dita. «Sono la tua troia. Usami.»
Un secondo dito entrò, poi un terzo, allargandolo con pazienza e crudeltà dolce. Roman li pompava dentro e fuori, scissorandoli, allungando l’apertura finché Barrett non gemette ininterrottamente, il cazzo che gocciolava precome sull’erba sotto di lui. Quando le dita uscirono, l’anello rimase spalancato un attimo, contrarsi e rilassarsi.
Roman si allineò. Il glande spesso e caldo premette contro l’ingresso. Barrett sentì la pressione, l’apertura che cedette, e poi il lento, implacabile scivolamento di quel cazzo grosso che lo riempiva centimetro dopo centimetro. Un gemito lungo gli uscì dalla gola. Roman non si fermò finché non fu sepolto fino alle palle, i fianchi premuti contro il culo di Barrett.
«Gesù… sei stretto da far male», ringhiò Roman. «Il mio culo. Solo mio.»
Iniziò a muoversi. Lento all’inizio: lunghe estrazioni quasi complete e spinte profonde che facevano battere le palle contro la pelle di Barrett. Poi accelerò. Le mani di Roman gli afferrarono i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni rossi, e lo scopò con ritmo pesante, ritmico, le cosce muscolose che battevano. Ogni spinta mandava onde di piacere su per la schiena di Barrett. Il suono era osceno: carne che schiaffeggiava carne, respiro affannoso, gemiti bassi.
«Più duro», chiese Barrett, la voce spezzata. «Scopami come hai detto. Usami.»
Roman gli diede uno schiaffo secco su una chiappa e accelerò ancora. «Senti come ti prendo, troia. Senti quanto sei pieno del mio cazzo. Da stasera sei il mio buco personale. Lo capisci?»
«Lo capisco», ansimò Barrett, spingendosi indietro a ogni colpo. «Sono tuo. Scopami finché non posso più camminare.»
Roman lo piegò più in basso, una mano che gli premeva tra le scapole, l’altra che gli girava intorno e gli afferrava il cazzo. Lo segava con lo stesso ritmo delle spinte, pollice che strofinava il glande bagnato. Barrett urlò di piacere, le braccia che tremavano. Continuarono così per minuti che sembrarono eterni: Roman che martellava dentro di lui, il cazzo che gli sfregava la prostata a ogni ingresso, le parole sporche che gli cadevano addosso come carezze e colpi insieme.
«Il mio troia personale», ripeté Roman, la voce spezzata dal piacere. «Guarda come ti allarghi sul mio cazzo. Guarda come lo prendi tutto. Voglio sborrarti dentro e vederti sgocciolare.»
Quando le ginocchia di Barrett iniziarono a cedere, Roman lo fece girare. Si sdraiò sulla coperta, il cazzo lucido di saliva e precome dritto verso il cielo, e tirò Barrett sopra di sé. «Cavalcami. Voglio vederti salire e scendere sul mio cazzo come la puttana che sei.»
Barrett si sistemò a cavalcioni. Afferrò la base del cazzo di Roman, lo allineò e si calò sopra con un gemito lungo, sentendolo riempire di nuovo ogni millimetro. Poi iniziò a muoversi. Saliva e scendeva con forza, i glutei che battevano contro le cosce di Roman, le mani appoggiate sul petto largo e sudato dell’amico. Roman gli afferrò i fianchi e lo aiutava a scendere più a fondo, spingendosi in su a ogni discesa.
Si masturbavano a vicenda mentre si fottevano. Barrett si segava il cazzo con una mano, veloce e stretta, mentre con l’altra gli afferrava un pettorale. Roman gli pompava il cazzo a sua volta, il pollice che spargeva il liquido sul glande, l’altra mano che gli stringeva una chiappa e lo teneva aperto mentre lo sfondava dal basso. Il ritmo era bestiale, sudato, i corpi che sbattevano l’uno contro l’altro nell’aria che si raffreddava.
«Guardami mentre ti scopo», ordinò Roman, gli occhi neri di lussuria. «Dimmi di chi sei.»
«Tuo», ansimò Barrett, salendo e scendendo più forte, il culo che stringeva a ogni salita. «Il tuo troia. Il tuo buco. Scopami, Roman, scopami finché non sborro sul tuo petto.»
Roman gli diede un altro schiaffo sulla coscia e accelerò le spinte dal basso. «Sborra. Voglio sentire il tuo culo che mi strizza mentre ti vieni addosso. Poi ti riempio. Ti lascio pieno del mio sperma come ho sognato per anni.»
Barrett non resistette molto di più. Il piacere gli salì dalla base della schiena, gli strinse le palle, e venne con un urlo rauco, getti caldi che schizzarono sul torace e sull’addome di Roman, strisce bianche che gli solcavano la pelle sudata. Il culo gli si contrasse a onde intorno al cazzo ancora duro, e Roman gemette forte, gli occhi che si chiudevano.
«Cazzo… sì… prendilo», ringhiò. Afferrò i fianchi di Barrett, lo tenne piantato fino in fondo e sborrò. Spinte corte e profonde mentre si svuotava dentro di lui, calore denso che riempiva Barrett a ondate, tanto che sentì lo sperma spingere ai bordi e scivolare fuori intorno all’asta ancora pulsante. Roman continuò a muoversi piano, spremendosi fino all’ultima goccia, finché entrambi non tremarono di sovraccarico.
Rimasero così un lungo momento, Barrett ancora seduto sul cazzo che si ammorbidiva lentamente, il respiro che si calava a scatti, il sudore che gli colava lungo la schiena. Poi scese con un gemito, sentendo lo sperma caldo scendergli lungo l’interno coscia. Si sdraiarono uno accanto all’altro sulla coperta, nudi, esausti, le gambe intrecciate, il sole che ormai toccava la linea delle colline e tingesse di arancio scuro l’acqua del lago.
Roman gli passò un braccio sotto la nuca e lo tirò contro il petto. Gli baciò la fronte con una lentezza che contrastava con la violenza di pochi minuti prima. Le labbra calde, dolci. Barrett chiuse gli occhi, il cuore che ancora batteva forte ma in un modo diverso.
«Ascolta», mormorò Roman contro la sua pelle. «Non voglio che questa sia solo una scommessa persa. Voglio continuare. In segreto, se ti va. Amici di giorno… e io che ti scopo ogni volta che torniamo qui, o quando uno di noi ha bisogno. Scopate regolari. Tuo culo, mio cazzo. Nessuno lo sa. Solo noi. Accetti?»
Barrett sorrise, soddisfatto, la guancia premuta sul petto sudato di Roman. Gli passò una mano lenta sull’addome. «Accetto. Ogni cazzo di volta che torniamo al lago. E anche prima, se vuoi. Sono tuo.»
Roman gli strinse la vita, un ultimo bacio leggero tra i capelli umidi, e insieme guardarono il sole sparire dietro i pini mentre lo sperma di Roman gli scendeva ancora caldo lungo la coscia.
Quel lago non sarebbe mai più stato solo un posto dove nuotare.
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