Treno Notturno: Sua Moglie tra le Mie Braccia
Una moglie di 38 anni e una manager di 29 si incontrano su un treno notturno e si scopano con la lingua fino a venire insieme.
Il treno notturno Milano–Roma avanzava con un ronzio basso e costante, i vagoni leggermente dondolanti mentre la campagna si dissolveva nel buio oltre i finestrini. Carmen, trentotto anni, sposata da dieci con un marito quasi sempre in viaggio di lavoro, trascinò la valigia fino allo scompartimento privato che aveva riservato. I capelli castani le cadevano sulle spalle, la camicetta di seta leggera le aderiva al petto, la gonna a tubino le segnava le cosce. Aprì la porta scivolante e si fermò.
Dentro c’era già qualcuno. Talia, ventinove anni, manager di una società di consulenza, sedeva con le gambe incrociate, un blazer scuro aperto su una maglietta sottile, i capelli neri raccolti in modo imperfetto. Alzò lo sguardo e sorrise, sicura, senza pudore.
«Scusi, è libero?» chiese Carmen, già sapendo la risposta.
«Tutto tuo. O nostro, se preferisci.» La voce di Talia era calda, un filo roca. «Talia.»
«Carmen.» Si sedette di fronte a lei, le ginocchia a pochi centimetri. Lo scompartimento odorava di legno lucidato e di un leggero profumo di lei, qualcosa di speziato e pulito. Il treno accelerò, le luci del corridoio si affievolirono.
Parlarono prima di lavoro, poi di viaggi, poi di solitudini. Carmen confessò, con un mezzo sorriso, che il marito era a Singapore da tre settimane e che a volte il silenzio di casa le pesava più del previsto. Talia ascoltava inclinando il busto in avanti, le labbra socchiuse. I loro sguardi si incrociavano troppo a lungo. A un certo punto, mentre il treno svoltava, il ginocchio di Carmen sfiorò quello di Talia. Nessuna delle due lo ritrasse. Anzi, Talia premette un poco di più, deliberata, e Carmen sentì un brivido salirle lungo l’interno coscia, dritto al basso ventre.
«Mi piace come mi guardi», mormorò Talia dopo un silenzio carico. La voce era bassa, intima, fatta per non uscire dallo scompartimento. «Da quando sei entrata. Sei… dannatamente attraente. Quegli occhi, quella bocca. Ho pensato subito a cosa sarei capace di farci.»
Carmen sentì il calore montarle alle guance e più in basso, un’umidità improvvisa tra le gambe. Il marito le apparve lontano, irrilevante. «Anch’io», ammise, la gola stretta. «Da quando ti ho vista seduta qui. Volevo baciarti. Subito. Non so spiegarlo.»
Si alzarono quasi insieme, lente, consapevoli. Talia fece un passo, Carmen ne fece un altro. Le labbra si trovarono calde, aperte. Il primo bacio fu esplorativo, il secondo affamato. Lingue che si cercavano, denti che sfioravano. Talia spinse Carmen contro il sedile, le mani già sotto la camicetta di seta, palme calde sulla pelle nuda, pollici che trovavano i capezzoli già induriti attraverso il reggiseno. Carmen gemette nella bocca di lei, le dita che scendevano ad accarezzare le cosce di Talia, risalendo sotto la gonna fino al bordo degli slip.
«Sì», sussurrò Talia contro le sue labbra. «Tutto. Voglio tutto.»
«Anch’io. Dio, sì.» Carmen aprì i bottoni della camicetta di Talia, le scostò il reggiseno, abbassò la testa e le prese un capezzolo in bocca, succhiando con forza. Talia gettò indietro la testa, le mani nei capelli di Carmen, spingendola contro il seno. Il treno scorreva nel buio, monotono, coprendo i respiri sempre più pesanti.
Carmen si inginocchiò sul pavimento dello scompartimento, tra le gambe di Talia. Le alzò la gonna, le afferrò gli slip e li trascinò giù lungo le cosce, poi li sfilò del tutto. Il pube di Talia era rasato, le labbra già lucide, gonfie. Carmen non aspettò. Aprì la bocca e le leccò tutta la fessura, dalla base al clitoride, con la lingua larga e piatta. Talia gemette, una mano che stringeva il bracciolo, l’altra i capelli di Carmen.
«Cazzo… così. Proprio lì.»
Carmen succhiò il clitoride tra le labbra, lo sfregò con la punta della lingua, poi lo avvolse di nuovo, ritmico, avido. Infilò due dita dentro di lei, sentendola calda e stretta, e le mosse mentre leccava. Talia agitava i fianchi incontro alla bocca, i gemiti sempre più aperti. «Vengo… non fermarti… vengo—» Il corpo di Talia si tese, le cosce che stringevano la testa di Carmen, un flusso caldo che le bagnò mento e labbra mentre veniva con un gemito lungo, rotto, le anche che pulsavano contro la lingua.
Carmen non si alzò subito. Continuò a leccare piano, assaporandola, finché Talia non la tirò su per baciarla, assaggiando se stessa sulla bocca dell’altra. «Adesso tu», disse Talia, voce roca. «Sdraiati.»
Fece sdraiare Carmen sul sedile lungo, le alzò la gonna, le sfilò gli slip già inzuppati. Le divaricò le cosce con le mani ferme, le guardò il sesso bagnato un istante, poi chinò la testa e le prese un capezzolo in bocca mentre le infilava due dita profonde, curve, cercando il punto giusto. Carmen inarcò la schiena, un suono gutturale che le uscì dalla gola. Talia succhiava i capezzoli a turno, le dita che spingevano dentro e fuori, il pollice che premeva sul clitoride.
«Più forte», chiese Carmen. «Scopami con le dita, Talia—»
Talia obbedì, più profonda, più veloce, il suono umido che riempiva lo scompartimento insieme ai gemiti. Poi si staccò, si girò, si sistemò sopra di lei a 69, il sesso di Talia sopra la bocca di Carmen, la sua lingua già di nuovo sulla fessura bagnata di Carmen. Si leccarono con foga, senza ritegno: lingue che spingevano, labbra che succhiavano clitoridi gonfi, dita che entravano di nuovo. Carmen sentiva il sapore di Talia riempirle la bocca, sentiva le cosce di lei tremare contro le guance. Talia le scuoteva i fianchi contro la lingua mentre le scopava la figa con la bocca, avida.
Vennero quasi insieme. Carmen prima, un orgasmo che le partì dal basso ventre e le salì lungo la spina dorsale, le gambe che si chiudevano intorno alla testa di Talia, un grido soffocato contro la carne umida di lei. Pochi secondi dopo Talia la seguì, spingendosi contro la lingua di Carmen, venendo di nuovo, bagnandole il viso, gemendo il suo nome tra i denti.
Rimasero così un momento, ansimanti, le lingue che ancora si sfioravano pigre, assaporando. Poi Talia si girò, si stese accanto a Carmen sul sedile stretto, sudate, i capelli appiccicati alle tempie, le labbra lucide. Si baciarono piano, assaggiando il sapore l’una dell’altra, un bacio lento, quasi tenero dopo la furia.
Talia le cinse la vita con un braccio, la strinse contro il petto nudo. Fuori dal finestrino le luci di una stazione lontana sfilavano via; il treno cominciava a rallentare, l’annuncio monotono che annunciava l’avvicinarsi a Roma. «Questa non sarà l’ultima notte», mormorò Talia contro la tempia di Carmen. «Lo so già. Ti voglio di nuovo. A casa mia, in un albergo, dove cazzo vuoi. Ma di nuovo.»
Carmen chiuse gli occhi, le dita che tracciavano linee lente sulla schiena nuda di Talia. Il marito, la casa, la vita ordinata: tutto sembrava lontano e confuso. Sentiva ancora il bruciore dolce tra le cosce, il sapore di Talia sulla lingua. «Sì», rispose, la voce bassa. «Voglio di più. Non solo questo treno.»
Si baciano un’ultima volta, profondamente, lingue lente, mentre il convoglio entrava nei sobborghi. Le mani di Talia scivolarono ancora una volta sul fianco di Carmen, un possesso quieto, una promessa non detta. Fuori le luci di Roma si facevano più fitte, e dentro lo scompartimento l’aria restava calda di corpi e di qualcosa che non si era ancora esaurito: un desiderio che pulsava ancora, vivo, e che nessuna delle due aveva intenzione di spegnere del tutto.
Il treno entrò in stazione con un freno lungo e metallico. Carmen e Talia si riallacciarono in silenzio, le dita ancora tremante sulle stoffe umide, gli sguardi che non si staccavano. Sceso il gradino, l’aria notturna di Roma le colpì in faccia, calda e pesante. Talia afferrò la mano di Carmen senza chiedere permesso.
«Vieni. Albergo a due fermate di metro. Non tornerò a casa stasera.»
Carmen annuì. Il marito a Singapore era un fantasma inutile. Nella camera al nono piano, tende chiuse, luce calda bassa, Talia la spinse contro la porta appena chiusa. La baciò con lingua profonda, denti sul labbro inferiore, mentre le strappava di nuovo la camicetta e le faceva scivolare la gonna lungo le cosce. Carmen gemette, già bagnata di nuovo, le mutandine che le avevano rimesso in fretta già inutili. Talia se le strappò via con un gesto netto e le infilò due dita dritto dentro, curve, cercando quel punto che già conosceva.
«Cazzo, sei ancora aperta per me», mormorò contro la sua bocca. «Ti ho leccata fino a farmi venire il sapore in gola e tu sei già di nuovo gocciolante. Dimmi che mi vuoi.»
«Ti voglio. Scopami la figa con la lingua, Talia. Adesso.»
Si rovesciarono sul letto grande. Talia si stese sulla schiena e tirò Carmen sopra di sé a cavalcioni del volto. Carmen si abbassò, le cosce aperte intorno alle orecchie dell’altra, e sentì subito la lingua calda, larga, che le apriva le labbra gonfie e le succhiava il clitoride con fame. Talia le tenne i fianchi con entrambe le mani, le unghie conficcate nella carne morbida, e le leccò in profondità, spingendo la lingua dentro il buco stretto, poi fuori, poi di nuovo sul nodo duro e pulsante. Carmen dondolava i fianchi, strofinandosi sulla bocca di lei, ansimando a bocca aperta.
«Più forte… succhiami… così, cazzo, così—»
Talia obbedì, labbra strette intorno al clitoride, lingua che batteva a ritmo veloce mentre due dita le entravano da sotto, profonde, bagnate del suo stesso umore. Il suono era osceno, schiocchi umidi, gemiti rochi. Carmen si piegò in avanti, le mani sui seni di Talia, le strinse i capezzoli tra le dita e li torturò mentre cavalcava quella lingua avida. L’orgasmo arrivò improvviso, violento: le cosce le tremarono, la schiena si inarcò, un grido lungo le uscì dalla gola mentre si veniva in faccia a Talia, bagnandole mento e guance. Talia non si fermò. Continuò a leccare, a bere, a succhiare ogni goccia, finché Carmen non fu costretta a scivolare di lato, tremante, le gambe molli.
«Non ho finito con te», disse Talia, voce roca di sesso. Si voltò, si mise a quattro zampe tra le cosce di Carmen e le diede un altro lungo, lento leccata dalla fessura al clitoride. Poi le alzò le gambe, le piegò contro il petto e le cacciò dentro tre dita, allargandola, scopandola con forza mentre la lingua tornava a lavorare il clitoride gonfio e rosso. Carmen urlò, le unghie conficcate nel lenzuolo.
«Talia… cazzo… mi fai venire di nuovo… non smettere, scopami, leccami, usami—»
Talia le leccò il clitoride con precisione crudele, le dita che pompavano veloci, il pollice che premeva in basso. Carmen venne di nuovo, più forte, il corpo che si scuoteva a ondate, un flusso caldo che colò sulle dita e sulla lingua di Talia. Ansimava, gli occhi lucidi, i capelli sparsi sul cuscino.
«Adesso tocca a me di nuovo», ordinò Carmen, ancora tremante. Spinse Talia sulla schiena, le aprì le gambe con decisione e le affondò la faccia tra le cosce. Il sesso di Talia era gonfio, lucido, il clitoride sporgente. Carmen lo prese in bocca intero, lo succhiò forte, lo sfregò con la punta della lingua mentre le infilava due dita e poi tre, curve verso l’alto, cercando il punto che la faceva inarcare. Talia le afferrò i capelli e le spinse la testa contro di sé.
«Leccami come una puttana affamata. Sì… proprio lì… cazzo, Carmen, la tua lingua… così profonda…»
Carmen le leccò tutto, dalla fessura al buco stretto del culo, poi tornò sul clitoride e lo lavorò senza pietà, dita che entravano e uscivano bagnate, il suono umido che riempiva la stanza. Talia veniva forte, cosce chiuse intorno alla testa di Carmen, un gemito rotto e lungo mentre il suo corpo pulsava e la bagnava di nuovo. Carmen non si alzò. Continuò a leccare piano, assaporando, finché Talia non la tirò su per baciarla, le lingue che si scambiavano i sapori di entrambe.
Si sdraiarono di fianco, gambe intrecciate, seni nudi premuti l’uno contro l’altro. Le mani non si fermarono. Talia scese di nuovo, le baciò il ventre, le cosce, poi le mise la bocca di nuovo sulla figa ancora sensibile e le diede un’altra lunga, lenta leccata mentre le dita entravano dolci. Carmen gemette, già di nuovo tesa.
«Non basta», sussurrò Talia contro la carne umida. «Voglio sentirti venire sulla mia lingua finché non riesci più a parlare. Voglio che ti ricordi di me ogni volta che chiudi le gambe.»
«Fallo», ansimò Carmen. «Fallo, Talia. Scopami con la bocca finché crollo.»
Talia le divaricò le cosce al massimo, le guardò il sesso rosso e gonfio un istante, poi si chinò e la mangiò con rabbia dolce: lingua piatta che copriva tutto, poi punta che batteva sul clitoride, labbra che succhiavano, dita che la riempivano e la scopavano a ritmo costante. Carmen si torceva, le mani nei capelli neri di Talia, i fianchi che spingevano incontro a quella bocca. L’orgasmo montò lento, pesante, e quando arrivò fu devastante: grido soffocato, corpo che si scuoteva, un’altra ondata di umore caldo che Talia bevve avidamente.
Si scambiarono di nuovo. Carmen si mise a 69 sopra di lei, il sesso di Talia sulla sua bocca, la propria figa sulla lingua dell’altra. Si leccarono con disperazione, lingue che spingevano dentro, dita che entravano insieme, gemiti muffati contro la carne bagnata. Vennero quasi nello stesso istante, cosce che tremavano, bocche aperte l’una sul sesso dell’altra, il sapore di entrambe che riempiva gola e labbra.
Quando crollarono di fianco, sudate, ansimanti, i corpi ancora avvinti, Talia le accarezzò il seno, le girò un capezzolo tra le dita, poi scese ancora una volta e le diede un’ultima, lenta leccata, solo per assaporarla. Carmen le tenne la testa, dita nei capelli, occhi socchiusi.
«Resta», disse Carmen, voce roca. «Non solo stanotte. Dimmi che mi prendi di nuovo domani. Che mi lechi finché non grido il tuo nome. Che mi fai tua finché il marito resta un nome lontano.»
Talia alzò lo sguardo da tra le sue cosce, labbra lucide, sorriso affamato e tenero insieme. Si trascinò su, le baciò la bocca con sapore di entrambe, e le sussurrò contro le labbra, voce bassa, chiara, definitiva:
«Domani mattina ti sveglio con la lingua già dentro di te… e se mi dici di sì adesso, ti porto a casa mia e ti scopero ogni notte finché non dimentichi cos’è stare da sola. Vuoi che lo faccia, Carmen?»
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