Arrampicata Finale: L’Ultima Volta con la Mia Migliore Amica

Due amiche di 32 e 30 anni, scalatrici esperte, si lasciano andare alla loro prima e ultima scopata lesbica sulla cima delle Dolomiti.

11 min read September 08, 2026New

Delphine aveva trentadue anni e un fisico scolpito da stagioni intere di arrampicate: spalle larghe, addome piatto, cosce potenti che stringevano la roccia come se ne facesse parte. Naomi, trent’anni, guida alpina certificata da quasi un decennio, le stava un metro sotto sulla via ferrata isolata delle Dolomiti, le mani salde sul cavo d’acciaio mentre il vento secco le asciugava il sudore dalla nuca. Sapevano entrambe che quella era l’ultima salita insieme. Tra tre giorni Naomi avrebbe preso un volo per il Patagonia, un contratto lungo, una vita nuova. Delphine lo sentiva già come un buco nel petto.

«Assicurami», disse Naomi, voce roca per lo sforzo. Delphine tirò la corda, sistemò il moschettone sull’imbrago dell’amica, e le dita le sfiorarono l’anca sudata, il bordo duro della cintura che premeva contro il tessuto tecnico. Naomi alzò lo sguardo: occhi grigi, labbra screpolate dal sole, un sorriso che non arrivava del tutto. Il contatto durò un secondo di troppo. Delphine sentì un brivido scenderle lungo la schiena, caldo e proibito, lo stesso che aveva represso per anni ogni volta che si cambiavano nello stesso rifugio, ogni volta che Naomi le massaggiava le spalle dopo una giornata di falesia.

Continuarono a salire. Il ferro della via ferrata scricchiolava sotto i piedi. Quando Delphine dovette spingersi in fuori per un passaggio esposto, Naomi le mise una mano ferma sulla vita, poi più in basso, sul gluteo teso, per spingerla in sicurezza. «Così», mormorò. La mano restò un attimo di più del necessario. Delphine sferruzzò qualcosa di incoerente, il cuore che batteva contro lo sterno non solo per l’altezza. Il sudore le colava tra i seni, bagnava la maglietta tecnica, e sentiva lo sguardo di Naomi posarsi lì, pesante, voluto.

Arrivarono sulla cengia finale verso mezzogiorno: una sporgenza stretta, soleggiata, nascosta da un salto di roccia che le rendeva invisibili a chiunque fosse più in basso. Stesero lo zaino, si tolsero i caschi. I capelli di Delphine, castani e raccolti in una treccia disfatta, le cascavano sulle spalle scintillanti di umidità. Naomi bevve dalla borraccia, l’acqua che le scendeva sul mento e poi sul collo, e rise.

«Ricordi quella volta al rifugio? Quando pioveva e c’eravamo solo noi due?» chiese Naomi, passandosi il dorso della mano sulle labbra. «Ti guardavo dormire e pensavo… cazzo, Delphine, ho sempre voluto metterti le mani addosso. Sul serio. Non da amica.»

Delphine arrossì fino alle orecchie, ma la voce le uscì ferma, un po’ rauca. «Anch’io. Da anni. Ogni volta che ti allacciavi l’imbrago mi veniva da toccarti. E oggi… oggi non ho più scuse per fingere.»

Si avvicinarono lentamente. Il sole picchiava sulla roccia calda. Naomi alzò una mano e le sfiorò la guancia, poi la nuca, e le labbra si incontrarono. Prima un assaggio, salato di sudore e di sole, poi la passione montò di colpo: lingue che si cercavano, denti che graffiavano, respiri corti. Le mani di Naomi scesero sul petto di Delphine, cuparono i seni attraverso la maglietta bagnata, i capezzoli già duri che spingevano contro il tessuto. Delphine gemette nella bocca dell’amica e le ricambiò il gesto, stringendo i seni sodi di Naomi, sentendo il calore della pelle sotto il cotone tecnico.

«Toglila», sussurrò Delphine. Si sfilarono le magliette, poi i reggiseni sportivi. Il sole baciò la pelle nuda. I seni di Naomi erano pieni, capezzoli scuri e turgidi; quelli di Delphine più piccoli, rosa, già eretti. Si baciarono di nuovo, pelli appiccicose di sudore che scivolavano l’una contro l’altra, e le mani scesero più in basso, allacciando e slacciando le fibbie degli imbraghi, spingendo giù i pantaloni tecnici e le mutandine. Rimasero nude sulla cengia, solo le scarpette da arrampicata ancora ai piedi, ridicole e excitanti insieme.

Naomi stese il telo termico sulla roccia calda. Delphine la fece sdraiare, le ginocchia divaricate, e si chinò su di lei. Le leccò prima il collo, poi scese a un seno, prese il capezzolo turgido tra le labbra e lo succhiò lentamente, la lingua che girava, i denti che pizzicavano. Naomi inarcò la schiena e gemette, una mano nei capelli di Delphine. «Più giù… ti prego.»

Delphine obbedì. Bacì il ventre piatto, il bordo del pube rasato, poi aprì le cosce forti di Naomi e affondò la faccia tra le labbra già lucide. L’odore era intenso, di donna e di sforzo. Succhiò il clitoride con avidità, le labbra strette intorno al nodulo gonfio, mentre due dita scivolavano dentro la figa bagnata, profonde, curve verso l’alto. Naomi si contorceva, i tacchi che grattavano il telo, i gemiti che diventavano urla soffocate contro il pugno. «Cazzo, Delphine… così… non fermarti.»

Quando fu sul punto, Naomi la afferrò per i fianchi e la girò con forza sorprendentemente dolce. Si sistemarono in sessantanove: Naomi sotto, Delphine sopra a cavalcioni del suo volto. La lingua di Naomi affondò subito nella figa gocciolante dell’amica, leccando dal clitoride all’ingresso, spingendosi dentro, mentre le mani le stringevano le natiche sode, le dita che sfioravano il buco del culo senza entrare, solo a tentare. Delphine continuava a succhiare e a scoparla con le dita, il sapore di Naomi sulla lingua, il proprio umore che le colava sulla mento dell’altra. Si davano piacere con una fame che anni di repressione avevano reso vorace: lingue, dita, gemiti, il suono umido della carne baciata e penetrata.

Poi Delphine si sollevò, si girò, e si stese a pancia contro pancia. Gambe intrecciate, fighe premute l’una contro l’altra. Cominciarono a strusciarsi, tribadismo lento all’inizio, poi sempre più furioso. I clitoridi si sfregavano con forza, scivolosi di lubrificazione, le anche che spingevano in ritmo sincopato. Delphine guardava negli occhi grigi di Naomi, vedeva le pupille dilatate, le labbra aperte. «Vieni con me», ansimò. «Insieme.»

Accelerarono. La roccia calda sotto il telo, il sole sulla schiena nuda, l’odore di sesso e di montagna. I gemiti si fecero acuti, quasi urla. Delphine sentì il piacere salire dal basso ventre come una valanga, inarrestabile; Naomi strinse le cosce intorno a lei e venne con un grido lungo, il corpo che si contraeva a scosse violente. Delphine la seguì un attimo dopo, l’orgasmo che le spaccò la schiena, le fece vedere bianco, il clitoride che pulsava contro quello dell’amica mentre i succhi si mescolavano tra le labbra gonfie.

Rimasero così, ansimanti, ancora intrecciate, pelli appiccicose, cuori che battevano uno contro l’altro. Il vento portava via i suoni, ma non il calore. Delphine sollevò la testa e guardò Naomi negli occhi. Non c’era rimpianto, solo una fame nuova, più fonda, e la consapevolezza che tre giorni non sarebbero bastati a esaurirla. Naomi le accarezzò i capelli bagnati di sudore, le labbra ancora a un centimetro dalle sue, e sussurrò qualcosa che Delphine non colse del tutto, qualcosa sul “non ancora” e sul “qui, adesso”. Sotto di loro la valle restava silenziosa; sopra, il cielo delle Dolomiti era immenso. Le dita di Naomi scivolarono di nuovo tra le cosce di Delphine, trovandola ancora aperta, ancora bagnata, e Delphine spalancò appena le gambe in risposta, lo sguardo che non si staccava, la tensione che invece di spegnersi bruciava più bassa e più lenta, pronta a riaccendersi.

Naomi non le diede tregua. Le dita le sfiorarono di nuovo le labbra già gonfie e lucide, due falangi che entrarono senza fatica nella figa ancora spasmodica di Delphine, curva verso l’alto a cercare quel punto che sapeva farle perdere la testa. Delphine gemette contro la bocca dell’amica, le gambe che si aprivano di più sulla roccia calda, i talloni delle scarpette da arrampicata che grattavano il telo termico. Il sole del pomeriggio le copriva ancora la schiena nuda, e il vento leggero portava via l’odore denso di sesso mescolato a quello della pietra cotta.

«Ancora», sussurrò Naomi, la voce roca, gli occhi grigi fissi nei suoi. «Voglio sentire come ti contrae intorno alle dita mentre mi guardi. Voglio ricordarmelo quando sarò dall’altra parte del mondo.»

Delphine annuì, incapace di parlare. Le anche si muovevano già incontro a quelle dita esperte, il clitoride che sfregava contro il palmo di Naomi ogni volta che spingeva. Le mani di Delphine scesero a cupare i seni pieni dell’amica, i capezzoli scuri ancora turgidi, e li torturò con i pollici finché Naomi non inarcò la schiena e le morse la spalla, lasciando un segno rosso che sarebbe durato giorni. Poi Delphine scivolò più in basso, le labbra che tracciavano una linea umida sul torace sudato, sull’addome piatto, finché non affondò di nuovo la lingua tra le cosce divaricate di Naomi.

Il sapore era più forte adesso, misto al suo stesso umore di prima. Succhiò il clitoride gonfio con lenti, rumorosi baci aperti, mentre tre dita entravano e uscivano dalla figa stretta, bagnatissima, il suono schioccante che riempiva la cengia nascosta. Naomi afferrò la treccia disfatta di Delphine e la tenne ferma, le cosce che le tremavano contro le orecchie. «Cazzo… così profondo… leccami mentre mi scopi. Non smettere.»

Delphine non smise. La lingua girava rapida sul nodulo, le dita piegate a gancio che massaggiavano il punto spugnoso all’interno. Sentiva Naomi stringersi, le pareti calde che pulsavano, e accelerò finché un grido acuto non le riempì la bocca: Naomi venne di nuovo, violenta, i fianchi che si sollevavano dal telo, il succo che colava sul polso di Delphine e le bagnava il mento. Delphine continuò a leccare piano, raccogliendo tutto, finché le scosse non si affievolirono.

Appena Naomi riacquistò un briciolo di controllo, la girò di scatto. Delphine si ritrovò a quattro zampe sulla roccia, le natiche alzate, le ginocchia aperte. Naomi le si mise dietro, le mani che le separavano le chiappe sode e sudate, e le soffiò sull’ano prima di leccarlo con una lingua calda e insistente. Delphine si irrigidì per lo shock del piacere proibito, poi gemette lungo e basso quando la lingua entrò un poco, bagnando, mentre due dita di Naomi scivolavano di nuovo nella figa gocciolante. «Ti piace», mormorò Naomi contro la carne. «Lo sapevo. Ti sei sempre morsa le labbra quando ti massaggiavo lì dopo le arrampicate. Ora te lo faccio sul serio.»

Le dita entravano e uscivano veloci, la lingua che lavorava l’anello stretto, e Delphine spingeva indietro, cercando di più. Il sole le bruciava la schiena, il sudore le colava tra i seni appesi, e ogni spinta le faceva battere il cuore contro le costole. Quando Naomi aggiunse un terzo dito e premette il pollice contro l’ano bagnato di saliva senza ancora entrare del tutto, Delphine urlò, il suono portato via dal vento verso la valle silenziosa. Venne così, a scosse profonde, la figa che si strinse a ritmo intorno alle dita, il clitoride che pulsava contro l’aria vuota.

Naomi non le diede tempo di riprendere fiato. La fece girare di nuovo, la stese supina, e le si sedette a cavalcioni del volto con le ginocchia ai lati della testa. «Leccami. Tutto. Voglio bagnarti la faccia.» Delphine obbedì con fame, la lingua larga che spazzava dalle labbra esterne al clitoride, poi si spingeva dentro l’ingresso caldo. Naomi si dondolava sul suo volto, le natiche sode che premevano, le mani che si appoggiavano alla roccia sopra la testa di Delphine per bilanciarsi. Gemiti bassi le uscivano dalla gola ogni volta che la lingua toccava il punto giusto. Con una mano raggiunse indietro e trovò la figa di Delphine, due dita che entrarono di nuovo, il pollice che strofinava il clitoride ancora ipersensibile.

Si muovevano insieme, un ritmo scomposto e urgente. Delphine sentiva il peso di Naomi, l’odore intenso, il sapore che le riempiva la bocca, e le dita dentro di lei che la spingevano verso un altro orgasmo. Quando Naomi cominciò a contrarsi, Delphine le strinse le cosce e succhiò più forte, sentendo il flusso caldo che le bagnava labbra e mento. Naomi venne con un urlo soffocato, il corpo che si piegava in avanti, e trascinò Delphine con sé: le dita dentro di lei premevano esattamente dove serviva, e il piacere esplose di nuovo, bianco e accecante, le cosce che si chiudevano intorno al braccio dell’amica.

Crollarono una sull’altra, ansimanti, pelli appiccicose di sudore e di succhi. Il telo termico era stropicciato sotto di loro, le scarpette da arrampicata ancora ai piedi sembravano quasi comiche adesso. Naomi rotolò di lato e tirò Delphine contro il petto, le dita che le accarezzavano i capelli umidi, la guancia appoggiata sulla spalla larga e muscolosa.

Restarono così a lungo, il respiro che si calmava piano, il sole che cominciava a calare e a tingere di arancione le cime intorno. Delphine sentiva il cuore di Naomi battere sotto l’orecchio, forte e regolare, e pensò a quanto l’avesse desiderata in silenzio per anni: ogni massa-ggio alle spalle nel rifugio, ogni sguardo rubato mentre si cambiavano, ogni mano sulla vita durante un passaggio esposto. Ora l’aveva assaporata intera, e tre giorni non sarebbero bastati.

Naomi spezzò il silenzio con un bacio lento sulla fronte. «Non voglio che finisca qui. Il volo è tra settantadue ore, ma prima…»

Delphine sollevò la testa, gli occhi ancora velati di piacere. «Prima cosa?»

«Stasera scendiamo al rifugio. Ci prendiamo la stanza più isolata, quella con il letto matrimoniale contro la finestra che guarda le Torri. Ti faccio venire finché non riesci più a camminare dritta. E domani…» Naomi le tracciò una linea con l’indice tra i seni, scendendo fino al ventre ancora sensibile. «Domani ti porto su quella via ferrata corta dietro al lago, quella dove non passa quasi nessuno. Ci fermiamo a mezza altezza su quella cengia con l’erba, e ti scopro di nuovo al sole. Voglio leccarti mentre guardi la valle. Voglio che il tuo orgasmo echeggi tra le rocce.»

Delphine sentì un brivido caldo risalirle lungo la schiena. «E il giorno dopo? Prima che tu parta?»

Naomi sorrise, quel sorriso storto e affamato che Delphine aveva sempre amato. «Il giorno dopo restiamo a letto finché non è ora di accompagnarmi in aeroporto. Ti lascerò con i segni dei denti sulle cosce e il sapore di me ancora in bocca. E poi…» Abbassò la voce, le labbra a un millimetro da quelle di Delphine. «Poi cominci a mettere da parte i giorni di ferie. A dicembre ho una settimana libera tra una spedizione e l’altra in Patagonia. Vieni. Ti aspetto a El Chaltén. Scaleremo il Fitz Roy di giorno e di notte ti farò cose che qui non abbiamo ancora avuto tempo di fare. Ti legherò i polsi con la corda da arrampicata al telaio del letto e ti userò la bocca finché non mi pregherai di entrarti con le dita e con la lingua allo stesso tempo. E quando tornerai in Italia avrai già il biglietto per tornare a febbraio.»

Delphine la baciò, lunga e profonda, assaggiando ancora se stessa sulle labbra di Naomi. «D’accordo. Ma a febbraio tu vieni qui. Ti porto su questa stessa cengia, d’inverno, con la neve intorno, e ti scalderrò io da dentro.»

Naomi rise piano, la mano che scendeva di nuovo tra le cosce di Delphine, trovandola ancora aperta, ancora bagnata, pronta. «Allora è un piano. Tre giorni di follia qui. Poi Patagonia. Poi di nuovo le Dolomiti. Non sarà l’ultima volta, Delphine. Sarà solo l’inizio di tutte le altre.»

Le dita scivolarono dentro di lei una volta ancora, lente, possessive, e Delphine spalancò le gambe sotto il cielo che si faceva viola, già scheming dentro di sé le valigie, i biglietti, le corde nuove da portare a sud, e il modo in cui avrebbe fatto venire Naomi sotto le stelle australi mentre il vento delle Dolomiti continuava a portarsi via i loro gemiti.

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