Il Primo Sguardo di Elena al Toro nel Fienile
Elena, contadina di 32 anni, incrocia lo sguardo del bracciante spagnolo di 28 anni nel fienile e decide di farsi scopare davanti al marito cornuto.
Il sole di luglio spaccava le tegole della cascina toscana e il fienile odorava di erba secca, sudore e polvere. Elena, contadina di trentadue anni, sposata da dieci con Marco, si era rifugiata all’ombra delle balle di fieno per sistemare le funi. Aveva la camicetta di lino aperta sul seno sudato, la gonna leggera appiccicata alle cosce. A trentacinque anni Marco restava mite come sempre: un uomo magro, dalle mani delicate, che osservava dalla porta socchiusa del fienile senza osare fare un passo. Si era avvicinato solo per chiamarla, ma la voce gli era morta in gola quando aveva visto entrare Carlos.
Carlos, bracciante spagnolo di ventotto anni, era entrato a torso nudo. La pelle scura lucida di sudore, le spalle larghe, il petto peloso, i pantaloni di tela bassi sui fianchi che disegnavano il pacco pesante tra le gambe. Era venuto a prendere foraggio. I loro sguardi si erano incrociati per la prima volta e qualcosa era scoppiato subito, caldo e sporco. Elena sentì la figa bagnarsi di colpo, le labbra gonfie sotto le mutandine. Carlos le tenne gli occhi addosso mentre sollevava una balla con facilità, i muscoli delle braccia che si tendevano. Marco, da lontano, arrossì fino alle orecchie e sentì l’umiliazione montargli in gola come un sapore amaro: quella forza, quel corpo da toro, tutto ciò che lui non era.
Elena non distolse lo sguardo. Sorrise, lenta, leccandosi il labbro inferiore. «Fa caldo, eh, Carlos… e tu sei già tutto bagnato.» La voce le uscì roca. Carlos lasciò cadere la balla, si avvicinò di un passo. Odore di uomo, di fieno e di cazzo caldo. «Se mi guardi così, Elena, ti faccio bagnare di più. Quel tuo marito mite ti ha mai fatto venire come meriti? Guarda come mi guardi. Vuoi questo.» Si afferrò il pacco attraverso la tela, lo strinse. Elena sentì il clit pulsare. Guardò oltre la spalla di Carlos, verso Marco che restava inchiodato sulla soglia, le mani che tremavano. «Il tuo corpo da toro mi fa squagliare la figa, Carlos. Me la sento colare fino alle cosce. Voglio che me la stiri.» Carlos rise basso, senza pudore. «Allora ti scopo qui, davanti al tuo cornuto. Voglio che lui veda ogni centimetro del mio cazzo sparirti dentro mentre tu urli. Marco… stai a guardare come si fotte una vera donna.»
Marco arrossì ancora di più, abbassò gli occhi, poi li rialzò perché Elena glielo chiese esplicitamente. «Marco… dimmi di sì. Lasciami farmi riempire da lui. Voglio il permesso. Voglio che tu resti e guardi.» La voce di lei era ferma, piena di lussuria consapevole. Marco deglutì, annuì una volta sola, la gola secca. «S-sì… fa… fa quello che vuoi.» L’umiliazione gli bruciava il petto, eppure il nodò del consenso era chiaro, voluto. Elena sorrise, soddisfatta, e spinse Carlos verso di sé con una mano sul petto sudato. «Allora prendimi. Qui. Adesso.»
Si inginocchiò sulla paglia. Le aprì i pantaloni di Carlos con dita frettolose, tirò fuori il cazzo grosso, scuro, già duro come ferro, le vene sporgenti, la testa lucida di liquido. Lo annusò, lo leccò dalla base alla punta, poi lo ingoiò con avidità, le guance cave, la saliva che colava sul mento. Guardò Marco dritto negli occhi mentre succhiava, la testa che andava avanti e indietro. «Guarda, cornutino… guarda come ti faccio le corna con la bocca. È più grosso del tuo. Mi riempie tutta la gola.» Carlos le afferrò i capelli, gemette in spagnolo rotto mescolato all’italiano. «Cazzo, che bocca di puttana… succhialo bene mentre il tuo marito si fa piccolo.» Elena si strozzò volentieri, saliva e lacrime agli angoli degli occhi, poi si staccò con un filo di bava che collegava le sue labbra al glande. «Scopami. Davanti a lui.»
Carlos la sollevò come se non pesasse nulla, la spinsò contro una balla di fieno alta. Le alzò la gonna, le strappò via le mutandine bagnate, le aprì le cosce. La figa di Elena era rasata, le labbra rosse e lucide. Lui ci sfregò il cazzo sopra, poi entrò d’un colpo solo, fino in fondo. Elena urlò, la schiena arcuata. «Porca puttana… sì… stiramela!» Lui la fotteva in piedi, le mani sotto le cosce, le spinte profonde che facevano sbattere le palle contro di lei. Marco sentiva ogni schiocco umido, vedeva il cazzo scuro sparire e riemergere lucido dei succhi di sua moglie. Elena lo guardava mentre veniva presa. «Senti com’è stretta la mia fica sul suo cazzo, Marco? Tu non mi hai mai aperta così.»
Carlos la girò, la mise a pecorina sul fieno. Le mani le affondavano nei fianchi, le spinte diventarono selvagge, il bacino che sbatteva contro le sue chiappe con schiocchi secchi. Elena urlava di piacere, la faccia premuta contro la paglia, le tette che dondolavano fuori dalla camicetta. «Più forte… più forte del mio inutile marito! Scopami da toro, riempimi!» Carlos le diede schiaffi leggeri sul sedere, le tirò i capelli all’indietro. «Dillo di nuovo. Diglielo in faccia.» «Marco è un cornutino che non sa scopare… il suo cazzo è niente… solo tu mi fai squirtare così!»
Poi Carlos la voltò di nuovo, la stese sul tavolaccio sporco di polvere e attrezzi. Le gambe di Elena spalancate, le caviglie sulle sue spalle. Entrò in missionary con spinte lente e profonde all’inizio, poi sempre più dure, il pube che strofinava il clit a ogni botta. Elena lo stringeva con le unghie sulla schiena, gli occhi fissi su Marco. «Guarda… guarda come mi riempie. Senti lo schiocco. Dimmi che sei un cornuto contento mentre il suo seme sta per finirmi dentro.» Marco, rosso e tremante, annuì di nuovo, la voce un filo. «Sì… sono… sono il tuo cornuto.» Carlos accelerò, i muscoli del culo contratti, e sborrò con un ruggito basso, spingendo a fondo, scaricando getti caldi e densi nel profondo della figa di Elena. Lei venne rumorosamente sul suo cazzo, le pareti che gli si chiudevano a ritmo, un urlo lungo che rimbalzava tra le travi del fienile, i fluidi che schizzavano sul tavolaccio.
Dopo aver goduto così, Elena rimase seduta sulle sue gambe, ancora con il cazzo di Carlos dentro, molle ma grosso, che le teneva aperta. Lo baciò con passione, lingua contro lingua, il sapore del suo stesso sesso mescolato al sale della pelle di lui. Il seme del toro le colava dalla fica, fili bianchi che le scendevano lungo le cosce e gocciolavano sulla paglia ai piedi di Marco. Elena si strinse ancora di più a Carlos, le braccia al collo, e sussurrò contro la sua bocca, abbastanza forte perché il marito sentisse: «Non ho ancora finito con te… e lui deve restare a guardare finché non decido io. Voglio che me lo rimetta duro e me lo rifaccia mentre Marco si tocca il suo cazzetto inutile… o forse glielo faccio leccare pulito.»
Carlos le strinse il sedere con le mani grandi, ancora dentro di lei, e sorrise contro le sue labbra sudate. Il fienile restava caldo, pesante di odore di sesso e fieno. Marco non si mosse dalla soglia. L’umiliazione gli pulsava tra le gambe insieme a un’erezione traditrice che non osava toccare. Elena gli lanciò un’occhiata carica di promessa e di crudeltà dolce, il seme che continuava a colarle mentre stringeva i muscoli intorno al cazzo spagnolo ancora conficcato. «Aspetta, cornutino. Il pomeriggio è lungo… e io ho appena cominciato a farmi scopare da un vero uomo.»
Elena non si staccò. Restò impalata su Carlos, il cazzo spagnolo ancora conficcato in lei, molle e pesante, che le teneva le labbra gonfie aperte mentre i suoi succhi misti a sborra colavano lenti lungo le cosce e gocciolavano sulla paglia. Marco non si era mosso dalla soglia. Sudava, le mani strette a pugno contro le cosce, l’erezione traditrice che gli tendeva i pantaloni e che non osava toccare. Elena lo fissò oltre la spalla di Carlos, le pupille dilatate di lussuria e di quel potere dolce e crudele che le riempiva il petto.
«Vieni più vicino, cornutino. Voglio che tu veda tutto. Voglio che annusi.»
Marco obbedì. Fece tre passi barcollanti nel fienile, l’odore di sesso e fieno che gli salì alle narici come un pugno. Carlos gli sorrise di sbieco, le mani ancora affondate nelle chiappe di Elena, e le diede una spinta leggera verso l’alto. Il cazzo scivolò fuori con un suono umido. Un filo denso di sborra bianca collegò ancora la testa scura alla figa aperta di lei. Elena si alzò sulle ginocchia, si girò di schiena verso Marco e aprì le cosce. Con due dita si divaricò le labbra rosse e lucide, mostrando il buco ancora spalancato, da cui usciva il seme caldo a fiotti lenti.
«Leccalo. Pulisci la figa di tua moglie. Assaggia come un vero uomo mi ha riempito.»
Marco tremò. Ginocchia a terra sulla paglia, il viso arrossato fino al collo. Si avvicinò, l’alito corto. La lingua gli uscì esitante, toccò prima la coscia interna, poi salì, leccò i fili bianchi che le scendevano. Il sapore era salato, amaro, estraneo. Elena gemette quando la lingua di lui arrivò alle labbra gonfie, quando leccò dentro, raccogliendo la sborra di Carlos. Marco lo fece. Lo fece tutto, le guance che si macchiavano, gli occhi chiusi per l’umiliazione che gli bruciava più forte dell’eccitazione. Carlos osservava, già che si rialzava il cazzo a mano lenta, strofinandosi il glande ancora umido contro la schiena di Elena.
«Bravo coglione. Pulisci bene. Così dopo te la rifaccio piena.»
Elena spinse la testa di Marco più a fondo con una mano nei capelli. «Più a fondo. Succhia tutto. Voglio sentire la tua lingua dove lui mi ha sborrato.» Marco leccò, succhiò, le labbra che si chiudevano sul clitoride gonfio mentre la lingua andava e veniva. Elena si mosse contro la sua bocca, si frizionò, e venne una seconda volta con un gemito basso, le cosce che gli stringevano le orecchie, altri schizzi caldi che gli bagnarono il mento. Quando lo lasciò andare, Marco aveva il volto lucido di succhi e sborra, le labbra gonfie, lo sguardo perso.
Carlos era di nuovo duro. Il cazzo grosso, scuro, le vene che pulsavano, la testa lucida. Lo alzò e lo batté leggero contro la guancia di Marco. «Apri. Assaggia il tuo padrone.» Marco aprì la bocca. Carlos ci spinse dentro la punta, solo la testa, e Marco succhiò per ordine di Elena, la lingua che girava, il sapore di lei e di lui mescolati. Carlos rise basso e si ritrasse prima di sborrare, lasciando un filo di bava sul mento del marito.
«Adesso sul fieno. A pecorina. Voglio fotterti mentre lui ti lecca le palle da sotto.»
Elena si mise a quattro zampe sulla balla. Il sedere alto, la schiena inarcata, le tette che pendevano fuori dalla camicetta sudata. Carlos le si mise dietro, le aprì le chiappe con le mani grandi e le rinfoderò il cazzo d’un colpo solo fino alle palle. Elena urlò, la figa che lo stringeva ancora stretta e bagnata. Le spinte ripresero selvagge, il bacino che sbatteva contro di lei con schiocchi umidi e secchi. «Marco… sotto. Lecca le palle di Carlos mentre mi scopa. Lecca dove mi fotte.»
Marco strisciò sotto, tra le gambe di Carlos. La lingua uscì, leccò le palle pesanti e sudate che sbattevano contro la figa di sua moglie a ogni spinta. Sentì il cazzo scuro sfregargli sulla lingua, sentì i succhi di Elena che gli cascavano in faccia. Carlos gli premette la testa più vicino con una mano, senza smettere di scopare. «Così, cornuto. Pulisci mentre riempio tua moglie.»
Elena guardava all’indietro, gli occhi lucidi. «Più forte… cazzo più forte… fammi sentire che sei un toro. Marco non mi ha mai spaccata così. Diglielo, Carlos. Digli che sono la tua puttana.»
«Sei la mia puttana di fienile. La figa di questo coglione è mia ora. Guarda come la prendi. Guarda come ti apro.» Carlos le diede schiaffi sul sedere, rossi, e le tirò i capelli. Le spinte diventarono lunghe e profonde, il glande che le batteva il fondo a ogni botta. Elena squirtò di nuovo, un getto caldo che bagnò le cosce di Carlos e la faccia di Marco sotto. Lei rideva e gemava insieme, la voce rauca. «Sborra dentro… di nuovo… riempimi finché cola… e poi fallo leccare di nuovo.»
Carlos ruggì, le mani che le stringevano i fianchi fino a lasciar segni. Spinse a fondo, le palle contratte, e scaricò il secondo carico caldo e denso nel profondo. Getti dopo getti, il cazzo che pulsava mentre Elena veniva con lui, le pareti che lo mungevano, un urlo lungo che si spezzò tra le travi. Quando si fermò, restò conficcato, ansimante, il sudore che gli scorreva sul petto peloso. Elena scivolò in avanti, si girò e si stese sul fieno a gambe aperte. Il cazzo uscì con un plop umido. La sborra uscì subito, densa, che le colava dal buco rosso e dilatato giù verso il buco del culo.
«Vieni, Marco. Lecca. Tutto. Fino all’ultima goccia. E toccati mentre lo fai. Voglio vedere il tuo cazzetto piccolo mentre pulisci la figa del toro.»
Marco obbedì di nuovo. Si chinò tra le cosce di lei, la lingua che raccolse i fili bianchi, che entrò, che succhiò. Con una mano si aprì i pantaloni e si prese il cazzo sottile e duro, si masturbò a scatti goffi mentre leccava la sborra di un altro uomo dalla figa di sua moglie. Elena gli accarezzò i capelli, gli sorrise dall’alto, crudele e soddisfatta. «Bravo cornutino. Così. Sborra pure tu, piccolo. Sborra mentre mi pulisci.»
Marco gemette contro di lei e venne, schizzi deboli sulla paglia, il corpo che si scuoteva di vergogna e di piacere amaro. Carlos si era seduto sulla balla accanto, il cazzo ancora mezzo duro, e osservava in silenzio, soddisfatto. Elena lo raggiunse, si strinse al petto sudato di lui, gli baciò la bocca con lingua lenta, assaggiando sé stessa e Marco e lui. Restarono così un lungo momento, i corpi ancora caldi, l’aria pesante.
Poi Elena si alzò. Sistemò la gonna, non le mutandine (erano strappate). Guardò Marco ancora in ginocchio, il viso lucido, il cazzo molle fuori. Gli fece un cenno del mento. Carlos si rialzò i pantaloni, raccolse la balla di fieno che era venuto a prendere e uscì senza una parola, il torso nudo che luccicava al sole di luglio oltre la porta.
Il fienile tornò quieto. Solo il ronzio lontano delle cicale, il fruscio leggero della paglia sotto i piedi di Elena mentre si sistemava la camicetta. Marco restò immobile a terra. Lei non disse nulla. Si limitò a guardarlo un attimo, poi si voltò e uscì anche lei nella luce accecante, lasciandolo solo con l’odore di sesso che si assottigliava piano nell’ombra calda.
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