Sussurra “Ti prego” tra le statue

Sofia, moglie annoiata di 32 anni, fa toccare e scopare forte da Lorenzo sotto gli occhi eccitati e umiliati del marito Marco.

13 min read September 10, 2026New

Nel cuore di una villa romana sulle colline, trasformata da anni in un museo privato illuminato solo da fiaccole basse e faretti discreti, Sofia camminava accanto a Marco tra le statue di marmo. Aveva trentadue anni, il corpo ancora sodo e curvo sotto il vestito di seta nera che le scendeva fino a metà coscia, i capelli castani raccolti in modo da lasciare nuda la nuca. Marco, avvocato ricco di quarant’anni, teneva una mano sulla schiena di lei con quel gesto di possesso abituale che lei ormai sentiva solo come un peso. La serata era esclusiva: pochi invitati, champagne, e decine di nudi classici che sembravano osservarli.

Lorenzo li raggiunse vicino a un Apollo che tendeva l’arco. Trentotto anni, spalle larghe da scultore, mani grandi ancora segnate dalla polvere di marmo, sguardo diretto che non si prese la briga di fingere. «Sofia», disse il suo nome come se lo conoscesse da sempre, e le baciò la mano. Poi guardò Marco con un sorriso appena cortese. «Suo marito ha un ottimo gusto. Per le statue… e non solo».

Sofia sentì il calore salirle subito tra le gambe. Era annoiata da mesi, il sesso con Marco era diventato prevedibile, breve, quasi educato. Lorenzo invece stava già flirtando senza pudore, la voce bassa, gli occhi che le scendevano sul décolleté. Si avvicinò di più, abbastanza da far sentire a Marco ogni parola.

«Vorrei essere toccata proprio qui», sussurrò Sofia all’orecchio di Lorenzo, abbastanza forte perché il marito sentisse. «Tra queste statue. Con le tue mani. Adesso». Guardò Marco di sottecchi, cercando la sua reazione: il volto del marito si era irrigidito, le labbra strette, ma negli occhi c’era già qualcosa di umido e oscuro. Sofia scelse di provocarlo. Sapeva esattamente cosa stava facendo.

Lorenzo non esitò. Le prese il mento e la baciò. Prima piano, poi con lingua calda e insistente, mentre Marco restava immobile a due passi. Sofia gemette contro la bocca di lui, aprendo le labbra, lasciando che le mani grosse le scendessero sulla vita. Il bacio si fece più umido, più rumoroso. Lei tenne gli occhi aperti e fissò il marito sopra la spalla di Lorenzo. «Guardami», mormorò tra un bacio e l’altro. «Marco… guardami».

La mano di Lorenzo scivolò sotto il vestito di seta. Le dita trovarono la slip già bagnata, la spostarono di lato e toccarono direttamente la fessura calda e scivolosa. Sofia inspirò di colpo. Due dita le accarezzarono le labbra gonfie, poi premettero sul clitoride con pressione lenta e precisa. «Sei già così bagnata», disse Lorenzo a voce alta, perché Marco sentisse. «Tua moglie gocciola solo a essere toccata da uno sconosciuto».

Sofia gli afferrò il polso, non per fermarlo ma per spingerlo più dentro. «Ti prego», sussurrò con voce rotta, lo sguardo ancora conficcato in quello di Marco. «Ti prego… toccami di più. Fagli vedere». Marco respirava a fatica. Il cazzo gli tendeva i pantaloni in modo evidente, eppure il volto era stravolto dall’umiliazione. Sofia gli parlò diretto, mentre le dita di Lorenzo le entravano fino alla seconda falange. «Voglio che guardi. Dimmi di sì. Dimmi che posso farmi scopare qui, davanti a te».

Marco deglutì. La voce gli uscì rauca. «Sì. Guardo. Fai… fai quello che vuoi. Voglio vederti». L’umiliazione e l’eccitazione si mescolarono nel suo tono; Sofia lo capì e ne fu elettrizzata. Il consenso era esplicito, reciproco, e li spinse oltre.

Si inginocchiò sul pavimento di marmo freddo, tra le gambe di una Venere e il basamento di un satiro. Aprì i pantaloni di Lorenzo con mani frettolose. Il cazzo che spuntò era grosso, pesante, già duro, con la pelle tesa e la testa lucida. Sofia lo guardò negli occhi mentre lo prendeva in bocca. Lo succhiò avido, guance scavate, saliva che scendeva lungo l’asta. Marco stava in piedi a un metro, impotente, le mani chiuse a pugno. Ogni tanto Sofia si staccava solo per dirgli: «È più grosso del tuo. Senti com’è caldo in gola». Poi lo riaffondava fino a quasi toccarle il fondo della gola, gemendo intorno alla carne.

Lorenzo le afferrò i capelli e la tirò su dopo qualche minuto. La piegò in avanti contro il piedistallo di un Ercole, alzandole il vestito fino alla vita. Le strappò via le mutandine bagnate e le aperse le natiche con le mani. Il cazzo grosso le sfregò prima sulla fessura scivolosa, poi entrò di colpo, tutto intero. Sofia gridò. Le spinte furono subito profonde e potenti, il bacino di Lorenzo che sbatteva contro il suo culo con un suono umido e regolare. «Ti prego, più forte», gemeva lei, la faccia girata verso Marco. «Scopami più forte… fammi venire davanti a lui. Ah… così…».

Le dita di Lorenzo le trovarono di nuovo il clitoride mentre la inculava. Sofia venne rumorosamente, le gambe che tremavano, il sesso che si stringeva a spasmi intorno al cazzo grosso. Il gemito le uscì lungo e rotto, echeggiando tra le statue. Lorenzo non si fermò. La sollevò quasi di peso e la portò su un divanetto antico di velluto scuro, vicino a una finestra che dava sul giardino buio. La sdraiò sulla schiena, le aprì le cosce e rientrò in lei in posizione missionario, faccia a faccia.

Spingeva lento e profondo ora, guardandola negli occhi. «Dillo a tuo marito», ordinò con voce bassa e dura. «Digli quanto è più grosso il mio cazzo. Quanto è meglio».

Sofia, ancora contrazioni residue che le facevano arrossare il collo, voltò la testa verso Marco. Lui si era aperto i pantaloni e si stava toccando con la mano destra, il gesto umiliato e frettoloso, gli occhi lucidi. «Marco… il suo cazzo è più grosso del tuo. Mi riempie tutta. È più duro, più lungo… mi scopa meglio di quanto tu abbia mai fatto. Sento ogni vena. Sto ancora venendo mentre lui mi chiava». Le parole le uscivano spezzate dai gemiti. Lorenzo accelerò, le mani le tenevano i polsi sopra la testa, il corpo pesante che la schiacciava sul velluto. «Ancora», le ordinò. «Dillo più forte».

«È meglio del tuo! Mi fa squirtare, mi apre… ti prego, Lorenzo, non fermarti… scopami finché non riempio il divano». Marco gemette lui stesso, la mano che strofinava il suo cazzo più piccolo con vergogna e bisogno. Sofia lo guardava mentre veniva di nuovo, questa volta con un urlo più acuto, le unghie conficcate nelle braccia di Lorenzo, il sesso che pulsava visibilmente intorno all’asta che entrava e usciva lucida di lei.

Lorenzo ruggì basso. Le spinte divennero irregolari, profonde fino in fondo. «Dentro», disse, e Sofia annuì con urgenza. «Sì, vienimi dentro… riempimi… voglio sentirlo scaldarmi mentre lui guarda». Con un gemito grosso e gutturale Lorenzo venne. Il cazzo le pulsò forte, scaricando getti caldi e densi in fondo alla figa. Sofia sentì ogni spinta di seme, il calore che si diffondeva, e strinse le gambe intorno ai fianchi di lui per tenerlo dentro. Respiravano entrambi affannati. Il liquido già iniziava a colarle lentamente lungo la coscia quando Lorenzo si ritrasse di poco, lasciando vedere a Marco il buco rosso e aperto che stillava bianco.

Sofia, ancora con le gambe aperte, girò di nuovo lo sguardo al marito. La voce le uscì roca, soddisfatta e crudele al tempo stesso. «Guardalo che mi cola… tutto dentro di me. E non ho ancora finito di usarlo». Lorenzo le accarezzò un seno ancora coperto di seta, il pollice sul capezzolo duro, e sorrise verso Marco con calma possessiva. «La sera è lunga. Queste statue hanno visto di peggio. Tua moglie ha ancora voglia… e io non ho finito di fargliela venire finché non ti chiederà scusa per essersi sposata con un cazzo insufficiente».

Sofia rise basso, un suono sporco, e allungò una mano verso il marito senza alzarsi. «Resta. Toccarti pure, ma non venire. Voglio che duri. Voglio che tu veda tutto quello che mi fa ancora». Lorenzo era già di nuovo mezzo duro, il seme di lei e di lui mescolato sull’asta. La tensione non si era sciolta: pendeva tra le tre figure e il marmo freddo, pronta a rifarsi più densa, più umiliante, più carnale non appena qualcuno avrebbe mosso di nuovo un muscolo.

Lorenzo non diede tempo al respiro di tornare regolare. Afferrò Sofia per i fianchi e la voltò a pancia in giù sul velluto logoro, spingendole le ginocchia larghe finché le cosce non tremarono. Il cazzo, già di nuovo teso e lucido del loro misto, le sfregò tra le labbra gonfie e aperte. Lei gemette contro il bracciolo intagliato, la guancia premuta sul tessuto che sapeva di polvere antica e champagne versato.

«Guardalo mentre mi rima», ordinò a Marco senza alzare la voce. Il marito obbedì, la mano ancora chiusa intorno al proprio membro piccolo e rosso, le dita umide. Lorenzo entrò di slancio, un colpo solo che mandò Sofia in avanti con un urlo strozzato. Il basamento di una Minerva vibrò quando lei vi aggrappò le unghie. Ogni spinta era più pesante della precedente: bacino contro culo, suono bagnato e sordo che riempiva la sala delle statue.

«Ti prego… così… più a fondo», sussurrò Sofia, e la frase uscì rotta, quasi un pianto. Lorenzo le afferrò i capelli castani e le tirò la testa indietro, costringendola a fissare Marco dritto negli occhi. «Diglielo di nuovo. Digli che il suo cazzo non ti basta più da anni.»

Sofia obbedì con la voce rauca di chi ha già goduto due volte e ne vuole una terza. «Non mi basta, Marco. Non mi è mai bastato come questo. Mi apre, mi stira… sento le palle che mi battono contro la figa ogni volta che spinge. Sto gocciolando il suo come da una fontana e tu stai lì a strozzarti il polso come un ragazzino.» Marco emise un suono basso, umiliato e arrapato insieme. La mano accelerò, ma Sofia scosse la testa quanto poteva con i capelli tirati. «No. Non venire. Ti ho detto di durare. Voglio vederti soffrire mentre lui mi fa squirtare di nuovo.»

Lorenzo rise contro la sua nuca. Tirò fuori il cazzo solo per spingerlo di nuovo fino in fondo, poi lo estrasse del tutto e lo lasciò battere pesante sulla fessura aperta. Un filo spesso di seme e liquido di lei scese lungo l’interno coscia e gocciolò sul marmo. «Vieni qui», disse a Marco. «Tieni aperte le labbra di tua moglie. Con le dita. Voglio che le senta quant’è larghe adesso.»

Marco esitò un secondo solo, il volto acceso di vergogna. Poi si avvicinò, si inginocchiò accanto al divanetto e con due dita tremanti divaricò le labbra già rosse e lucide di Sofia. Sentì il calore, la scivolosità, il buco che pulsava ancora. Lorenzo rientrò guardandolo in faccia, il glande che spariva tra le dita del marito. Sofia gridò, un suono lungo e sguaiato che rimbalzò tra Apollo e il satiro. «Sì… tieni così… fammi sentire quanto sono piena mentre mi tieni tu.»

Le spinte ripresero violente. Ogni volta che Lorenzo affondava, le dita di Marco venivano schiacciate contro il clitoride gonfio. Sofia venne di nuovo dopo pochi minuti, le cosce che si chiusero a scatto intorno al polso del marito, un getto caldo che bagnò le dita di Marco e il velluto sotto di lei. Tremava tutta, la schiena inarcata, la bocca aperta senza suono per un attimo prima che il gemito esplodesse. «Ti prego… non fermarti… scopami attraverso l’orgasmo… ah Dio…»

Lorenzo non si fermò. La sollevò di peso, ancora impalata, e la portò in piedi contro il torso di un Ercole di marmo bianco. Le gambe di Sofia avvolsero i fianchi di lui; le braccia si aggrapparono al collo largo. Da quella posizione Marco vedeva tutto: il culo di lei che si alzava e abbassava, il cazzo grosso che entrava e usciva lucido, il seme precedente che schiumava ai bordi. Sofia gli parlò sopra la spalla di Lorenzo, la voce spezzata dal ritmo.

«Guarda come mi usa. Guarda come mi tiene. Questo è un uomo, Marco. Un cazzo vero. Io mi sposai con te per i soldi e la villa… ma il mio corpo ha sempre voluto questo. Ti prego, ammettilo. Dimmi che ti piace vedermi ridotta così.»

Marco deglutì. La voce gli uscì sottile. «Mi piace. Mi piace vederti presa. Mi piace… essere niente.» La confessione lo fece gemere; la mano riprese a muoversi sul proprio cazzo con gesti disperati. Lorenzo accelerò, le dita conficcate nei glutei di Sofia, i denti contro la spalla nuda. «Ancora più forte», ordinò lei. «Riempimi di nuovo. Voglio colare fino alle caviglie mentre lui si sverginà l’orgoglio.»

Il secondo scarico di Lorenzo arrivò con un ringhio basso. Si conficcò fino alle palle e pulsò, getti caldi che Sofia sentì arrivare in fondo all’utero. Lei strinse, mungendo, le unghie nella schiena di lui. Quando lui la posò di nuovo sul divanetto, un rivolo bianco immediato le scese dalla fessura aperta e le solcò la coscia interna. Sofia, ansimante, allargò le ginocchia verso Marco.

«Leccalo», disse. Non era un ordine crudele: era un invito carico di eccitazione reciproca, e Marco lo accettò chinandosi. La lingua gli toccò il seme caldo e salato di un altro uomo mescolato al sapore di sua moglie. Sofia gli tenne la testa tra le cosce mentre lui puliva, lenti colpi di lingua sulla clitoride ancora troppo sensibile. «Bravo… così… senti com’è grosso il buco che ti ha lasciato. Senti il sapore di chi mi scopa meglio di te.»

Lorenzo si era seduto su una panca di pietra, il cazzo ancora mezzo duro che gledeva lento. Guardava la scena con calma da proprietario. Quando Sofia spinse via la testa di Marco, si alzò e andò da lui. Si inginocchiò tra le gambe di Lorenzo e lo prese in bocca di nuovo, succhiando il sapore di entrambi, le guance scavate, la saliva che filava. Con una mano fece segno a Marco di avvicinarsi.

«Tocca il mio culo mentre lo succhio», mormorò staccandosi un attimo. «Metti le dita dove lui mi ha scopata. Sentiti secondo.» Marco obbedì. Due dita entrarono facilmente nel calore scivoloso; ne sentì le pareti ancora pulsanti. Sofia gemette intorno al cazzo di Lorenzo e spinse indietro il bacino contro la mano del marito. Il ritmo era sporco e lento: bocca su Lorenzo, dita di Marco dentro di lei, le statue immobili testimoni di marmo.

Dopo qualche minuto Sofia si alzò. Si voltò di spalle a Lorenzo, si chinò in avanti e si appoggiò alle ginocchia di Marco, il viso a pochi centimetri dal cazzo piccolo e trascurato del marito. «Mettilo in bocca», disse a Lorenzo alle sue spalle. «No… il tuo. Scopami la figa di nuovo mentre io succhio lui. Voglio sentire la differenza nello stesso momento.»

Lorenzo sorrise e ubbidì. Entrò da dietro con un colpo fluido; Sofia aprì le labbra e prese il cazzo di Marco fino in fondo alla gola. Il contrasto la fece venire quasi subito: il membro grosso che la riempiva dietro, quello più sottile e familiare che le batteva sulla lingua. Marco gemette alto, le mani nei capelli di lei, terrorizzato all’idea di venire troppo presto. Sofia si staccò solo per parlare, la voce pastosa di saliva e cazzo.

«Non venire ancora. Conta le spinte. Conta quanti colpi mi dà lui mentre io ti tengo in bocca come un giocattolo. Ti prego, Marco… resta duro e umiliato. Voglio che tu veda la mia faccia quando lui mi fa squirtare addosso alle tue scarpe.»

Lorenzo la prese a spinte lunghe e pesanti. Ogni botta mandava Sofia in avanti sulla bocca di Marco. Il suono era obsceno: carne bagnata, gemiti soffocati, il respiro affannoso di tre adulti tra le torce basse. Sofia venne una quarta volta con le gambe che cedettero; un getto le schizzò lungo le cosce e macchiò davvero le scarpe di cuoio di Marco. Lei rise contro il glande del marito, un suono basso e trionfante.

«Guarda… ti ho pisciato addosso di piacere. Tutto grazie a lui.» Lorenzo la tenne in piedi, le braccia intorno al petto, i pollici sui capezzoli duri sotto la seta. Continuò a scoparla lenta, quasi pigra, mentre lei si riprendeva. Poi accelerò di nuovo, deciso a venire una terza volta. Sofia lo sentì gonfiarsi e annuì. «Dentro. Sempre dentro. Voglio tornare a casa piena e farlo dormire accanto a me mentre cola ancora.»

Il gemito finale di Lorenzo fu più lungo, più basso. Si svuotò in profondità, tenendola sollevata, le palle contratte contro di lei. Quando la posò, Sofia restò un attimo piegata, le mani sulle ginocchia, il fiato corto, il seme che le scendeva già in fili spessi. Si voltò verso Marco, gli occhi lucidi di lussuria soddisfatta e di qualcosa di più tagliente.

Si avvicinò al marito, gli prese il viso tra le mani e lo baciò a lungo, facendogli assaporare la bocca che aveva avuto il cazzo di Lorenzo. Poi gli sussurrò contro le labbra, abbastanza forte perché anche lo scultore sentisse:

«Adesso puoi venire. Solo adesso. Sulla mia figa piena. Segnami tu per ultimo, da marito insufficiente che ha guardato tutto.»

Marco non resisté. Quattro, cinque colpi di mano e sparò contro le labbra già dilaniate e colanti di Sofia, getti sparsi che si mescolarono al bianco denso di Lorenzo. Gemé il nome di lei come una scusa. Sofia lo accarezzò i capelli con una tenerezza improvvisa e crudele insieme, mentre Lorenzo si riallacciava i pantaloni nello sfondo tra le statue.

La sala tornò quasi silenziosa, rotta solo dal crepitio lontano delle fiaccole e dal respiro ancora irregolare dei tre. Sofia si sistemò il vestito di seta senza mutandine, il tessuto scuro che si appiccicava subito tra le cosce bagnate. Guardò le statue, poi il marito, poi l’uomo che l’aveva scopata sotto gli occhi di entrambi.

Sorrise, piccola e stanca e terribilmente lucida.

Solo quando la luce di una torcia tremò sul volto di Ercole, Marco le passò un braccio intorno alla vita con lo stesso gesto di possesso di sempre e le disse all’orecchio, calmo, senza traccia dell’umiliazione di un minuto prima: «Domani sera lo rifacciamo con il collega del suo studio. L’ho già pagato io. Tutto questo teatro… l’ho scritto io mesi fa, amore. E tu sei stata perfetta.»

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