Finto Amore che Divora sul Tetto
Sofia, 38 anni, si fa scopare sul tetto dal vicino Theo, 29 anni, mentre il marito Marco, 42 anni, guarda umiliato e si sega.
Marco si arrotolò le maniche della camicia stropicciata e controllò per la terza volta le bicchiere di cristallo sul tavolino basso del terrazzo. Quarantadue anni, contabile di provincia con un fisico che da tempo aveva smesso di lottare contro la panza, e un problema di erezione che lo rendeva più timido di un adolescente al primo ballo. «Sofia, tesoro, ti prego, è solo una cena. Luca… ehm, Theo, dico Theo, il vicino di sotto, ha insistito. Personal trainer, ventinove anni, braccia come travi. Farà bella figura, no?»
Sofia, trentotto anni, commercialista vivace con un sorriso che spaccava i bilanci e un seno ancora sodo sotto la camicetta bianca, alzò un sopracciglio divertito. «Marco, se mi stai chiedendo di cenare sul tetto con il ragazzone atletico perché vuoi sbirciargli i pettorali, dillo pure. Ma porta il vino buono, non quello del supermercato.» Rideva già, e lui sentì quel pizzicore umiliante tra le gambe: un brivido che non arrivava mai a raddrizzare il cazzo floscio.
Theo salì le scale con una bottiglia di rosso costoso e un sorriso da cani sciolti. Alto, abbronzato, maglietta nera tesa sul petto scolpito, jeans che non nascondevano un pacco generoso. «Buonasera, vicini. Marco, che terrazzo da paura. Sofia… wow. Quella gonna ti fa un culo da far piangere i santi.»
Marco arrossì fino alle orecchie, ma invece di innervosirsi sentì il sangue rifluire strano, caldo, verso un’eccitazione che lo faceva sentire piccolo. Durante l’antipasto Theo non smise di flirtare: le versava il vino guardandola dritto negli occhi, le toccava il braccio per sottolineare una battuta, le diceva che con quei fianchi avrebbe dovuto fare pilates con lui gratis. Sofia rideva, gli restituiva le occhiate, e a un certo punto si chinò per prendere una olive e mostrò la scollatura. Marco, seduto di traverso, confessò a mezza voce, mentre Theo andava a prendere il secondo piatto: «Sofia… mi eccita. Vederti così, con lui. Mi piacerebbe… vederti cedere. Al suo fascino. Dio, che cornuto da strapazzo che sono.»
Lei lo fissò, divertita e un po’ cattiva. «Davvero, maritino? Vuoi che mi faccia scopare dal vicino mentre tu ti sei già bagnato le mutande? Va bene. Giochiamo.»
Il dopocena scivolò tra risate e bicchieri. Le luci della città sotto di loro tremolavano come complici. Sofia e Theo si erano spostati sul grande divano del terrazzo, cosce che si sfioravano. Lei gli accarezzò il petto duro attraverso la maglietta, sentendo i muscoli saltare. «Sai che sei un pezzo di carne da museo, vero?»
Theo le sussurrò all’orecchio, caldo e diretto: «Vorrei scoparti qui, adesso. Spingerti il cazzo fino in gola e poi riempirti mentre tuo marito guarda. Sei bagnata già, lo sento.»
Marco, rosso fuoco, seduto sulla sedia di vimini a due metri, ammise a voce alta, la voce rotta dall’umiliazione e dal piacere: «Guardate pure. Voglio guardare. Fategli di tutto. Il mio cazzo è… è piccolo e non si alza quasi mai. Fatemi vedere com’è un vero uomo.»
Sofia lo guardò, poi scelse. Si girò verso Theo e lo baciò con passione, lingua che entrava avida, gemito basso. Le mani di lui le scesero sulla gonna, le strizzarono il culo. Lei si staccò solo per lanciare a Marco una battuta: «Senti, cornuto? Questo qui ha un mazzo che già preme. Il tuo mica arriva a metà. Vuoi che gli mostri quanto sono troia per cazzi veri?»
Marco annuì, già con una mano sul cavallo dei pantaloni, dove il povero pisello faceva fatica a gonfiarsi a metà. «Sì… sì, scopatelo.»
Sofia scese in ginocchio sul cuscino del divano. Sfilò i jeans di Theo e ne uscì un cazzo grosso, venato, già duro come ferro, almeno venti centimetri che facevano ridere di pietà il ricordo di quello di Marco. Lo prese in mano, lo leccò dalla base alla punta, poi lo ingoiò con avidità, guance cave, occhi fissi in quelli del marito. «Mmmh… Marco, guarda. È grosso e duro. Il tuo è un ditino molle. Questo mi riempie la bocca… cazzo, che sapore.» Succhia va rumorosa, saliva che cola va, una mano che massaggia va le palle pesanti di Theo mentre l’altra si ficca va sotto la gonna a toccarsi la figa già fradicia.
Theo gemette, le mani nei capelli di lei. «Brava puttana. Tuo marito ti guarda e si sega il pesciolino. Continua.»
Poi la sollevò, le alzò la gonna, le tirò da parte le mutandine e la stese sul divano. Entrò in missionario con una spinta secca che le strappò un urlo. «Ah, sì, pieno… Marco, è enorme, mi spinge tutto, le palle mi sbattono sul culo!» Theo pompava forte, bacino che schioccava, e Sofia gli artigliava le spalle, le tette che ballavano fuori dalla camicetta sbottonata. «Più grosso del tuo, marito… molto più grosso. Non torni più indietro, capito?»
La girò a pecorina senza tirarlo fuori. La prese da dietro, mani sui fianchi, e iniziò a sbatterla forte, il rumore di pelle contro pelle che riempiva la notte. «Moglie troia di un cornuto! Ecco come si scopa una figa da brava puttana. Marco, guarda come ti faccio la donna!» Sofia urlava di piacere, «Sì, scopami, riempimi, sono la troia del vicino, non la tua!», e ogni tanto voltava la testa verso il marito, ridendo tra un gemito e l’altro. «Segati, piccolo. Senza toccarmi. Solo guarda.»
Marco era nell’angolo, pantaloni aperti, la mano che strofinava il cazzo mediocre e mezzo duro con gesti rapidi e umiliati. Gemiti bassi di vergogna e eccitazione mista: «Scopatela… più forte… sono un cornuto… cazzo, che figa ti sta prendendo.» Si vergognava del piacere che gli bruciava le palle, ma non riusciva a smettere.
Theo accelerò, la schiena di Sofia inarcata, il culo che rimbalzava. «Prendi tutto, troia. Vengo dentro.» E venne con potenti schizzi, gemendo grosso, scaricando load dopo load di sborra calda e densa nel fondo della figa di Sofia. Lei strinse e venne anche lei, singhiozzando di piacere, il liquido bianco che già cominciava a colarle lungo le cosce quando lui si sfilò.
Sofia si alzò tremante, il vestito scassato, la figa che gocciolava. Andò da Marco, gli baciò la fronte sudata con tenerezza cattiva e gli sussurrò all’orecchio, abbastanza forte perché Theo sentisse: «Leccami. Leccami la figa piena di sperma del vicino. Adesso.»
Marco, con un gemito di pura umiliazione eccitata, si chinò e obbedì. La lingua le prese la fessura gonfia, il sapore salato e amaro della sborra di Theo mescolato ai succhi di lei. Leccava avido e vergognoso, mentre Theo, in piedi ancora nudo a metà, rideva di gusto e alzava il bicchiere di vino. «Alla salute del cornuto! Bevi pure tutto, amico.»
Sofia gli teneva la testa premuta, dondolando i fianchi sulla bocca del marito. «Mmmh, bravo cagnolino. E d’ora in poi queste serate sul tetto non finiscono qui… la prossima volta voglio che Theo mi porti anche un amico, e tu starai in ginocchio a tenere i cazzi puliti mentre loro mi riempiono da tutte le parti. Ti piace l’idea, vero, marito mio? Perché io ho appena cominciato a divertirmi.»
Sofia tenne premuta la testa di Marco contro la figa stillante ancora qualche secondo, godendosi i suoi gemiti soffocati e la lingua che leccava avidamente ogni goccia di sborra di Theo. Poi lo spinse indietro con un piede leggero, ridendo di quel suono umido e schioccante.
«Basta così, cagnolino. Hai fatto il tuo dovere da bravo cornuto.»
Marco si rialzò in ginocchio, il viso lucido di saliva e sperma, le guance rosse come pomodori. Il suo cazzetto mezzo morto pendeva patetico dai pantaloni aperti, e lui lo strinse di nuovo con una mano tremante, strofinandolo piano mentre guardava Theo. Il vicino era ancora nudo dalla vita in giù, il cazzo grosso e lucido di succhi che iniziava già a rinvigorirsi solo a guardare Sofia scassata e sorridente.
Theo si passò una mano tra i capelli sudati e rise di gusto, quella risata da ragazzone che faceva sembrare tutto una grande barzelletta. «Marco, amico, devo dirti che hai un talento speciale. Non tutti riescono a leccare lo sperma altrui con tanta… passione. Sei un vero artista del cuck.»
Sofia si lasciò cadere di nuovo sul divano, gambe divaricate, la gonna arrotolata sopra i fianchi. La figa era gonfia, rossa, e un filo bianco le scendeva ancora lungo l’interno coscia. Si toccò con due dita, raccogliendo un po’ di sborra e portandosela alla bocca per assaggiarla, occhi fissi su Marco. «Mmmh. Sale e amaro. Proprio come mi piace quando non è tuo. Ehi Theo, guardi come ti sta già rialzando? Quel mostro non sa stare fermo, eh?»
Theo si avvicinò, il cazzo che batteva contro la coscia muscolosa, e se lo prese in mano dandogli due strizzate lente. «Con una troia come te davanti, impossibile. Vieni qui, Sofia. Voglio rivederti cavalcarmi mentre tuo marito si fa i cazzi suoi… o meglio, il cazzetto suo.»
Lei si alzò con un sorrisetto cattivo e andò verso di lui. Si tolse del tutto la camicetta, lasciando le tette sode al fresco della notte, capezzoli duri. Poi spinse Theo a sedersi sul divano e gli montò sopra a cavalcioni, afferrandogli il cazzo grosso e guidandolo dentro di sé con un gemito lungo e soddisfatto. «Ahhh… cazzo sì. Guarda Marco, come mi si apre. È ancora pieno della sborra di prima e già lo risucchio tutto.»
Si abbassò fino in fondo, le palle di Theo schiacciate contro il suo culo, e iniziò a dondolare i fianchi avanti e indietro, poi su e giù con ritmo crescente. Le tette ballavano davanti al viso di Theo, che le prese a morsi leggeri, leccando e succhiando mentre le mani le strizzavano il culo. Il suono bagnato di figa che inghiottiva cazzo riempiva il terrazzo, mescolato alle risate di Sofia.
«Marco, vedi? Questo è un cazzo da donna vera. Il tuo… porca miseria, è una barzelletta. Continua a segartelo, ma non venire ancora. Voglio che aspetti e soffra un po’.»
Marco, ancora in ginocchio a due metri, annuì con un filo di voce rotta dall’eccitazione umiliante. «S-sì… lo sto guardando. È enorme. Ti sta distruggendo la figa… cazzo, che cornuto che sono.» La sua mano andava su e giù sul pisello mediocre, che finalmente era arrivato a una mezza erezione patetica, la punta già umida di precome. Ogni tanto chiudeva gli occhi per la vergogna, poi li riapriva perché non riusciva a staccarsi dallo spettacolo.
Theo le diede uno schiaffo sonoro su una chiappa, ridendo. «Più veloce, puttanella. Fagli vedere come si scopa un marito vero. Marco, tieni a mente: la prossima volta porto davvero un amico. Un altro pezzo di carne come me. Ti piacerebbe vederla presa da due cazzi, vero? Uno in figa e uno in culo, mentre tu stai lì a leccare le palle.»
Sofia accelerò, sudore che le scorreva tra le tette, capelli scompigliati. «Oh sì, cazzo sì! Marco, ti piace l’idea? Due vicini che mi riempiono come una gallina da spiedino mentre tu tieni i cazzi puliti a colpi di lingua? Dimmi di sì, cornuto. Dimmi che ti eccita.»
«Sì… sì, mi piace… voglio vederlo…» bofonchiò Marco, la voce acuta per l’umiliazione. Si era chinato un po’ di più, quasi a pregare, e si segava con gesti frenetici e goffi. «Scopatela più forte, Theo. Fallo soffrire il mio cazzetto. Io… io non ce la faccio a stare al passo.»
Sofia rise così forte che le lacrime le uscirono dagli occhi, senza smettere di saltare sul cazzo di Theo. «Ahahah, povero maritino! Senti che ammissione. Theo, girami. Voglio che mi prenda da dietro di nuovo, ma questa volta voglio Marco vicino a tenermi le tette mentre tu mi sbatte.»
Theo obbedì con un grugnito divertito. La sollevò, la rivoltò a pecorina sul bordo del divano e le rientrò dentro con una spinta secca che le strappò un urlo di puro piacere. Bacino che schioccava contro il culo di lei, veloce e potente, le mani che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi. «Vieni qui, Marco. Fagli da reggiseno al marito. Stringile le tette mentre gliele faccio ballare.»
Marco strisciò vicino a quattro zampe, rosso fino al collo, e obbedì. Le mani tremanti le presero le tette sode da sotto, stringendole mentre Theo le pompava come un pistone. Ogni spinta faceva sbattere il corpo di Sofia in avanti, e Marco sentiva il calore della pelle di lei, l’odore di sesso e sborra, e il suo stesso cazzetto che pulsava miseramente contro l’aria.
«Cazzo, Marco, le tue mani sono morbide come pane. Non come queste di Theo che mi fanno male buono,» gemette Sofia, voltando la testa a baciarlo sulla fronte sudata con tenerezza beffarda. «Continua a tenermi. E guarda come mi esce la sborra di prima ad ogni botta. Sto diventando un casino.»
Theo rideva tra un gemito e l’altro, sudato e glorioso. «Questa figa è un forno, amico. Si stringe come se volesse mungere. Sofia, sei la migliore moglie cornuta del palazzo. Dì qualcosa di carino a tuo marito mentre ti riempio di nuovo.»
Lei ansimava, occhi lucidi di piacere, e guardò Marco dritto in faccia mentre veniva scossa. «Marco… sei il miglior cornuto del mondo. Piccolo, floscio, patetico… e io ti adoro così. Perché grazie a te posso farmi scopare da cazzi veri senza sensi di colpa. Ah! Lì… più forte, Theo! Spaccami!»
Theo accelerò all’impazzata, il rumore di pelle contro pelle che rimbombava nella notte insieme alle urla di lei. «Prendi, troia del tetto! Ecco il secondo carico!» Venne con un ruggito basso, scaricando un’altra ondata calda e densa in fondo a Sofia, spingendo fino in fondo e tenendola lì mentre le palle si contraevano. Sofia strinse e venne di nuovo, singhiozzando e ridendo insieme, il corpo che tremava a ondate, la figa che pulsava e spingeva fuori mescolanze di sborra fresca e vecchia lungo le cosce.
Marco, le mani ancora sulle tette di lei, si segò più veloce che poteva e venne anche lui con un gemito acuto e vergognoso, spruzzando il suo magro carico sul pavimento del terrazzo, il pisello che si sgonfiava subito dopo come un palloncino bucato. «Ahh… scopatela… ho venuto… sono un cornuto felice…»
Theo si sfilò piano, il cazzo ancora semi-duro e lucido, e diede un’ultima pacca sul culo di Sofia. «Brava. Hai preso tutto come una campionessa.»
Sofia si lasciò scivolare a terra sul cuscino, ansimante, sorridente, la figa che gocciolava ancora. Tirò Marco verso di sé e lo baciò sulla bocca, facendogli assaggiare il sapore di sé stessa e di Theo. Poi si accoccolò contro il petto nudo e sudato di Theo sul divano, una gamba gettata su di lui, mentre Marco restava accovacciato ai loro piedi come un cane soddisfatto e umiliato, il viso ancora macchiato.
Theo alzò di nuovo il bicchiere di vino mezzo vuoto, la voce rauca di piacere e umorismo. «Alla salute di questa sera sul tetto. E alla prossima, quando porto l’amico. Marco, preparati le ginocchia.»
Sofia rise piano, le dita che giocavano con i peli del petto di Theo, gli occhi socchiusi nel afterglow caldo e appiccicoso. «Sì… preparati, marito mio. Perché io ho appena iniziato a sentirmi viva. E tu… tu stai esattamente dove devi stare.»
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