Il Primo Sguardo di Mia Moglie sul Suo Amico Yacht
Output: Lorenzo, 42 anni, guarda umiliato mentre la moglie Talia, 38enne, si fa scopare con gusto dal suo ricco amico sul ponte dello yacht.
Non avrei mai pensato di trovarmi qui, a quarantadue anni, con il cuore che mi batteva in gola e un’umiliazione dolce e spessa che mi scendeva lungo la schiena come sudore. Mi chiamo Lorenzo. Talia, mia moglie, ne ha trentotto e ancora oggi, quando entra in una stanza, le teste si voltano. Quella sera sul ponte dello yacht di Nikolai, il mio vecchio amico di quarant’anni, ricco come pochi e con un corpo da palestra costante, le teste non si voltavano: c’era solo noi tre, il rumore leggero del mare della Costa Smeralda e quella tensione che da ore ci mangiava vivi.
Lo yacht era una bestia di lusso, legno chiaro, luci calde, champagne già stappato. Nikolai ci aveva invitati per il weekend «come ai vecchi tempi», ma i vecchi tempi non includevano mia moglie che, dalla prima ora sul ponte, gli lanciava sguardi lunghi, umidi, carichi. Io li vedevo. Li sentivo. Ogni volta che lei si sporgeva per prendere un bicchiere, la scollatura del suo abito bianco lasciava indovinare i seni pieni, e Nikolai non abbassava gli occhi. Talia sorrideva di lato, quel sorriso che conosco da anni e che di solito è solo mio. Quella sera non lo era.
«Sei bellissima stasera», le disse lui, voce bassa, mentre il sole calava arancione sull’acqua. Io stavo un passo indietro, a reggere il mio drink, e sentivo il sangue salirmi alle orecchie. Talia girò appena il viso verso di me, gli occhi scuri che dicevano tutto prima ancora della bocca. Poi tornò a Nikolai.
«Grazie. Il tuo yacht… ti sta addosso».
Ridevano. Io no. O meglio: ridevo con la gola stretta, perché dentro di me qualcosa si stava svegliando, qualcosa di sporco e eccitato che non avevo il coraggio di nominare. Talia sapeva. Lo sentivo dal modo in cui mi sfiorava la mano quando passava, un contatto breve, complice, quasi a chiedermi se stavo reggendo. Stavo reggendo, e al tempo stesso mi stavo sciogliendo.
Durante l’aperitivo al tramonto la cosa salì di un gradino. Stavamo seduti sui divanetti imbottiti del ponte superiore, il vento leggero che le sollevava i capelli. Nikolai le porse un altro prosecco e, nel farlo, le dita gli rimasero un secondo di troppo sulla coscia nuda, subito sopra il ginocchio. Talia non si scostò. Anzi: aprì leggermente le gambe, abbastanza perché il tessuto dell’abito scivolasse più in alto, e rise a una battuta spinta che lui fece sul «modo migliore di usare un pozzetto di notte». Io la guardai. Lei mi guardò. Quello sguardo era una confessione chiara come il cielo sopra di noi.
Si chinò verso di me, labbra quasi all’orecchio. «Mi eccita da morire, Lorenzo. Lo senti anche tu? Dio, mi fa venire voglia…». La voce le trepidava. Non era ubriaca; aveva bevuto poco, come me, come lui. Era solo desiderio crudo, e la consapevolezza che tutti e tre lo stavamo respirando.
Il cazzo mi si indurì nei pantaloni, traditore, mentre l’umiliazione mi bruciava le guance. Sussurrai, così basso che solo lei potesse sentire: «Allora vai oltre. Se lo vuoi… fallo. Ti do il permesso. Voglio vederti».
Talia chiuse gli occhi un istante, come se quelle parole le fossero entrate dritto tra le gambe. Poi si alzò, attraversò i pochi passi che la dividevano da Nikolai e, senza esitazione, gli prese il viso tra le mani e lo baciò. Non un bacio di prova. Lingua, denti, un gemito basso che mi arrivò dritto allo stomaco. Nikolai rispose subito, una mano grande che le scendeva sulla schiena, l’altra che le afferrava il culo attraverso il tessuto sottile. Io restai seduto, gola secca, a guardare mia moglie baciare il mio amico con una fame che non le avevo visto da mesi. Il punto di non ritorno era dietro di noi. Tutti e tre lo sapevamo. Nessuno disse di no.
Quando si staccarono, le labbra di Talia erano rosse, lucide. Nikolai le accarezzò il collo e disse, guardandomi dritto negli occhi: «Tuo marito sta guardando, Talia. Gli piace, vero?».
«Gli piace», rispose lei, e la voce le uscì roca. «E a me piace che guardi».
Si inginocchiò sul teak caldo del ponte. Le mani le tremavano appena mentre gli apriva i pantaloni e tirava fuori il cazzo di Nikolai. Era grosso, già duro, le vene in rilievo, la testa lucida di liquido. Talia lo guardò un secondo con qualcosa di affamato negli occhi, poi alzò lo sguardo verso di me e, tenendomi gli occhi fissi, lo prese in bocca.
Dio. Il suono umido, il modo in cui le guance le si scavavano, la saliva che le cola agli angoli della bocca mentre scendeva più a fondo… Mi alzai e mi avvicinai, costretto e al tempo stesso attratto, finché non fui a un metro da loro. Talia succhiava con avidità, una mano alla base, la lingua che girava intorno al glande ogni volta che risaliva. Nikolai le teneva i capelli raccolti, non rude, ma deciso, e respirava pesante.
«Brava… così… guarda tuo marito mentre lo fai», mormorò.
Lei lo fece. Occhi aperti, lucidi di lacrime di sforzo e di piacere, fissi nei miei mentre la bocca le si riempiva di quel cazzo che non era mio. Io mi toccai sopra i pantaloni, non riuscendo a fermarmi, umiliato e duro come non mi ricordavo da anni.
Nikolai la tirò su con delicatezza e la girò contro il parapetto. Il mare scuro sotto di loro, le luci distanti della costa. Le sollevò l’abito, le calò la biancheria — un pezzo di pizzo nero che finì sul ponte — e le aprì le cosce con le ginocchia. La testa del suo cazzo le sfregò la figa già lucida; Talia spinse indietro il bacino e gemette.
«Scopami», disse. Poi, più forte, mentre lui entrava con una spinta lunga e profonda: «Scopami più forte di come fa mio marito».
Quelle parole mi tagliarono. E mi eccitarono di più. Nikolai la prese da dietro, in piedi, le mani ai fianchi, le spinte secche che facevano sbattere piano le cosce di lei contro il legno. Il suono della pelle, i gemiti di Talia che non cercava di trattenersi, il modo in cui il seno le usciva quasi dall’abito a ogni affondo… Io mi misi di lato, abbastanza vicino da vedere tutto: il cazzo grosso che usciva lucido e rientrava fino in fondo, la figa di mia moglie che lo prendeva con una facilità affamata, le dita di lei strette sul parapetto.
«Più forte», ansimava lei. «Così… aaah… Lorenzo, guardami… guardami mentre mi fotte…».
Nikolai la girò, la sollevò quasi e la adagiò su un cuscino largo del divanetto esterno. Missionario. Le gambe di Talia aperte intorno ai fianchi di lui, le caviglie che si chiudevano sulla schiena mentre lui la penetrava con spinte profonde, misurate, che facevano sobbalzare i seni. La baciava a tratti, le succhiava il collo, poi alzava la faccia verso di me.
«Guarda come gode tua moglie con un vero uomo», disse, voce bassa, crudele e eccitata allo stesso tempo. «Senti che versi? È tutta bagnata. Te la sei mai scopata così?».
Talia gemette un «no… non così…» che mi bruciò e mi fece pulsare il cazzo. Le unghie le lasciavano segni leggeri sulle spalle di Nikolai. Poi lui si ritirò, si sdraiò a sua volta e la tirò sopra. Cowgirl. Talia si impalò da sola, scese fino in fondo con un gemito lungo, e cominciò a cavalcarlo. I fianchi le ruotavano, il culo si alzava e riabbassava, i seni liberi adesso — l’abito tirato giù — che oscillavano sotto la luce calda delle lampade. Nikolai le teneva i fianchi e spingeva dal basso incontro a lei, profondo, costante.
«Dillo a tuo marito», le ordinò tra i denti.
Talia mi guardò, il viso stravolto dal piacere, la bocca aperta. «Gode… sto godendo come non… ah… come non con te… è grosso… mi riempie tutta… Lorenzo…».
Io non riuscivo a parlare. Solo a guardare. A fissare il punto in cui il cazzo di Nikolai scompariva dentro di lei e riappariva lucido dei suoi succhi. Lei accelerò, cercando il proprio orgasmo, e lo trovò con un grido strozzato, la schiena inarco, la figa che le pulsava visibilmente intorno a lui. Nikolai non si fermò. La tenne lì, continuò a spingere su attraverso i suoi spasmi, e poi, con un gemito basso e gutturale, venne. Spinte profonde, potenti, il bacino premuto contro di lei mentre la riempiva. Talia sentì ogni schizzo; lo si leggeva dal modo in cui chiudeva gli occhi e spingeva in basso, come a voler prendere tutto.
Restarono uniti qualche secondo, respiri pesanti, il mare che batteva piano contro lo scafo. Poi Talia si chinò e lo baciò di nuovo, lento, profondo, la lingua ancora affamata anche dopo l’orgasmo. Quando si staccò, un filo di saliva le restò un attimo tra le labbra. Nikolai le accarezzò un seno, il pollice sul capezzolo ancora duro, e mormorò qualcosa che la fece sorridere stanca e soddisfatta.
Lei scese da lui con lentezza. Il seme le cola già un filo lungo l’interno coscia mentre si alzava. Sistemò l’abito in modo approssimativo, i capelli scarmigliati, le labbra gonfie. Poi si voltò verso di me.
Mi si avvicinò. Io ero ancora duro, umiliato, il cuore che batteva troppo forte. Talia mi guardò dal basso, gli occhi lucidi di quello che aveva appena fatto, e mi prese una mano. Me la portò tra le sue gambe, sotto l’abito, dove era calda, gonfia, scivolosa del cazzo e dello sperma di un altro uomo. Le mie dita la sentirono. Lei sussurrò, vicinissima alla mia bocca:
«Adesso tocca a te, amore. Tocca. Senti cosa mi ha lasciato. E non pensare che abbiamo finito… la notte è lunga, e Nikolai non ha ancora deciso se prestarmi di nuovo o se farti restare solo a guardare mentre mi usa sul letto sotto coperta. Dimmi che resti. Dimmi che vuoi vedere il resto».
Il suo respiro mi toccava le labbra. Dietro di lei, Nikolai si era già rimesso a sedere, ancora mezzo nudo, lo sguardo calmo e affamato che diceva che il weekend era appena iniziato. La mano di Talia premeva la mia contro la sua figa bagnata, e il mare sotto di noi restava indifferente, nero e aperto, mentre la tensione — invece di spegnersi — si riavvolgeva più stretta, pronta al colpo successivo.
Continuai a sentire le dita scivolare tra le labbra gonfie di Talia, il seme di Nikolai caldo e filante che mi imbrattava il palmo. Lei non mi lasciò andare subito. Mi strinse il polso e si strofinò contro la mia mano con un movimento lento, deliberato, mentre il suo respiro caldo mi sfiorava la bocca.
«Senti com’è piena», sussurrò. «Ancora calda. Ancora aperta per lui».
Dietro di lei Nikolai si alzò, si sistemò i pantaloni senza fretta e versò altro champagne. Non aveva fretta di coprirsi del tutto; il torace nudo luccicava sotto le luci del ponte, i muscoli ancora tesi. Mi guardò e sorrise di quel sorriso calmo che conoscevo da vent’anni, lo stesso con cui un tempo mi batteva a tennis e ora mi stava fottendo la moglie davanti agli occhi.
«Portala sotto», disse. «Il ponte è bello, ma il letto della cabina padronale è meglio. Voglio sdraiarla per bene».
Talia non esitò. Mi liberò la mano, si accostò a me e mi baciò, facendomi assaporare il sapore di lui ancora sulla sua lingua. Poi mi prese per il polso e mi trascinò verso la scaletta interna. Seguii come un cane, il cazzo che mi premeva doloroso contro la cerniera, l’umiliazione che mi bruciava più del desiderio. Nella cabina la luce era soffusa, il materasso enorme, lenzuola bianche di lino fine. Nikolai entrò per ultimo e chiuse la porta con un click morbido.
Talia si spogliò del tutto. L’abito bianco cadde ai suoi piedi, i seni pesanti e i capezzoli duri, la figa ancora lucida e gocciolante lungo l’interno coscia. Si sdraiò al centro del letto, le gambe aperte senza pudore, e mi guardò mentre si toccava.
«Vieni qui, Lorenzo. Siediti lì». Indicò la poltrona di pelle accanto al letto. «Voglio che tu veda tutto da vicino. E tieni le mani sulle ginocchia finché non te lo dico io».
Obbedii. Mi sedetti, le gambe divaricate per dare spazio all’erezione che mi deformava i pantaloni. Nikolai si svestì completamente. Il suo cazzo era già di nuovo mezzo duro, lucido del loro sesso precedente. Salì sul letto, si mise in ginocchio tra le cosce di Talia e le aprì di più con le mani grandi. La guardò negli occhi.
«Vuoi di nuovo?»
«Sì. Mettilo dentro. Lento all’inizio. Voglio che Lorenzo veda quanto mi allarghi».
Lui la penetrò con una spinta unica, profonda, e Talia gettò la testa all’indietro con un gemito lungo. La vidi accogliere quel cazzo grosso centimetro dopo centimetro, le labbra rosa che si stiravano intorno allo stelo, il seme di prima che schizzava fuori a ogni affondo. Nikolai iniziò a scoparla con ritmo costante, le mani sotto le sue cosce a tenerla aperta, il bacino che batteva contro il suo culo con un suono umido e carnale.
«Guarda tuo marito», ordinò lui. «Dìgli quanto è meglio».
Talia mi fissò, gli occhi velati di piacere. «È… ah… più grosso. Mi arriva dove tu non arrivi più. Mi fa venire solo a tenermelo dentro. Lorenzo… sto già per…».
Accelerò i fianchi incontro a lui. Nikolai le piegò le ginocchia contro il petto e la prese più forte, le palle che sbattevano contro il suo buco del culo. Io mi toccai sopra i pantaloni senza permesso, incapace di resistere. Lei lo notò e rise, un suono rotto dai gemiti.
«No. Non ancora. Solo guarda. Voglio che soffra un po’ di più».
Nikolai la girò a quattro zampe. La prese pei capelli e le sollevò la testa perché mi guardasse mentre la inculava di nuovo. Ogni spinta faceva oscillare i seni di Talia, faceva uscire un filo di bava dalla sua bocca aperta. Lei ansimava il mio nome tra una scopata e l’altra, come se mi stesse ringraziando e umiliando insieme.
«Più forte… usami… fammi venire di nuovo davanti a lui…».
Lui le diede uno schiaffo sul culo, non troppo forte, abbastanza da farle arrossare la pelle. Poi le allungò una mano sotto e le strofinò il clitoride mentre la fotteva. Talia esplose con un urlo strozzato, la schiena inarcata, la figa che si stringeva visibilmente intorno al cazzo di Nikolai. Lui non si fermò. Continuò a spingere attraverso l’orgasmo di lei finché non venne a sua volta, con un grugnito basso, scaricandole un’altra carica di sperma in fondo alla pancia.
Restarono uniti. Talia tremava. Nikolai le baciò la spalla e le sussurrò qualcosa all’orecchio che la fece sorridere, esausta e lussuriosa. Poi si ritirò. Il suo cazzo uscì lucido, e un fiotto denso di bianco le colò fuori, scendendo sulla lenzuola.
Talia si voltò verso di me, ancora a quattro zampe, il culo alto, la figa aperta e che gocciolava.
«Adesso sì. Vieni. Lecca. Puliscimi. Voglio sentire la tua lingua dove lui mi ha appena riempito».
Mi alzai come ipnotizzato. Mi inginocchiai sul bordo del letto, le mani che le aprivano le natiche, e affondai la faccia tra le sue cosce. Il sapore era salato, amaro, misto al suo succo dolce. Succhiavo lo sperma di Nikolai dalla figa di mia moglie mentre lei gemieva e spingeva indietro il bacino contro la mia bocca. Nikolai se ne stava seduto a capo letto, a guardare, a accarezzarsi il cazzo che si rinvigoriva di nuovo.
«Bravo cuck», mormorò lui. «Puliscila bene. Tra poco gliela rimetto dentro».
Talia mi afferrò i capelli e mi tenne premuto lì finché non fu soddisfatta. Poi mi tirò su, mi baciò con la bocca piena del sapore di entrambi, e mi sbottonò i pantaloni. Il mio cazzo saltò fuori, rosso, pulsante, più duro di quanto ricordassi. Lei lo strinse in pugno.
«Piccolo rispetto al suo… ma mi piace lo stesso quando sei così umiliato. Vuoi venire? Vuoi scaricare mentre lui mi rima ancora?».
Annuì, la voce spezzata. «Sì… ti prego…».
Nikolai rise basso e si mise di nuovo tra le sue gambe. La penetrò una terza volta, lento, lasciandomi vedere tutto da pochissimi centimetri di distanza: lo stelo spesso che spariva nella figa gonfia e già usata di Talia. Lei mi masturbava a ritmo delle spinte di lui. Ogni volta che Nikolai affondava fino in fondo, la mano di lei si stringeva più forte sul mio cazzo.
«Guarda… sta entrando tutto… mi sta aprendo di nuovo… Lorenzo, dimmi che ti piace».
«Mi piace», rantolai. «Mi piace vederti scopata. Mi piace che ti riempia».
Nikolai accelerò. Talia venne ancora, un orgasmo più corto ma violento, le unghie conficcate nel mio braccio. Poi mi guardò dritto negli occhi mentre lui la martellava.
«Vieni. Vieni adesso. Sulla mia faccia. Voglio il tuo sperma mentre lui mi fotte».
Non resistetti. Sparai getti caldi sulla bocca, sulle guance, sul naso di mia moglie. Lei aprì le labbra e ne prese un po’, leccandosi mentre Nikolai le scaricava dentro l’ultima scarica della sera. I due respiravano pesanti. Io crollai a sedere sul pavimento della cabina, le ginocchia deboli, il cuore che batteva come un martello.
Dopo, Talia mi tirò sul letto. Si sdraiò tra me e Nikolai, nuda, il corpo segnato di morsi leggeri e di lividi rosa. Nikolai le accarezzava un seno con possessione tranquilla. Lei mi prese la mano e la posò sulla sua pancia piatta, dove sapeva che il seme di un altro uomo era ancora caldo dentro.
«Domani mattina», mormorò contro il mio orecchio, la voce già piena di piani. «Voglio che ci guardi di nuovo. Ma la prossima volta lo facciamo a casa nostra. Nel nostro letto. Inviterò Nikolai per un weekend intero. Tu preparerai la colazione nudo, servirai il caffè mentre lui mi scopa sul tavolo della cucina. Poi ti farò leccare di nuovo. E se ti comporti bene… forse ti lascerò entrarmi dopo di lui, mentre è ancora bagnata del suo. Ho già in mente le date. Il mese prossimo, quando i bambini sono dai nonni. Tre giorni solo per noi tre. Tu resterai a guardare e a pulire. Lui mi userà come vuole. E io… io godrò sapendo che stai già contando i giorni».
Il mare batteva dolce contro lo scafo. Nikolai sorrise al buio, d’accordo senza bisogno di parole. Talia si addormentò tra noi due, le cosce ancora umide, e io restai sveglio a fissare il soffitto della cabina, già a calcolare i giorni che mancavano, già duro di nuovo solo a immaginare il nostro letto profanato, la nostra casa trasformata nel teatro della mia dolce, eterna umiliazione.
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