Scommessa Persa tra i Barili: Il Suo Sapore mi Ha Conquistata

Tamara, sommelier di 28 anni, perde la scommessa con Danielle, produttrice di 31 anni, e finisce a leccarle la fica tra i barili della cant

12 min read September 19, 2026New

La cantina privata di Danielle era un luogo che sembrava fatto apposta per far perdere la testa. I grandi barili di rovere si innalzavano intorno a noi come sentinelle silenziose, impregnando l’aria di quel profumo profondo di legno tostato, vaniglia e uve mature. Io, Tamara, ventotto anni, sommelier con la passione per i vini rari stampata nel DNA, ero scesa lì sotto con lei dopo la chiusura della tenuta. Danielle, trentun anni, la produttrice che aveva creato alcune delle etichette più ricercate della regione, mi aveva invitata per una degustazione notturna. I nostri sguardi si erano incrociati fin dal primo bicchiere, complici, carichi di una curiosità che andava ben oltre il vino.

La scommessa era nata per gioco. «Se indovini il vitigno e l’annata di questo Barolo cieco, sarai tu a scegliere il premio» aveva detto lei con quel sorriso obliquo che mi faceva già tremare le ginocchia. «Altrimenti… sarò io a scegliere, e non sarà un altro calice.» La sua voce era bassa, calda, quasi una carezza sulla pelle. Io avevo accettato ridendo, convinta della mia esperienza. Avevo annusato, girato il bicchiere, bevuto a piccoli sorsi, elencando note di viola, tabacco, terra umida. Sbagliato. Di un errore clamoroso.

Quando Danielle aveva rivelato che si trattava di un cru quasi introvabile del 2012, ero scoppiata a ridere anch’io, ma dentro di me sentivo già qualcosa di diverso. Un calore che non veniva dal vino. I suoi occhi nocciola mi fissavano con una fame evidente, e io non riuscivo a distogliere lo sguardo dalle sue labbra piene, dalla curva del seno che premeva contro la camicetta di lino bianco. Eravamo due donne adulte, consapevoli, e in quel momento la cantina sembrò restringersi intorno a noi. Tra i barili, l’attrazione che avevamo tenuto a bada per mesi emergeva finalmente, consenziente e irresistibile.

«Hai perso, Tamara» mormorò lei avvicinandosi. Il suo corpo sfiorò il mio. Potevo sentire il calore della sua pelle attraverso i vestiti. «E il premio lo decido io.»

Il cuore mi batteva fortissimo. Non ero ubriaca, solo eccitata da morire. «Dimmi cosa vuoi» risposi, la voce già roca.

Danielle prese il bicchiere che aveva ancora in mano, ne bevve un sorso lento, poi si avvicinò ancora di più. Le sue labbra, umide e tinte di rosso rubino, si posarono sulle mie senza fretta. Il vino passò da lei a me in un bacio profondo, fruttato, quasi osceno. Sentii il sapore intenso del Barolo mischiarsi alla sua saliva, al calore della sua lingua che scivolava contro la mia con deliberata lentezza. Un gemito mi sfuggì prima che potessi fermarlo. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, tirandomi contro di sé, e io ricambiai con passione, affondando le dita nei suoi capelli castani sciolti.

Mentre ci baciavamo tra i barili, il mondo si ridusse al rumore dei nostri respiri e al cigolio leggero del legno antico. «Da mesi ti desidero» confessai tra un bacio e l’altro, la voce spezzata. «Ogni volta che venivo qui per le assaggi, immaginavo di toccarti… di assaggiarti.» Le mie mani scivolarono sotto la sua camicetta, accarezzando la pelle liscia della schiena, poi più giù, stringendo il suo culo sodo attraverso i jeans. Danielle sospirò contro la mia bocca, un suono che mi fece bagnare all’istante.

«Anch’io ti voglio, Tamara. Ho perso ore a immaginare la tua lingua su di me.» Le sue dita mi slacciarono i bottoni della camicia da sommelier con gesti sicuri. I seni mi si liberarono, i capezzoli già duri. Lei li sfiorò con i pollici, facendomi ansimare. Il bacio si fece più urgente, le lingue che si intrecciavano, il sapore del vino che ci ubriacava più dell’alcol stesso. Tra un sussurro e una carezza audace, superammo ogni limite. Le sue mani mi strizzarono i seni, poi scesero tra le mie gambe, premendo sul tessuto dei pantaloni proprio dove pulsavo. Io feci lo stesso, sentendo il calore umido che irradiava dal suo sesso attraverso i vestiti.

Non ci fu bisogno di parole ulteriori. La tensione erotica era diventata insostenibile. Danielle mi guardò con quegli occhi che promettevano tutto e mi spinse gentilmente verso il basso. Capii al volo. Mi inginocchiai tra due enormi barili, il pavimento di pietra fredda sotto le ginocchia, l’odore di vino e legno che mi avvolgeva. Lei si aprì i jeans con gesti lenti, li abbassò insieme alle mutandine di pizzo nero. La sua fica era già lucida, le labbra gonfie e bagnate, il clitoride sporgente come un piccolo bottone di desiderio.

«Leccami, Tamara» ordinò con voce dolce ma ferma, una dominazione consenziente che mi fece fremere di piacere. Non me lo feci ripetere. Avvicinai il viso e passai la lingua piatta lungo tutta la sua fessura, raccogliendo il suo sapore muschiato e dolce che si mescolava ancora con il retrogusto del vino. Era divino. Succhiavo il suo clitoride con avidità, disegnando cerchi stretti con la punta della lingua, poi lo prendevo tra le labbra e lo succhiavo con ritmo costante. Danielle gemette forte, una mano tra i miei capelli, spingendomi più a fondo contro la sua fica grondante.

«Così… sì, proprio lì… cazzo, la tua lingua è perfetta.» I suoi fianchi si muovevano contro la mia faccia, bagnandomi il mento e le guance. Io le infilai due dita dentro, sentendo le pareti calde e strette che si contraevano intorno a me. Le leccavo con tutta la passione accumulata, alternando succhiate profonde a lambite veloci sul clitoride. Quando venne, lo fece con un grido rauco che riecheggiò tra i barili, le cosce che tremavano, il suo nettare che mi inondava la lingua. Continuai a leccare piano mentre gli spasmi la attraversavano, assaporando ogni goccia.

Ma Danielle non aveva finito. Mi tirò su, mi baciò con forza, assaggiando se stessa sulle mie labbra, poi mi fece sdraiare sul vecchio tavolo di legno massiccio che usava per le etichettature. La superficie era ruvida contro la mia schiena nuda. Mi tolse i pantaloni con gesti decisi, mi aprì le gambe e si chinò tra esse. La sua bocca fu subito sulla mia fica bagnatissima. Leccava con abilità, due dita dentro di me che si muovevano in cerchio, colpendo quel punto perfetto che mi faceva vedere le stelle. Io mi inarcavo, supplicandola senza vergogna.

«Ti prego, Danielle… più forte… scopami con le dita, fammi venire.»

Lei accelerò, la lingua che tormentava il mio clitoride mentre le dita entravano e uscivano con forza. Cambiò posizione, mi fece girare a quattro zampe sul tavolo, continuando a scoparmi da dietro con la mano mentre mi mordeva le natiche. Ero completamente sua, bagnata fradicia, i gemiti che non riuscivo più a trattenere. Poi mi fece tornare supina e salì sopra di me. Le nostre fiche bagnate si incontrarono in un tribbing intenso, scivoloso, disperato. Sfregavamo i clitoridi l’una contro l’altro, i corpi sudati che si muovevano in sincrono, i seni che si schiacciavano. Il suono osceno delle nostre intimità bagnate riempiva la cantina.

«Vieni con me, Tamara… voglio sentirti gridare» ansimò lei, accelerando il movimento.

Venni per prima, un orgasmo violentissimo che mi fece urlare il suo nome, gli spasmi che mi squassavano mentre continuavo a strofinarmi contro di lei. Danielle mi seguì pochi secondi dopo, il corpo rigido, un lungo gemito gutturale mentre il piacere la travolgeva. Restammo così, fiche ancora premute, pulsanti, i succhi mescolati sul legno del tavolo e sulle nostre cosce.

Esauste, ci baciammo dolcemente tra i barili, i corpi ancora tremanti, i respiri che piano piano tornavano regolari. Le sue dita mi accarezzavano il viso con una tenerezza che mi sciolse il cuore. «Questa scommessa persa è stata la cosa migliore che potesse capitarci» sussurrai contro le sue labbra. Lei sorrise, quel sorriso complice che mi aveva conquistata fin dall’inizio.

«Ogni settimana, Tamara. Ripeteremo questa degustazione ogni settimana. Il vero premio è questo… è noi due, è il modo in cui mi fai tremare, è sapere che posso prenderti così, tra questi barili, e farti supplicare ancora e ancora…»

Le sue parole mi fecero rabbrividire di nuovo. Il mio corpo, anche dopo due orgasmi devastanti, già rispondeva al tono della sua voce. Mentre ci guardavamo negli occhi, ancora nude e lucide di sudore e umori tra i grandi barili silenziosi, capii che quella notte non era finita. Danielle aveva ancora quello sguardo famelico, la mano che scendeva di nuovo lungo il mio ventre, e io sentivo già il desiderio di perdere un’altra scommessa, di lasciarmi dominare ancora più a fondo, di scoprire fino a che punto potevamo spingerci. Il sapore di lei mi aveva conquistata del tutto, e mentre le sue dita sfioravano di nuovo il mio clitoride sensibile, capii che la prossima degustazione sarebbe stata ancora più audace, più sporca, più nostra.

Le sue dita sfioravano di nuovo il mio clitoride sensibile, tracciando cerchi lenti e insistenti che mi strappavano brividi profondi dal ventre. Io, Tamara, ventotto anni e sommelier con la cantina sempre nel sangue, mi sentivo completamente esposta sul quel tavolo di legno massiccio, la schiena ancora premuta contro la superficie ruvida che odorava di antiche etichette e polvere. Danielle, trentun anni e produttrice che aveva plasmato questi vigneti con le sue mani forti, mi guardava dall’alto con un sorriso famelico, gli occhi nocciola ridotti a fessure di puro possesso. Il suo corpo nudo, i seni pieni con i capezzoli ancora turgidi per l’eccitazione precedente, si muoveva contro il mio con una lentezza calcolata.

«Hai perso la scommessa, Tamara, ma il vero premio è vederti supplicare ancora» mormorò, la voce bassa e calda come il Barolo che ci aveva portate fin lì. Le sue dita scesero, due che affondavano senza pietà nella mia fica ancora gonfia e bagnatissima. Sentii le pareti interne contrarsi intorno a loro, quel suono osceno e bagnato che rimbalzava tra i barili di rovere come una confessione sporca. Pensai che non ero ubriaca di vino ma di lei, del suo odore muschiato che mi impregnava il viso, del modo in cui il suo sapore persistente sulla mia lingua mi faceva desiderare di più. Inarcai la schiena, spingendo i fianchi contro la sua mano, mentre il pollice trovava di nuovo il clitoride e lo tormentava con pressioni circolari sempre più veloci.

«Danielle… ti prego… più forte, scopami più forte» ansimai, la voce rotta. Lei rise piano, un suono gutturale che mi fece contrarre ulteriormente intorno alle sue dita. Ne aggiunse una terza, allargandomi, riempiendomi fino al limite, curvandole per colpire quel punto preciso che mi faceva vedere lampi bianchi dietro le palpebre. Il piacere saliva come un’onda calda dal basso ventre, mescolandosi al fresco della cantina che mi accarezzava la pelle sudata. I miei umori colavano copiosi lungo le sue dita, sul palmo, gocciolando sul legno antico. Venni con un grido strozzato, il corpo che si tendeva come una corda di violino, gli spasmi che mi squassavano mentre lei non smetteva di muovere la mano, prolungando l’orgasmo fino a farmi tremare le gambe senza controllo.

Non mi diede respiro. Mi tirò in piedi con forza gentile ma decisa, mi fece voltare e mi spinse contro il fianco curvo di un enorme barile di rovere. Il legno era freddo contro i miei seni nudi, i capezzoli dolorosamente sensibili che sfregavano contro la superficie ruvida. Sentivo l’odore profondo di tostato e vaniglia del legno mischiarsi al nostro odore di sesso. Danielle si inginocchiò dietro di me, mi aprì le natiche con entrambe le mani e passò la lingua piatta lungo tutta la mia fessura, dal clitoride fino al buco del culo. Un brivido violento mi attraversò.

«Leccami… ovunque» sussurrai, spingendo indietro il bacino contro la sua faccia. La sua lingua era calda, bagnata, insistente. Leccava con avidità, succhiando le mie labbra gonfie, poi risaliva e si fermava proprio sull’ano, disegnando cerchi stretti che mi facevano gemere senza vergogna. Era sporco, intimo, un’ Escalation che mi faceva sentire totalmente sua. Due dita tornarono nella mia fica, pompando con ritmo deciso mentre la lingua penetrava appena il mio buco posteriore. Il piacere era diverso, più profondo, più proibito. Pensavo che fino a poche ore prima ero solo una sommelier che valutava annate; ora ero una donna in ginocchio tra i barili che si faceva divorare il culo dalla lingua della donna che desideravo da mesi. Venni di nuovo, più forte, un orgasmo che mi fece bagnare la mano di Danielle fino al polso, i miei umori che colavano lungo le cosce tremanti.

Mi voltai, le ginocchia deboli, e la baciai con ferocia, assaporando me stessa sulle sue labbra piene. «Adesso tocca a te» dissi, la voce roca di desiderio. La spinsi sul tavolo, le aprii le gambe larghe e mi gettai sulla sua fica lucida. Ma questa volta volevo di più. La mia lingua scese oltre le labbra gonfie, oltre il perineo, fino a quel piccolo buco stretto che pulsava. Lo leccai con devozione, succhiando piano, mentre tre dita affondavano nella sua fica calda e stretta. Danielle gridò, una mano tra i miei capelli castani, tirandomi più forte contro di lei.

«Cazzo, Tamara… sì, leccami il culo mentre mi scopi con le dita… sei la mia troia perfetta» ansimò, i fianchi che si muovevano selvaggiamente contro la mia faccia. Il suo sapore era intenso, muschiato, leggermente salato, mescolato al retrogusto fruttato del vino che ancora ci impregnava la pelle. Io succhiavo, leccavo, spingevo la lingua dentro di lei mentre le dita entravano e uscivano veloci, colpendo le pareti interne che si contraevano sempre più forte. Quando venne, fu violento: le cosce mi strinsero la testa, il suo corpo si inarcò come posseduto, un fiotto caldo di umori mi inondò la mano e il mento. Continuai a leccare piano, assaporando ogni contrazione, ogni goccia, sentendo dentro di me un senso di conquista e di totale resa allo stesso tempo.

Ci arrampicammo di nuovo sul tavolo, corpi sudati e lucidi. Danielle prese la bottiglia di quel Barolo del 2012, lo stesso della scommessa persa, e ne versò un rivolo generoso sui miei seni. Il vino freddo mi fece sussultare; colò tra i seni, sui capezzoli, lungo il ventre, fino a raggiungere la mia fica aperta. Lei si chinò e lo leccò tutto con languore esagerato, succhiando ogni goccia dai miei capezzoli turgidi, mordendoli piano fino a farmi gemere, poi scese lungo la pancia e affondò la bocca tra le mie gambe, bevendo il vino mescolato ai miei umori. Il sapore doveva essere divino per lei, perché gemeva mentre succhiava il clitoride gonfio, infilando la lingua dentro di me come se volesse estrarre ogni segreto.

«Versalo su di me ora» ordinò con voce spezzata. Presi la bottiglia con mani tremanti e lasciai cadere un filo di vino rosso rubino direttamente sulla sua fica spalancata. Il liquido scivolò tra le labbra gonfie, bagnando il clitoride sporgente. Mi gettai su di lei con fame disperata, leccando, succhiando, bevendo quel cocktail proibito di vino e fica che mi ubriacava più di qualsiasi degustazione professionale. La mia lingua entrava e usciva, il naso premuto contro il suo clitoride, mentre lei si contorceva e mi afferrava i capelli. Venimmo quasi insieme, io succhiando lei, lei con due dita ficcate di nuovo dentro di me, i nostri gemiti che si intrecciavano tra i barili silenziosi.

Esauste ma ancora affamate, ci posizionammo faccia a faccia sul tavolo, le gambe intrecciate in un tribbing feroce e disperato. Le nostre fiche bagnate, gonfie, grondanti di umori, vino e saliva, si sfregavano con forza brutale. I clitoridi si baciavano a ogni movimento, scivolando, premendo, sfregando in un ritmo sempre più veloce. I seni sbattevano uno contro l’altro, i capezzoli duri che mandavano scintille di piacere a ogni contatto. Sentivo il suo cuore battere contro il mio, il suo respiro caldo sul mio collo.

«Sei mia, Tamara… ogni volta che assaggerai un vino penserai alla mia fica che ti conquista» ringhiò lei, accelerando il movimento dei fianchi. Io le morsi la spalla, lasciando il segno dei denti sulla pelle sudata.

«Sì… sono la tua puttana del vino… scopami così, non fermarti mai» risposi, la voce rotta dal piacere che montava come una marea. I nostri movimenti diventarono convulsi, osceni, il suono bagnato delle nostre intimità che riempiva la cantina intera. Venni per prima, un orgasmo devastante che mi fece urlare il suo nome, il corpo che si scuoteva violentemente contro il suo. Lei mi seguì pochi secondi dopo, rigida, tremando, un lungo gemito gutturale mentre i nostri succhi si mescolavano ancora una volta sul legno e sulle nostre cosce.

Restammo abbracciate, respiri affannosi che lentamente si calmavano, le dita che si intrecciavano quasi con tenerezza tra i grandi barili testimoni muti della nostra resa totale. Il cuore mi batteva ancora forte nel petto, il corpo esausto eppure già pronto a ricominciare se solo lei lo avesse chiesto. In quel momento capii che non esisteva più ritorno: il suo sapore mi aveva conquistata per sempre.

Quella scommessa persa mi aveva reso schiava consenziente della sua fica tra i barili.

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