Invito Mascherato del Migliore Amico

Il miglior amico di 29 anni seduce l'avvocato di 32 in una festa mascherata e lo incula con passione.

13 min read September 11, 2026New

Marco, avvocato di trentadue anni dal corpo ancora atletico nonostante le ore infinite passate in studio, sistemò la maschera veneziana nera bordata d’oro sul volto mentre entrava nella villa di Luca. Il personal trainer di ventinove anni, suo migliore amico da oltre un decennio, aveva trasformato la sua residenza collinare in un piccolo carnevale privato: luci basse color ambra, musiche lente e carnali, ospiti mascherati che si muovevano come ombre eleganti tra i divani di velluto e le colonne di marmo. Luca lo aspettava già nell’atrio, maschera argentata che lasciava liberi solo gli occhi scuri e la bocca carnosa, indossando un completo nero aderente che sembrava dipinto sui pettorali gonfi e sulle cosce potenti.

«Finalmente, cazzo», mormorò Luca avvicinandosi. La mano gli scivolò sulla schiena di Marco, troppo in basso per essere amichevole, le dita che premevano proprio sopra la curva del culo stretto nei pantaloni neri. «Stasera sei un pezzo di carne vestito da avvocato. Quei pantaloni ti stampano il cazzo in un modo che mi fa venire voglia di metterti in ginocchio qui, davanti a tutti».

Marco sentì il sangue scendere dritto all’inguine. Ricambiò lo sguardo attraverso le fessure della maschera, le labbra che si curvarono in un sorriso lento. «E tu sei venuto a caccia, vero? Non mi hai invitato per chiacchiere di palestra». La sua mano toccò «per caso» il fianco di Luca, le dita che sfiorarono il bordo dei pantaloni dove il tessuto era già teso. «Mi fai venire il cazzo duro solo a guardarti, stronzo. Da anni».

Luca rise basso, un suono gutturale, e lo guidò verso il salone. Gli ospiti ballavano stretti, corpi mascherati che si sfioravano senza vergogna. Prese due calici di vino rosso, ma non ne bevve quasi nulla: gli occhi non lasciavano mai Marco. Ogni volta che gli passava accanto, le dita di Luca «scivolavano» sul culo di Marco, lo stringevano un secondo di troppo, oppure gli soffiavano all’orecchio complimenti volgari. «Hai le tette da palestra sotto quella camicia. Voglio mordertele mentre ti scopro il culo». Marco non si tirava indietro: gli rispondeva sfiorandogli il pacco con il dorso della mano quando nessuno guardava, sussurrando «il tuo cazzo mi ha fatto sognare più di una notte, amico mio. Voglio sentirlo».

La tensione diventò elettrica quando la musica calò ancora. Luca lo trascinò in pista, corpi pressati uno contro l’altro sotto i lampadari di cristallo dimmerati. Marco sentì subito la durezza: il cazzo grosso e caldo di Luca premuto di traverso contro la fessura del suo culo, a attraverso i due strati di stoffa. Luca si mosse con deliberata lentezza, un’oscillazione da dietro che faceva strisciare quella salsiccia dura su e giù contro le natiche di Marco.

«Lo senti?» sussurrò Luca, labbra contro l’orecchio di Marco, fiato caldo. «Da anni voglio fotterti. Voglio aprire quel culo da avvocato per bene e riempirti di sborra fino a farti camminare strano. Sei il mio migliore amico e ti ho sempre immaginato gemente sotto di me, con le ginocchia che tremano». Una mano di Luca scese e strinse la mezza erezione di Marco attraverso i pantaloni. «Sei già duro. Che troia».

Marco emise un gemito basso, quasi perso nella musica, e spinse indietro il sedere con decisione, strofinandosi contro quel cazzo. Il cuore gli batteva in gola. «Lo voglio», confessò a denti stretti, la voce rauca. «Voglio il tuo cazzo dentro di me, Luca. Da troppo tempo. Smettila di stuzzicarmi e scopami. Usami come ti pare». Le parole uscirono cariche di desiderio grezzo; non c’era più scusa da amico, solo fame reciproca.

Luca non aspettò oltre. Lo afferrò per il polso e lo trascinò fuori dalla sala, lungo un corridoio laterale fino a una camera privata al piano superiore, porta chiusa a chiave dietro di loro. La stanza era illuminata solo da una lampada bassa vicino al letto king-size. Si tolsero solo le maschere: i volti nudi si rivelarono sudati, occhi lucidi, bocche già socchiuse. Luca lo afferrò per la nuca e lo baciò con fame animale, lingua che entrava a forza, denti che mordevano il labbro inferiore di Marco. Le mani di entrambi scesero contemporaneamente, si palparono i cazzi attraverso i pantaloni, stringendo, strofinando, misurando. Il pacco di Luca era pesante, lungo, già gocciolante; quello di Marco pulsava contro il palmo ruvido del personal trainer.

«In ginocchio», ordinò Luca, la voce bassa e irruenta. Marco obbedì subito, le ginocchia sul tappeto spesso, le mani che gli slacciavano la cintura con urgenza. Tirò giù la cerniera e liberò il cazzo grosso di Luca: venato, rosso in punta, già lucido di liquido pre-eiaculatorio, abbastanza spesso da far venire l’acquolina. Marco lo prese in bocca senza preamboli, labbra che si stirarono attorno al glande, lingua che girava sotto la corona mentre scendeva quanto poteva. Luca gemette e afferrò i capelli di Marco, spingendosi in gola con spinte controllate. «Succhialo bene, avvocato di merda. È il cazzo del tuo migliore amico. Ingoialo».

Marco succhiava con rumori umidi e schiocchi, saliva che gli scendeva sul mento, una mano a massaggiargli le palle pesanti. Dopo alcuni minuti Luca lo tirò su, lo girò e lo piegò sul bordo del letto. Gli calò i pantaloni e i boxer con un gesto secco, esponendo le natiche sode e pelose. Con i pollici gli spalancò le chiappe, guardando il buco stretto che si contraeva. Sputò sulla fessura, ci massaggiò l’indice dentro con due dita, allargandolo mentre Marco ansimava e spingeva indietro.

Poi Luca si allineò e spinse. Il cazzo grosso entrò centimetro dopo centimetro, allargando Marco con una pressione bruciante e deliziosa. Marco gridò contro le lenzuola, le dita aggrappate al piumone. «Cazzo, sei enorme… riempimi». Luca cominciò a scoparlo in doggy, spinte profonde e ritmate che facevano sbattere le palle contro il perineo di Marco. Ogni tanto alzava la mano e gli schiaffeggiava una natica, il suono secco che echeggiava nella stanza, lasciando segni rosati. «Prendi tutto, troia. Questo culo è mio stasera».

Marco spingeva indietro incontro a ogni colpo, il cazzo che gli dondolava trascurato e gocciolante sotto di sé. «Più forte, fottemi più forte. Usami». Luca accelerò, le anche che sbattevano con forza umida, il suono di carne contro carne. Poi lo girò di scatto, lo stese sulla schiena, gli sollevò le gambe e se le mise sulle spalle. Entrò di nuovo d’un colpo solo, fino in fondo, e ricominciò a martellarlo in missionario, piegato su di lui, sudore che gli cadeva sul petto.

«Il mio troia di migliore amico», ansimò Luca, gli occhi fissi in quelli di Marco mentre lo sfondava. «Guarda come ti prendi il cazzo. Da anni ti volevo così, gambe aperte, buco pieno della mia sborra. Sei una troia meravigliosa quando gemì per me». Ogni parola era accompagnata da una spinta più profonda. Marco si toccò il cazzo con mano frettolosa, il piacere che gli saliva dalla prostata massaggiata senza pietà.

«Sbattimi, Luca, usami, riempimi, sono la tua troia», incitava Marco, la voce rotta dai gemiti. «Vieni dentro, voglio sentirtela calda». L’orgasmo li colse quasi insieme, violento. Luca ruggì e sparò getti spessi in fondo al culo di Marco, spingendo fino all’osso mentre le palle si contraevano. Marco vennero un secondo dopo, schizzando righe calde di sborra sul proprio addome, sul petto, fino al mento, il culo che pulsava stretto intorno al cazzo ancora duro di Luca.

Rimasero così qualche istante, ansimanti e sudati, il cazzo di Luca ancora sepolto dentro di lui, la sborra che cominciava a colare lenta lungo le cosce quando si mosse appena. Luca non si ritirò del tutto. Con un dito raccolse un po’ del proprio seme dal bordo del buco di Marco e glielo portò alle labbra; Marco lo leccò senza esitazione, lo sguardo ancora affamato.

«Non abbiamo finito», mormorò Luca, la voce roca contro la bocca di Marco. Una mano gli accarezzò il fianco, poi scese di nuovo verso le natiche ancora aperte e sensibili. «Questa villa ha altre stanze. E io ho ancora voglia di sentire il mio migliore amico pregarmi di riempirlo di nuovo. Stasera non esci da qui finché non ti ho usato come si deve… e forse nemmeno allora».

Marco rise debole, il respiro ancora corto, e strinse le gambe intorno al busto di Luca, tenendolo vicino. Il cazzo di Luca non si era ammorbidito del tutto; pulsava ancora dentro di lui, e il desiderio ricominciava già a bruciare basso nella pancia. Fuori, la festa mascherata continuava, la musica ovattata che saliva dal piano di sotto, ma nella stanza chiusa restavano solo loro due, sudati, pieni di sborra e di una fame che non aveva ancora trovato fondo.

Luca non si ritirò. Il cazzo gli pulsava ancora grosso e semi-duro dentro il buco caldo e pieno di Marco, e con un movimento lento e deliberato ricominciò a spingere, millimetro dopo millimetro, facendo squittire la sborra già sparata mentre riapriva quel culo stanco. Marco gemette grosso, le gambe ancora avvolte intorno alla schiena sudata del personal trainer, e sentì di nuovo la pressione bruciante allargargli le pareti. «Sei ancora grosso come un mulo, cazzo…», ansimò, gli occhi socchiusi dietro le ciglia umide. «Riempimi di nuovo, usami come un buco da sborra. Sono il tuo migliore amico e voglio sentire le palle battermi il culo finché non cammino storto».

Luca rise basso, un suono rauco e affamato, e tirò fuori il cazzo con uno schiocco umido. Un filo di sborra bianca colò dal buco rosso e aperto di Marco, scivolando lungo le natiche pelose fino al materasso. «Alzati, troia. Voglio vederti camminare con il culo che gocciola per la villa». Afferrò Marco per un braccio e lo trascinò in piedi; i pantaloni ancora calati alle caviglie lo facevano inciampare, il cazzo mollato e lucido di liquido pre che dondolava. Luca gli diede uno schiaffo secco su una natica, il segno rosso che spuntava subito, e lo spinse verso la porta. «Andiamo. La stanza accanto ha uno specchio da parete a parete. Voglio farti guardare mentre ti sfondo».

Uscirono nudi dal busto in giù, le maschere abbandonate sul letto, il corridoio silenzioso e illuminato solo dalle luci ambrate che filtravano dalle fessure. La musica della festa saliva ovattata dal piano di sotto, bassi carnali che facevano vibrare il pavimento. Marco sentiva la sborra scivolare tra le cosce a ogni passo, calda e viscida, e il cazzo gli rihardiva solo a pensarci. Luca lo spinse in una camera più piccola, torreggiata da uno specchio enorme che rifletteva ogni angolo del letto basso e dei cuscini di velluto nero. Chiuse la porta a chiave e spinse Marco contro lo specchio, il petto nudo premuto sul vetro freddo.

«Guarda che faccia da puttana hai», mormorò Luca alle sue spalle, le mani che gli aprivano di nuovo le chiappe. Due dita entrarono dritto nel buco slacciato, pescando la sborra e spargendola intorno all’ano rosso. «Il miglior amico di sempre, l’avvocato serio, e adesso hai il culo che mi supplica. Spingi indietro». Marco obbedì, il sedere che si offriva mentre guardava il riflesso: il suo volto arrossato, la bocca aperta, Luca dietro di lui con i pettorali gonfi e il cazzo grosso e venato che sporgeva di nuovo a tutta lunghezza, lucido di sborra e saliva. «Mettilo dentro, Luca. Non farmi pregare. Fottemi contro lo specchio finché non mi esce la merda dalla testa».

Luca si allineò e spinse d’un colpo solo. Il cazzo scomparve fino alle palle nel buco caldo e già usato, e Marco gridò contro il vetro, le mani che lasciavano impronte sudate. Luca cominciò a scoparlo a martellate, anche che sbattevano con suoni bagnati e schiocchi di carne. Ogni spinta faceva sbatacchiare le palle pesanti contro il perineo di Marco, e la sborra vecchia schizzava fuori a fiotti bianchi intorno all’asta. «Prendi tutto, avvocato di merda. Questo cazzo è più grosso dei tuoi cazzi da tribunale. Senti come ti allarga, come ti spacca. Sei solo un buco caldo per il tuo migliore amico». Una mano di Luca gli afferrò i capelli e gli piegò la testa indietro, costringendolo a guardarsi nello specchio mentre veniva sfondato. L’altra mano gli strinse il cazzo duro e lo masturbò a scatti secchi, il pollice che strofinava il glande gocciolante.

Marco spingeva indietro incontro a ogni colpo, il piacere che gli saliva dalla prostata massaggiata senza pietà. «Più forte, cazzo, più forte! Usami, riempimi, sono la tua troia da palestra. Voglio che mi scopi finché non riesco più a chiudere le gambe. Dammi la sborra, Luca, sparala tutta dentro». Il riflesso li mostrava bestiali: sudore che scorreva tra i pettorali di Luca, le natiche di Marco che ondeggiavano rosse di schiaffi, il cazzo grosso che entrava e usciva lucido. Luca accelerò, le spinte diventarono selvagge, il letto dietro di loro che scricchiolava inutilizzato. Poi tirò fuori di nuovo, girò Marco di scatto e lo fece cadere in ginocchio davanti allo specchio.

«Leccalo. Pulisci il cazzo del tuo amico con la lingua, leccati la sborra dal buco». Marco obbedì subito, la lingua che uscì a leccare l’asta venata da base a glande, raccogliendo il misto di sborra e liquido pre, poi si girò di schiena e aprì le chiappe con le mani, offrendo il buco rosso e gocciolante. Luca si chinò e ci sputò sopra due volte, ci ficcò la lingua dentro a spingere, leccando il proprio seme dal culo del migliore amico. Marco ansimava contro lo specchio, il cazzo che gli pulsava dimenticato. «Cazzo sì, leccami il buco, preparalo di nuovo. Voglio un altro carico. Riempimi finché non mi esce dalla gola».

Luca si rialzò, lo afferrò per i fianchi e lo sollevò quasi, facendolo strisciare indietro sul cazzo. Entrò di nuovo a forza, fino in fondo, e ricominciò a scoparlo in piedi, le gambe di Marco che tremavano. Lo portò verso il letto, lo scaraventò a quattro zampe e lo montò da dietro come un animale, una mano che gli premeva la schiena in giù, l’altra che gli schiaffeggiava le natiche a ritmo. «Troia. Migliore amico troia. Da anni ti guardavo in palestra e pensavo a come ti avrei aperto il culo. Adesso lo faccio. Senti le palle, senti quanto sono piene ancora. Te le svuoto tutte stasera». Marco urlava contro i cuscini, spingendo il sedere indietro con forza, il buco che si contraeva intorno all’asta enorme. «Sì, svuotamele, sparale tutte, voglio camminare con la sborra che mi cola fino alle caviglie. Fottemi come una puttana qualsiasi, Luca, sono il tuo buco personale».

Il secondo orgasmo di Luca arrivò con un ruggito. Spinse fino all’osso e sparò getti caldi e spessi in fondo al culo di Marco, le palle che si contraevano a scatti mentre pompava l’ultima goccia. Marco si masturbò furiosamente e venne un attimo dopo, schizzando sborra sul velluto nero, il culo che spremeva il cazzo ancora pulsante. Luca non si fermò: continuò a spingere piano, facendo uscire la sborra fresca a fiotti bianchi che colavano lungo le cosce di Marco e macchiavano il letto. «Guarda che casino hai fatto, avvocato. Il tuo culo è un vulcano di sborra. Non basta».

Tirò fuori il cazzo lucido e gocciolante, lo strofinò tra le natiche di Marco per pulirlo un po’, poi lo spinse di nuovo a terra. «Apri la bocca. Ingoia quello che esce». Marco, ansimante e con le ginocchia deboli, si girò e aprì le labbra. Luca raccolse la sborra che colava dal buco con due dita e gliela ficcò in bocca; Marco succhiò le dita pulite, la lingua che leccava ogni goccia amara e calda. Poi Luca gli mise il cazzo ancora semi-duro tra le labbra e lo spinse in gola. «Succhia fino a rimetterlo duro. Stasera non esci finché non ti ho riempito tre volte. Sei il mio miglior amico e il mio miglior buco».

Marco succhiava con rumori umidi, saliva e sborra che gli scendevano sul mento e sul petto. Il cazzo di Luca si rihardì in pochi minuti, grosso e pulsante di nuovo contro la gola. Luca lo tirò su per i capelli, lo buttò sulla schiena sul letto e gli alzò le gambe sulle spalle. Entrò di nuovo con una spinta unica, il buco ormai slacciato e pieno che lo accettava fino alle palle. Cominciò a martellarlo in missionario pesante, sudore che gocciolava dal mento sul volto di Marco, gli occhi scuri fissi nei suoi. «Guarda come ti prendi il cazzo. Sei una macchina da sborra. Dimmi quanto ti piace».

«Mi piace da morire», ansimò Marco, la voce rotta, le unghie che gli graffiavano la schiena. «Il cazzo del mio migliore amico mi spacca il culo meglio di qualsiasi cosa. Usami, riempimi, sparala di nuovo. Voglio sentire i getti caldi. Sono la tua troia, Luca, la tua puttana mascherata. Fottemi finché non riesco più a pensare». Luca accelerò, le anche che battevano con forza brutale, il suono di pelle bagnata che riempiva la stanza. Una mano gli strinse la gola leggermente, abbastanza da fargli ansimare di più, mentre l’altra gli masturbava il cazzo a scatti. Il terzo carico arrivò con un urlo gutturale: Luca sparò in profondità, getti dopo getti che riempirono di nuovo il culo già straripante, e Marco venne di nuovo, sborra che gli schizzò fino al collo.

Luca rimase sepolto dentro, ansimando, poi tirò fuori lentamente. Un fiume di sborra bianca e densa uscì dal buco rosso e aperto di Marco, colando sul letto in una pozza viscida. Luca ci ficcò tre dita dentro, le girò, le estrasse lucide e le strofinò sulle labbra di Marco. «Lecca. Questo è il tuo posto adesso. Il culo del migliore amico pieno della mia sborra, e tu che la lecki come una cagna affamata». Marco leccò, succhiò, ingoiò, lo sguardo ancora affamato mentre la festa continuava lontana. Luca gli diede un ultimo schiaffo sul culo, guardando la sborra che colava, e sorrise sporco. «Stasera ti ho usato bene, avvocato. Ma il tuo buco resta aperto e gocciolante, pronto per il prossimo carico quando voglio. Sei solo un culo pieno di sborra del tuo migliore amico, e camminerai strano per giorni con la mia monnezza che ti cola tra le cosce».

Rate this story

Thanks for rating
Qualcosa non va in questa storia?
Tagged blowjob doggy-style missionary anal creampie

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.