Rebound Bollente Dopo Mezzanotte in Piscina
Marco, divorziato di 42 anni, si fa inculare con rabbia da Simone, personal trainer di 28 anni, nella piscina condominiale di notte.
L’acqua della piscina condominiale era ferma, spezzata solo dal riflesso debole dei lampioni del cortile. Marco, quarantadue anni, divorziato da meno di sei mesi e ancora con l’odore della rabbia sulle mani, era sceso a nuotare a mezzanotte perché in casa non riusciva più a stare fermo. I tatuaggi gli scendevano dalle spalle ai pettorali, neri e densi sul torace muscoloso, e lo slip nero aderiva già bagnato alle cosce. Aveva scoperto il messaggio sul telefono dell’ex tre ore prima: foto, date, hotel. Adesso voleva solo bruciare qualcosa.
Simone, ventotto anni, personal trainer del condominio, era già in acqua quando Marco arrivò. Atletico, spalle larghe, addome segnato, lo slip bianco bagnato che lasciava vedere tutto — il contorno del cazzo grosso, il sacco pieno, le vene che spingevano contro il tessuto. Lo sguardo di Simone si posò su Marco e non si spostò più. Un sorriso sfacciato gli si aprì sulle labbra.
«Non ti ho mai visto di notte, qui», disse Simone, avvicinandosi. L’acqua gli arrivava al petto. «Di solito sei quello delle sei del mattino, sguardo da cane picchiato.»
Marco lo fissò. «Stanotte non mi va di dormire.»
«Meglio.» Simone si spinse più vicino, lo slip che si gonfiava appena sotto la superficie. «Hai una faccia da uomo che ha bisogno di sfogarsi. Io sono bravo a far sfogare la gente.»
La tensione si fece densa subito. Marco non abbassò gli occhi. Vide il profilo del cazzo di Simone, vide il modo in cui l’altro gli stava già addosso senza toccarlo, e qualcosa nella pancia gli si strinse con rabbia e fame insieme. «Sei un coglione sfrontato.»
«E tu sei un divorziato muscoloso pieno di rabbia che sta guardando il mio cazzo attraverso lo slip. Quindi?»
Si spruzzarono acqua addosso senza dire niente per un momento, solo per toccarsi senza ammetterlo. Le gocce scendevano sul petto tatuato di Marco, sugli addominali di Simone. Poi Simone gli girò dietro, al bordo della piscina, e si premette contro la schiena di Marco. Il cazzo duro gli entrò quasi nella fessura delle chiappe attraverso i due tessuti bagnati. Caldo, grosso, inequivocabile.
«Lo senti?» sussurrò Simone all’orecchio di Marco, la voce bassa e sporca. «È duro da quando sei sceso le scale. Voglio aprirti il culo, Marco. Voglio farti gemere come una troia finché non ti dimentichi di chiunque ti abbia tradito. Dimmi che lo vuoi.»
Marco sentì il sangue battere nelle tempie. Si girò di scatto, lo prese per la nuca e lo baciò con rabbia repressa, denti, lingua, sapore di cloro e saliva. Simone rispose con la stessa violenza, le mani già sul culo di Marco, a stringere. Quando si staccarono, respiravano affannati.
«Voglio che mi scopi», disse Marco, chiaro, senza giri di parole. «Da morire. Adesso.»
«Perfetto.»
Sul bordo della piscina Simone si tirò giù lo slip. Il cazzo saltò fuori, grosso, venoso, già lucido di precome, la testa scura e gonfia. Marco si mise in ginocchio sulle mattonelle bagnate senza che glielo chiedessero due volte. Aprì la bocca e lo prese fino in gola, succhiando con fame, sentendo le vene sotto la lingua, il sapore salato, le mani di Simone nei suoi capelli che spingevano. Simone gemette basso.
«Ecco così… succhialo bene, bravo. Più a fondo. Usa la lingua sotto. Cazzo, che bocca da troia che hai.»
Marco lo succhiò finché non ebbe gli occhi umidi e la saliva che gli colava sul mento. Poi Simone lo tirò su, lo girò, lo piegò a pecorina sul bordo. Gli tirò giù lo slip con una sola mano, gli spalmò saliva e precome sull’ingresso e ci entrò con una spinta profonda e brutale. Marco urlò a denti stretti, il culo che si apriva intorno a quel cazzo grosso, il bruciore che diventava piacere immediato. Simone iniziò a scoparlo con spinte lunghe e dure, le mani che gli tenevano i fianchi, il bacino che sbatteva contro le chiappe.
«Troia», ringhiò Simone. «Culo da divorziato disperato. Lo prendi tutto, eh? Lo vuoi fino in fondo.» Gli diede uno schiaffo secco su una chiappa, poi un altro, lasciando il segno rosso. «Dillo.»
«Lo voglio… cazzo, scopami più forte», ansimò Marco, spingendo indietro il bacino per prenderlo meglio. Ogni spinta gli mandava scosse su per la schiena. Il cazzo gli pendeva pesante e duro tra le gambe, che gocciolava.
Simone lo scopò così per minuti lunghi, profondi, brutali, chiamandolo troia, maiala, culo affamato, finché Marco tremava. Poi lo fece girare, lo spinse in acqua fino alla vita e si sedette sul gradino interno della piscina. «Vieni. Sali sul mio cazzo. Adesso.»
Marco gli montò sopra in posizione cowgirl, l’acqua che gli lambiva i fianchi. Si abbassò piano, poi tutto d’un colpo, sentendo quel cazzo riempirlo di nuovo fino in fondo. Simone lo prese per i fianchi e iniziò a pomparlo dal basso, spinte forti che facevano schizzare l’acqua intorno a loro. Marco si appoggiò alle spalle di Simone, ansimando contro la sua bocca, il cazzo che sbatteva tra i loro addomi.
«Guarda come ti allargo», sussurrò Simone. «Guarda come lo prendi. Sei una meraviglia con il culo pieno.»
Il piacere salì troppo in fretta. Marco venne per primo, con un urlo rotto, schizzando sul petto di Simone, sperma caldo che si mescolava all’acqua e al sudore. Le contrazioni del culo gli strinsero il cazzo di Simone come un pugno. Simone gemette, accelerò, lo tenne fermo e gli riempì il culo di sborra calda, getti profondi, uno dopo l’altro, finché Marco lo sentì colare lungo le cosce dentro l’acqua.
Rimasero così, ansimanti, coperti di sudore e cloro, il cazzo di Simone ancora dentro, morbido solo un poco. Si baciano piano, senza fretta, mentre l’acqua continuava a lambirli. Le labbra di Simone erano calde, la lingua lenta.
«Questa non sarà l’ultima volta», disse Simone contro la bocca di Marco. «Te lo prometto. Stanotte ho solo cominciato a farti a pezzi nel modo giusto.»
Due dita gli slittarono di nuovo tra le chiappe, entrarono nel culo ancora pieno di sperma, lo spalmarono, lo fecero gemere e sorridere allo stesso tempo. Marco appoggiò la fronte contro quella di Simone, il respiro ancora corto, la rabbia di prima trasformata in qualcosa di più sporco e vivo.
«Sali da me», disse Marco. «Continuiamo fino all’alba. Voglio che me lo rifai. Voglio che mi usi finché non reggo più in piedi.»
Simone sorrise, quello stesso sorriso sfacciato di prima, e fece muovere le dita ancora un poco, sentendo il proprio seme caldo. «Allora andiamo. E stavolta ti faccio venire senza toccarti il cazzo. Solo col culo. Vediamo quanto resisti.»
Si staccarono dall’acqua bagnati, scivolosi, ancora duri a metà. Marco raccolse gli slip, non si rivestì davvero. Simone gli passò un braccio intorno alla vita mentre salivano le scale del condominio deserto, le impronte bagnate dietro di loro. La porta dell’appartamento di Marco era a due piani di distanza. Nessuno dei due aveva intenzione di spegnere la luce prima che il sole entrasse dalle tapparelle.
Salirono le scale due a due, i piedi ancora scivolosi, le impronte d’acqua che segnavano il marmo del pianerottolo deserto. Marco aprì la porta con le dita che tremavano di fretta e di rabbia ancora calda; Simone gli entrò dietro, lo spinse contro il muro dell’ingresso e lo baciò di nuovo, lingua profonda, denti che graffiavano il labbro inferiore. La porta si chiuse con un colpo sordo. Nessuna luce accesa, solo il bagliore arancione della lampada da terra che Marco accese a casaccio con una spinta di gomito.
«A terra», ordinò Simone, già sfilandosi lo slip bagnato. Il cazzo gli batteva contro la pancia, ancora semi-duro, lucido di sborra e di acqua clorata. «In ginocchio, culo all’aria. Voglio vederti aprirti da solo mentre ti guardo.»
Marco obbedì senza una parola di troppo. Si piegò sul tappeto del soggiorno, le ginocchia divaricate, le chiappe ancora unte di sperma che gli colava lungo le cosce interne. Con due dita si allargò, sentendo il calore residuo, il buco che pulsava vuoto e affamato. Simone gli si accovacciò dietro, gli sputò dritto sull’ingresso e ci ficcò tre dita fino alle nocche, ruotandole, allargandolo con gesti grezzi e precisi.
«Cazzo, sei ancora pieno di me», ringhiò. «Lo senti? Ti scola. Sei una troia di lusso, Marco. Un divorziato di quarantadue anni che si fa aprire il culo da un personal trainer di ventotto come se fosse la sua unica religione.»
Marco gemette basso, la fronte premuta contro il pavimento. «Scopami. Smettila di parlare e mettimelo dentro.»
Simone gli diede uno schiaffo secco su una chiappa, il suono che schioccò nell’appartamento silenzioso. Poi un altro, più forte, lasciando il segno rosso che bruciava. Si allineò, spinse la testa gonfia contro l’anello ancora molle e entrò tutto d’un fiato, fino alle palle. Marco urlò a denti stretti, le spalle che si contrassero, i tatuaggi che ballavano sotto la pelle sudata. Simone non gli diede tempo di abituarsi: iniziò a scoparlo con spinte secche, profonde, il bacino che sbatteva contro le chiappe con un suono umido e rabbioso. Ogni spinta faceva oscillare il cazzo di Marco, duro e gocciolante, dimenticato tra le sue gambe.
«Solo col culo», gli ricordò Simone, afferrandogli i fianchi con entrambe le mani. «Non lo tocchi. Non lo tocco io. Vuoi venire? Lo fai con questo buco. Stringi. Più forte. Ecco così, bravo.»
Marco spingeva indietro, incontrando ogni affondo, il piacere che saliva a ondate brutali dalla prostata. Simone cambiò angolo, lo colpì dritto sul punto giusto e Marco vide stelle, un grido rotto che gli uscì dalla gola. «Cazzo… lì… ancora…»
«Lo senti? Sei già lì.» Simone accelerò, le palle che sbattevano, il respiro caldo sul collo di Marco. «Troia disperata. Tua moglie ti ha tradito e adesso ti fai riempire da me come una puttana di strada. Dillo. Dillo mentre ti scopi.»
«Sono una puttana… cazzo sì… usami… riempimi di nuovo…»
Simone lo tirò su per i capelli, lo fece rizzare a quattro zampe e continuò a martellarlo da dietro, una mano che gli stringeva la gola appena abbastanza da fargli mancare un filo d’aria. L’altra mano scese e gli sfiorò solo le palle, pesanti, tese, senza toccare il cazzo. Marco tremava tutto, sudore che gli scendeva lungo la schiena tatuata, gocce che cadevano sul tappeto.
«Vieni», ordinò Simone all’orecchio. «Vieni solo con il culo. Adesso.»
Marco scoppiò con un urlo rauco, il corpo che si piegò in avanti, sperma che schizzò a getti lunghi sul pavimento senza che nessuno avesse toccato il suo cazzo. Le contrazioni interne strinsero Simone come una morsa viva; l’altro gemette, tenne duro, resistette solo pochi secondi poi si scaricò di nuovo dentro, getti caldi e spessi che riempirono Marco fino a fargli sentire la pressione, il troppo che usciva ai lati e gli colava lungo le cosce.
Rimasero così, ansimanti, uniti, il cazzo di Simone che pulsava ancora debole dentro. Simone lo baciò sulla spalla, morso leggero, poi più forte. «Non ho finito. Alzati. Sul divano. Voglio vederti in faccia mentre ti uso di nuovo.»
Marco si alzò sulle gambe molli, il seme che gli scendeva fino ai polpacci. Simone lo fece sdraiare sul divano di pelle, gli alzò le gambe sulle spalle e ci rientrò lentamente, centimetro per centimetro, godendosi l’espressione di Marco — occhi semi-chiusi, bocca aperta, rabbia e piacere mescolati. Riprese a scoparlo con ritmo più lento ma più profondo, quasi contemplativo, ogni affondo che faceva scricchiolare il divano.
«Guarda che faccia da troia soddisfatto», sussurrò Simone, spingendosi fino in fondo e restando lì, a far sentire ogni pulsazione. «A quarantadue anni ti fai inculare da me e sorridi come se ti avessi regalato la vita. Dimmi che ne vuoi ancora.»
«Ne voglio ancora… tutta la notte… fino all’alba… cazzo, Simone, non smettere…»
Simone iniziò di nuovo, spinte lunghe che facevano muovere tutto il corpo di Marco, il cazzo di lui che tornava a indurirsi contro la pancia. Le mani di Simone gli scorsero sul petto tatuato, gli pizzicarono i capezzoli, gli strinsero la gola di nuovo. L’odore di sesso, cloro e sudore riempiva la stanza. Marco si persi nelle sensazioni, la rabbia dell’ex che si dissolveva a ogni spinta, sostituita da questa fame sporca e vorace. Voleva essere usato, voleva sentire solo questo cazzo grosso che lo apriva e lo riempiva e lo chiamava con parole brutte e vere.
Simone lo fece girare di nuovo, lo mise a cavalcioni, lo guidò giù sul suo cazzo. Marco si abbassò e iniziò a saltare, le cosce che bruciavano, l’acqua residua che ancora gli luccicava sulla pelle. Simone lo guardava da sotto, sorriso sfacciato, mani che gli spaccavano le chiappe per vederlo meglio.
«Più forte. Scopati da solo. Mostrami come una troia di mezza età si prende quello che le serve.»
Marco accelerò, ansimando, il suono umido del cazzo che entrava e usciva che riempiva l’appartamento. Simone gli diede un altro schiaffo, poi uno ancora, e Marco sentì il secondo orgasmo arrivare da lontano, costruito solo dalla pressione interna, dal ritmo, dalle parole. Quando venne di nuovo fu quasi silenzioso, un gemito lungo e spezzato, il corpo che si irrigidì, sperma che colò tra i loro addomi. Simone lo seguì pochi secondi dopo, un ultimo getto caldo che si aggiunse a tutto quello che già gli riempiva il culo.
Crollarono sul divano, sudati, scivolosi, il cazzo di Simone che scivolò fuori con un suono umido e un filo di sborra che seguì. Si baciaro lenti, respiri ancora corti, le mani che esploravano senza fretta — dita di Simone che tornavano a entrare piano, a rimescolare il proprio seme, a far gemere Marco di nuovo, esausto e già di nuovo affamato.
«Finché non reggi più in piedi», ripeté Simone contro le labbra di Marco. «Promesso. Ti faccio a pezzi bene.»
Marco sorrise, la rabbia ormai trasformata in qualcosa di caldo e sporco che gli pulsava ancora tra le gambe. «Allora ricomincia. Adesso.»
Simone stava già rialzandosi, il cazzo che tornava a gonfiarsi, quando il citofono squillò. Un suono secco, insistente, che tagliò l’aria come un coltello. Poi di nuovo. E ancora. Qualcuno premeva il pulsante con rabbia, senza smettere.
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