Resa Notturna al Mercato
Due muratori di 32 e 29 anni si incontrano di notte al mercato deserto e finiscono per incularsi con forza tra le bancarelle.
Il mercato rionale, a quell’ora, era un scheletro di ferro e teloni. Le luci al sodio gettavano pozzanghere gialle sull’asfalto umido, e l’aria sapeva di cassoni vuoti, di cartone bagnato e di benzina. Reid, trentadue anni, spalle da muratore e avambracci ancora sporchi di cemento secco, stava scaricando in anticipo tre casse di mattoni refrattari dal furgone del cantiere. Non doveva esserci nessuno. Poi sentì il rombo basso di un altro motore e vide arrivare il camion frigo.
Franklin saltò giù dalla cabina. Ventinove anni, camionista aitante, maglietta nera tesa sul petto e jeans che gli marcavano cosce e pacco come un manifesto. Si guardarono. Niente saluti di circostanza. Solo lo sguardo che scendeva dritto all’inguine dell’altro, si soffermava, risaliva, e un mezzo sorriso storto che diceva esattamente la stessa cosa: lo voglio, e lo voglio adesso.
«Anche tu in anticipo», grugnì Reid, la voce già roca.
«Merce delicata. Meglio prima che spuntino i vigili», rispose Franklin, e mentre parlava non staccò gli occhi dal rigonfiamento nei jeans di Reid. «Bello pieno, quel pacco. Lavori scomodo tutto il giorno con quello?»
Reid sentì il cazzo darsi una mossa da solo. «Tu non scherzi. Quello ti tira i pantaloni come un tenda.»
Si misero a spostare casse affiancati, tra le bancarelle chiuse. Le mani si sfioravano “per sbaglio” sui bordi di legno. Una volta, due, tre. Poi Franklin gli passò di proposito il dorso delle dita contro l’interno del polso, caldo, calloso. I corpi si avvicinavano a ogni viaggio. Reid sentiva l’odore di sudore maschio e di diesel di Franklin; Franklin sentiva il calore che saliva dalla nuca di Reid.
«Cazzo, ti si vede tutto», mormorò Franklin, basso, mentre fingevano di sistemare una cassa dietro il banco delle verdure. «Quel bastone ti preme la cerniera. Vuoi che te lo liberi?»
Reid gli sparò un sorriso da cane. «Tu pure. Se stai a farmi ste battute è perché lo hai duro da fare male.»
Franklin non girò intorno. Gli posò la mano aperta sul pacco di Reid, lo strinse attraverso il denim, sentì il calore e la durezza, e disse chiaro: «Lo vuoi sentire dentro, vero?»
Reid non rispose a parole. Lo afferrò per la maglietta, lo spinse di schiena contro il bordo del banco di metallo e gli piantò la bocca addosso. Il bacio fu una botta: denti, lingua, fiato caldo, barba che graffiava. Franklin gemette dentro la bocca di Reid e gli strinse il cazzo più forte, massaggiandolo a palmi aperti. Erano entrambi d’accordo fino al midollo; nessuno tirava indietro, nessuno esagerava oltre il voluto. Solo fame grezza.
Si staccarono un attimo, fronti appoggiate, respiri corti.
«In ginocchio», ordinò Reid, già aprendo i bottoni.
Franklin ci andò senza esitazione, ginocchia sull’asfalto freddo tra due bancarelle. Tirò giù la cerniera di Reid, liberò il cazzo grosso, già lucido in punta, e se lo ficcò in bocca d’un colpo solo. Succhió con voracità, guance cave, lingua che girava sotto il glande, saliva che scendeva lungo l’asta e gli imbrattava il mento. Reid gli affondò le dita nei capelli e spingeva con calma brutale, sentendo la gola di Franklin aprirsi e chiudersi intorno a lui.
«Ecco, così… succhialo tutto, bravo», borbottò Reid, gli occhi semi chiusi. «Cazzo, che bocca calda.»
Franklin lo guardava dal basso mentre lo lavorava, saliva che filava, mano che gli palpeggiava le palle pesanti. Quando Reid fu lucido da far paura, Franklin si staccò con un filamento di bava che si ruppe a mezz’aria.
Reid lo sollevò, lo girò, lo piegò in avanti sulla cassa di legno. Gli abbassò i jeans e il boxer d’un tiro solo fino a metà coscia. Il culo di Franklin era pieno, sodo, già contratto dall’attesa. Reid gli sputò sulla fessura, ci lavorò due dita grezze per aprirlo appena, e poi vi piantò il cazzo d’un colpo secco, fino in fondo.
Franklin urlò un gemito rauco che rimbalzò sotto i teloni. «Spaccami il culo, dai, più forte—»
Reid gli diede esattamente quello che chiedeva. Spinte profonde, ritmiche, il bacino che batteva contro le chiappe con schianti umidi. Ogni tanto una mano scendeva e gli lasciava uno schiaffo sonoro sul culo, lasciando il segno rosso. Franklin spingeva indietro, si prendeva tutto, mugolava parolacce tra i denti.
«Più forte, cazzo, riempimelo—»
Reid lo inculava in piedi, da dietro, tenendolo per i fianchi, sudore che gli scendeva nella schiena. Il banco cigolava. L’odore di sesso e di mercato vuoto si mescolava. Dopo una decina di spinte da muratore, Reid lo tirò su, lo fece girare e lo sedette sul bordo del banco, gambe spalancate, jeans ancora giù alle caviglie. Si rimise in mezzo, gli riinfilò il cazzo frontalmente, faccia a faccia, e ricominciò a fotterlo guardandolo negli occhi.
Con la mano destra gli afferrò il cazzo duro e lo masturbò a tempo con le spinte. Franklin aveva la testa reclinata, bocca aperta, e non riusciva a stare zitto.
«Così… così, fottemi, toccalo— sto per—»
Schizzò il primo carico sulla pancia, fiotti caldi che gli imbrattarono il pelame e la maglietta rialzata. Reid non si fermò: continuò a spingere dentro quel culo stretto e pulsante mentre Franklin si contraeva in onde, fino a sentire le proprie palle tirarsi.
Con un grugnito animalesco Reid venne dentro di lui, spingendosi fino all’osso, scaricando tutto. Restarono agganciati qualche secondo, respiri affannati, cazzo che pulsava ancora.
Poi Franklin si rimise in piedi, barcollando appena. Con un dito si raccolse la sborra di Reid che gli colava lungo l’interno coscia, se la portò alle labbra e la leccò guardandolo dritto negli occhi, lento, deliberato. Reid lo afferrò di nuovo per la nuca e gli diede un ultimo bacio rude, sapore di sesso e di sale.
Si sistemarono i vestiti in silenzio, cerniere, cintura, magliette tirate giù. I sorrisi erano storti, soddisfatti, ma niente affatto finiti. Reid castò ancora un’occhiata al pacco di Franklin, già di nuovo un po’ gonfio sotto il denim.
«Quella cassa laggiù non l’abbiamo ancora spostata», disse Reid, voce bassa, quasi una promessa.
Franklin si passò il dorso della mano sulla bocca e annuì, gli occhi ancora scuri. «E io ho ancora mezzo carico da scaricare. Stiamo qui un pezzo, se vuoi.»
Il mercato restava deserto, le bancarelle mute, e tra loro la tensione non era affatto spenta: solo momentaneamente acquattata, pronta a rimordersi di nuovo tra una cassa e l’altra, prima che spuntasse anche solo un faro all’orizzonte.
Il mercato restava un ventre vuoto di ferro e ombre. Reid sistemò la cintura senza fretta, lo sguardo ancora fisso sul rigonfiamento che tornava a gonfiarsi nei jeans di Franklin. Non c’era bisogno di parole. Si piegarono insieme sulla cassa di legno scuro che stava più in fondo, tra il banco delle olive e quello dei formaggi chiuso con catene. Le mani si sfiorarono di nuovo, questa volta senza fingere. Franklin gli strinse il polso, lo tirò contro di sé e gli morse il collo appena sotto l’orecchio, duro, lasciando il segno.
«Adesso tocca a me», grugnì contro la pelle sudata. «Hai fatto il tuo. Voglio sentire quel culo da muratore aprirsi per me.»
Reid non tirò indietro. Si lasciò spingere di schiena contro il bordo del banco di metallo freddo, aprì i bottoni dei jeans e li calò insieme al boxer fino a metà coscia. Il cazzo gli batteva già di nuovo, lucido di residui, ma Franklin non ci andò di bocca. Lo girò di scatto, lo piegò in avanti finché il petto di Reid non premette sul legno, e gli spalmò la mano aperta su una chiappa sode. Uno schiaffo secco risuonò sotto i teloni. Poi un altro. Reid sibilò tra i denti, ma spinse il bacino all’indietro, offrendosi.
Franklin si liberò in un attimo. Il cazzo gli uscì pesante, venato, già gocciolante. Sputò due volte sulla fessura stretta di Reid, lavorò l’ingresso con il pollice grezzo, lo aprì quanto bastava, e poi vi si piantò d’un colpo solo. Reid emise un gemito basso, animale, le dita che si aggrappavano al bordo della cassa. Franklin non diede tempo: spinse fino in fondo, le palle che batterono contro quelle di Reid, e cominciò a fotterlo con ritmi da camionista che sa solo spingere.
«Cazzo… sei stretto come un puttana la prima volta», borbottò Franklin, tenendolo pei fianchi. «Lo senti? Ti riempio tutto. Dimmi che lo vuoi più forte.»
«Dai… spaccami, brutto bastardo… più a fondo», raschiò Reid, la voce già rotta. Ogni spinta faceva cigolare il banco. Il suono umido delle anche che sbattevano, lo schiocco della pelle, l’odore di sborra vecchia e di sudore fresco si mescolavano all’aria di benzina e di cartone bagnato. Franklin gli afferrò i capelli corti e lo tirò indietro, cambiando angolo, infilandosi ancora più profondo. Reid mugolò qualcosa di incoerente e si masturbò con una mano libera, il pugno che scorreva veloce sull’asta dura.
Si staccarono solo il tempo di spostarsi dietro il telone del banco dei pesci, dove l’ombra era più spessa. Franklin lo mise a cavalcioni sul bordo di una cassa di polistirolo vuota, gambe divaricate, e gli risalì addosso frontalmente. Si guardarono negli occhi mentre il cazzo di Franklin rientrava a forza nel culo di Reid. Reid gli strinse le spalle callose, le unghie che lasciavano scie rosse sotto la maglietta nera. Franklin lo inculava lento all’inizio, quasi a sentire ogni centimetro, poi accelerò, le spinte secche che facevano tremare il polistirolo.
«Vieni sulla mia pancia mentre ti fotto», ordinò Franklin. «Voglio vederti schizzare mentre ti prendo.»
Reid obbedì senza vergogna. La mano gli andava su e giù veloce, il glande già violaceo. Franklin gli morse un capezzolo attraverso la maglietta e accelerò ancora. Reid venne con un grugnito soffocato, fiotti caldi che gli imbrattarono l’addome e le dita di Franklin che lo tenevano fermo. Il culo si strinse a ondate intorno al cazzo che lo trafiggeva; Franklin sentì le palle tirarsi e si trattenne a stento, uscendo giusto in tempo per sparare il secondo carico di sborra sulle cosce aperte di Reid, bande spesse e calde che colavano giù verso i jeans abbassati.
Restarono così un attimo, respiri affannati, fronti appoggiate. Poi Franklin si chinò e leccò la propria sborra dalla pelle di Reid, lento, deliberato, mentre Reid gli passava le dita nei capelli. Si rimisero in piedi barcollando, ma la fame non era spenta. Reid lo spinse di nuovo contro il montante di ferro di una bancarella, si inginocchiò sull’asfalto umido e gli riprese il cazzo in bocca ancora semi-duro, lo risucchiò fino a farlo tornare d’acciaio. Franklin gli tenne la testa e gli scopò la gola a spinte corte, saliva che filava dal mento di Reid fino al collare della maglietta.
Quando fu abbastanza lucido, Reid si alzò, si voltò e si offrì di nuovo. Questa volta Franklin lo prese in piedi, di lato, una gamba di Reid sollevata e appoggiata sul bordo del banco. L’angolo era stretto, grezzo, perfetto. Franklin spingeva e al tempo stesso gli masturbava il cazzo già di nuovo teso. Parlavano a bassa voce, sporchi, diretti.
«Ti piace farmi da culo tra le casse, eh? Domani torni al cantiere con il culo che brucia e pensi a me.»
«Chiudi il becco e spingi… cazzo sì, così… riempimi di nuovo.»
Franklin venne dentro la seconda volta, spingendosi fino all’osso, tenendo Reid fermo mentre scaricava. Reid lo seguì a ruota, schizzando di nuovo sul metallo freddo del banco. Si separarono lenti, la sborra che colava lungo le cosce di entrambi, l’odore di sesso pesante che non si sarebbe tolto tanto presto dai jeans.
Si sistemarono i vestiti in silenzio, ma le mani continuavano a sfiorarsi. Reid gli passò il pollice sulle labbra gonfie di Franklin, poi lo baciò di nuovo, un bacio lento e salato. Il mercato era ancora deserto; in lontananza si sentiva solo il lontano rombo di un’auto sulla tangenziale.
Mentre chiudevano le ultime porte del furgone, Reid si soffermò a guardare Franklin caricare l’ultimo bancale. Aveva già in mente il giorno dopo. Stesso orario, stesso angolo buio dietro il banco delle verdure. Avrebbe portato un tubetto di lubrificante grosso nel cruscotto e forse una corda sottile da cantiere, solo per tenere le mani di Franklin ferme dietro la schiena mentre se lo prendeva di nuovo. Non glielo disse adesso. Si limitò a battergli una mano sulla spalla e a mormorare:
«Domani sera. Stessa ora. Porto roba. Tu porta solo quel culo.»
Franklin annuì, gli occhi ancora scuri, già calcolato il percorso più corto per tornare. Il piano era fatto.
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