L’ultima Sorsata sul Tetto
Due amiche adulte, una manager di 32 anni e una fotografa di 27, si fanno una scopata lesbica selvaggia e bagnata sul tetto di Milano.
Il rumore della festa era un brusio lontano, assorbito dal cemento e dal vento caldo che spazzava il tetto del palazzo in zona Porta Venezia. Sonia posò il bicchiere di rosso sul muretto e si passò una mano sui capelli scuri raccolti in una crocchia sciatta. A trentadue anni, imprenditrice con tre negozi di design a Milano e un corpo tenuto a bada con palestra mattutina e zero scuse, sapeva esattamente cosa voleva. E in quel momento lo voleva fra le gambe.
Naomi stava appoggiata al parapetto con una spalla sola, la macchina fotografica dimenticata a terra accanto agli stivali. Ventisette anni, fotografa di moda, tatuaggi neri che le scendevano dalla spalla sinistra fino al fianco, fianchi stretti e seno piccolo sotto la canottiera di seta nera. Il vento le sollevava i capelli castani e le scopriva la curva del collo.
«Non pensavo di trovarti quassù», disse Sonia, avvicinandosi. La voce le uscì più bassa del solito.
Naomi si voltò. Gli occhi le brillavano. «Scappavo dal direttore creativo. E dal suo alito al prosecco. Tu?»
«Scappavo da tutto.» Sonia le porse il bicchiere. Le loro dita si sfiorarono. «Ti ricordi quella notte a Brera? Tre anni fa. Dopo il lancio della collezione. Ci siamo lasciate sulla porta del tuo loft con la figa che ci pulsava e niente di fatto.»
Naomi bevve un sorso, senza staccare lo sguardo. «Me la ricordo. Mi sono masturbata per settimane pensando a come ti avrei leccata se solo ti fossi fermata cinque minuti di più.» La frase le uscì nuda, senza pudore. «Da allora ogni volta che ti vedo a una cazzo di festa aziendale mi si bagna la mutandina.»
Sonia sentì un calore secco tra le cosce. «Lo stesso. Mi tocco al buio immaginando la tua lingua. E stanotte non voglio più immaginare.»
Si avvicinarono. Il cielo di Milano luccicava sotto di loro, lampioni e vetrine gialle, e l’aria sapeva di catrame caldo e di desiderio. Naomi allungò una mano e le afferrò la cintura del blazer bianco. «Voglio leccarti la figa, Sonia. Voglio sentirti squirtarmi in faccia finché non riesco più a respirare. Te lo dico chiaro così non fai la manager gelida.»
Sonia rise, un suono rauco. «Gelida un cazzo.» La baciò.
Fu un bacio da affamate: lingue subito profonde, saliva, denti che si sfioravano. Sonia le apre la bocca con la lingua e le succhiò il labbro inferiore finché Naomi gemette nel bacio. Le mani di Sonia scivolarono sotto la canottiera, trovarono i capezzoli già duri, li pinzarono. Naomi le allungò una mano sotto la gonna e scoprì che Sonia non portava mutandine. Solo pelle rasata e scivolosa.
«Porca puttana», sussurrò Naomi contro la bocca dell’altra. «Sei già fradicia.»
«Da quando ti ho vista salire le scale», rispose Sonia. Le dita di Naomi le accarezzarono la fessura, raccolsero il liquido e lo portarono alla bocca. Leccò, gli occhi chiusi. «Sai di figa da manager stressata che ha bisogno di venire forte.»
Sonia le afferrò i capelli. «Inginocchiati.»
Naomi non esitò. Si calò in ginocchio sul tetto caldo, le ginocchia contro il cemento ruvido, e alzò la gonna di Sonia fino ai fianchi. La figa era liscia, le labbra gonfie e lucide, il clitoride già sporgente. Naomi ci soffiò sopra, poi ci piantò la lingua piatta, dal buco fino in alto, raccogliendo tutto il sapore. Sonia gemette e le strinse la testa contro il bacino.
«Leccami come una cagna affamata», ordinò. «Voglio sentire i denti. Voglio che mi apri con le dita mentre mi succhi il clitoride.»
Naomi obbedì. Due dita le entrarono dentro senza fatica, curve verso l’alto, mentre la bocca lavorava il clitoride con succhi ritmati e lingue rapide. Il suono era umido, osceno, risonava nel silenzio del tetto. Sonia dondolava i fianchi, cavalcando la faccia di Naomi, e le diceva cose sporche a bassa voce: «Più a fondo. Sì, così, troia. Mangiami. Fammi squirtare sulla tua bella faccia di fotografa.»
Naomi accelerò. Le dita pompavano, il palmo batteva contro il pube, la lingua non si fermava. Sonia sentì l’orgasmo salire dalle cosce, dal basso ventre, una pressione che non voleva trattenere. «Arrivo—cazzo, arrivo—»
Schizzò. Un getto caldo e abbondante colpì le labbra, il mento, le guance di Naomi. Lei non si tirò indietro: aprì la bocca, bevve quello che poteva, si lasciò bagnare. Sonia tremava, le cosce che le stringevano la testa, un secondo getto più debole che le colò sul collo. Naomi leccò tutto, ansimante, gli occhi lucidi di lacrime e di sesso.
Sonia la tirò su per i capelli e la baciò di nuovo, assaporando se stessa sulla lingua dell’altra. «Adesso tocca a te.» La spinse verso il bordo basso del tetto, dove c’era uno spazio di cemento largo abbastanza. «Sdraiati. Gambe aperte. Voglio vederti fradicia.»
Naomi si stese, la canottiera alzata sopra i seni piccoli e tatuati, la gonna arrotolata ai fianchi. La figa era pelosa di un lungo sottile, le labbra scure e lucide. Sonia le si piegò sopra, le succhiò un capezzolo finché Naomi non inarcò la schiena, e contemporaneamente le cacciò due dita dentro, profonde, torcendo il polso.
«Che figa stretta», borbottò Sonia contro il seno. «Ti sei bagnata solo leccandomi, eh? Sei una troia del genere.»
«Sì—sono la tua troia», ansimò Naomi. «Scopami le dita. Più forte.»
Sonia le pompò le dita con forza, il pollice sul clitoride, e le morse l’altro capezzolo. Poi la girò di scatto, a quattro zampe, il culo verso di lei e il volto verso la città illuminata. Le spalancò le natiche. Il buchetto era stretto, rosa, e sotto la figa colava.
«Guarda che merda di spettacolo», disse Sonia, spingendole due dita di nuovo nella figa e chinandosi a leccarle l’ano con la lingua piatta e lenta. Naomi urlò, un suono strozzato, e spinse indietro il bacino. Sonia alternava: lingua sul culo, dita nella figa, poi un dito lubrificato di succhi che entrava piano nel buco del culo mentre le altre tre restavano nella figa.
«Prendi tutto», mormorò. «Apri quel culetto. Brava cagna. Ti piace essere usata sul tetto come una puttana di lusso, vero?»
«Vero—cazzo sì—non smettere—»
Sonia la scopava con le mani e la bocca, umiliazioni e lodi mischiate: «Che bella figa bagnata. Che buco stretto da fotografa. Vieni per me. Vieni forte così ti sento stringermi le dita.» Naomi venne la prima volta con un grido lungo, il corpo che si contraeva a ondate, il succo che le colava sulle cosce. Sonia non si fermò. Continuò a leccarle l’ano e a pompizzare le dita finché Naomi non scoppiò di nuovo, le ginocchia che cedevano, la fronte contro il cemento caldo, un orgasmo che le fece tremare tutta e perdere qualche parola.
Quando anche Sonia, strofinandosi contro la coscia di Naomi, venne di nuovo—un orgasmo più basso, più lungo, che le partì dalla pancia—le due crollarono una contro l’altra, ansimanti, coperte di saliva e di succhi. Si baciano lenti, profondi, assaporandosi a vicenda: il sapore di figa rasata e di figa pelosa mescolati sulle lingue.
Sonia le accarezzò i capelli bagnati di sudore. «Questa è solo la prima sorsata», sussurrò contro le labbra di Naomi. «Ne voglio altre. Notti intere quassù. Voglio legarti i polsi al parapetto e farti venire finché non ti reggi più in piedi.»
Naomi sorrise, stanca e accesa. «Promettimelo.»
«Te lo prometto.»
Sonia la aiutò a rivestirsi con gesti lenti, ancora carichi: le tirò giù la gonna, le sistemò la canottiera, le asciugò con il dorso della mano un filo di liquido che le scendeva dal mento. Le dita le tremavano di desiderio non ancora spento. Naomi le riabbassò la gonna e le sistemò il blazer, le mani che sfioravano ancora i seni duri sotto la camicia.
Si avviarono verso la porta del tetto mano nella mano, le dita intrecciate, i polsi ancora umidi. Il rumore della festa saliva dalle scale. Prima di spingere la maniglia, Sonia si fermò, le strinse la mano più forte e le bisbigliò all’orecchio: «Quando scendiamo fingo di non averti ancora nella gola. Ma stasera, dopo, non ti lascio andare. Ho ancora fame di te.»
Naomi le morse piano il lobo. «Anch’io. E la prossima volta porto il kit della macchina fotografica. Voglio vederti venire da ogni angolazione.»
La porta si aprì sul rumore, sulle luci, sugli sconosciuti. Le loro cosce erano ancora bagnate sotto i vestiti, e la promessa restava appesa nell’aria calda come un filo teso.
Tornarono sul tetto due ore dopo, quando la festa era diventata un pantano di chiacchiere vuote e bicchieri vuoti. Sonia aveva strappato Naomi dal gruppo del direttore creativo con un pretesto banale—«mi serve un’opinione sulla luce della vetrina»—e l’aveva trascinata su per le scale di servizio senza accendere le luci. La porta di metallo si chiuse alle loro spalle con un tonfo sordo. L’aria di Milano era ancora calda, densa di catrame e di residuale desiderio.
Naomi non aspettò. Spinse Sonia contro il parapetto, le strappò il blazer e le sbottonò la camicia con dita impazienti. I seni di Sonia, pieni, con i capezzoli già duri dal vento, saltarono fuori. Naomi ci piantò la bocca, succhiò forte, lasciò un segno viola sopra l’areola sinistra. «Stasera non fingo un cazzo», borbottò contro la pelle. «Voglio che mi usi. Voglio che mi leghi come hai promesso.»
Sonia tirò fuori dalla borsa la cintura del blazer e una cordicina nera che aveva preso in ufficio—quella dei campioni di tessuto. «Polsi.» Naomi glieli offrì subito, gli occhi lucidi. Sonia le legò i polsi davanti, poi li sollevò e li fissò al gancio basso del parapetto, abbastanza alto da costringerla a stare in punta di piedi, il torace esposto, la gonna già alzata. «Così ti vedo tutta», disse Sonia, e le abbassò le mutandine—questa volta ce le aveva, un pezzo di pizzo nero già fradicio—fino alle caviglie, poi gliele fece scavalcare. «Apri.»
Naomi divaricò le cosce. La figa pelosa era gonfia, le labbra scure aperte, un filo di liquido che già le colava all’interno della coscia. Sonia si inginocchiò, ma non leccò subito. Le soffiò contro il clitoride, ci strusciò il naso, poi le diede uno schiaffo leggero e umido con le dita aperte. Naomi gemette e tirò i polsi. «Ancora.» Sonia glielo diede più forte, tre volte, finché le labbra non arrossirono e il clitoride non sporse di più. Solo allora ci chiuse la bocca sopra: lingua larga, succhi profondi, denti che graffiavano appena. Due dita entrarono di colpo, curve, e cominciarono a pompizzare duro, il palmo che sbatteva contro il pube con uno schiocco bagnato.
«Sei già una fontana», ringhiò Sonia tra una leccata e l’altra. «Ti bagno la faccia io stavolta. Voglio che mi spruzzi addosso mentre sei legata come una troia di merda.» Accelerò. Le dita facevano un suono osceno, plof plof plof, e la lingua non lasciava il clitoride. Naomi dondolava i fianchi, cercava di spingere di più nella bocca di Sonia, ansimava parole spezzate: «Cazzo—più fondo—sono la tua cagna—fammi venire—»
Venne con un urlo strozzato. Il getto le uscì potente, caldo, colpì il mento e il collo di Sonia, le scese sul seno, le macchiò la camicia aperta. Sonia non si staccò: bevve, leccò, proseguì a pompizzare finché un secondo spasmo non fece tremare le ginocchia di Naomi e un altro rivolo non le colò sul polso. Solo allora si alzò, si asciugò la bocca con il dorso della mano e si tolse la gonna. Niente mutandine, di nuovo. La figa rasata luccicava al lume giallo della città.
«Adesso mi strusci», ordinò. Si accovacciò di fronte a Naomi legata, aprì le labbra con due dita e premette la propria fessura contro quella pelosa dell’altra. Clitoride contro clitoride, umido su umido, e cominciò a muovere i fianchi in cerchi lenti e sporchi. Il contatto era scivoloso, caldo, perfetto. Naomi tirò la corda, i seni piccoli che ballonzolavano, i tatuaggi neri che luccicavano di sudore. «Più forte—strusciami come una puttana—voglio sentire la tua figa che mi mangia.»
Sonia le morse il collo mentre scopava figa contro figa, sempre più veloce, il suono bagnato che si mescolava al vento. Si toccavano, si strofinavano, i clitoridi che sbattevano insieme a ogni spinta. Sonia le cacciò tre dita nella figa da sotto mentre continuava lo scissoring, e contemporaneamente le spinse un dito lubrificato di succhi nell’ano. Naomi urlò di nuovo, un suono gutturale. «Tutto—prendi tutto—apri quel culo di fotografa.» Sonia pompava entrambe le buche, i polsi legati di Naomi che scricchiolavano contro il metallo, i corpi che sbattevano uno contro l’altro.
Naomi venne di nuovo, contraendosi intorno alle dita, il succo che schizzava tra le cosce di entrambe. Sonia non si fermò. Continuò a strusciarsi e a scoparla con le mani finché anche lei non esplose, un orgasmo lungo che le partì dal basso ventre e le fece piegare la schiena, un getto più debole ma caldo che le colò sulla figa di Naomi e si mescolò a quello già presente. Rimasero così, ansimanti, fighe attaccate, dita ancora dentro.
Sonia sciolse i polsi di Naomi solo per ribaltare i ruoli. Ora fu lei a sedersi sul bordo basso del tetto, gambe spalancate, e a spingere la testa di Naomi tra le cosce. «Leccami pulita. Tutto. Anche il culo. Voglio la tua lingua dentro finché non parlo più italiano.» Naomi obbedì con fame rabbiosa. Lingua piatta sulla fessura rasata, poi a punta nel buco, poi di nuovo sul clitoride con succhi sonori. Due dita dentro Sonia, tre, e il pollice che massaggiava l’ano. Sonia le afferrò i capelli castani e le cavalcò la faccia, i fianchi che battevano, le parolacce che le uscivano basse e continue: «Mangiami, troia. Bevi. Sei la mia cagna personale. Ti tengo legata ogni notte se serve. Ti faccio squirtare finché non cammini più dritta.»
Naomi le spinse la lingua più a fondo e accelerò le dita. Sonia sentì l’orgasmo arrivare come un treno: pressione, calore, poi lo spruzzo forte che le uscì a getti ritmati dritto in gola a Naomi. Lei bevve, tossì un poco, rise con la bocca piena e riprese a leccare finché Sonia non la tirò su per i capelli, baciandola a bocca aperta, scambiandosi sapore di figa e di saliva e di città calda.
Non finì lì. Sonia la mise a quattro zampe di nuovo, le aprì le natiche con entrambe le mani e le ficcò la lingua nell’ano mentre tre dita le pompavano la figa bagnatissima. Naomi spingeva indietro, gemendo contro il cemento, chiedendo di più, di più duro, di essere usata fino a non reggersi. Sonia le diede un quarto dito, poi quasi tutta la mano, lenta, paziente, lubrificata di liquido e saliva, finché Naomi non venne urlando, il corpo che si spezzava in contrazioni infinite, un filo di bava che le pendeva dal labbro inferiore.
Quando crollarono una sull’altra, sudate, lucide di succhi dalla gola alle cosce, Sonia le accarezzò i polsi ancora segnati dalla corda e le sussurrò contro l’orecchio, la voce roca: «Domani porto le manette vere. E il dildo che uso quando penso a te. Ti voglio legata al parapetto dall’alba al tramonto, a squirtarmi in faccia ogni mezz’ora mentre sotto Milano non sa un cazzo di cosa facciamo quassù.»
Naomi rise, stanca, accesa, la guancia contro il seno di Sonia. Si leccò le labbra ancora bagnate e chiese, lo sguardo fisso negli occhi dell’altra: «E se ti faccio venire così forte da farti dimenticare il nome dei tuoi negozi, mi lasci tenerti la collana al collo mentre ti scopro la figa al vento?»
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