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Alba Fugace tra Farine e Sospiri

In pasticceria, la trentaduenne fornaia Miriam e la ventiseienne aiutante Simone si abbandonano a un sesso lesbo rovente tra farina e gemiti.

12 min read September 27, 2026New

Nel laboratorio della piccola pasticceria romana l’aria era densa di lievito e burro fuso. Miriam, trentaduenne fornaia dal corpo robusto, spalle larghe e mani forti segnate da anni di impasti, stava piegando la pasta brioche sul bancone di marmo. Accanto a lei, Simone, ventiseienne aiutante dal fisico snello, fianchi stretti e sguardo timido ma già carico di una provocazione che non sapeva più nascondere, versava la farina a pioggia. Ogni movimento le faceva sfiorare le braccia. La farina si posava sulla pelle umida di sudore, creava una polvere bianca che univa i loro contatti.

«Di nuovo così?» mormorò Miriam senza alzare gli occhi, sentendo il seno di Simone premere contro la propria schiena mentre la ragazza allungava il braccio per prendere lo zucchero. Il calore di quel petto piccolo e sodo le attraversò la camicia. Un sospiro le sfuggì, basso, traditore.

Simone non si scostò. Continuò a restare lì, il bacino quasi appoggiato al fianco di Miriam, le dita infarinate che scivolavano lungo l’avambraccio della fornaia mentre lavoravano lo stesso panetto. «Non posso farci niente», sussurrò. La voce le tremava di eccitazione trattenuta. «Ogni volta che ti sto dietro… sento tutto.»

Miriam girò appena il capo. Gli occhi scuri di Simone la fissavano, le labbra socchiuse. Tra di loro restava solo il respiro e il debole tintinnio della spatola. I seni di Simone premevano di nuovo, deliberati, e Miriam sentì il proprio corpo rispondere: il calore le scese basso nel ventre, i capezzoli si indurirono contro il reggiseno. Continuarono a impastare, ma i gesti erano diventati scuse. Braccia che si sfioravano, cosce che si toccavano sotto il grembiule, sguardi che si cercavano e si perdevano ogni volta che una delle due abbassava le ciglia. Un altro sospiro di Simone, caldo contro la nuca di Miriam, fece scricchiolare qualcosa dentro di lei.

La complicità salì di tono quando, finito l’impasto, Simone posò le mani infarinate sui fianchi di Miriam e le parlò all’orecchio, voce bassa e improvvisamente decisa.

«Da mesi, Miriam. Da mesi voglio il sapore della tua pelle. Voglio leccarti il sudore sotto il seno, voglio sentire com’è il tuo sesso sulla lingua. Non riesco più a fingere mentre stiamo qui a fare cornetti.»

Miriam restò immobile un secondo. Poi la spatola cadde con un tonfo sordo sul marmo. Girò di scatto, afferrò Simone per i fianchi con quelle mani forti di fornaia e la spinse indietro contro il bancone. La baciò con fame, bocca aperta, lingua che entrava senza chiedere permesso perché il permesso era già tutto nelle parole della ragazza. Simone gemette nel bacio, le braccia che le si avvolgevano al collo, il corpo snello che si inarcava per premere petto contro petto.

«Sì», ansimò Miriam staccandosi un attimo, labbra lucide. «Lo voglio anch’io. Adesso. Qui.»

Entrambe scelsero. Nessuna esitazione. Si tolsero i grembiuli con gesti impazienti, bottoni che saltavano, cotone che scivolava a terra coprendosi subito di farina. Le mani di Miriam esplorarono il corpo caldo e polveroso di Simone: palmo che scendeva lungo la schiena, che stringeva una natica, che saliva sotto la maglietta a prendere un seno piccolo e teso. Simone fece lo stesso, dita che scivolavano sotto la camicia di Miriam, che trovavano la pelle morbida del ventre, che saliva fino a pinzare un capezzolo già duro. Si baciarono di nuovo, più sporche, denti che tiravano il labbro inferiore, lingue che si cercavano tra respiri affannosi.

Miriam dominò con passione consensuale e chiara. Afferrò Simone sotto le cosce e la sollevò sul piano di lavoro, tra sacchi di farina e stampi. Le spalancò le gambe, le tirò giù i pantaloni e le mutandine in un solo strappo affamato. L’odore di Simone salì subito, acido e dolce. Miriam si chinò e la divorò.

La lingua entrò tra le pieghe già bagnate, leccate profonde che andavano dal buco fino al clitoride, poi succhiate ferme, ritmiche, sul bottone gonfio. Simone gettò la testa indietro, un gemito lungo che riempì il laboratorio.

«Cazzo… Miriam… così, mangiami, non fermarti—»

Miriam non si fermò. Alternava: punta della lingua che sfiorava solo la cappuccia, poi labbra che succhiavano forte, poi di nuovo lingua piatta che leccava tutto il sesso aperto. Due dita le entrarono dentro senza preavviso, curve, cercando il punto che faceva tremare le cosce di Simone. La ragazza afferrò i capelli di Miriam e la spinse più forte contro di sé, bacino che si muoveva incontro alla bocca, farina che cadeva dai suoi capelli sul viso della fornaia.

«Alzati», gemette Simone dopo un po’, voce rotta. «Voglio baciarti. Voglio i tuoi capezzoli.»

Miriam si alzò, la bocca lucida dei succhi di Simone. Si baciarono di nuovo, il sapore della figa che passava da una lingua all’altra. Simone le aprì la camicia, le abbassò il reggiseno e scese a succhiarle i capezzoli turgidi, denti che graffiavano appena, lingua che girava intorno all’areola prima di tirare forte. Miriam ansimò, una mano nei capelli di Simone, l’altra che le stringeva la nuca per tenerla lì.

Non bastava. Si spinsero a vicenda verso il pavimento del laboratorio, tra sacchi e tracce di farina. Si sistemarono in sessantanove, corpi caldi che si sovrapponevano. Miriam aprì le cosce sopra il viso di Simone e abbassò il bacino; Simone fece lo stesso. Si leccarono con fame rude: lingue profonde, dita che entravano in entrambi i buchi, schiaffi leggeri sulle natiche che facevano risuonare la pelle.

«Che figa bagnata che hai», ringhiò Miriam contro il sesso di Simone, la voce soffocata. «Ti scopo con le dita finché non mi bagnerai tutta la faccia, troia mia.»

«Fallo», ansimò Simone, leccando e succhiando a sua volta il clitoride di Miriam, due dita che le entravano rudi. «Scopami la fica, mettimene tre, più forte—ah, cazzo sì—e quando vieni voglio sentirlo sulla lingua.»

Si davano schiaffi leggeri sulle chiappe, parole sporche in italiano volgare che si mescolavano ai suoni umidi delle lingue e delle dita. «Leccami il buco del culo mentre mi fingi», ordinò Miriam, e Simone obbedì con gusto, punta della lingua che circolava lì mentre le dita andavano e venivano nella figa. Miriam faceva lo stesso, rabbiosa e affamata, il naso premuto contro il pube di Simone, le labbra che succhiavano il clitoride a ritmo con le spinte delle dita.

L’orgasmo arrivò quasi insieme. Simone strinse le cosce intorno alla testa di Miriam e venne con un grido strozzato, le pareti interne che pulsavano sulle dita della fornaia, i liquidi che le scendevano sul mento. Miriam seguì un attimo dopo, bacino che si scosse, un gemito grosso che vibrò contro la figa di Simone mentre si scaricava sulla lingua della ragazza. Restarono così, tremanti, coperte di sudore e farina, respiri affannosi che si riflettevano l’uno sull’altro, lingue che ancora leccavano pigre i residui del piacere.

Simone si rialzò lentamente. Le gambe le tremavano. Si chinò su Miriam ancora stesa sul pavimento e la baciò con una dolcezza improvvisa, quasi contrastante con la ruvidezza di prima: labbra morbide che assaporavano il sapore misto di entrambe, lingua che carezzava invece di prendere. La farina sui loro corpi si era trasformata in una pasta fine col sudore; le dita di Simone ne tracciarono una riga sul seno di Miriam, poi scesero più in basso, fermandosi appena sopra il sesso ancora pulsante.

«Non ho finito con te», sussurrò contro la bocca di Miriam, gli occhi scuri già di nuovo accesi. «Voglio che mi prendi di nuovo. Voglio sentire le tue mani forti intorno al collo mentre mi dici cose ancora più sporche. E voglio farlo prima che qualcuno bussi a quella porta.»

Miriam la guardò dal basso, il petto che ancora saliva e scendeva. Un sorriso lento le aprì le labbra lucide. Afferrò il polso di Simone e se lo portò tra le cosce, facendole sentire quanto era ancora bagnata, quanto il desiderio non si era spento affatto.

«Allora non alzarti troppo», rispose con voce rauca. «Perché stavolta ti faccio venire in piedi, piegata sul bancone, e voglio che tu guardi fuori dalla finestra mentre ti lecco da dietro. E se riesci a stare zitta… ti premio.»

Fuori, la luce dell’alba cominciava appena a filtrare tra le sbarre della grata. Il laboratorio restava chiuso al mondo, pieno solo del loro odore e del silenzio carico che annunciava il seguito. Simone abbassò di nuovo il volto verso il corpo di Miriam, ma non per finire: solo per mordere piano la carne morbida dell’interno coscia, un assaggio, una promessa. Miriam le afferrò i capelli e la tenne lì un secondo più a lungo del necessario, il cuore che batteva ancora troppo forte, il desiderio che invece di calare saliva di nuovo, denso come l’impasto che avevano abbandonato sul marmo.

Miriam strinse più forte i capelli di Simone e la tirò su, facendola scivolare lungo il proprio corpo fino a farle sentire il calore ancora umido tra le cosce. La farina si era impastata col sudore, una pasta fine che scricchiolava sotto le dita quando le mani della fornaia scesero a prendere le natiche snelle della ragazza e le strinsero con forza possessiva.

«In piedi», ordinò con voce rauca. «Sul bancone. Adesso.»

Simone obbedì senza esitazione, le gambe ancora tremanti dall’orgasmo precedente. Si piegò in avanti sul marmo freddo, i seni piccoli che premevano contro la superficie infarina ta, le braccia distese, le dita che aggrappavano il bordo. Fuori dalla grata della finestra la luce dell’alba si faceva più chiara, grigia e silenziosa sulla vicoletto romano ancora vuoto. Miriam le si mise dietro, le mani forti che le aprirono le cosce, i pollici che scostarono le labbra già gonfie e lucide.

«Guarda fuori», mormorò contro l’orecchio di Simone mentre le leccava il lobo. «Se qualcuno passa e alza lo sguardo… ti vedrà piegata così, con la figa spalancata. Ma tu stai zitta. Nemmeno un gemito. Capito, troia?»

Simone annuì, il respiro già corto. «Sì… cazzo sì, Miriam.»

Miriam si inginocchiò dietro di lei. L’odore di sesso e farina le riempì le narici. Aprì le natiche con entrambe le mani e spinse la lingua dritta nel buco stretto del culo di Simone, un cerchio lento e umido che fece inarcare la schiena della ragazza. Simone morsicò il labbro inferiore fino a quasi farlo sanguinare per non emettere suono. La lingua di Miriam scese poi più in basso, leccò le pieghe bagnate dalla base fino al clitoride, succhiò con forza, entrò con la punta nella figa ancora pulsante. Due dita spesse seguirono subito, curve, che spingevano a fondo mentre la bocca restava sul clitoride, labbra strette, lingua che sfregava a ritmo.

«Che fica calda», ringhiò Miriam tra una leccata e l’altra. «Ti stai bagnando tutta la coscia. Guarda fuori e pensa a quanti ti vorrebbero leccare così. Ma sei mia adesso. Solo mia.»

Simone tremava, le unghie che graffiavano il marmo. Voleva gemere, voleva urlare, ma strinse i denti. Miriam aggiunse un terzo dito, li spinse tutti e tre fino alle nocche, li torse cercando quel punto spugnoso che faceva contrarre le pareti. Con l’altra mano le diede uno schiaffo secco sulla natica, poi un altro, lasciando un’impronta rossa sulla pelle bianca di farina. Simone ansimò piano, un suono soffocato che le uscì dal naso.

«Zitta», avvertì Miriam, e le diede un altro schiaffo più forte. «Se fai rumore ti fermo. Se stai buona… ti riempio.»

La ragazza annuì di nuovo, la fronte premuta contro il bancone. Miriam accelerò. Le dita entravano e uscivano con suoni umidi e osceni, la lingua che non lasciava mai il clitoride, succhiando, leccando, mordicchiando appena. Simone sentiva l’orgasmo salire come un’onda calda dal basso ventre, le cosce che si irrigidivano, il bacino che spingeva indietro contro la faccia della fornaia. Miriam se ne accorse e rallentò di proposito, trasse le dita fuori, le leccò una a una mentre guardava la figa aperta e contrarsi a vuoto.

«Non ancora», disse. Si alzò, si tolse del tutto la camicia e il reggiseno, restando nuda dalla vita in su, i seni pesanti e i capezzoli scuri ancora turgidi. Prese Simone per i fianchi e la girò di scatto, facendola sedere sul bordo del bancone con le gambe divaricate. Si infilò tra quelle cosce, prese un seno piccolo in bocca e lo succhiò forte mentre due dita tornavano a entrare nella figa calda.

Simone non resistette più. «Miriam… cazzo, scopami… voglio le tue dita profonde, voglio venire sulla tua mano—»

«Allora vieni», ringhiò Miriam contro il seno, e spinse tre dita fino in fondo, il pollice che premeva sul clitoride con cerchi stretti e veloci. L’altra mano salì al collo di Simone, le dita forti che si chiusero intorno alla gola con pressione ferma ma attenta, il pollice sul battito del polso. Simone socchiuse gli occhi, la bocca aperta, e venne con un gemito lungo e rotto che riempì il laboratorio. Le pareti interne le pulsarono a scatti sulle dita di Miriam, i liquidi che le scendevano sul polso e gocciolavano sul marmo mescolandosi alla farina.

Miriam non le diede tregua. Tenne le dita dentro mentre Simone ancora spasimava, le mosse piano, le piegò, le fece sentire ogni contrazione. Poi le uscì e si portò la mano lucida alla bocca, leccò i succhi con gusto, occhi scuri fissi in quelli della ragazza.

«Il tuo sapore mi fa venire voglia di ricominciare da capo», disse. «In ginocchio. Voglio le tue dita nella mia figa mentre mi lecchi i capezzoli.»

Simone scivolò giù, le ginocchia che toccarono il pavimento infarina to. Aprì le cosce di Miriam, le leccò prima la parte interna, poi salì dritta al sesso già gonfio e bagnato. Lingua piatta, leccate lunghe, poi due dita che entrarono e iniziarono a scoparla con ritmo deciso. Con la bocca libera andò ai seni di Miriam, prese un capezzolo tra le labbra e lo tirò, denti che graffiavano, lingua che girava. Miriam le tenne la testa premuta contro il petto, ansimando, il bacino che andava incontro alle dita.

«Più forte… mettimene tre… sì, così, troia… leccami mentre mi fingi—»

Simone obbedì. Tre dita spesse che spingevano a fondo, il palmo che sbatteva contro il clitoride a ogni colpo, la bocca che passava da un seno all’altro. Miriam sentì l’orgasmo arrivare come un pugno basso. Si piegò in avanti, una mano che afferrava i capelli di Simone, l’altra che le stringeva la spalla, e venne con un gemito grosso e basso, le cosce che si chiusero intorno alla testa della ragazza, i liquidi che le colavano sulle dita e sul mento.

Restarono ferme qualche secondo, respiri affannosi, corpi che stillavano sudore e farina. Poi Miriam tirò su Simone e la baciò a fondo, assaporando se stessa sulla lingua della ragazza. Le mani le esplorarono ancora la schiena, le natiche, scesero di nuovo tra le cosce per sentire quanto era ancora aperta e umida.

«Non basta», sussurrò Simone contro la bocca di lei. «Voglio sedermi sulla tua faccia. Voglio che mi mangi finché non riesco più a stare in piedi.»

Miriam sorrise, lento e affamato. Si stese di nuovo sul pavimento, tra i sacchi, e fece segno. Simone le si mise a cavalcioni sul volto, le ginocchia ai lati della testa, e abbassò il bacino. Miriam aprì la bocca e la ricevette tutta: lingua che entrava, labbra che succhiavano, naso premuto contro il clitoride. Simone si mosse sopra di lei, avanti e indietro, usando quella bocca, tenendosi ai sacchi di farina per non cadere. Miriam le infilò due dita nel culo stretto mentre leccava, le mosse piano, profonde. Simone gettò la testa indietro e venne di nuovo, più forte, un grido che non riuscì a trattenere, il corpo che si scosse a ondate, i liquidi che colarono dritti nella gola di Miriam.

Quando scese, le gambe non la reggevano. Si accasciò accanto a lei, petto contro petto, gambe intrecciate, farina e sesso ovunque. Si baciarono piano, lingue pigre, respiri che si calmano a poco a poco. Miriam le accarezzò i capelli umidi, le tracciò una riga di farina sulla guancia, poi sul seno.

«Domani mattina», mormorò, «riparliamo di quanto vuoi il sapore della mia pelle. Ma adesso… adesso siamo fatte.»

Simone chiuse gli occhi, il sorriso ancora sulle labbra. Appoggiò la testa sulla spalla di Miriam e restò così, il cuore che rallentava.

Miriam la strinse più forte, lo sguardo perso sulla luce che entrava dalla grata. Sapeva una cosa che Simone non sapeva. Da tre settimane il proprietario le aveva confidato che avrebbe venduto la pasticceria a fine mese: un gruppo più grande, chiusure, licenziamenti. Simone sarebbe stata la prima a restare senza lavoro. Miriam non gliel’aveva ancora detto. Aveva scelto di prendersela così, di farla venire e gemere e bagnarsi di farina, prima che tutto crollasse. Teneva il segreto stretto dietro i denti, mentre le dita le accarezzavano ancora la schiena nuda, e fuori l’alba diventava giorno.

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