Written by AIEvery story here is written by an AI. Tell it what you want and it writes it for you →
Ask the writer →

Vendemmia Rovente: Il Suo Rebound Tra i Filari

Rosa, la vendemmiatrice ventottenne, si fa dominare e leccare fino a squirtare tra i filari da Miriam, la padrona quarantaduenne della tenuta.

11 min read October 03, 2026New

Il calore dell’estate toscana avvolgeva i filari come una mano umida e insistente, facendo evaporare dal terreno un profumo denso di terra, mosto e sudore. Rosa, vendemmiatrice di ventotto anni dal corpo indurito dal lavoro nei campi, era tornata alla tenuta da tre giorni soltanto. La rottura con l’ex l’aveva lasciata con un vuoto rabbioso nel petto: notti insonni, umiliazioni ricordate, il desiderio di cancellare tutto con qualcosa di forte, di sporco, di liberatorio. Camminava tra le viti con i movimenti precisi di chi conosce ogni radice, la canotta bianca fradicia che le aderiva ai seni alti e sodi, i capezzoli scuri visibili sotto il cotone sottile. I pantaloncini di tela leggera le segnavano le natiche toniche, e ogni volta che si chinava per tagliare un grappolo sentiva il tessuto sfregarle la figa già sensibile per il caldo e per pensieri che non voleva confessare.

Miriam la osservava da lontano. La padrona della tenuta, quarantaduenne, possedeva un’autorità che si sentiva sulla pelle prima ancora di sentirne la voce. Alta, fianchi larghi, seni pesanti che tendevano la camicetta di lino sbottonata fino alla valle tra i due globi abbronzati, capelli castani raccolti in una coda spettinata dal vento. I suoi occhi neri avevano sempre seguito Rosa con una fame mai del tutto nascosta. Quando la giovane era andata via due anni prima, Miriam non aveva detto nulla, ma lo sguardo che le aveva rivolto l’ultimo giorno era stato una promessa sospesa.

Adesso la promessa stava per essere mantenuta.

Durante le ore più afose del pomeriggio i loro corpi si cercavano tra i filari stretti. Miriam passava “per caso” accanto a Rosa, il braccio che sfiorava il suo, la mano che si posava un secondo di troppo sulla vita sudata per aiutarla a sollevare un cesto. «Attenta a non tagliarti quelle dita delicate», mormorava con voce bassa, roca, mentre il suo respiro caldo sfiorava l’orecchio di Rosa. La ragazza sentiva i peli delle braccia drizzarsi. Lo sa. Sa che sono bagnata solo per questi tocchi finti. E Miriam lo sapeva davvero: lo capiva dal rossore che saliva sul collo di Rosa, dal modo in cui la giovane stringeva le cosce dopo ogni sfioramento.

Il sole cominciò a calare, incendiando il cielo di arancione e porpora. Miriam posò il cestino, si asciugò la fronte con il dorso della mano e prese due bicchieri di vetro spesso e una bottiglia di vermentino fresco dalla borsa frigo all’ombra. «Vieni con me, Rosa. Laggiù, sotto quel filare isolato. Nessuno ci disturberà.»

Rosa la seguì senza fiatare, il cuore che batteva contro le costole. Si sedettero sulla terra ancora calda, la coperta sottile che odorava di fieno e vino vecchio. Il primo sorso fu gelato, elettrico sulla lingua. Miriam la guardava bere, gli occhi fissi sulle labbra umide, sulla goccia che scese lungo il collo di Rosa fino a perdersi tra i seni.

«Sei tornata più bella», disse senza giri di parole. «Quel corpo sudato, quei muscoli che si vedono sotto la pelle lucida… mi fai venire voglia di metterti in ginocchio qui tra le viti.»

Rosa deglutì il vino, sentì il calore scendere più giù dello stomaco. «Il mio ex mi ha tradita come una stupida. Voglio vendicarmi. Voglio una notte di piacere puro, senza uomini, senza bugie. Voglio una donna che mi prenda, che mi domini, che mi faccia dimenticare tutto.» La voce le tremava, ma gli occhi erano fermi. «E voglio che quella donna sia tu, Miriam.»

La padrona posò il bicchiere. Il suo sorriso era lento, predatorio. «Da anni sogno di averti così, Rosa. Di spogliarti, di farti urlare il mio nome mentre ti scopo con la lingua e con le dita. Di vederti tremare e bagnarmi tutta. Se lo vuoi davvero, dimmelo chiaramente.»

«Lo voglio», rispose Rosa senza esitare. «Prendimi. Dominami.»

Miriam non aspettò oltre. L’afferrò per la nuca e la baciò con violenza famelica. Le lingue si intrecciarono subito, calde, bagnate, aggressive. Le mani di Miriam scivolarono sotto la canotta, afferrarono i seni di Rosa, li strizzarono forte, tirando i capezzoli fino a farla gemere nella sua bocca. Rosa rispose infilando le dita nei pantaloni di Miriam, trovando la pelle bollente delle natiche, stringendole mentre i loro bacini si premevano uno contro l’altro.

Con un movimento deciso Miriam spinse Rosa contro il palo di legno grezzo che sosteneva i filari. La corteccia ruvida graffiò la schiena della ragazza attraverso la stoffa sottile, ma il dolore si mescolò subito al piacere. Miriam le abbassò i pantaloncini e le mutandine con uno strattone secco, lasciandoli arrotolati alle caviglie. La figa di Rosa era completamente esposta, rasata, le grandi labbra gonfie e lucide di umori che colavano lungo l’interno delle cosce.

«Guarda come sei fradicia, puttana», ringhiò Miriam, inginocchiandosi. «Hai la figa che gocciola solo perché ti ho toccata tutto il giorno.»

Non diede a Rosa il tempo di rispondere. La sua lingua larga e calda si schiantò sul clitoride, leccando con pressione costante, girando, succhiando il bottoncino turgido tra le labbra. Due dita spesse entrarono di colpo nella fica stretta, spingendo fino in fondo, curvandosi per massaggiare il punto più sensibile. Rosa gridò, la testa che cadeva all’indietro contro il palo, le mani che afferravano i tralci di vite sopra di lei. Il rumore osceno delle dita che entravano e uscivano dalla sua figa bagnata si mescolava al canto dei grilli e al fruscio delle foglie.

Miriam leccava con maestria crudele: lingua piatta sul clitoride, poi punta dura che lo colpiva ritmicamente, poi succhiava forte mentre le dita la scopavano sempre più veloce. «Vieni sulla mia faccia, Rosa. Voglio sentire la tua figa che mi stringe.»

L’orgasmo arrivò violento, ma Miriam non si fermò. Continuò a leccare e a penetrare finché Rosa non tremò come una foglia, i succhi che le colavano sul mento.

Poi fu Rosa a prendere l’iniziativa. Si lasciò cadere in ginocchio sulla terra calda, strappò quasi i pantaloni di Miriam e affondò il viso tra le sue cosce. La figa della padrona era matura, gonfia, ricoperta di una peluria scura bagnata di desiderio. Rosa le succhiò il clitoride con avidità, infilando due dita dentro di lei, poi scese più giù e leccò anche il buco stretto del culo, spingendo la lingua contro l’anello contratto. Miriam imprecò, afferrandole i capelli. «Sì, leccami il culo, brava troia… più profondo.»

Si gettarono a terra in posizione sessantanove, corpi sudati e sporchi di terra premuti insieme. Rosa sopra, la figa premuta sulla bocca di Miriam, mentre lei stessa divorava la fica e il culo della donna più grande. Leccavano con foga disperata, gemiti soffocati tra le carni calde, lingue che entravano e uscivano, succhiavano clitoridi, bevevano umori. I loro corpi si contorcevano tra i filari, le viti tremavano sopra di loro.

Miriam però voleva il controllo assoluto. Si rialzò, girò Rosa a quattro zampe contro il palo e le aprì le gambe con le ginocchia. Tre dita entrarono di colpo nella figa della ragazza, pompando con forza brutale. «Prendi, puttana bagnata. Questa è la mia figa adesso.» Il pollice premeva sul clitoride gonfio, le dita la scopavano senza pietà, entrando e uscendo con schiocchi bagnati. «Urla per me. Dimmi che sei la mia troia tra i filari.»

«Sono la tua troia… Miriam… ti prego…» Rosa singhiozzava di piacere, il viso premuto contro il legno ruvido.

Miriam aumentò il ritmo, rude, dominante, chiamandola con parole degradanti che facevano contrarre ancora di più la fica di Rosa. «Schizza per me. Voglio vederti squirare tra le viti come la puttana che sei.»

L’orgasmo esplose come un’onda distruttiva. Rosa urlò, il corpo che si irrigidiva, la figa che espelleva getti caldi e potenti di squirt che schizzavano tra i filari, bagnando le foglie basse, le radici, le gambe di Miriam. Il liquido caldo continuava a uscire mentre le dita della padrona non smettevano di pompare, prolungando l’orgasmo fino a farle tremare le ginocchia.

Rosa crollò in avanti, ansante, la guancia contro la terra calda, il corpo ancora scosso da spasmi. Miriam ritirò lentamente le dita lucide, se le leccò una per una guardandola con occhi ancora affamati. Si chinò su di lei, le mordicchiò il lobo dell’orecchio e sussurrò con voce bassa e piena di promesse oscure:

«Non abbiamo finito, Rosa. Questa era solo l’antipasto. Stanotte, nella cantina, ti userò fino a farti implorare pietà. E tu me la darai… tutta.»

Il sole era ormai tramontato. Tra i filari restava solo il respiro affannoso di due donne che sapevano, con assoluta certezza, che la vendemmia era appena cominciata.

La notte scese sulla tenuta come un mantello di velluto caldo, e il respiro affannoso delle due donne tra i filari si trasformò presto in un silenzio carico di attesa. Miriam prese Rosa per il polso, stringendo con quella fermezza che non ammetteva repliche, e la guidò lungo il sentiero sterrato fino alla cantina padronale. La porta di legno massiccio si chiuse alle loro spalle con un cigolio profondo, isolandole dal mondo. L’aria era densa di odore di mosto fermentato, di botti di rovere e di quel sentore muschiato di eccitazione che già saliva dai loro corpi.

«Togliti tutto, Rosa. Voglio vederti nuda come la terra dopo la pioggia», ordinò Miriam con voce bassa e roca, gli occhi neri che brillavano nella penombra delle lampade a olio appese alle travi. Rosa, ventottenne dal fisico temprato da anni di vendemmia, obbedì tremando di desiderio. La canotta fradicia finì a terra, seguita dai pantaloncini arrotolati. I seni alti e sodi, i capezzoli scuri ancora turgidi, la figa rasata e lucida di umori residui rimasero esposti. Miriam, la quarantaduenne padrona della tenuta, si slacciò lentamente la camicetta, lasciando che i seni pesanti e abbronzati oscillassero liberi, i capezzoli larghi e scuri già contratti.

Spinse Rosa contro una botte enorme, il legno freddo e liscio contro la schiena bollente della ragazza. «In ginocchio, troia. Leccami finché non ti dico basta.» Rosa si abbassò senza esitare, le ginocchia che affondavano nella paglia sparsa sul pavimento. Miriam aprì le gambe, sollevando una coscia muscolosa sulla spalla di Rosa, e le premette il viso contro la sua figa matura, gonfia, ricoperta da una peluria scura bagnata. Rosa affondò la lingua tra le grandi labbra carnose, assaporando il gusto salato e dolce di quella donna che da anni la desiderava. Succhiò il clitoride prominente, lo fece rotolare tra le labbra, poi scese più giù e lambì l’anello stretto del culo con avidità disperata.

«Più profondo, sì… così, brava puttana ventottenne», ringhiò Miriam, afferrandole i capelli corti e spingendole il viso con più forza. Sentiva la lingua di Rosa penetrarle il culo, spingere contro le pareti calde e contratte, mentre due dita della ragazza le scopavano la figa con colpi rapidi e bagnati. Miriam veniva sulla sua bocca, i fianchi che si muovevano in cerchi brutali, i seni che ondeggiavano pesanti. «Bevi tutto, Rosa. Bevi la figa della tua padrona.» L’orgasmo di Miriam fu potente, un fiotto caldo che inondò il mento e il collo di Rosa, ma la donna più grande non le diede tregua.

La sollevò di peso, quasi con rabbia carnale, e la buttò su un vecchio tavolo di legno usato per la selezione dei grappoli. La schiena di Rosa sbatté contro la superficie ruvida, schegge minuscole che le graffiavano la pelle sudata come minuscole zanne. Miriam le aprì le cosce con forza, esponendo completamente quella figa giovane e fradicia. «Adesso è il tuo turno di urlare, puttana. Voglio farti squirtare così tanto da far marcire il legno sotto di te.»

Si chinò e attaccò con la lingua larga e piatta, leccando dal perineo fino al clitoride in un’unica passata lenta e crudele. Rosa gridò, le mani che afferravano i bordi del tavolo. Pensava, tra un gemito e l’altro, che l’ex non l’aveva mai fatta sentire così posseduta, così umiliata e così viva. Miriam era tutto: autorità, carne matura, dominio assoluto. La lingua della padrona entrò dentro di lei, scopandola con movimenti precisi, poi risalì a succhiare il clitoride con forza tale da farle tremare le gambe. Due dita spesse entrarono di colpo, poi tre, curvandosi contro il punto G gonfio e sensibile.

«Senti come ti stringe la figa, Miriam… è tua, tutta tua», singhiozzò Rosa, la voce rotta dal piacere. Miriam ringhiò contro la carne calda: «Lo so che è mia. Lo sento da come mi bagni il polso, troia. Voglio vederti perdere il controllo, voglio che la mia vendemmiatrice urli il mio nome mentre schizza tra le botti.» Aumentò il ritmo, le dita che pompavano senza pietà, producendo rumori osceni e bagnati che riecheggiavano tra le pareti di pietra. La lingua non smetteva di torturare il clitoride: colpi rapidi, poi succhiate lunghe e forti, poi cerchi lenti che facevano impazzire Rosa.

Il corpo della ventottenne si inarcò come un arco teso. Sentiva il piacere accumularsi, un’onda calda e pericolosa che saliva dal basso ventre. Miriam infilò un quarto dito, dilatandola fino al limite, e con il pollice premette forte sul clitoride mentre la mano intera quasi la fodeva. «Schizza, Rosa. Squirta per la tua padrona come la puttana dei filari che sei. Voglio il pavimento allagato.»

L’orgasmo esplose con violenza inaudita. Rosa urlò un «Miriam!» strozzato, il corpo che si contraeva in spasmi violenti. La figa espulse getti potenti e caldi di squirt, schizzando sulle braccia di Miriam, sul tavolo, sul pavimento di pietra antica. Il liquido caldo continuava a uscire a fiotti mentre le dita della quarantaduenne non smettevano di pompare, ruotando, massaggiando, prolungando ogni contrazione fino a farle vedere lampi bianchi dietro le palpebre. Rosa singhiozzava di piacere puro, le cosce che tremavano incontrollabili, il ventre contratto in onde continue.

Miriam ritirò lentamente la mano lucida, se la portò alla bocca e leccò ogni dito con gusto teatrale, gli occhi fissi su Rosa che ancora sussultava. Poi la girò a quattro zampe sul tavolo, la faccia premuta contro il legno bagnato del suo stesso squirt. «Non ho finito di usarti.» Le aprì le natiche e affondò di nuovo la lingua nel culo, mentre tre dita tornavano a scoparle la figa sensibile all’inverosimile. Rosa gemeva come un animale, il viso sporco di terra, vino e umori, pensando solo che voleva essere rotta, svuotata, dominata fino all’alba.

Miriam si sdraiò sotto di lei in una sessantanove feroce, tirandola sopra di sé. Le due fighe premute una contro l’altra, bagnate, scivolose. Si strusciarono con foga, clitoridi che sfregavano, seni pesanti di Miriam schiacciati contro il ventre di Rosa. Le lingue lavoravano senza sosta: Rosa leccava la figa matura e il culo di Miriam, mentre la padrona succhiava e mordeva delicatamente il clitoride gonfio della ragazza, infilandole due dita nel culo allo stesso tempo.

Il secondo orgasmo arrivò per entrambe quasi insieme. Rosa sentì l’onda distruttiva risalire di nuovo, più forte della prima. «Sto per… Miriam… sto squirtando ancora!» urlò contro la carne calda della padrona. Miriam la tenne ferma, succhiando più forte. Rosa esplose in un getto lunghissimo, caldo, che inondò il viso e i capelli di Miriam, colando tra i seni pesanti della donna più grande. Miriam venne a sua volta, contraendosi e gemendo contro la figa di Rosa, le dita affondate fino alle nocche nel suo culo stretto.

Rosa crollò di lato sul tavolo bagnato, il corpo scosso da spasmi violenti, il respiro corto e spezzato, la mente vuota di tutto tranne quel piacere devastante. Miriam si sollevò su un gomito, il mento e il petto lucidi di squirt, un sorriso predatorio ancora sulle labbra mentre guardava la giovane vendemmiatrice tremante.

La vendemmia era davvero cominciata.

Rate this story

★★★★★
Thanks for rating
Qualcosa non va in questa storia?
Sponsor

Persone vere in cam, adesso.

Guardi gratis. Nessuna carta, nessuna registrazione.

Guarda dal vivo →
Link sponsorizzato. Solo 18+.
Tagged squirting rimming 69 fingering dirty-talk

Fresh filth, nightly

The best new stories in your inbox every morning. Free, 18+, unsubscribe anytime.