Festa a Bordo: Noi Due Soli sul Yacht

Due skipper di 32 e 28 anni si ritrovano soli sullo yacht di notte e finiscono per scopare duro e sudato sul ponte.

9 min read September 25, 2026New

Il ponte dello yacht era deserto, immerso in un silenzio rotto solo dal lieve sciacquio dell’acqua contro lo scafo e dal ronzio lontano della festa sulla costa. Warrick, skipper di trentadue anni con le spalle larghe e il torace scavato da anni di lavoro in mare, restava in piedi vicino al parapetto in costume da bagno nero, la pelle ancora calda dal sole del giorno. Roman, imprenditore di ventotto anni dal fisico compatto e muscoloso, se ne stava a pochi metri, il costume grigio teso sui glutei sodi e sul pacco evidente. Gli altri invitati erano scesi tutti a terra ubriachi ore prima; restavano solo loro due, illuminati dalle luci di cortesia basse che disegnavano ombre dorate sui muscoli sudati.

Warrick gli porse la bottiglia d’acqua fresca. Roman la prese, bevve a lunghi sorsi lasciando scivolare qualche goccia sul petto peloso e sugli addominali definiti. «Cazzo, che caldo anche di notte», mormorò con un sorriso storto, gli occhi scuri fissi su quelli di Warrick. Lo sguardo si prolungò, complici, carichi. Warrick sentì il cazzo muoversi nel costume. Roman non distolse gli occhi. «Ti guardavo da tutta la serata, lo sai? Mentre ballavi e servivi drink, mi fingevo di strapparti quel costume e di infilarti la mano dentro.»

Warrick fece un passo avanti, la voce bassa e roca. «E cosa ti sei finto di farmi, esattamente?» Roman rise piano, sporco. «Di succhiarti le palle finché non mi riempi la gola. Di piegarti e di fotterti il culo duro finché non urli. Di venire dentro di te o di farmi venire dentro, chissà. Mi sei andato dritto al cazzo, Warrick.» Le parole diventarono più filthy mentre si avvicinavano. Le mani si sfiorarono prima sul petto: Roman passò le dita sui pettorali di Warrick, pinzò un capezzolo duro, scese sugli addominali bagnati di sudore. Warrick ricambiò, affondando le dita nei muscoli di Roman, scivolando sotto l’elastico del costume a sfiorare i peli del pube e la base del cazzo già teso. «Lo voglio», ammise Warrick con lo sguardo famelico. «Te lo voglio ficcare in gola e poi nel culo. Adesso.»

Roman lo spinse di scatto contro il parapetto. Il bacio fu vorace, lingue che si avvolgevano, denti che tiravano il labbro inferiore, saliva che scorreva. Roman gli massaggiò il cazzo grosso attraverso il tessuto bagnato, lo tirò fuori: venti centimetri spessi, venosi, già gocciolanti di precome. «Figlio di puttana, che bel cazzo», borbottò contro la bocca di Warrick. Poi si inginocchiò sul ponte di teak caldo. Aprì la bocca e inghiottì con ingordigia, deepthroat fino alle palle, il naso schiacciato contro il pube di Warrick, la gola che si contraeva intorno al glande. Warrick gli afferrò i capelli e spingeva, ansimando. «Succhia, puttana. Prendilo tutto. Cazzo, la tua gola è un forno.» Roman gorgogliava, saliva che gli colava sul mento e sul petto, una mano a strizzare le palle di Warrick mentre l’altra si cacciava i due dita nel proprio culo già lubrificato di spit. «Chiamami così», tirò fuori la bocca solo un attimo, la voce rauca. «Figlio di puttana. Dimmelo mentre ti pomp o.» Warrick glielo ripeté, spingendogli di nuovo il cazzo in gola fino a farle battere le palle sul mento.

Quando Warrick sentì di essere troppo vicino, tirò fuori Roman e lo trascinò al tavolo del cockpit. Lo piegò in avanti, gli strappò il costume, gli spalmò saliva sul buco stretto e peloso. «Lo vuoi?» chiese, la voce ferma. «Sì, fottemi. Mettilo dentro senza pietà», rispose Roman, spingendosi indietro. Warrick entrò d’un colpo, il cazzo grosso che allargava il culo di Roman fino al fondo. Partì a spinte lunghe e brutali, in piedi, le mani che gli schiacciavano i fianchi. Il suono umido di carne contro carne riempiva il ponte. «Che culo stretto di merda. Lo senti come ti spacco?» «Sì, spaccami, stronzo. Più forte. Usami.» Roman ansimava, una mano a pomp arsi il proprio cazzo duro. Warrick lo tirò indietro, lo fece cambiare: lo mise a pecorina sul divanetto imbottito, le ginocchia divaricate, il culo all’aria. Riprese a scoparlo senza pietà, schiaffeggiandogli le chiappe rosse a ogni spinta, lasciando segni. «Prendi questo cazzo, puttana. Tutto. Ti riempio.» Le parolacce volavano: figlio di puttana, culo da troia, pompa più forte, vienimi dentro. Il sudore colava sui corpi, scivolava tra le natiche di Roman, rendeva tutto più scivoloso e sporco. Warrick gli afferrò i capelli, lo costrinse ad alzare la schiena, e martellò il punto che faceva gemere Roman come un cane. «Vengo. Ti riempio il culo di sborra calda.»

Roman spingeva indietro incontro a ogni colpo. «Fallo. Sborra dentro, riempimi. Voglio sentirla colare.» Warrick ruggì e esplose, bombe di sborra spesse che schizzavano in fondo al culo di Roman, pulsandogli contro la prostata. Roman venne a sua volta senza toccarsi, getti bianchi sul cuscino del divanetto, il culo che si contraeva a mungere ogni goccia. Warrick restò dentro ancora qualche secondo, ansimando, poi estrasse il cazzo ancora duro e lucido di sborra e saliva. «Puliscilo», ordinò. Roman si girò subito, leccò il cazzo dalla base alla punta, succhiò la sborra residua, le palle, la fessura del glande, tutto con la lingua piatta e la gola aperta, occhi alzati verso Warrick. Quando fu pulito, Warrick lo tirò su e lo baciò di nuovo, gusto di sborra e sudore mescolati, lingue pigre e affamate. I corpi restavano appiccicati, nudi, il ponte intorno a loro ancora caldo di sesso.

Warrick gli morse il collo. «Non ho ancora finito con te.» Roman gli strinse il cazzo ancora mezza dritto. «Né io con te. Andiamo a tuffarci nudi, poi torno a prenderti il culo qui o giù in cabina. Voglio che mi fotta ancora finché non cammino storto.» Si staccarono solo per correre verso la scaletta di poppa, cazzi dondolanti, sborra che già colava lungo la coscia di Roman, il mare nero che li aspettava sotto le stelle della Costa Smeralda. La tensione non era scaricata; era solo l’inizio di una notte intera.

Si tuffarono nudi dalla scaletta di poppa, l’acqua della Costa Smeralda li avvolse fresca e salata, un contraccolpo netto sul sudore e sulla sborra ancora calda. Warrick emerse per primo, capelli scuri appiccicati alla fronte, il cazzo ancora semi-duro che dondolava pesante nell’acqua scura. Roman gli nuotò contro, gli avvolse le gambe intorno ai fianchi e lo baciò con la bocca piena di mare, lingua salata che cercava ancora il sapore di come lo aveva succhiato poco prima. «Cazzo, sei ancora pieno di me», mormorò Warrick contro le sue labbra, una mano che scendeva a stringergli le natiche e a spingere due dita nel buco già slargo e scivoloso di sborra. Roman gemette, si strusciò, il suo cazzo duro premuto contro la pancia di Warrick. «Sì… sentila colare. Voglio che me ne metti ancora. Subito.»

Si strofinarono così, a mezz’acqua, sotto le stelle, pezzi di sborra che si disperdevano in scie bianche. Warrick lo spinse verso lo scafo, lo fece aggrappare alla scaletta e gli succhiò il collo, i capezzoli, poi scese e gli prese il cazzo in bocca sott’acqua il più possibile, risalendo solo per respirare e rimetterlo giù fino alla gola. Roman teneva i pioli, ansimava, spingeva i fianchi. «Succhialo, stronzo… più a fondo… cazzo la tua lingua…» Quando fu sul punto di venire lo tirò su, lo baciò sporco e gli disse: «Su. Torno a fotterti il culo sul ponte. Voglio sentirti urlare di nuovo.»

Salirono sgocciolanti, piedi bagnati che scivolavano sul teak, cazzi dritti e pezzi di alghe attaccati alle cosce. Non andarono in cabina. Warrick lo trascinò di nuovo al divanetto, lo stese sulla schiena questa volta, gli alzò le gambe sulle spalle. «Guarda come sei aperto», borbottò, sputando di nuovo sul buco rosso e lucido. Roman si toccava il petto, i capezzoli duri, lo sguardo affamato. «Mettilo. Spaccami di nuovo. Voglio sentirti fino allo stomaco.» Warrick entrò d’un sol colpo, il cazzo grosso che sprofondava nella carne ancora piena della sborra precedente, un suono schiocchi e umido che riempiva la notte. Partì a spinte lunghe, profonde, le palle che battevano contro il culo di Roman a ogni colpo. «Che forno di merda… ti sento stringermi… figlio di puttana, prendi tutto.»

Roman ansimava a bocca aperta, una mano che si pompava il cazzo grosso e venoso, precome che gli colava sull’addome. «Più forte… usami come una troia… riempimi di nuovo… voglio camminare storto domani, cazzo.» Warrick gli schiaffeggiò una coscia, gli piegò le ginocchia fino al petto e martellò il punto dolce senza pietà. Il sudore nuovo si mescolava all’acqua di mare, scivolava tra i peli del petto, rendeva le pelli lucide e scure sotto le luci basse. Le parolacce volavano basse e sporche: culo da puttana, pompa quel cazzo, succhiami le palle mentre ti sborra, vienimi addosso. Warrick rallentò solo per piegarsi e leccargli il precome dalla fessura, poi riprese a scoparlo a fondo, le spalle larghe che lavoravano, i muscoli del ventre contratti.

Dopo un po’ Roman lo spinse via, ansimando. «Adesso tocca a me. Voglio ficcartelo in culo. Voglio sentirti gemere come un cane.» Warrick rise rauco, acconsentì subito, si mise a pecorina sul divanetto ancora umido di sborra e saliva. Roman gli aprì le natiche con le mani, gli sputò dritto sul buco stretto e peloso, ci cacciò prima la lingua, poi due dita, poi il cazzo duro tutto d’un fiato. «Cazzo che stretto… lo senti come ti allargo?» Warrick spingeva indietro, grugniva. «Sì… fottermi… più duro… riempimi il culo di merda, Roman.» Roman lo prese per i fianchi e lo scopò senza freni, spinte brutali che facevano battere il corpo di Warrick contro i cuscini, il suono di carne bagnata che schioccava, palle che sbattevano. Gli afferrò i capelli, lo tirò su, gli morse la spalla. «Chiamami puttana. Dimmelo mentre ti sfondo.» Warrick lo fece, voce rotta: «Puttana… figlio di puttana… spaccami il culo… sborrami dentro…»

Si scambiarono di nuovo. Warrick tornò sopra, lo mise a cavalcioni, lo fece scendere piano sul cazzo grosso finché le palle non toccarono le natiche. Roman cavalcava, sudato, muscoli delle cosce in tensione, il cazzo che sbatteva contro la pancia di Warrick a ogni movimento. Si baciavano sporchi, lingue che si azzuffavano, denti, saliva. Warrick gli massaggiava le palle, gli strizzava il cazzo, gli diceva all’orecchio quanto era stretto, quanto lo voleva riempire di nuovo, quanto gli piaceva usarlo come un buco caldo. Roman accelerò, si piegò in avanti, gemendo. «Vengo… cazzo vengo… sborra con me… riempimi…»

Warrick ruggì, affondò fino in fondo e esplose di nuovo, getti spessi e caldi che pulsavano dentro il culo di Roman, onda dopo onda. Roman venne un attimo dopo, sborra bianca che schizzava sul petto di Warrick, sugli addominali, fino al mento, il culo che si contraeva a mungere ogni goccia. Restarono così, appiccicati, ansimanti, il cazzo di Warrick ancora dentro che dava gli ultimi spasmi. Piano piano scivolarono di lato, nudi, sudati, salati, la sborra che colava lenta dalla fessura di Roman lungo la coscia e sul cuscino già rovinato. Si baciarono pigri, lingue lente, mani che accarezzavano ancora muscoli e peli bagnati.

Warrick gli soffiò contro il collo: «Notte intera, avevi detto. Appena riprendo fiato ti risucchio le palle e ricominciamo.» Roman rise basso, gli strinse il cazzo ancora molle e sensibile. «Sì. Ti voglio di nuovo in gola. Poi mi fotti contro il parapetto guardando le luci a terra. Voglio che mi lasci camminare a gambe aperte fino a domani.» Si strinsero, fronti appoggiate, il ponte ancora caldo sotto di loro, l’odore di sesso e mare che li avvolgeva. Il silenzio tornò quasi completo, rotto solo dal lieve sciacquio e dal respiro pesante.

Poi un rumore secco di motore si avvicinò da poppa, luci basse che tagliavano l’acqua scura, voci maschili ubriache che ridevano e chiamavano il nome dello yacht. Qualcuno stava risalendo la scaletta.

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