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Maschera Sconosciuta nella Tempesta

Ingrid, una 32enne casalinga sposata, si fa scopare selvaggiamente da Emmett, architetto 38enne sposato, durante una tempesta veneziana.

10 min read October 10, 2026New

La pioggia martellava i vetri antichi del palazzo veneziano come un esercito di dita impazienti, e Ingrid, trentaduenne casalinga sposata da sette anni, si strinse lo scialle sulle spalle snelle mentre i tuoni scuotevano le fondamenta. Il ricevimento di gala era finito da un’ora, gli altri ospiti scappati in gondola o taxi d’acqua, e lei era rimasta bloccata in quella sala buia e umida, il pavimento di marmo freddo sotto i tacchi, l’abito da sera nero aderente che le marcava le curve di una donna che conosceva troppo bene la monotonia del matrimonio. Il marito l’aspettava a Milano, chissà se stava già dormendo o scopava mentalmente qualche collega; a lei non fregava un cazzo. Voleva solo uscire da lì.

Poi lo vide.

Emmett stava fermo vicino al camino spento, trentotto anni, spalle larghe da architetto milanese abituato a misurare spazi e desideri, la camicia bianca inzuppata che gli si appiccicava al petto, e quella cazzo di maschera veneziana nera che gli nascondeva metà del volto. Solo la bocca restava scoperta: labbra carnose, un sorrisetto appena accennato. Anche lui sposato, lo sapevano entrambi senza dirselo; l’anello d’oro brillava quando alzò la mano per sistemarsi il colletto. I loro sguardi si incrociarono nella penombra. Lunghi. Complici. Ingrid sentì il calore salirle tra le cosce come se qualcuno le avesse già cacciato le dita sotto le mutandine.

«Bel casino, questa tempesta», mormorò lui con voce bassa e roca, avvicinandosi di un passo. L’odore di colonia e pioggia lo precedeva.

Ingrid non abbassò gli occhi. «Peggio del matrimonio, e di quello ne so qualcosa.» Un sorriso sfacciato le sfiorò le labbra dipinte di rosso scuro. Sapevano entrambi di essere sul punto di tradire. L’attrazione era immediata, fisica, porca, come due animali rinchiusi nella stessa gabbia troppo piccola.

Un tuono spaccò l’aria e i vetri tremarono. Emmett chiuse la distanza. Si chinò fino a sfiorarle l’orecchio con le labbra calde, la maschera fredda che le graziava la guancia.

«Hai una bocca da troia pagata a peso d’oro, Ingrid. Grossa, umida, fatta apposta per ingoiare cazzi sposati come il mio. E quel culo… cazzo, se lo stringi nel vestito così è perché vuoi che te lo scopino fino a farti dimenticare il nome di tuo marito.»

Lei arrossì, ma non indietreggiò. Il cuore le batteva contro le costole come un pugno. «Complimenti volgari da architetto mascherato. Almeno hai il cazzo all’altezza della bocca, o sei solo chiacchiere bagnate?» Gli sfiorò il petto con le dita, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia bagnata, i capezzoli duri. Lui emise un suono basso, gutturale.

La tensione salì come la marea fuori. Emmett le posò le mani sulle cosce e iniziò a sollevarle lentamente la gonna da sera, il tessuto scivolava su pelle d’oca, centimetro dopo centimetro, rivelando le calze autoreggenti e il triangolo di pizzo già umido. Ingrid non lo fermò. Anzi, gli slacciò i bottoni della camicia uno a uno, gemendo piano quando le dita incontrarono la pelle calda e i peli scuri del petto. Il suo cazzo premeva già duro contro i pantaloni, una salsiccia spessa che lei sentiva sbatterle contro il ventre.

«Ti voglio dentro di me stanotte», gli sussurrò contro la bocca, spingendolo oltre ogni limite di semplice flirt. «Sodo. Profondo. Come la puttana sposata che sono.»

Non ci fu più tempo per le formalità. Ingrid si lasciò scivolare in ginocchio sul marmo freddo, le ginocchia che bruciavano, e gli aprì la cerniera con mani frettolose. Il cazzo di Emmett le schizzò fuori grosso, duro, le vene gonfie, la testa già lucida di precome. «Stronzo sposato», borbotto lei prima di ingoiarlo con avidità, le labbra che si stiravano intorno alla circonferenza, la saliva che colava subito lungo l’asta e le gocciolava sul mento e sul decolleté. Succhiava come una affamata, la lingua che girava intorno al glande, una mano che gli massaggiava le palle pesanti mentre l’altra gli affondava le unghie nel culo. Emmett le afferrò i capelli, spingendole la testa più in fondo, gemendo dietro la maschera.

«Ecco, ingoia tutto, troia. La bocca di tua moglie non lo fa così, vero?»

Lei lo tirò fuori solo per sputargli addosso e riprendere a pompette profonde, il suono umido e osceno che riempiva la sala tra un tuono e l’altro. Poi lui la sollevò di peso, la piegò in avanti sul tavolo antico di legno scuro, le strappò le mutandine con uno strattone secco che le lasciò il pizzo a brandelli sulla caviglia. Le spalancò le chiappe e ci ficcò il cazzo dentro con una spinta sola, fino in fondo, riempiendola di colpo. Ingrid urlò, le unghie che graffiavano il legno.

«Cazzo, sei stretta e gocciolante», ringhiò Emmett, iniziando a scoparla da dietro in piedi, spinte profonde e ritmate che le facevano sbattere le tette sul tavolo. Ogni botta faceva sciacquare i suoi succhi, e lui le piantava schiaffi sonori sul culo, lasciando impronte rosse. «Prendi questo cazzo sposato, Ingrid. Apriti.»

Lei spingeva indietro il bacino, incontrando ogni affondo. «Più forte, stronzo… scopami come merito…»

Lui la girò di scatto, la sollevò come se non pesasse niente e la spiaccicò contro il muro di stucco freddo. Le gambe di lei si avvolsero intorno ai suoi fianchi, il cazzo che le rientrava nella figa gonfia e scivolosa in posizione standing full, spinte verticali che la sollevavano e la facevano ricadere. Ingrid gli morse il collo sopra il bordo della maschera, i denti che affondavano, e gli ordino contro la pelle saporita di sudore e colonia:

«Sbattimi più forte, come la troia che sono. Riempimi. Vieni dentro, fammi sentire il tuo sborra caldo mentre grido.»

Emmett accelerò, i fianchi che sbattevano contro i suoi con un suono di carne bagnata, le palle che le schiaffeggiavano il culo. Lei venne per prima, l’orgasmo che la scosse a ondate, le pareti della figa che gli si chiudevano a ritmo, un urlo lungo e rauco che si perse tra i tuoni. Lui la seguì subito dopo, conficcandosi fino all’utero e sparandole dentro getti densi e caldi, sbattendo ancora mentre svuotava le palle in profondità, gemendo il suo nome dietro la maschera.

Rimasero così, ansimanti, sudati, il cazzo ancora dentro che pulsava gli ultimi spasmi, il suo sborra che già iniziava a colarle lungo le cosce e a gocciolare sul pavimento. I respiri si mescolavano, i corpi appiccicati. Con mani ancora tremanti iniziarono a togliersi le maschere: le dita di Ingrid che cercavano i lacci neri dietro la testa di Emmett, le sue che le scostavano i capelli umidi per afferrare il nastro della sua…

Continuarono a togliersi le maschere con dita impazienti e ancora umide di sudore. Ingrid sfilò i lacci neri dietro la nuca di Emmett; la maschera cadde sul marmo con un tonfo sordo, rivelando un volto affilato, occhi scuri, una cicatrice sottile sulla tempia sinistra e un sorriso da predatore soddisfatto. Lui le strappò via il nastro della sua, facendole scivolare i capelli scuri sulle spalle nudi. Per un attimo si fissarono nudi in faccia, due sposati che si erano appena scopati come animali, il suo cazzo ancora conficcato dentro di lei, il seme caldo che le colava già lungo la coscia interna e gocciolava sul pavimento freddo.

«Cazzo, sei ancora più troia senza maschera», ringhiò Emmett, spingendola più forte contro lo stucco. Non si era sgonfiato del tutto; anzi, le vene sul suo cazzo pulsavano di nuovo mentre sentiva la figa di lei contrarsi intorno a lui, risucchiandolo. Ingrid gli morse il labbro inferiore fino a quasi farlo sanguinare, le unghie piantate nei suoi glutei.

«E tu hai la faccia da cornuto che scopa casalinghe veneziane», gli soffiò contro la bocca. «Non tirarlo fuori. Voglio che mi scopi di nuovo mentre il tuo sborra mi cola già dalle gambe. Come una puttana usata.»

Emmett non si fece pregare. La sollevò di peso, il cazzo che scivolò fuori con un suono schifosamente umido, una striscia di liquido bianco che gli pendeva dalla testa gonfia e le cadeva sul pube. La portò di nuovo al tavolo antico, la stese a pancia in su sul legno scuro ancora lucido dei loro succhi precedenti, le divaricò le cosce fino a farle male e le cacciò due dita dritto nella figa spalancata. Ingrid gemette a gola aperta, la schiena che si inarcò, le tette che ballavano fuori dal corpetto sbottonato dell’abito nero ridotto a stracci. Lui le scuoteva le dita dentro, cercando il punto gonfio, facendole schizzare altro liquido misto a sborra sul legno.

«Guarda che figa sporca», mormorò, chinandosi a leccarla. La lingua gli passò tra le labbra gonfie, succhiò il clitoride gonfio, bevve il suo stesso sborra che le usciva a fiotti. Ingrid gli afferrò i capelli e gli premette la faccia contro la fica, agitandosi i fianchi contro la bocca di lui.

«Lecca, architetto di merda. Pulisci la puttana che hai appena riempito. Poi rimetticelo dentro fino in fondo.»

Emmett le leccò e succhiò finché lei non tremò di nuovo, un secondo orgasmo più corto e violento che le strappò un urlo rauco. Poi si rialzò, le afferrò le caviglie, le piegò le gambe contro il petto e le piantò il cazzo dentro con una spinta secca che le fece battere la testa all’indietro. Era ancora grosso, duro, scivoloso del loro casino precedente. Iniziò a scoparla forte, profondamente, le palle che le schiaffeggiavano il culo a ogni botta, il tavolo che cigolava sotto di loro come se stesse per spaccarsi.

«Prendi, troia sposata. Questo cazzo non è di tuo marito. È mio stanotte. Lo senti come ti apre?» Ogni parola accompagnata da una stoccata che le faceva vedere le stelle. Ingrid digrignava i denti, le unghie che lasciavano solchi sul legno, le tette che rimbalzavano a ritmo.

«Sì… cazzo sì… più a fondo… riempimi di nuovo… voglio sentirlo gocciolare mentre cammino…» La voce le usciva spezzata, porca, senza pudore. Emmett le diede uno schiaffo sulla faccia, leggero ma sonoro, poi un altro sulla tetta, lasciando l’impronta rossa. Lei rise, una risata umida e corrotta, e gli sputò in faccia. Lui le leccò lo sputo e accelerò, i fianchi che battevano come un martello.

La pioggia fuori diventava monotona, i tuoni più lontani, ma dentro la sala il suono era solo carne bagnata che sbatteva, gemiti, parolacce. Emmett la girò di nuovo, la mise a pecora sul tavolo, le affondò le dita nei fianchi e la scopò da dietro come se volesse sfondarla. Una mano le scese sotto, le strofinò il clitoride con due dita grezze, l’altra le prese i capelli e le tirò la testa indietro.

«Di’ il nome di tuo marito mentre ti vengo dentro», le ordinò. Ingrid ansimava, gli occhi lucidi, la bocca aperta.

«Non me lo ricordo… non me lo ricordo più… solo il tuo cazzo… Emmett… scopami… vienimi dentro come una cagna…»

Lui ruggì, conficcò tutto fino all’ultima vena e scoppiò di nuovo. Getti densi, caldi, a ondate, che le riempirono la figa già colma. Continuò a spingere mentre sborrava, facendolo uscire ai lati, bianco e denso che le colava sulle labbra della figa, sul perineo, giù verso il buco del culo. Ingrid venne con lui, le pareti che gli strizzavano il cazzo a ritmo di spasmi, un lungo gemito gutturale che le uscì dalla gola come un ringhio.

Quando finalmente si fermò, restarono immobili. Il suo cazzo pulsava ancora dentro, le ultime gocce che le inondavano l’utero. Emmett si piegò su di lei, le baciò la spalla nuda, le morse la pelle abbastanza da lasciare un segno. Poi lo sfilò lentamente. Un fiotto di sborra le uscì subito, denso, che le scese lungo le cosce interne e le gocciolò sui tacchi ancora allacciati. Ingrid restò piegata un momento, godendosi la sensazione di essere piena e sporca, poi si raddrizzò tremante.

Si sistemarono in silenzio per qualche minuto, l’abito di lei ridotto a niente, la camicia di lui aperta e macchiata. Lui le passò un fazzoletto, ma lei scosse la testa e si passò due dita tra le labbra della figa, raccogliendo il seme e portandoselo alla bocca, succhiandole con gli occhi fissi nei suoi.

«Buono», mormorò. «Sborra di cornuto che scopa meglio di un marito.»

Emmett le afferrò il polso, le leccò le dita pulite, poi la baciò a fondo, facendole assaporare entrambi. «La tempesta sta calando. Tra mezz’ora i canali si riaprono.»

Ingrid si sistemò le calze strappate come poté, il pizzo delle mutandine ancora appeso a una caviglia come un trofeo. Si sentiva il seme caldo che le scivolava ad ogni passo, un promemoria viscido e delizioso. Guardò Emmett mentre lui si richiudeva i pantaloni sul cazzo ancora lucido.

«Mio marito torna da Milano venerdì», disse lei a voce bassa, già scheming, gli occhi che brillavano di qualcosa di più sporco del sesso appena fatto. «Ma mercoledì pomeriggio lui è in riunione fino a sera. C’è un piccolo hotel vicino a Campo Santa Margherita, stanze con porte spesse e niente domande. Tu prendi la stanza. Io arrivo con la gonna senza mutandine e la figa già bagnata. Mi fai legare le mani al letto e mi scopi la gola prima, poi il culo. Voglio che mi lasci i segni dei denti sulle tette e che mi riempi di nuovo finché non cammino storta. E porta la maschera. Voglio risucchiarla mentre mi vieni in gola.»

Emmett le sorrise, già duro di nuovo solo a sentirla parlare così. Le avvicinò le labbra all’orecchio.

«Mercoledì. Stanza 14. Non indossare niente sotto il cappotto. Arrivo prima e ti aspetto già nudo con il cazzo in mano. E la volta dopo ti porto a Milano, in un cantiere chiuso di notte, ti scopo sui tavoli da disegno mentre fuori piove di nuovo.»

Ingrid gli diede un ultimo bacio, leccandogli il labbro, poi si allontanò verso la porta con il seme che le colava ancora. La tempesta fuori stava finendo, ma dentro di lei ne stava già nascendo un’altra.

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