Mascherata Infuocata con lo Sconosciuto Nero
Durante il Carnevale a Venezia, la 32enne casalinga Yvonne si fa scopare forte da un muscoloso sconosciuto nero di 38 anni in un’alcova del palazzo
Sono Yvonne, ho trentadue anni e sono una casalinga milanese sposata da dieci con Hugo, un uomo che ormai vedo più come un coinquilino che come un amante. Eravamo venuti a Venezia per il Carnevale sperando di ritrovare un po’ di scintilla, ma dopo due giorni di maschere e chiacchiere inutili mi sentivo solo più vuota. Quella sera, nel grande palazzo affacciato sul Canal Grande, l’aria era densa di profumo di cera, incenso e corpi accaldati. Indossavo un abito di seta color avorio che mi stringeva il busto, spingendo il seno alto e chiaro contro il bordo di pizzo. La maschera dorata mi copriva gli occhi azzurri e parte delle guance, lasciando scoperta la bocca dipinta di rosso. Hugo era sparito tra un gruppo di commercianti tedeschi, e io vagavo tra le coppie che volteggiavano sotto i lampadari di Murano.
Fu allora che lo vidi. Alto, imponente, con spalle larghe che tendevano la giacca di velluto nero del suo costume da gentiluomo ottocentesco. La pelle scura brillava sotto la luce calda delle candele, i muscoli delle braccia evidenti anche attraverso la stoffa. Doveva avere trentotto anni, un’età che gli dava un’aria solida, vissuta, pericolosa. La maschera nera gli nascondeva metà del volto, ma non poteva nascondere quegli occhi intensi, quasi neri, che trovarono i miei attraverso la sala affollata. Il contatto durò pochi secondi, eppure sentii una scossa vera, come una mano calda che mi stringeva il basso ventre. Un desiderio proibito, immediato, violento. Io bianca, lui nero. Quella differenza mi colpì come uno schiaffo dolce: la mia pelle di latte contro il suo ebano, la mia vita borghese contro la sua presenza selvaggia. Le ginocchia mi tremarono. Pensai che dovevo voltarmi, tornare da Hugo, ma i miei piedi non si mossero. Lui inclinò leggermente la testa, come a riconoscere il fuoco che aveva acceso, e un angolo della sua bocca si sollevò in un sorriso che mi fece bagnare all’istante.
Non so quanto tempo passò prima che si avvicinasse. La musica cambiò, divenne lenta, un valzer languido che sembrava fatto apposta per peccare. Lui mi fu davanti, così alto che dovetti alzare il mento per guardarlo. La sua mano grande, scura, si tese verso di me senza chiedere permesso. «Ballare?» disse con una voce profonda, l’italiano spezzato da un accento caldo e ruvido. «Con te, signora bianca… sì.»
Accettai. Le sue dita avvolsero le mie e mi tirò contro di sé. Il suo petto era duro come marmo caldo. Sentivo il profumo della sua pelle, speziato, virile, diverso da tutto quello che conoscevo. Appena iniziammo a muoverci, le sue mani non rimasero caste. All’inizio furono solo sui miei fianchi, rispettose ma ferme. Poi, mentre giravamo lenti tra le altre coppie mascherate, la destra scivolò più giù, audace, possessiva, fino a coprire una natica attraverso la seta. Strinse. Non forte, ma abbastanza da farmi capire che stava prendendo ciò che voleva. Il respiro mi si bloccò in gola.
«Cazzo… la tua pelle chiara mi fa impazzire,» sussurrò contro il mio orecchio, l’italiano rotto che rendeva ogni parola ancora più sporca. «Sembra latte. La mia mano nera sopra di te… guarda.» Fece scorrere lentamente il palmo scuro sul mio braccio nudo, dal gomito alla spalla, e il contrasto fu così erotico che un brivido mi attraversò tutta. Sentivo i capezzoli spingere dolorosamente contro il corsetto. Tra le gambe, la mia figa stava rispondendo senza vergogna: un calore liquido, viscido, che mi inzuppava le mutandine di pizzo.
Continuammo a ballare, ma ormai non era più un ballo. Era un preliminare pubblico. La sua coscia muscolosa premeva tra le mie mentre ci muovevamo, sfregando proprio dove il vestito si tendeva sul monte di Venere. Ogni volta che la musica ci faceva girare, la sua mano stringeva più forte il mio culo, separando le natiche attraverso la stoffa, come se stesse già immaginando di aprirmi. «Sento il tuo calore,» mormorò ancora, le labbra che sfioravano il lobo del mio orecchio. «Sei bagnata, vero? Una brava moglie milanese che si bagna per un cazzo nero.»
Le parole furono come un pugno nello stomaco e un dito dentro di me allo stesso tempo. Annuii senza parlare, perché la voce mi avrebbe tradita. Dentro di me urlavo. Hugo era a pochi metri, eppure non mi importava. Volevo solo sentire quelle mani grandi ovunque. Volevo vedere quanto fosse grosso il suo cazzo contro la mia pancia. Il contrasto mi stava facendo impazzire: la sua pelle color cioccolato fondente contro il mio bianco perla, le sue dita lunghe e forti che affondavano nella mia carne morbida. La figa mi pulsava, le labbra gonfie, il clitoride duro che sfregava contro il tessuto a ogni passo.
Non resistetti più. Quando la musica fece una pausa breve, gli afferrai il polso con decisione. La mia mano sembrava piccola e pallida attorno al suo braccio nerboruto. Lo guardai negli occhi attraverso le maschere e dissi solo: «Vieni.»
Lo trascinai via dalla sala da ballo. Attraversammo un corridoio laterale illuminato da poche torce, i miei tacchi che ticchettavano sul marmo freddo. Lui mi seguiva senza opporre resistenza, ma sentivo il suo sguardo bruciarmi la schiena, il respiro pesante. Sapevo che stava guardando il mio culo che ondeggiava sotto la seta. Girammo un angolo e trovai quello che cercavo: una piccola alcova nascosta dietro una pesante tenda di velluto rosso, probabilmente usata un tempo per gli incontri segreti dei nobili. Spinsi la stoffa e lo tirai dentro con me.
Lì lo spazio era stretto, intimo, illuminato solo da una lanterna lontana che filtrava una luce dorata. Appena la tenda ricadde, lui mi spinse contro il muro di pietra fredda. Il suo corpo enorme mi coprì completamente. Sentii il suo cazzo, già durissimo, premere contro il mio ventre attraverso i pantaloni. Era grosso, pesante, una sbarra di carne calda che pulsava contro di me. Le sue mani grandi mi presero il viso, poi scesero sul collo, sulle clavicole, fino a infilarsi dentro il corpetto. Quando le sue dita scure toccarono i miei seni bianchi, entrambi gememmo.
«Porca troia… guarda come sono duri i tuoi capezzoli per me,» ringhiò piano, pizzicandone uno tra pollice e indice. Il contrasto delle sue dita nere sui miei seni pallidi era osceno e perfetto. Io ansimavo, la testa rovesciata all’indietro contro la pietra. «Toccami,» gli ordinai in un soffio. Non era una richiesta, era un bisogno.
Lui non se lo fece ripetere. La mano destra scese, alzò la gonna del mio abito con urgenza, risalendo lungo la calza fino alla pelle nuda della coscia. Quando raggiunse le mutandine fradice, emise un suono basso, animale. «Sei zuppa, Yvonne. La tua fighetta bianca sta colando per un uomo nero che non conosci nemmeno.»
Sentire il mio nome sulla sua lingua mi fece contrarre la figa. Le sue dita scivolarono sotto il pizzo, separarono le labbra bagnate e trovarono il clitoride gonfio. Iniziò a massaggiarlo con movimenti lenti, circolari, mentre con l’altra mano mi stringeva una natica, tirandomi contro il suo cazzo coperto. Io gli morsi la spalla attraverso la giacca per non urlare. Il piacere era così intenso che le gambe mi tremavano. Pensavo a Hugo, alla mia vita tranquilla, alla proibizione di tutto questo… e proprio per questo venivo ancora di più sulle sue dita.
Barrett – mi aveva sussurrato il nome mentre le sue dita mi penetravano – mi baciò con violenza, la lingua che invadeva la mia bocca come se volesse già scoparmi lì. Sentivo due dita grosse che entravano e uscivano dalla mia figa stretta, il rumore osceno del bagnato che riempiva l’alcova. Ero vicinissima all’orgasmo, il corpo teso come una corda, quando lui si fermò improvvisamente, togliendo le dita. Le portò alla mia bocca e me le fece succhiare.
«Assaggia quanto sei sporca,» disse con voce roca. «Questo è solo l’inizio. Voglio metterti a quattro zampe e scoparti forte con questo cazzo nero finché non urli il mio nome. Ma non qui. Non ancora.»
Il suo sguardo era famelico, la protuberanza nei pantaloni enorme e minacciosa. Io respiravo a fatica, la figa che pulsava vuota, le mutandine rovinate, il corpo che tremava di desiderio insoddisfatto. Lo guardai, sapendo che non sarei tornata da Hugo quella notte. Non senza prima essermi fatta distruggere da lui.
La tenda si mosse leggermente per la corrente. La musica del ballo arrivava lontana. Eravamo sospesi, eccitati fino al dolore, pronti a varcare il limite senza più ritorno. E io non vedevo l’ora di cadere.
Nascosti dietro quella tenda di velluto rosso, il desiderio aveva ormai preso il sopravvento su ogni ragione. Le mie mani piccole e pallide tremavano mentre armeggiavo con i bottoni dei suoi pantaloni eleganti di velluto nero. Il tessuto era teso dalla protuberanza enorme che nascondeva, e quando finalmente liberai il suo grosso cazzo nero, spesso e venoso, un gemito rauco mi sfuggì dalle labbra dipinte di rosso. Era impressionante, una verga di ebano lucido e pesante, lunga e grossa, con vene sporgenti che pulsavano sotto la mia presa come corde tese. La cappella era gonfia, di un viola scuro quasi nero, già bagnata di una goccia trasparente che brillava alla luce fioca della lanterna lontana. Il contrasto tra le mie dita di latte e quella carne scura mi fece contrarre la figa all’istante. Avevo trentadue anni, ero una casalinga milanese abituata a una vita ordinata, eppure lì, in quell’alcova segreta di un palazzo veneziano, stavo per adorare il cazzo di uno sconosciuto nero di trentotto anni dal corpo muscoloso e selvaggio.
Non persi tempo. Mi abbassai in ginocchio sul marmo freddo, la gonna di seta avorio che si allargava intorno a me come una pozza di purezza bugiarda. Aprii la bocca e lo presi dentro avidamente, succhiando con fame vera, la lingua che lambiva ogni vena sporgente, le labbra strette intorno alla circonferenza che mi dilatava la mascella. Lo spinsi più a fondo che potevo, fino a sentire la gola che si chiudeva, ma continuai a lavorarlo con passione disperata, la testa che andava avanti e indietro mentre la saliva mi colava sul mento. Lui mi afferrò per i capelli con la mano grande e scura, stringendo forte, e cominciò a guidarmi, scopandomi la bocca con spinte decise.
«Così, puttana bianca affamata» ringhiò con quella voce profonda e ruvida, l’accento caldo che rendeva ogni parola ancora più sporca. «Succhialo bene questo cazzo nero. Sei solo una troia milanese annoiata che muore dalla voglia di essere usata da un vero uomo. Guarda come lo prendi in gola, con quella bocca da brava moglie che ora è solo un buco per me.»
Le sue parole mi colpirono come schiaffi eccitanti. Dentro di me urlavo di vergogna e piacere insieme: pensavo a Hugo, a pochi metri da lì tra i commercianti tedeschi, ignaro che sua moglie di trentadue anni fosse in ginocchio a ingoiare quel cazzo nero spesso come il mio polso. Il contrasto era osceno e perfetto – la mia pelle chiara che sfregava contro il suo ebano, le mie labbra rosse tese intorno alla sua cappella scura, il suo sapore muschiato e virile che mi riempiva la lingua. Succhiavo più forte, usando anche la mano per masturbarlo alla base, le dita pallide che non riuscivano a circondarlo del tutto. Le sue palle pesanti e scure sbattevano contro il mio mento a ogni spinta, e io gemevo intorno alla sua carne, la figa che pulsava vuota e colava sulle cosce. Il rischio di essere scoperti, con la musica del valzer che filtrava lontana e la tenda che si muoveva appena per la corrente, rendeva tutto ancora più bagnato, più urgente.
Dopo lunghi minuti in cui mi usò la bocca senza pietà, tirandomi i capelli per controllare il ritmo, lui mi sollevò di scatto. Mi voltò verso il muro di pietra fredda, mi alzò la gonna fino alla vita con gesti brutali e mi strappò le mutandine di pizzo fradice. Sentii l’aria sulla pelle nuda del culo bianco, poi le sue mani nere che mi aprivano le natiche. La sua cappella premette contro la mia figa gonfia e, con una spinta sola, profonda e potente, mi entrò dentro fino in fondo. Urlai piano, mordendomi il labbro per non fare troppo rumore, perché era enorme e mi spalancava completamente. Iniziò a scoparmi da dietro con spinte forti, regolari, ogni affondo che mi sbatteva contro il muro e mi faceva sentire le sue palle pesanti contro il clitoride.
«Prendilo tutto, puttana bianca» grugniva contro il mio orecchio, una mano nera che mi stringeva il fianco chiaro mentre l’altra mi tirava i capelli. «Senti come la tua fighetta borghese si apre per un cazzo nero? Sei zuppa, troia. Colli come una fontana mentre ti scopo forte.» Le sue spinte erano potenti, mi sollevavano quasi da terra, il suo bacino muscoloso che sbatteva ritmicamente contro il mio culo bianco, producendo suoni umidi e osceni che si mescolavano al profumo di cera e incenso dell’alcova. Ogni volta che usciva quasi del tutto e rientrava con forza, toccava il fondo di me, mandandomi scariche di piacere puro nel ventre. Pensavo a quanto fosse sbagliato, a quanto lo volessi proprio per quello: io bianca, lui nero, la mia vita tranquilla di casalinga violata da questo sconosciuto di trentotto anni che mi trattava come la puttana affamata che in quel momento ero davvero. Il sudore ci bagnava, il suo petto duro premuto contro la mia schiena, le sue dita nere che affondavano nella mia carne chiara lasciando segni rossi.
Dopo un tempo che mi parve eterno, in cui venni quasi sul suo cazzo ma lui rallentava ogni volta per prolungare il tormento, uscì da me con un suono bagnato. Mi fece girare, mi sollevò una gamba tenendola alta con il braccio muscoloso sotto il ginocchio, e mi penetrò di nuovo in piedi, faccia a faccia. Le maschere quasi si toccavano, i suoi occhi intensi e neri fissi nei miei azzurri. In questa posizione il suo cazzo entrava ancora più a fondo, e le sue mani nere ora stringevano il mio culo bianco con forza, le dita che affondavano nelle natiche separandole mentre mi scopava con spinte potenti e circolari. Sentivo ogni vena, ogni pulsazione dentro di me. Ci baciavamo con violenza, lingue che si intrecciavano, i suoi gemiti bassi che vibravano nella mia bocca.
«Vieni, Yvonne. Vieni forte sulla mia asta nera, puttana» ordinò tra un bacio e l’altro, accelerando. Non resistetti. L’orgasmo mi travolse come una mareggiata, la figa che si contraeva violentemente intorno al suo cazzo spesso, spasmi su spasmi che mi fecero gridare senza più controllo. Urlai il mio piacere nella penombra dell’alcova, il corpo che tremava, i succhi che mi colavano lungo la coscia sollevata mentre venivo come non ero mai venuta in vita mia. Lui ruggì poco dopo, spinse fino in fondo e mi riempì con il suo sperma caldo, getti potenti e densi che mi inondarono l’utero, tanto che sentivo il calore diffondersi e il liquido in eccesso che già cominciava a colare fuori intorno al suo cazzo ancora piantato dentro di me.
Rimanemmo così, ansimanti, uniti nel sudore e nel piacere, per lunghi istanti. Poi, con una tenerezza sorprendente dopo la violenza con cui mi aveva presa, lui uscì lentamente da me. Mi sistemò la maschera dorata con cura, raddrizzandola sul mio viso arrossato, poi lisciò le pieghe del vestito di seta avorio, coprendo ogni traccia della nostra scopata selvaggia. Infine prese la mia mano guantata, si chinò e la baciò con galanteria antica, gli occhi che sorridevano dietro la maschera nera. Senza aggiungere una parola, senza rivelare il suo nome, scostò la tenda e scomparve tra la folla danzante del palazzo, inghiottito dal Carnevale come un sogno proibito.
Io attesi qualche minuto, le gambe ancora deboli, sentendo il suo sperma caldo e spesso che mi colava lentamente tra le cosce, impregnando le calze e ricordandomi a ogni passo quello che avevo appena fatto. Mi ricomposi, uscii dall’alcova e tornai nella grande sala. Hugo era lì, che chiacchierava ignaro. Lo raggiunsi, presi il suo braccio con naturalezza, sorridendo dolcemente mentre dentro di me bruciava il ricordo di quella mascherata infuocata che non avrei dimenticato mai. Ma mentre ballavamo insieme e sentivo il seme dello sconosciuto nero stillare ancora tra le mie gambe, capii la verità che ribaltava ogni cosa: non era stato lui lo sconosciuto quella notte, ero io – la vera Yvonne, finalmente senza maschera.
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