Ritrovarsi Nudi nella Prova del Sarto con la Moglie del Mio Capo

Marco, trentaduenne sarto, finisce per scopare con passione la moglie nuda del suo capo, la sensuale Isabella di quarantacinque anni.

12 min read September 15, 2026New

Marco parcheggiò la macchina di fronte alla villa del capo con il cuore che già gli batteva troppo forte. Trentadue anni, sarto di merda bravo, e quella sera doveva solo fare l’ultima prova urgente dell’abito da sera. Niente di strano, in teoria. Salì i gradini, suonò, e quando la porta si aprì trovò solo lei.

Isabella. Quarantacinque anni, moglie del suo datore di lavoro, corpo da peccato che non aveva mai smesso di guardare di sottecchi in ufficio o alle cene aziendali. Capelli scuri raccolti alla buona, labbra carnose, occhi che lo misurarono da capo a piedi come se sapesse già tutto.

«Marco. Entra. Mio marito è in ritardo, ovviamente. Sempre qualche cazzo di riunione.» La voce era calda, un filo rasata. «L’abito è di là. Dobbiamo fare in fretta.»

Lui entrò, chiudendo la porta alle spalle. L’odore di lei gli arrivò subito: profumo costoso e pelle calda. La seguì nel salone ampio, dove sul divano di velluto c’era l’abito nero, scollato, cucito da lui stesso pezzo per pezzo. Isabella si voltò e, senza preamboli, iniziò a slacciarsi la vestaglia di seta.

«Mi ha detto di provarlo sul corpo nudo. Per controllare ogni cucitura, ogni tensione del tessuto.» Si strinse nelle spalle e la vestaglia scivolò a terra. «Niente slip, niente reggiseno. Altrimenti non si capisce se cade bene.»

Marco restò fermo. Lei era nuda. Tette pesanti, capezzoli già semi-duri, vita stretta, fianchi larghi, la fica rasata con solo una striscia sottile di peli scuri sopra la fessura. Culo sodo, tondo, da donna che sa cosa ha e lo usa. E sapevano entrambi chi era: la moglie del capo. Quello che gli firmava lo stipendio. Quello che poteva rovinarlo con una telefonata.

«Isabella… è…» cominciò lui, la gola secca.

«È urgente. E sei il sarto. Tocca.» Gli porse l’abito con un sorrisetto. «Vieni qui e sistemamelo addosso.»

Lui prese il vestito con mani che tremavano appena. Si avvicinò. Lei alzò le braccia e lui glielo fece scendere dalla testa, tirando il tessuto nero sul torace nudo. Le dita gli sfiorarono i fianchi mentre aggiustava le cuciture laterali. La pelle di Isabella era calda, liscia, e ogni volta che le dita le passavano vicino al seno o all’osso del bacino sentiva il respiro di lei farsi più pesante.

«Più stretto qui», mormorò lei, prendendogli il polso e portandoglielo contro il fianco, proprio dove la stoffa tendeva sulla curva del culo. «Senti? Se non calza perfetta mi si vedrà tutto quando ballo.»

Marco inghiottì. Il cazzo gli si stava già riempiendo nei pantaloni, pesante, evidente. Le passò le mani lungo la schiena nuda sotto la cerniera aperta, controllando le cuciture della scollatura. I pollici gli sfiorarono le scapole, poi scesero verso la vita. Isabella sporse appena il culo all’indietro, sfiorandogli l’inguine.

«Che mani esperte», disse lei a voce bassa, voltando appena la testa. «Si sente che sai dove mettere le dita. E non solo sulla stoffa, vero?»

Lui non rispose. Continuò a lavorare, ma il sangue gli batteva nelle tempie. Quando si chinò per controllare l’orlo che le arrivava a metà coscia, il volto gli finì a pochi centimetri dalla fessura. Sentì l’odore di lei, caldo, già un po’ umido. Isabella aprì leggermente le gambe.

«Guarda bene le cuciture interne», sussurrò. «Fai il tuo lavoro, sarto.»

Marco alzò lo sguardo. Lei lo guardava dall’alto, le pupille dilatate, un sorriso malizioso. E il suo cazzo ormai era duro come il marmo, teso contro la zip, impossibile da nascondere. Isabella lo notò subito. Abbassò lo sguardo proprio lì e ridacchiò piano.

«Cristo, Marco. Che bel problema ti sei fatto venire.» Allungò una mano e, senza chiedere permesso, gli sfiorò il contorno del pisello attraverso la stoffa dei pantaloni. «Quanto è grosso. E duro. Per me, vero? Perché mi stai toccando nuda sapendo che sono la moglie di tuo capo.»

«Isabella… non dovremmo…»

«Zitto.» Lei si tolse da sola l’abito, facendolo scivolare a terra in un mucchio nero. Rimase completamente nuda davanti a lui, le tette che si muovevano al respiro, la fica già lucida tra le cosce. «Voglio sentirlo. Completamente nudo contro di me. Niente stoffa di mezzo. Solo la tua pelle sulla mia. Adesso.»

Marco restò inchiodato. Il cervello gli urlava di andarsene, di pensare al lavoro, al matrimonio di lei, al disastro. Ma il cazzo pulsava e lei era lì, disponibile, provocante, con le dita che già gli slacciavano la cintura.

«Da mesi», sputò fuori lui, la voce roca mentre lei gli abbassava la zip. «Da mesi che ti guardo e mi segavo pensando a queste tette, a questo culo, a farmi succhiare il cazzo da te. Ogni cazzo di volta che venivi in laboratorio a prendere il marito. Ti desideravo da morire.»

Isabella gli sfilò i pantaloni e i boxer insieme. Il cazzo di Marco saltò fuori, grosso, venato, la testa già lucida di precome. Lei lo avvolse con la mano calda e lo strinse, facendogli uscire un gemito basso.

«Bravo ragazzo. Me lo confessa finalmente.» Si premette contro di lui, tette contro il petto ancora vestito, cazzo schiacciato contro la pancia morbida. «Spogliati tutto. Voglio le tue palle contro la mia fica mentre mi dici di nuovo quanto mi vuoi.»

Marco si tolse la camicia con gesti frettolosi, poi le scarpe. Rimasero nudi uno contro l’altra nel salone della villa del capo. Le sue mani scesero sul culo di lei e lo strettero forte, aprendo le chiappe, le dita che sfioravano il buco stretto e scendevano fino alla fessura bagnata. Isabella era fradicia. Scorrendole due dita tra le labbra gonfie sentì quanto era pronta.

«Porca puttana, sei già unta», borbottò lui contro il suo collo, leccandole la pelle salata. «La moglie del mio capo con la figa che cola perché il sarto le ha messo le mani addosso.»

«Sì», ansimò lei, strofinandosi contro il suo cazzo. «E adesso non ti fermare. Toccami di più. Aprimi. Fammi sentire quanto sei bravo con quelle dita da sarto.»

Lui le spinse due dita dentro, profonde, sentendo le pareti calde e strette che lo succhiavano. Isabella gemé, le unghie conficcate nelle sue spalle. Si muoveva sui suoi digiti, bagnandogli il palmo, mentre l’altra sua mano continuava a pompare il cazzo duro di Marco, lenta, sporca, con il pollice che stendeva il liquido sulla glande.

«Ti farei venire così», mormorò lei all’orecchio. «Ma voglio di più. Voglio che me lo metti. Qui, in casa sua, sul pavimento se serve. Dimmi che mi scopi. Dimmi che ti sei segato per mesi immaginando di riempirmi di sborra.»

Marco le ritirò le dita e se le portò alla bocca, leccandole il sapore. Poi le afferrò i capelli e la baciò, lingua profonda, affamata. Il bacino gli si muoveva da solo, il cazzo che scivolava tra le cosce di lei, sfregando sulla clitoride gonfia.

«Ti voglio da mesi», ripetè contro le sue labbra. «Voglio spaccarti questa figa da troia sposata. Voglio sentirti urlare il mio nome mentre il tuo marito è bloccato in quella cazzo di riunione. Voglio lasciarti il culo rosso delle mie mani e la fica piena.»

Isabella rise basso, un suono cattivo e eccitato. Si staccò appena, lo guardò negli occhi e si chinò in avanti, prendendogli il cazzo con entrambe le mani e spingendoselo tra le tette, stringendole intorno al membro grosso.

«Allora fallo. Ma piano. Voglio godermelo tutto. E dopo…» si interruppe, leccandogli la punta che spuntava dal suo décolleté naturale, «…dopo voglio che mi metti anche di là. Nel culo. Perché da mesi mi tocco il buco pensando a questo cazzo.»

Marco sentì le ginocchia molli. La afferrò per i fianchi, la sollevò quasi e la spinse verso il divano. Lei ci cascò seduta, le gambe aperte, una mano che si scostava le labbra della fica per mostrargli il buco rosa e lucido.

«Vieni qui, sarto. Finisci il lavoro. E non pensare al vestito. Stasera il solo tessuto che mi interessa è la tua pelle sulla mia.»

Lui si mise in ginocchio tra le sue cosce, il cazzo in mano, la testa già allineata all’ingresso bagnato. La guardò un’ultima volta, cercando conferma. Isabella annuì, morsa il labbro inferiore e gli aprì ancora di più le ginocchia.

«Mettilo. Adesso. Prima che torni lui. Scopami come hai sognato di fare da mesi, Marco. Riempimi.»

Lui spinse in avanti. La glande affondò, poi tutto il resto, centimetro dopo centimetro, nella figa stretta e bollente della moglie del suo capo. Isabella gettò la testa indietro e gemé forte, le unghie che gli graffiarono i glutei per tirarselo ancora più dentro.

«Cazzo… sì… così grosso… rompimi…»

Marco iniziò a muoversi, lunghe spinte profonde, il suono bagnato della figa che lo succhiava che riempiva il salone. Le tette di lei ballavano a ogni colpo. Lui le afferrò, le strinse, le succhiò i capezzoli mentre continuava a fotterla con rabbia trattenuta. Il divano scricchiolava. Fuori, chissà, il marito poteva arrivare da un momento all’altro. E invece di fermarlo, quel pensiero gli fece indurire ancora di più il cazzo.

Isabella si aggrappò a lui, le gambe avvolte intorno alla schiena, e gli parlò all’orecchio tra un ansito e l’altro:

«Più forte. Lasciami il segno. Voglio camminare domani e sentire ancora il tuo cazzo qui dentro. Voglio che quando mio marito mi tocca stasera senta che sono già piena di un altro.»

Marco accelerò, i fianchi che sbattevano contro il culo di lei, le palle che gli picchiavano sul buco del culo a ogni spinta. Era solo l’inizio. Lo sapevano entrambi. C’era ancora troppo da fare, troppo da leccare, da aprire, da riempire. E il tempo stringeva, ma nessuno dei due aveva intenzione di fermarsi.

Marco non riuscì a trattenersi oltre. Continuò a spingere con forza nella figa bollente di Isabella, il divano che scricchiolava sotto di loro come un rimprovero muto, il suono umido e osceno delle sue palle che sbattevano contro il suo culo riempendo il salone. Lei gemé più forte, le unghie conficcate nella sua schiena, le cosce strette intorno ai suoi fianchi mentre lui la sfondava con colpi lunghi e profondi. Il pensiero del capo bloccato in riunione gli faceva pulsare il cazzo ancora di più, turgido, venato, che entrava e usciva lucido dei suoi succhi.

«Cazzo, Isabella… sei stretta come una puttana di lusso», ansimò lui contro il suo collo, leccandole il sudore salato. «La moglie del mio capo con la figa che mi succhia il cazzo. Da mesi mi segavo immaginando proprio questo.»

Lei lo spinse indietro con le mani sul petto, gli occhi lucidi di lussuria. «Basta sul divano. Voglio assaggiarti. Voglio sentire quel grosso cazzo in gola.»

Isabella scivolò in ginocchio sul tappeto orientale, nuda, le tette pesanti che pendevano mentre si sistemava tra le sue gambe. Afferrò il membro di Marco, ancora lucido del suo stesso succo, e lo guardò dritto negli occhi mentre lo portava alle labbra carnose. Aprì la bocca e lo inghiottì con avidità, le labbra che si stendevano intorno alla glande gonfia, la lingua che girava sotto il frenulo prima di spingere in profondità. Marco gemé, una mano nei suoi capelli scuri, mentre lei lo succhiava fino in fondo, il naso premuto contro il pube, la gola che si chiudeva intorno a lui in un boato umido. Sali e scendeva con ritmo sporco, saliva che gli colava lungo le palle, gli occhi fissi nei suoi senza mai battere ciglio, come se volesse imprimergli nella mente l’immagine della moglie del capo che si strozzava sul suo cazzo.

«Mmmh… che sapore», mormorò lei ritirandosi solo un attimo, la voce roca, una fila di bava che collegava le sue labbra alla punta. «Grosso, salato, mio. Da mesi mi masturbo pensando di succhiarti così, di sentirti venire in gola mentre lui è fuori a firmare contratti.» Poi lo riprese in bocca con più fame, una mano che gli massaggiava le palle pesanti, l’altra che gli stringeva la base mentre lo pompava con la gola. Marco sentiva le ginocchia tremare, il piacere che saliva troppo in fretta. «Basta… se continui mi fai sparare in bocca e io voglio riempirti la figa.»

La sollevò di peso, le mani sotto le ascelle, e la spinse verso il tavolo da lavoro che stava nell’angolo del salone, quello dove di solito appoggiava le stoffe e gli spilli. Isabella ci si piegò sopra senza esitare, il torace premuto sul legno liscio, il culo alto e offerto, le chiappe sode che si aprivano mostrando la figa gonfia e il buco del culo strettissimo. Marco le diede uno schiaffo sonoro su una natica, lasciando l’impronta rossa, poi le afferrò i fianchi e conficcò il cazzo dentro di lei d’un colpo solo, fino in fondo. Lei urlò di piacere, la testa gettata all’indietro.

«Sììì… così… sfondami, sarto di merda… fottemi come la troia che sono.»

Lui iniziò a scoparla con forza da dietro, le spinte secche e profonde che facevano sbattere il suo bacino contro il culo di lei con schiaffi umidi. La figa di Isabella schizzava, cola che gli scendeva lungo le cosce. Marco sputò sulla sua mano e le infilò due dita nel culo stretto mentre continuava a trombarla. Il buco oppose resistenza un secondo, poi cedette, le dita che sprofondavano fino alle nocche mentre lui le apriva l’anello muscolare. Isabella urlò più forte, spingendo il culo all’indietro per prendersi tutto.

«Cazzo sì… dita nel culo… riempimi entrambi i buchi… sono la puttana del mio sarto…»

Marco pompava il cazzo nella figa e le dita nel culo in sincronia, sentendo il sottile setto che li separava. Lei ansimava come una bestia, i seni schiacciati sul tavolo, i capezzoli che strofinavano il legno. Lui le torse i capelli con la mano libera e la costrinse a voltare la testa.

«Dimmi quanto sei troia. Dimmi che ti fai fottere dal sarto di tuo marito mentre lui lavora.»

«Sono una troia… la moglie del capo che si fa sfondare figa e culo dal suo dipendente… oh cazzo, più forte…»

Dopo qualche minuto la fece girare di scatto, la sollevò e la stese sul bancone di marmo accanto, le gambe divaricate. Entrò di nuovo in missionario, il cazzo che sprofondava nella figa bollente, e le strinse i seni con entrambe le mani, schiacciando la carne morbida, torcendo i capezzoli duri tra le dita mentre la scopava a fondo. I suoi occhi erano selvaggi, la fronte sudata.

«Guarda che troia che sei, Isabella. Quarantacinque anni, moglie di un pezzo grosso, e ti fai riempire di cazzo dal sarto del tuo marito. Ti piace? Ti piace sentirmi spaccarti mentre ti dico quanto sei una puttana sposata?»

«Sì… adorolo… chiamami troia… fottemi e riempimi… sto per venire…»

Marco accelerò, i fianchi che battevano contro di lei come un martello, le palle che le schiaffeggiavano il culo. Le strizzò i seni più forte, chinandosi a morderle un capezzolo mentre le sussurrava contro la pelle:

«Vieni, troia. Vieni sulla mia minchia mentre ti chiamo la puttana del sarto. Vieni e senti come ti riempio.»

Isabella scoppiò. La figa le si contrasse in spasmi violenti, un urlo lungo e rotto le uscì dalla gola mentre veniva a ondate, i succhi che schizzavano intorno al cazzo di lui, le cosce che tremavano incontrollate. «Marco… cazzo… vengo… mi fai venire come una cagna…»

Il contrarsi di lei lo spinse oltre il limite. Marco diede tre spinte ultime, profonde, e esplose. Il seme gli partì a getti spessi e caldi, direttamente dentro la figa bagnata di Isabella, riempiendola fino all’orlo. Continuò a pompare mentre scaricava tutto, sentendo il proprio liquido caldo che gli risaliva intorno al cazzo, che colava fuori mescolato ai suoi succhi. Gemé basso, la fronte premuta tra i suoi seni, le anche che si contravano a ogni scarica.

Rimasero così per lunghi secondi, ansimanti, sudati, ancora uniti. Poi lui uscì lentamente, guardando il filo di sborra bianca che usciva dalla sua fessura arrossata e gli scendeva lungo la coscia. Esausti, ancora completamente nudi, si trascinarono verso il divano e si lasciarono cadere uno contro l’altra. Si bacarono con passione, lingue lente e profonde, il sapore di sesso e saliva mescolato. Le mani di lei gli accarezzavano la schiena, le sue gli stringevano il culo ancora caldo.

Isabella gli sussurrò contro le labbra, la voce roca ma dolce: «Questa non sarà l’ultima volta, Marco. D’ora in poi ogni prova del sarto dovrà finire così. Nudi. Con il tuo cazzo dentro di me. Chiamami quando vuoi. O io chiamerò te.»

Marco sorrise, consapevole del rischio enorme — il capo, lo stipendio, tutto — ma già eccitato all’idea di continuare a tradire il padrone in segreto ogni volta che Isabella lo avrebbe chiamato. Il cazzo gli diede un ultimo sussulto solo a pensarlo.

Solo che, mentre si baciavano ancora, nessuno dei due sentì la porta del salone che si chiudeva piano piano alle spalle del marito di lei, che aveva ascoltato ogni gemito e ora sorrideva soddisfatto: era stato lui a organizzare tutto.

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