Arrampicata d’Addio con la Moglie del Coach
Marco, ventiseienne arrampicatore, si scopa con passione la troia quarantacinquenne Imani, moglie del suo ex coach, sulla parete di montagna prima di partire.
Marco stringeva la presa sulla roccia calda del sole del pomeriggio, i muscoli delle braccia tesi mentre saliva sull’ultima cengia prima della grande fessura verticale. Ventisei anni, corpo scolpito da stagioni di arrampicata agonistica, e quella era l’ultima volta che metteva piede su quella parete isolata prima del trasferimento all’estero. Il vento portava odore di pino e polvere, e sotto di lui Imani saliva con una fluidità che non ci si aspettava da una quarantacinquenne. Moglie del suo ex coach Hassan, lei aveva sempre osservato gli allenamenti dal margine, occhiali da sole, labbra strette, sguardo che restava troppo a lungo sulle spalle di Marco.
Ora indossava shorts aderenti di spandex nero che le marcavano le cosce piene e il culo tondo, e un top sportivo bianco stretto che spingeva in su le tette mature, pesanti, con i capezzoli che facevano due punti evidenti contro il tessuto sudato. I capelli scuri raccolti in una coda alta, il collo lucido di sudore, le labbra carnose già rosse senza trucco.
«Sei sempre stato il preferito di Hassan», disse lei mentre si portava accanto a lui sulla cengia stretta, respirando forte. La voce era bassa, roca. «Ma io ti guardavo per altri motivi, Marco. Quei pantaloncini che ti si incollano alle cosce… cazzo, quante volte ho immaginato di strapparteli.»
Marco sentì il sangue scendere di colpo. Si voltò. Imani lo fissava dritto, senza sorriso falso, solo fame. Gli occhi scuri scendevano sul petto nudo di lui, sulle linee dei pettorali, sul sudore che scorreva tra i muscoli dell’addome.
«Imani…» iniziò, ma lei ridacchiò e si avvicinò di un altro passo, così vicina che sentiva il calore del suo corpo.
«Non fare il santo. Sai benissimo. Hai sempre saputo. E adesso parti. Domani non ci sei più. Allora dico le cose come stanno.» La mano di lei sfiorò di proposito il fianco di lui, le dita calde che scorsero sulla pelle umida fino all’osso dell’anca. «Questi muscoli… stronzo, ti sei fatto ancora più duro. Mi piace quando sudi. Mi piace l’odore.»
Marco rimase fermo, il cazzo che già si gonfiava contro lo slip sotto i pantaloni da arrampicata. Lei lo sentì. Lo vide. E si leccò il labbro inferiore con lentezza deliberata.
Continuarono a salire. Ogni volta che si trovarono uno accanto all’altra su una presa, Imani lo toccava. Prima la schiena, le unghie che graffiavano leggero. Poi il braccio, stringendo il bicipite. «Anni, Marco. Anni che mi tocco la figa la notte pensando a te che mi monti mentre Hassan dorme nella stanza accanto. Volevo sentire questo cazzo giovane spaccarmi.»
Sulla cengia più ampia, a metà parete, dove la roccia formava un piccolo terrazzino nascosto alla vista da chiunque sotto, Imani si fermò. Si voltò, si morse il labbro e lo guardò negli occhi.
«Voglio sentirti dentro prima che parti. Non chiacchiere. Il tuo cazzo nella mia figa. Adesso.»
Marco non rispose con parole. La afferrò per la nuca e la baciò con violenza, lingua dentro, denti che le pizzicavano il labbro. Imani gemette nella sua bocca, le mani già a strappargli la maglietta, a scendere sul cavallo dei pantaloni. Sentì il cazzo duro, grosso, e strinse.
«Cazzo che pezzo…» borbottò contro le sue labbra. «Sapevo che ce l’avevi grosso. Tiramelo fuori.»
Si inginocchiò sul sasso caldo. Con mani esperte gli aprì i pantaloni, gli tirò giù lo slip. Il cazzo di Marco saltò fuori, pesante, venoso, già lucido in cima. Imani lo guardò un secondo, poi lo prese alla base e lo ingoiò. Non ci andò per il sottile: lo succhiò fino in gola al primo colpo, labbra strette, lingua che girava sotto il glande, saliva che scendeva sul proprio mento. Guardava su, negli occhi di lui, mentre la gola si contraeva intorno all’asta.
«Fanculo… Imani…» Marco le tenne i capelli, le anche che spingevano avanti. Lei gorgogliava, prendeva tutto, tirava fuori solo per leccare le palle e risucchiare di nuovo con rumore sporco, bagnato. Una mano le scese tra le gambe, si cacciò dentro gli shorts e si frizionò la figa già zuppa.
Quando lo lasciò andare, il cazzo luccicava di saliva. Si alzò, si girò di schiena, si abbassò gli shorts fino a metà coscia e si piegò in avanti contro la parete, le mani piatte sulla roccia. Il culo tondo, le chiappe bianche al sole, la figa rasata e gonfia, le labbra aperte e lucide di bava.
«Infilamelo. Forte. Voglio sentirlo fino in fondo.»
Marco le prese i fianchi e entrò con una spinta sola. Caldo, stretto, bagnato. Imani urlò, la schiena che si inarcò. Lui iniziò a scoparla senza pietà, bacino che sbatteva contro il culo maturo, le tette che oscillavano nel top. Lui glielo tirò su, le afferrò le mammelle pesanti, i capezzoli duri tra le dita, e le strizzò mentre la trombava.
«Troia…» le sussurrò all’orecchio, la voce rauca. «La moglie del coach che si fa fottere dal giovane allievo sulla roccia. Guarda come ti bagna il cazzo. Hassan non sa che sua moglie è una puttana che vuole il cazzo fresco.»
«Sì… più forte… strizzamele… oh cazzo sì…» Imani spingeva indietro incontro alle spinte, il culo che schiaffeggiava contro di lui. «Chiamami troia di nuovo. Dimmi che mi meriti solo questo.»
Lui la scopò più duro, le dita che le pinzavano i capezzoli, l’altra mano che le scendeva a strofinarle il clitoride. Il suono era osceno: carne bagnata, respiro affannato, gemiti che si perdevano nel vuoto sotto di loro.
A un certo punto lui si sfilò, si sedette sulla roccia con la schiena al muro e la tirò sopra di sé. Imani gli montò a cavalcioni, inforcò il cazzo e scese tutta d’un colpo. Iniziò a saltare selvaggia, le tette che sbattevano, le cosce mature che stringevano i fianchi di lui. Marco le afferrò il culo a manate, le aiutava a salire e scendere, le dita che le aprivano le chiappe per entrare ancora più a fondo.
«Guarda che figa da milf… ti riempio…» borbottò lui.
Imani andava fuori di testa. Si masturbava il clitoride mentre cavalcava, la testa gettata indietro. «Vieni dentro… riempimi… voglio sentire i tuoi schizzi caldi… cazzo Marco, ti ho voluto per anni…»
L’orgasmo la prese come un pugno. Urlò, la figa che le si contraeva a spasmi intorno al cazzo, le cosce che tremavano. Continuò a muoversi sopra di lui mentre veniva, bagnandolo ancora di più. Marco non resistette. Affondò fino in fondo e esplose, gettate calde e spesse che le riempirono la figa a scatti potenti. Lei sentiva ogni spruzzo, gemette di nuovo, godendo del calore che le si spargeva dentro.
Restarono così, ansimanti e sudati, il cazzo ancora pulsante dentro di lei. Imani si chinò e lo baciò con una tenerezza sporca, lenta, assaporando la propria saliva e il sapore di lui. Poi gli prese un dito, se lo infilò in bocca, lo succhiò pulito del loro sapore misto e lo tirò fuori.
Gli sussurrò contro le labbra, la voce ancora rotta dal piacere:
«Questo sarà il loro…»
Marco sentì quelle parole scivolare contro le sue labbra come una confessione sudicia, e il cazzo gli diede un altro sobbalzo dentro la figa ancora pulsante di Imani. Lei lo stringeva a spasmi lenti, come se volesse mungere fino all’ultima goccia. Il sole del pomeriggio batteva sulla roccia calda, sul sudore che scorreva tra i seni pesanti di lei, sulle cosce mature ancora aperte a cavalcioni su di lui. Ventisei anni contro quarantacinque: il giovane allievo e la moglie del coach, nascosti su quel terrazzino a mezza parete, il vento che portava via i gemiti ma non l’odore di sesso.
«Il loro, eh?» borbottò lui, la voce rauca, le mani ancora conficcate nelle chiappe morbide. «Il tuo marito che ti chiama puttana solo nei sogni bagnati, e io che te lo lascio tutto dentro. Fanculo, Imani… senti come mi ancora pulsa.»
Lei rise, un suono basso e sporco, e si sollevò appena. Il cazzo scivolò fuori con un suono bagnato, e un filo di sborra bianca e densa le colò subito dalla figa gonfia, scendendo lungo la coscia fino al ginocchio. Imani lo guardò scendere, si leccò le dita e se ne raccolse un po’, poi se lo portò alla bocca. Succhiò lento, gli occhi fissi nei suoi.
«Sapore di giovane. Di tradimento. Di addio.» Si alzò in piedi, le gambe tremanti, gli shorts ancora a metà coscia. Si voltò di nuovo verso la parete, ma questa volta più in alto, cercando una fessura dove infilare le dita. «Non ho finito con te. Mi hai riempita una volta. Ora voglio che mi fottti la gola finché non piango, e poi mi prendi di nuovo quella figa da milf finché non cammino storta. Hai un volo domani. Usami adesso.»
Marco si alzò, il cazzo ancora duro, lucido di lei e di sé. Si avvicinò, le prese la coda di cavallo e la tirò indietro con forza, costringendola ad arcare la schiena. Con l’altra mano le strappò giù il top sportivo. Le tette mature traboccarono, pesanti, i capezzoli scuri e duri come sassolini. Lui se le prese a piene mani, le strizzò, le sollevò, le schiacciò contro la roccia calda.
«Apri la bocca, troia del coach.»
Imani obbedì subito. Si piegò in avanti quanto bastava, le mani piantate sulla pietra, e lui le ficcò il cazzo in gola d’un colpo solo. Lei gorgogliò, gli occhi le lacrimarono subito, ma non si tirò indietro. Anzi, spinse la testa in avanti, prendendolo fino alle palle. Marco gemette, le anche che iniziavano a muoversi a scatti corti e violenti. La saliva le scorreva sul mento, gocciolava sulle tette nude, sul top arrotolato sotto. Ogni spinta faceva schioccare la gola di lei, un suono umido e osceno che si mescolava al vento.
«Guarda come la succhi… anni a fingerti la moglie brava mentre ti tocchi la figa pensando a questo. Hassan che ti dice brava, e tu che sogni di essere ingoiata dal cazzo del suo preferito.» Lui le tenne la testa ferma e la usò, spingendo a fondo, ritirandosi solo per farla respirare un secondo, poi di nuovo dentro. Imani si frizionava la figa con due dita mentre lui la sfondava la bocca, i gemiti soffocati che le vibravano intorno all’asta.
Quando la lasciò andare, un filo di bava la collegava ancora al glande. Imani tossì, rise, e si asciugò il mento con il dorso della mano.
«Di nuovo. Voglio che mi monti come una cagna in calore. Contro la roccia. Le gambe aperte. Voglio sentire le pietre graffiarmi le tette mentre mi riempi di nuovo.»
Marco non aspettò. La girò, le sollevò una gamba e gliela appoggiò su una sporgenza della roccia, aprendo la figa bagnata e già colante di sborra. Entrò di nuovo con una spinta secca. Imani urlò, la schiena che si inarcò, le unghie che si conficcarono nella pietra. Lui iniziò a scoparla da dietro con forza bruta, il bacino che schiaffeggiava contro il culo tondo e maturo, le palle che battevano sul clitoride a ogni colpo. Le tette oscillavano pesanti, graffiate dalla roccia ruvida, i capezzoli arrossati.
«Più forte… cazzo sì… strappami…» ansimava lei. «Dimmi quanto sono puttana. Dimmi che Hassan non sa fottere così. Dimmi che questa figa è tua oggi.»
«È mia.» Lui le afferrò i fianchi e la martellò. «Figa da milf succhiacazzo. Ti sei fatta venire l’acquolina per anni guardandomi in palestra, e adesso ti prendi tutto. Senti come ti sbatto. Senti come ti apro.» Una mano le scese davanti, le dita a strofinarle il clitoride gonfio in circoli rapidi e sporchi. L’altra le pinzò un capezzolo e lo tirò. «Vieni di nuovo. Vieni sulla mia minchia mentre ti chiamo troia. Voglio sentire quella figa succhiarmi i coglioni.»
Imani impazzì. Spingeva indietro incontro a ogni colpo, il culo che ondeggava, le cosce che tremavano. «Sì… troia… solo tua… oh fanculo Marco… mi vieni… mi vieni…»
L’orgasmo la scosse come un terremoto. Urlò verso il vuoto, la figa che si contrasse a ondate violente intorno al cazzo, spremendolo, bagnandolo di altro liquido caldo. Le gambe le mancarono; Marco la tenne su, continuando a spingere attraverso i suoi spasmi, allungandole il piacere finché lei non piagnucolò e non lo supplicò di fermarsi un secondo.
Ma lui non aveva finito. Si sfilò, si sedette di nuovo sulla cengia con la schiena al muro, e la trascinò sopra. Imani gli montò a rovescio, schiena contro il suo petto, le gambe aperte ai lati delle sue. Lui le infilò di nuovo il cazzo da sotto e iniziò a spingere verso l’alto mentre le mani le esploravano tutto: le tette pesanti che sollevava e lasciava cadere, il ventre sudato, il clitoride che massaggiava senza pietà. Lei appoggiò la testa sulla sua spalla, la bocca aperta, i gemiti rochi.
«Guarda lassù», le sussurrò lui all’orecchio, continuando a fotterla dal basso. «Nessuno ci vede. Nessuno sa che la moglie del coach sta prendendo sborra giovane sulla roccia. Domani parti e ti lascio piena. Camminerai con le cosce appiccicose e penserai a me ogni volta che ti siederai.»
Imani girò la testa e lo baciò di sbieco, lingua e denti. «Riempimi di nuovo. Voglio sentirla scendere mentre scendiamo. Voglio che mi cola fin sulla corda.»
Marco accelerò. Le dita le stropicciavano il clitoride a ritmo con le spinte. Lei venne di nuovo, più corta ma più intensa, un grido strozzato contro la sua bocca. Quella contrazione lo fece esplodere. Affondò fino in fondo e scaricò, gettate spesse e calde che le riempirono di nuovo la figa già piena. Lei sentiva ogni pulsazione, ogni spruzzo, e gemette di godimento puro, le unghie conficcate nei suoi avambracci.
Restarono così, avvinti, ansimanti, il cazzo ancora sepolto dentro di lei, la sborra che iniziava già a colare intorno all’asta. Il sole li scaldava, il vento asciugava il sudore sulle loro pelli. Imani non si mosse. Tenerezza sporca: le dita di lui le accarezzavano piano il ventre, il seno, il collo. Lei girò appena il volto e gli posò un bacio lento, assaporando il sale e il sesso.
«Cazzo…» mormorò lei, la voce rotta, gli occhi ancora velati. «Mi hai spaccata come volevo da anni.»
Marco le strinse i fianchi, il respiro ancora pesante contro la sua nuca. Il cazzo pulsava piano dentro di lei, la figa calda che lo stringeva ancora a piccoli spasmi. Non parlarono altro. Solo il battito del sangue, il calore misto, la roccia sotto di loro e il vuoto che li circondava mentre restavano uniti in quel dopo lento e sudato.
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