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Tentati dal Diluvio: Il Mio Migliore Amico Mi Prende al Museo

Durante un diluvio, il curatore trentaduenne Simone e l’architetto trentaquattrenne Julius si fanno una scopata selvaggia e consensuale al museo buio.

10 min read October 13, 2026New

Simone, curatore di trentadue anni del museo di antichità, chiuse a chiave l’ultima sala del piano superiore e spense le luci di emergenza una a una. Fuori il diluvio batteva come se volesse spaccare i vetri. Julius, l’architetto trentaquattrenne suo migliore amico da quasi un decennio, stava già in fondo al corridoio, giacca aperta, camicia bianca appiccicata al petto dall’umidità che entrava dalle finestre non del tutto sigillate.

«Hanno chiuso tutto il centro», disse Julius con quella voce bassa che Simone conosceva troppo bene. «Niente taxi, niente metro. Siamo bloccati qui fino a quando non cala.»

La corrente saltò di colpo. Rimase solo il bagliore grigio della pioggia che picchiava contro le alte vetrate. Simone sentì il cuore battergli in gola. Da anni si guardavano troppo a lungo, si sfioravano le spalle quando non serviva, ridevano di battute che sapevano di altro. Ora l’aria calda e umida del museo buio sembrava premere sui loro corpi.

Camminarono tra le statue greche, le torce dei telefoni illuminate a terra. Simone passò troppo vicino a Julius; le loro braccia si toccarono. Julius non si scostò. Simone sentì il calore della pelle altrui attraverso la camicia e un brivido gli scese dritto all’inguine.

«Da quanto tempo non siamo soli così?» chiese Julius, fermandosi davanti a un Apollo di marmo. La luce del telefono gli tagliava il viso: mascella, labbra, gli occhi scuri fissi su di lui.

«Troppo», rispose Simone. La voce gli uscì roca. Si voltò verso una vetrina di ceramiche etrusche solo per non dover reggere quello sguardo, ma Julius lo seguì. Le dita di Julius sfiorarono la schiena di Simone, appena sopra la cintura, e rimasero lì un secondo di troppo.

«Stai sudando», mormorò Julius. «O sei solo eccitato perché siamo chiusi al buio come due cazzo di ladri?»

Simone rise, ma il suono uscì strozzato. «Sei tu quello che non toglie gli occhi dal mio culo da quando siamo entrati.»

«Vero.» Julius non si nascose. Gli passò una mano sul petto, palmo aperto, sentendo il cuore di Simone battere forte sotto la camicia. «Lo guardo da anni. E il resto pure. Il tuo cazzo quando ti si alza i pantaloni ai party, le tue labbra quando bevi. Mi sono segato pensando a te più volte di quante voglia ammettere.»

Simone lo afferrò per il bavero e lo baciò. Fu un bacio grezzo, lingue subito in bocca, denti che si urtavano. Julius gemette e lo spinse indietro finché le scapole di Simone urtarono il freddo marmo di una statua di marito e moglie romani. Le mani di Julius scesero, una gli strinse un gluteo, l’altra gli afferrò il cazzo già duro attraverso i pantaloni di cotone.

«Cazzo, sei di pietra», ansimò Julius contro la sua bocca. Strofinò il palmo su e giù, sentendo la forma spessa, la punta già umida che macchiava il tessuto. Simone gli morse il labbro inferiore e gli aprì la camicia a strappi, bottoni che saltarono sul pavimento. Gli strinse i capezzoli, li torse finché Julius non emise un suono gutturale.

«Voglio vederti nudo», disse Simone. «Qui. Adesso.»

Julius si inginocchiò senza esitazione. Aprì la cintura di Simone, tirò giù cerniera e mutande in un solo gesto. Il cazzo di Simone gli schiaffeggiò la guancia, grosso, venato, la testa lucida di liquido. Julius lo guardò negli occhi e lo prese in bocca tutto d’un colpo, labbra allungate, gola che si apriva. Simone gemette forte, una mano nei capelli scuri di Julius, l’altra appoggiata al marmo freddo.

Julius succhiava con avidità, saliva che gli colava dal mento, lingua che premeva sotto il glande a ogni risalita. Ingoiò fino alla radice, naso premuto contro il pube di Simone, e restò lì mentre Simone gli fottava la gola a spinte corte. Gli occhi di Julius lacrimavano ma non si staccavano da quelli di Simone: ti voglio, ti ho sempre voluto, dicevano.

Quando Simone era a un soffio dal venire, Julius si staccò con un suono bagnato. Si alzò, si abbassò i pantaloni e gli slip, il suo cazzo altrettanto duro che batteva contro la pancia. Tirò fuori dal portafoglio una bustina di lubrificante — «l’avevo messa stamattina, coglione, sperando» — e se ne spalmò due dita. Girò Simone, lo piegò sul piedistallo di una Nereide, glutei esposti, schiena inarcata.

«Dimmi che lo vuoi», ordinò Julius, due dita già che premevano all’ingresso stretto.

«Lo voglio. Fottimi. Spaccami.»

Julius entrò piano all’inizio, centimetro dopo centimetro, finché le palle non gli batterono contro il culo di Simone. Poi iniziò a scoparlo davvero: colpi profondi, potenti, il suono umido di carne contro carne che riecheggiava nella sala buia. Simone ansimava contro il marmo, una mano che gli tornava indietro a tenersi aperto. Julius lo afferrò per i fianchi e accelerò, il cazzo che spingeva dritto sulla prostata a ogni botta.

«Che buco caldo», ringhiò Julius. «Ti stavo sognando così, piegato come una puttana di museo, che prendi il mio cazzo fino in fondo. Digli al tuo culo di stringermi di più.»

Simone obbedì, contrasse i muscoli, e Julius bestemmiò. Lo tirò su, lo girò di faccia, lo sollevò quasi a cavalcioni contro una colonna e lo riprese da davanti. Ora si guardavano negli occhi mentre Julius lo scopava. Si masturbavano a vicenda tra una spinta e l’altra: la mano di Simone sul cazzo di Julius scivolava sul lubrificante misto a precome, quella di Julius sul proprio e sul glande di Simone che strofinava contro i loro addomi sudati.

«Vieni nella mia bocca», disse Julius. Si chinò di nuovo, estrasse il cazzo dal culo di Simone e lo prese in gola proprio mentre Simone esplodeva. Simone venne con un urlo strozzato, getti spessi che Julius ingoiò fino all’ultima goccia, lingua che puliva, gola che deglutiva. Poi Julius si rialzò, si fece pompare il cazzo dalla mano ancora tremante di Simone e venne a sua volta sulle cosce e sul basso ventre dell’amico, cordoni caldi che scivolavano sulla pelle.

Rimasero così, ansimanti, appoggiati l’uno all’altro. La pioggia fuori batteva ancora ma con meno rabbia. Si rivestirono piano, dita che si intrecciavano sui bottoni, baci lenti e salati sulle bocche gonfie. Julius rise contro il collo di Simone.

«A casa mia. Stanotte. Non una sola scopata di museo e poi silenzio, capito? Voglio farti ridere e poi farti urlare di nuovo. Voglio che questa amicizia diventi la cosa più carnale che abbiamo.»

Simone gli prese la mano. Uscirono dal museo scuro mano nella mano mentre il diluvio rallentava in una pioggia fitta ma meno violenta. L’aria era ancora carica di quel che avevano appena fatto e di tutto quello che avrebbero ancora fatto: la porta di casa di Julius, il letto grande, le ore davanti. Simone strinse le dita di Julius e pensò che finalmente, dopo anni di sguardi repressi, stavano solo iniziando.

Camminarono sotto la pioggia che ormai scendeva fitta e costante, senza più la furia di prima. Le strade erano deserte, i lampioni riflettevano pozze d’acqua nera. Julius teneva la mano di Simone stretta nella sua, le dita ancora unte di lubrificante e di quello che si erano sparsi addosso. Simone sentiva il sapore di Julius ancora in gola, il culo che pulsava a ogni passo, aperto e caldo e pieno del ricordo di quel cazzo grosso che l’aveva spaccato contro il marmo.

«Due isolati», disse Julius a voce bassa. «Poi ti spoglio di nuovo e ti fo capire che il museo era solo l’antipasto.»

Simone rise, un suono roco che gli uscì dal petto ancora scosso. «Sei sempre stato un coglione ambizioso.»

«Ambizioso nel farti venire finché non riesci più a stare in piedi, sì.»

Arrivarono al portone di un palazzo d’epoca, scale di legno scricchiolanti, un appartamento al terzo piano con soffitti alti e finestre che battevano ancora sotto i colpi d’acqua. Julius aprì, li spinse dentro, chiuse a chiave con un gesto netto. L’ingresso odore di legno bagnato e di lui. Appena la porta si chiuse, Julius afferrò Simone per la nuca e lo baciò di nuovo, lingua profonda, denti che graffiavano, le mani che già gli strappavano la camicia bagnata dalle spalle. Simone rispose con la stessa fame, gli aprì la giacca, gli sbottonò i pantaloni ancora unti, gli prese il cazzo già di nuovo duro e lo strinse.

«Doccia», ansimò Julius contro la sua bocca. «Voglio lavarti e poi sporcarti di nuovo.»

Si spogliarono lungo il corridoio, scarpe, calzini, pantaloni abbandonati sul pavimento. Sotto il getto caldo della doccia il corpo di Julius apparve intero: spalle larghe, pettorali pelosi, la linea scura dell’addome che scendeva fino al cazzo spesso e venato che batteva contro la coscia. Simone aveva trentadue anni e un corpo da uomo che lavorava in piedi tutto il giorno tra statue e vetrine: snello, gambe forti, il culo ancora rosso delle dita di Julius. Si strofinarono con il sapone, le mani che scivolavano ovunque. Julius gli girò le spalle, gli aprì i glutei con i pollici e gli ficcò due dita bagnate dentro, cercando il punto che faceva gemere Simone contro le piastrelle.

«Ancora aperto», ringhiò Julius. «Il mio cazzo ti ha lasciato un buco pronto. Stasera te lo riempio finché non cammini storto.»

Simone spinse indietro i fianchi. «Fallo. Adesso.»

Ma Julius lo fece aspettare. Lo lavò ovunque, gli succhiò i capezzoli sotto l’acqua, gli prese il cazzo in mano e lo pompò lento finché Simone non tremava. Poi spense l’acqua, li asciugò in fretta e lo trascinò in camera. Il letto era grande, lenzuola scure, una finestra aperta quanto bastava perché entrassero i rumori del diluvio. Julius lo buttò a pancia in su, gli aprì le gambe, si chinò e gli leccò il buco ancora molle e caldo. Lingua larga, saliva, due dita che entravano e uscivano mentre succhiava le palle. Simone si archeggiò, una mano nei capelli di Julius, l’altra che si masturbava il cazzo gocciolante.

«Cazzo, Julius… mi fai impazzire.»

«Lo so.» Julius si alzò, prese un flacone di lubrificante dal cassetto del comodino — non una bustina, questa volta, ma una bottiglia intera — e se ne spalmò una quantità generosa sul cazzo. Si posizionò tra le cosce di Simone, gliele piegò contro il petto, e spinse. Entrò in un colpo solo, fino in fondo, le palle che sbatterono contro il culo. Simone urlò, un suono grezzo e pieno, e Julius cominciò a scoparlo senza pietà: spinte lunghe e profonde che facevano cigolare il letto, il suono umido e osceno di carne che entrava in carne.

«Guardami», ordinò Julius. «Voglio vederti mentre ti sfondo.»

Simone lo guardò. Gli occhi di Julius erano scuri, feroci, pieni di anni di desiderio represso che adesso usciva tutto. Ogni botta colpiva la prostata, ogni ritirata lasciava Simone vuoto e affamato. Julius accelerò, sudore che gli scorreva sul petto, i fianchi che battevano un ritmo da bestia. Simone si toccava il cazzo in tempo con le spinte, il precome che gli scivolava sulle dita.

«Più forte», ansimò Simone. «Spaccami, Julius. Usami.»

Julius lo girò di scatto, lo mise a pecora, gli afferrò i fianchi e lo riprese da dietro con violenza. Le spinte erano così dure che Simone doveva aggrapparsi alle sbarre del testata. Julius gli diede uno schiaffo sul culo, poi un altro, la pelle che arrossava. «Questo culo è mio adesso. Anni a guardarlo e fingere di essere solo amici. Ora ti scopi quando voglio, dove voglio. Dillo.»

«È tuo», gemette Simone. «Il mio culo è tuo. Fottimi.»

Julius si chinò sul suo dorso, gli morse la spalla, gli cacciò tre dita in bocca perché le succhiasse mentre lo inculava. Simone lo fece, saliva che gli colava dal mento, il corpo che si contraeva intorno al cazzo di Julius a ogni contrazione di gola. Poi Julius lo sollevò quasi in ginocchio, lo tenne contro il petto e lo pompò verticalmente, le braccia strette intorno al torso di Simone, una mano che gli strofinava il cazzo con gesto veloce e grezzo.

«Vieni con me», ringhiò Julius all’orecchio. «Voglio sentire il tuo buco stringermi mentre sborri.»

Simone esplose per primo. Il cazzo gli saltò in mano, getti spessi che macchiarono le lenzuola e le dita di Julius. Il culo si chiuse a morsa intorno al cazzo che lo sfondava e Julius bestemmiò forte, piantò l’ultima spinta e venne dentro, caldo, a ondate, riempiendolo finché non traboccò e colò giù sulle cosce. Rimasero così, uniti, ansimanti, il diluvio fuori che batteva come un’eco lontana.

Julius non uscì subito. Restò sepolto in lui, baciandogli la nuca, le spalle, la linea della schiena. Quando finalmente si sfilò, il seme scivolò fuori in un filo bianco e denso. Julius lo raccolse con due dita e lo spinse di nuovo dentro il buco di Simone, poi se le mise in bocca e le succhiò.

«Stasera non hai finito», disse. «Tra un’ora ti fo venire di nuovo. E poi di nuovo. Voglio che domani al museo cammini e senta ancora il mio cazzo dentro.»

Simone si girò, lo baciò lento, assaggiando se stesso e Julius mescolati. Si sistemarono sotto le coperte bagnate di sudore e di sborra, gambe intrecciate, il cuore che batteva ancora forte. Julius gli accarezzava i capelli bagnati, la mano che scendeva ogni tanto a toccargli il culo ancora aperto e sensibile.

«Dieci anni», mormorò Simone. «Dieci anni a fingere che non ti volevo così.»

«E adesso non finisce più», rispose Julius. «Dormi un po’. Poi ti sveglio con la bocca sul cazzo e ricominciamo.»

Simone chiuse gli occhi, il corpo pesante e sazio e già di nuovo tiepido di desiderio. Fuori la pioggia calava lentamente. Dentro, tra le braccia del suo migliore amico diventato amante, sentiva che qualcosa di irrevocabile si era aperto, qualcosa che non si sarebbe più chiuso.

E mentre il diluvio finiva, capì che non sarebbe mai più tornato indietro da quella fame.

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