Risveglio Rovente nella Vasca con il Mio Migliore Amico
Due venticinquenni amici si fanno una sega reciproca e scopano per la prima volta nella vasca idromassaggio.
Non pensavo che quella sera avrebbe stravolto tutto. Avevo venticinque anni, lavoravo come grafico freelance da casa, e dopo tre giorni di scatole, scale e mobili spostati l’appartamento nuovo puzzava ancora di cartone e sudore. Damon, il mio migliore amico da quasi dieci anni, personal trainer di ventisette anni con le spalle larghe e le mani sempre un po’ rovinate dai pesi, si era offerto di aiutarmi. Quando l’ultimo divano fu sistemato contro il muro, eravamo distrutti. I muscoli della schiena mi bruciavano, le cosce mi dolevano, e lui non stava meglio.
«Vasca», disse soltanto, già tirandosi via la maglietta sudata. «Devi averla piena d’acqua calda e getti, no?»
Certo che ce l’avevo. L’avevo voluta proprio per questo: una vasca idromassaggio grande, angolare, con i sedili bassi e i getti regolabili. Accesi l’acqua, versai un po’ di sale, e in pochi minuti il locale bagno si riempì di vapore. Ci spogliammo senza pensieri, come avevamo fatto cento volte in palestra o al mare. Solo che stavolta eravamo soli, stanchi, e nudi in uno spazio piccolo. Damon scese per primo. L’acqua gli arrivava al petto; i getti gli massaggiavano la schiena e lui emise un gemito basso, quasi di sollievo. Io lo seguii. L’acqua era calda, quasi troppo, e mi sciolse subito le spalle. Ci sedemmo uno di fronte all’altro, le ginocchia che si sfioravano sotto la superficie.
Restammo zitti un po’. Io guardavo le gocce scivolare sul suo petto peloso, sui pettorali definiti, sulla linea dei fianchi. Lui non distoglieva lo sguardo dal mio. Sentivo il cazzo muoversi, gonfiarsi piano senza che potessi farci niente. L’acqua non nascondeva molto: quando alzai lo sguardo lo vidi già mezzo duro anche lui, il glande che affiorava appena. Il cuore mi batteva in gola. Anni di amicizia, di docce condivise, di battute pesanti, e mai avevamo varcato quella linea. Mai con questa chiarezza.
Damon passò la lingua sulle labbra. «Callum…», cominciò a voce bassa, quasi temendo che qualcuno potesse sentirci dal pianerottolo. «Devo dirtelo. Da anni. Tipo… fantasie. Su di te. Su di noi. Non so più tenerle dentro, specialmente ora che ti ho qui così, bagnato, e mi guardi in quel modo.»
Il sangue mi salì alle orecchie. Arrossii fino al collo, ma non abbassai lo sguardo. «Anche io», ammisi, la voce roca. «Cazzo, Damon, anche io. Ogni volta che ti vedevo in palestra, o quando dormivamo uno accanto all’altro dopo una serata… mi toccavo pensando a te. Volevo provarci. Volevo te.»
Le nostre gambe si sfiorarono di proposito. Il suo polpaccio contro il mio. Poi la mano. Lui allungò le dita sotto l’acqua e mi accarezzò il ginocchio, salì sulla coscia interna con una lentezza deliberata. Io feci lo stesso: palmai il suo quadricipite duro, sentii il calore della pelle anche nell’acqua bollente. Il cazzo mi era diventato di pietra; il suo pure. I getti gorgogliavano intorno a noi, ma non bastavano a coprire il respiro accelerato.
Damon si sporse. «Vuoi provarci? Per la prima volta. Insieme. Adesso. Se dici di no resta tutto come prima, te lo giuro. Ma se dici di sì… ti faccio cose che ho ripassato mentalmente mille volte.»
«Sì», risposi subito, quasi ridendo per l’urgenza. «Sì, cazzo, sì. Voglio tutto. Voglio te dentro, voglio assaggiarti, voglio venire con te. Facciamolo.»
Non ci fu altro preambolo. Mi misi in ginocchio tra le sue gambe, l’acqua mi arrivava al petto. Il suo cazzo era spesso, venato, già lucido di precome che si mescolava alle bolle. Lo presi in mano, lo sentii pulsare, e lo portai alla bocca. Il sapore era salato, caldo, maschio. Lo succhiai con avidità, senza tecnica ma con fame: lingua piatta sotto il glande, labbra strette mentre scendevo quanto potevo. Damon gettò la testa all’indietro e gemé il mio nome. «Callum… così… più a fondo, sì…». Gli accarezzai le palle con la mano libera, le sentii tirarsi. La mia gola si contrasse; saliva e acqua mi colavano dal mento. Continuai finché lui non mi tirò i capelli con delicatezza e mi fece alzare.
«Sul bordo», ordinò rauco. «Seduti. Fammi prepararti.»
Obbedii. Mi sollevai e mi sedetti sul bordo smussato della vasca, le gambe divaricate, i piedi ancora in acqua. Damon si mise in ginocchio sull’acqua, tra le mie cosce, e mi baciò prima il basso ventre, poi scese. Le sue dita, lubrificate solo con l’acqua e un po’ di saliva che raccolse dalla mia bocca con un bacio umido, mi circondarono il buco. Una falange, lenta. Bruciò appena, poi si trasformò in pressione buona. «Respira», mormorò. «Sei stretto da Dio. Guarda come mi prendi già.» Aggiunse un secondo dito, li mosse a forbice, cercò e trovò quel punto che mi fece inarchiare la schiena e tirare un urlo strozzato. Il mio cazzo sbatteva contro il suo avambraccio, gocciolando. Mi preparò con pazienza, tre dita alla fine, finché non lo pregai.
«Dentro. Adesso. Ti voglio dentro.»
Lui si alzò, mi fece scivolare di nuovo nell’acqua e mi adagiò su uno dei sedili bassi, schiena contro la ceramica calda, gambe aperte intorno ai suoi fianchi. La posizione missionaria nell’acqua era scomoda e perfetta insieme: il galleggiamento alleggeriva il peso, i getti ci massaggiavano i lati. Damon si allineò, il glande premette, e entrò lentamente, centimetro dopo centimetro. Io digrignai i denti e poi gemetti lungo, sentendo ogni vena, ogni allargamento. Quando fu tutto dentro restammo fermi un attimo, fronti uniti, respiri messi insieme.
«Cazzo, Callum… sei caldo, sei…». Non finì la frase. Iniziò a spingere. Lunghe, profonde, l’acqua che si muoveva in onde intorno a noi e traboccava un poco sul pavimento. Io gli aggrappai le spalle, le unghie nei muscoli della schiena, e spingevo l’incontro di ogni thrust. Il suo pube mi strofinava il cazzo a ogni colpo; il piacere saliva a ondate.
Poi mi girò. Mi mise in ginocchio sul sedile, petto verso il bordo della vasca, mani che si aggrappavano al marmo bagnato. Damon mi prese da dietro, una mano sul mio fianco, l’altra che mi circondava il petto per tenermi. Entrò di nuovo e questa volta non ci andò piano. Spinte decise, profonde, il suono umido dell’acqua e della carne che si scontravano. «Prendilo», borbottò contro il mio orecchio. «Prendi il cazzo del tuo migliore amico come hai sognato. Guarda come ti allarga.» Io spingevo indietro, cercando di ingoiarlo tutto, e la mia mano scese a masturbarmi. Lui la scostò e mi prese in pugno lui stesso, sincronizzando le spinte con le carezze. Io feci lo stesso indietro: raggiunsi le sue palle, le massaggiai, poi gli avvolsi le dita intorno alla base del cazzo ogni volta che usciva, stringendo.
Gemevamo entrambi senza ritegno. Nomi, parolacce, «più forte», «così, proprio lì», «non fermarti». L’acqua schizzava. Il mio buco pulsava intorno a lui; il suo pugno sul mio cazzo era perfetto, ruvido di calli da palestra e scivoloso d’acqua. Sentivo l’orgasmo arrivare come un treno. «Sto per…», avvisai. «Insieme», rispose lui, accelerando. Venimmo quasi insieme. Io per primo, a getti caldi che si persero nell’acqua torbida, il corpo che si contraeva a onde intorno al suo cazzo. Damon mi seguì con un gemito gutturale, spingendosi fino in fondo e restando lì mentre si svuotava dentro di me a pulsazioni lunghe. Il calore extra, il senso di essere riempito, mi fece venire ancora un po’, a scosse.
Restammo così, ansimanti, lui ancora sepolto in me, le braccia che mi cingevano il torace. Mi baciò il collo, la spalla, dietro l’orecchio. «Voglio rifarlo presto», confesso contro la pelle bagnata. «Tipo… stasera ancora. Domani. Non so se riesco a tornare indietro ora che so com’è scoparti.»
Io risei, stanco e felice, e gli strinsi il braccio. «Nemmeno io. Uscciamo prima che l’acqua diventi fredda.»
Ci alzammo barcollando. L’acqua colava dai nostri corpi sul pavimento di piastrelle. Ci asciugammo a vicenda con gli asciugamani grandi: lui mi passò il tessuto sulla schiena, sulle natiche ancora sensibili, tra le cosce; io feci lo stesso con lui, indugiando sul suo cazzo ancora semi-duro, sul petto. Ci guardavamo e ridevamo, complici, un po’ increduli. Nudi, pelle arrossata dal caldo e dai baci, camminammo fino alla camera. Il materasso nuovo cigolò quando ci buttammo sopra.
Ci abbracciammo di lato, petto contro petto, gambe intrecciate. Damon mi baciò la fronte, poi le labbra, lente e profonde. «Notte intera», mormorò. «Niente mutande. Voglio poterti toccare quando mi sveglio.»
Io annuii, già mezzo addormentato e già di nuovo eccitato all’idea. La mano gli scivolò sulla schiena, giù, a posarsi sul suo culo sodo. Fuori la città faceva il suo rumore lontano; dentro la stanza c’era solo il nostro respiro e il battito che non si era ancora calmato. Sapevamo entrambi che l’amicizia non era sparita: si era solo accesa, diventata qualcosa di più rovente, di più affamato. E mentre le sue dita ricominciavano a tracciare cerchi lenti sulla mia pelle, capii che la notte era soltanto all’inizio, e che c’erano ancora posti del suo corpo — e del mio — che volevamo esplorare prima che spuntasse il giorno.
Continuammo a baciarci nel buio tiepido della camera, le labbre che si aprivano e si richiudevano con una fame nuova, come se quei dieci anni di amicizia avessero tenuto chiuso un rubinetto che adesso schizzava ovunque. La mano di Damon scese lungo la mia schiena, si fermò sulle natiche ancora calde e sensibili, e le strinse. Il suo cazzo, semi-duro contro il mio ventre, riprese a gonfiarsi a ogni sfregamento. Io gli sentivo il cuore battere forte contro il petto peloso; il mio rispondeva allo stesso ritmo. Non c’era più la vasca a nasconderci, solo lenzuola nuove che profumavano ancora di tessuto, e il materasso che cigolava dolcemente sotto il nostro peso.
«Toccami», mormorai contro la sua bocca. «Voglio sentire le tue mani ovunque.»
Le dita callose gli scivolarono tra le mie cosce, mi accarezzarono le palle, poi risalirono lungo l’asta già di nuovo dura. Lo strinse con decisione, il pollice che spalmava la goccia di precome sulla punta. Io feci lo stesso: lo presi in pugno, lo sentii pulsare, e iniziai a muovere il polso con lo stesso ritmo con cui lui mi stava pompando. Eravamo faccia a faccia, fronti unite, respiri caldi che si mescolavano. Ogni tanto si interrompeva per baciarmi il collo, per mordermi piano la spalla, per sussurrare quanto mi voleva. «Da anni, Callum… cazzo, da anni mi segavo pensando a queste tue mani. A questo tuo culo.»
Mi girò sulla schiena con una facilità che mi fece ridere e gemere insieme. Si mise a cavalcioni sulle mie cosce, il suo cazzo grosso e venato che pendeva sopra il mio, e li prese entrambi in una sola mano. La presa era stretta, calda, scivolosa di precome e di un filo di saliva che gli scese dalle labbra mentre si chinava a guardare. Sfregò le due aste l’una contro l’altra, su e giù, i glandi che si urtavano, le vene che si premevano. Il piacere era grosso, diretto, quasi troppo. Io alzai i fianchi, cercando più attrito, e lui accelerò, la mano che faceva un lavoro perfetto di sega reciproca, ruvida e sicura. «Guarda come ci sborriamo insieme», borbottò. «Il cazzo del tuo migliore amico contro il tuo. Ti piace?»
«Sì… cazzo sì… continua così.»
Ma non bastava. Volevo di più. Lo spinsi delicatamente di lato e scesi tra le sue gambe. Il suo cazzo mi colpì il mento, caldo e pesante. Lo presi in bocca senza esitazione, questa volta con più tecnica: lingua che girava intorno al glande, labbra strette che scendevano fino a dove riuscivo, mano che lavorava la base e le palle. Damon si inarcò, una mano nei miei capelli, l’altra aggrappata al lenzuolo. «Più a fondo… succhialo tutto, Callum… così… bravo.» La gola mi si contrasse; saliva colava lungo l’asta e sulle mie dita. Gli massaggiai il perineo, poi spinsi un dito lubrificato di saliva contro il suo buco. Lui gemé lungo e aprì di più le cosce. «Sì… preparami. Voglio sentirti anche lì.»
Lo feci con cura. Un dito, poi due, a forbice, cercando il punto che lo faceva tremare. Continuavo a succhiarlo mentre lo aprivo, il sapore salato che mi riempiva la bocca, i suoi gemiti che mi mandavano dritto al cazzo. Quando fu abbastanza morbido e ansante, mi alzai sulle ginocchia. «Vuoi che ti scopi?», chiesi, la voce roca. «Per la prima volta. Dentro di te.»
Damon annuì, gli occhi scuri, le pupille dilatate. «Fallo. Voglio il tuo cazzo. Da anni.»
Mi sistemai tra le sue cosce, spinsi le ginocchia contro il petto, e mi allineai. Il glande premette contro l’anello stretto; lui respirò a fondo e io spinsi piano, centimetro dopo centimetro. Il calore che mi avvolse fu incredibile: stretto, vellutato, pulsante. Quando fui tutto dentro restammo fermi, ansimanti, a guardarci. «Cazzo, Damon… sei…». Non riuscii a finire. Iniziai a muovermi: lunghe spinte lente all’inizio, poi più profonde, più decise. L’acqua della vasca ci aveva lasciato la pelle morbida; ora il letto assorbiva ogni colpo. Lui mi tirava verso di sé, unghie nella schiena, e spingeva incontro. «Più forte… scopami come mi hai sognato… dammelo tutto.»
Obbedii. Accelerai. Il suono umido della carne, i gemiti, il cigolio del materasso. Gli presi il cazzo in pugno e lo pompai a tempo con le spinte, il pollice che strofinava la fessura. Il suo buco mi stringeva a ogni rientrata; io sentivo l’orgasmo costruire di nuovo, basso e potente. Ma volevo prolungare. Mi tolsi, lo feci girare a quattro zampe, e rientrai da dietro. La vista del suo culo sodo che si apriva intorno al mio cazzo mi fece quasi venire sul colpo. Afferrai i fianchi, spinsi a fondo, e cominciai a scoparlo con ritmo costante, profondo. Una mano gli scese a massaggiargli le palle, poi a pomparmi il cazzo di nuovo. Damon spingeva indietro, cercando di ingoiarmi tutto, e borbottava parolacce e il mio nome.
«Callum… così… proprio lì… non fermarti… sto per…»
Sentii le sue pareti contrarsi; venne a getti caldi sul lenzuolo, il corpo che tremava a onde intorno al mio cazzo. Quella stretta mi fece esplodere. Spinsi fino in fondo e sborrai dentro di lui a pulsazioni lunghe, riempiendolo, il piacere che mi accecava. Restammo così, ansimanti, io ancora sepolto in lui, la fronte contro la sua schiena sudata. Quando uscii, un filo di sborra mi seguì; la spinsi di nuovo dentro con le dita, e lui gemé di piacere esausto.
Ci accasciammo di lato. Ci baciammo lenti, saporiti di sesso e di sale. Le mani ricominciarono a esplorare senza fretta: lui mi accarezzava il petto, i capezzoli, scendeva di nuovo al cazzo già mezzo interessato. Io gli massaggiavo il culo, sentivo la mia sborra ancora calda tra le natiche, e ridevo piano. «Non ho ancora finito con te», sussurrai. «Voglio assaggiarti di nuovo. Voglio che mi metti in ginocchio e mi usi la bocca finché non riesco più a parlare.»
Damon si alzò a sedere, mi fece scivolare a terra sul tappeto morbido accanto al letto, e si mise in piedi davanti a me. Il suo cazzo, lucido di sborra e saliva, mi sfiorò le labbra. Io lo presi avidamente, lo succhiai pulito, gustando il mix di noi due. Lui teneva la mia testa e spingeva piano, fucking la mia bocca con pazienza e fame. «Così… bravo ragazzo… prendi il cazzo del tuo amico… succhia tutto.» La saliva mi colava sul mento e sul petto; io mi masturbavo con una mano mentre lui mi usava la gola. Quando fu di nuovo duro come pietra, mi tirò su, mi spinse a pancia in giù sul bordo del letto e mi prese di nuovo. Entrò facile, scivoloso della sborra precedente, e riprese a spingere con vigore. I getti mentali della vasca erano lontani; ora c’era solo carne, respiro, e il suono delle nostre anche che si scontravano.
Mi masturbò mentre mi scopava, la mano esperta che sapeva esattamente quanto stringere. Venimmo di nuovo quasi insieme: io a spasmi sul lenzuolo già macchiato, lui che si riversò di nuovo dentro di me con un gemito gutturale. Ci lasciammo cadere sul materasso, sudati, appiccicosi, felici. Le dita di Damon tracciarono cerchi lenti sulla mia schiena. Fuori stava spuntando un primo grigio di alba; dentro la stanza c’era solo il nostro odore e il battito che si calmava piano.
Ci abbracciammo di nuovo, petto contro petto, le gambe intrecciate. Lui mi baciò la tempia, poi le labbra, dolce e possessivo. La mano gli scivolò di nuovo sul mio culo, un dito che giocava piano con l’anello ancora sensibile. Io sorrisi contro la sua bocca, esausto e già di nuovo affamato all’idea di tutto quello che avremmo potuto fare nelle ore successive, nei giorni, forse per sempre.
Damon mi guardò negli occhi, la voce bassa e roca di chi ha appena scoperto un nuovo continente nel corpo del suo migliore amico, e sussurrò: «Resti qui tutta la mattina e mi fai scopare di nuovo finché non riusciamo più a muoverci, o vuoi che ti leghi ai poli del letto e ti faccia venire solo con la lingua fino a quando non mi supplichi di fermarmi?»
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